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Roberto

"l'incertezza della conoscenza non era diversa dalla sicurezza dell'ignoranza."

roberto

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Amo chi si entusiasma per un libro. Chi ascolta la musica. Chi ama vivere nella natura. Chi capisce che certe volte occorre rinunciare. Chi ha coraggio di seguire i propri istinti, chi va a vedere i propri limiti.
Considero valori l'onestà, il saper chiedere scusa, la sincerità, l'indipendenza, il coraggio, la lealtà, la curiosità.

Agnostico, Vegetariano. Penso con la mia testa. Non guardo la TV. Non fumo più da anni.
Non sopporto molto le convenzioni; chi non sa vivere con poco, chi non ama gli animali, chi pensa che fregare gli altri sia un valore, chi si riconosce in quello che ha e misura gli altri con lo stesso metro.
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racconti, riflessioni, scherzi, ricordi, incazzature

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Il "guestbook" l'ho fatto diventare una gallery di video musicali. Però si possono sempre lasciare messaggi e/o commentare.

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gioia iwrote:
sorry..........riprova ora.....
3 hours ago
robertowrote:
Grazie :-) ma la farfalla non la vedo nemmeno nel tuo blog ...
...
Johnny B. Goode - Chuk Berry
1 day ago
gioia iwrote:
ciao volevo lasciare una farfalla ma nn ci son riuscita...la trovi nel mio blog volendo
1 day ago
Ofeliawrote:
:-D bello Dylan per carità
e ok... You can't always get what you want
...
But if you try sometimes well you just might find...
You get what you need
;-)
2 days ago
robertowrote:
... You can't always get what you want ... :-D eh già! .... dicevamo?
cambiamo musica va...
Blowin in the wind Bob Dylan al concerto per il Bangladesh, nel 71

The answer... my friend, is blowin' in the wind
the answer is blowin' in the wind


;)
2 days ago
June 30

al mare…ma a scalare…

Penso che abbiamo a disposizione un tot di energie fisico/intellettuali. Ci servono per vivere e quindi anche per comunicare. Perché la comunicazione, che sia tramite scrittura o altra forma, fa parte della nostra necessità di socializzare, di confrontarci con gli altri, di verificare chi siamo guardandoci nello specchio degli altri.

 

Così a volte passiamo periodi in cui comunichiamo molto e altri meno. In genere quando siamo infelici abbiamo la necessità di comunicare molto. Non per tutti è così, c’è anche chi si chiude e non comunica per niente. Ma se si tende a voler modificare la nostra situazione nei riguardi degli altri allora comunichiamo.

Io questo periodo non ho molta voglia di scrivere. Ho voglia di leggerezza.

Non che non legga, non mi informi, non mi indigni come sempre. Non che non rifletta sul vicino e sul lontano che accade… più che altro però non sento la necessità di aggiungere parole a quelle di altri: la mia comunicazione è indirizzata verso la leggerezza, lo scherzo.

Come sempre sto scalando. Ieri però sono andato al mare. Ed erano 6 anni esatti che non andavo su una spiaggia a sdraiarmi al sole.

Non che ci sia restato molto: il tempo di fare un bagno e anche quello molto veloce. Non mi piace più nuotare, stare in acqua mi serve solo quel tanto che basta per rinfrescarmi.

Quindi mi sono rivestito ho preso le mie cose da arrampicata e sono andato nella grotta in riva al mare a scalare.

Un po’ umido. Strana sensazione di dovermi pulire bene i piedi dalla sabbia per farli entrare nelle scarpette. Ma insomma… qualche volta si può anche fare.

Purtroppo la leggerezza nel vivere non abbraccia anche il campo fisico e le pareti strapiombanti hanno massacrato le mie braccia…

 

che fatica….

 

CIMG1765

June 17

ancora farfalle

Anche questo (il velo d'acqua sospeso) è suggestionato da Dalì.
Rimango spesso senza parole, guardando i suoi quadri: per i colori che usa, ma soprattutto per le idee.

Lungi da me il pensiero di fare cose ispirandomi a lui.
Però appunto... alla suggestione è impossibile sfuggire.

 

farfalle

 

E così, la mia collezione (di farfalle) aumenta… :-)

...
Edit 18.6
Stavo pensando che in effetti questo quadro ha una sua storia un po' particolare.
Ho iniziato come faccio ultimamente senza sapere cosa avrei fatto.
Punto fermo era l'acqua come velo che si alza, delle strutture colorate a sinistra, le farfalle che avrei messo da qualche parte.
Dopodichè, all'inizio non c'erano quasi montagne...solo leggeri rilievi a segnare l'orizzonte.
Poi c'erano delle strutture prismatiche a destra e, dietro di esse, degli alberi colorati. Le strutture erano ricoperte di fiori.

Martedi mi arriva una multa per un autovelox. Non sono solo i 165 euro e i -5 punti. E' anche che questa multa l'ho presa a metà gennaio sulla strada che da frosinone va a sperlonga, una superstrada che faccio in quel periodo tutti i weekend andata e ritorno. Quindi c'è un grandissimo rischio, per come è stato posizionato "a trappola" l'autovelox, che nei prossimi mesi mi arrivino molte multe. Insomma potrebbe essere un vero massacro, tenendo conto che la strada è dritta, larga, che a quell'ora c'è ampia visibilità e pochissimo traffico... trovarsi oltre il limite è quasi normale, anche non correndo veramente.. Io non ho mai saputo dell'esistenza di questo autovelox. Dal 17/1 a fine aprile avrò fatto quella strada più di 20 volte.

Insomma sono quasi angosciato.
Arrivo a casa prendo il quadro... e inizio a dare botte di bianco ovunque. copro i fiori, gli alberi colorati, lo sfondo...
le montagne si alzano, lo sfondo si scurisce, metto alberi neri, secchi, quasi bruciati.

Le farfalle il giorno dopo...
...
Un avvocato mi ha detto che tutti i ricorsi per quell'autovelox vengono accolti, e che è stato disattivato a febbraio su ordine della prefettura. Era veramente una trappola mangiasoldi.
Speriamo bene.

June 09

se…

Poco fa in una e-mail scrivendo della libertà di scegliere last minute le cose che voglio fare, sensazione a cui sono abituato e che mi porta molto spesso ad isolarmi dagli altri, mi è tornata alla mente un’immagine emblematica.

Estate 2003, ero in Dolomiti da solo. Circa dieci giorni che girovagavo nei sentieri della Civetta e delle Pale. L’estate del 2003 fu caldissima. Ricordo che facevo il bagno in torrenti nei quali normalmente non riesci nemmeno a mettere i piedi. Dormivo dove capitava, in bivacchi all’aperto, in macchina quando ci tornavo, in quota a volte, mi lavavo appunto nei torrenti, scaldavo minestre sul fornelletto direttamente nel loro barattolo… gli unici contatti con la realtà erano i negozi in cui scendevo a comprare qualcosa da mangiare e il cellulare, con cui scambiavo sms, specie la sera, al buio quando non c’era più luce per leggere.

Uno scambio di sms mi portava verso la val d’aosta, in cui non ero mai stato. Un altro verso roma, anzi prima di roma, l’argentario: una barca. Due donne. Due acquario (strano eh!). Una di montagna, l’altra di mare. Una sconosciuta, l’altra no: anzi avevamo una storia.

Una mi invitava per andare in gruppo a scalare una cima del Monte Rosa. L’altra a una vacanza sulla sua barca.

Fra le dolomiti e la val d’aosta c’erano 500 km. Lo stesso per l’argentario più o meno.

Se dalle dolomiti fossi dovuto tornare a roma la decisione avrei dovuto prenderla a padova: per la val d’aosta verso milano, per roma invece verso bologna. Ma dovendo andare all’argentario, in caso potevo rimandare la decisione.

I chilometri correvano e io pensavo…  c’era qualche cosa di altro… che non era solo il pensare a due donne, di cui una peraltro assolutamente sconosciuta, non sapevo nemmeno se fosse fidanzata, insomma non pensavo a lei in quanto donna ma solo come punto di riferimento (simpatico) con cui andare in montagna. C’era un posto sconosciuto, la val d’aosta, c’era che si allontanava ulteriormente da casa mia, c’era la montagna; sull’altro polo c’era una persona con cui stavo bene, ma il mare, roma, le cose che già conoscevo.

Non mi decidevo. Arrivai a Milano, percorsi altri km, poi c’è un punto in cui l’autostrada si divide, a destra vai verso torino, a sinistra verso genova. All’ultimo istante andai a destra. La decisione era presa.

Quella decisione, quell’istante, quel piccolo colpo di sterzo a destra negli ultimi metri, ha influenzato la mia vita profondamente.

Da quel punto la mia vita si è dipanata per 6 anni nei quali ovviamente ho stratificato ricordi.

E se invece avessi voltato a sinistra? se avessi deciso per il mare, la barca…  posso immaginare la strada fino a genova, e poi dopo, la spezia, la fine dell’autostrada, l’aurelia, l’argentario, la barca in porto, io che parcheggio la macchina e lascio la roba di alpinismo nel cofano, salgo in barca, baci… < sono contenta che hai deciso così…> <sei abbronzatissima> <tu invece sembri un muratore hai i segni del calzettoni e dello zaino…>

e poi? gli altri sei anni?

mi spaventa pensare alle milioni di possibilità che esistono nella vita e alla casualità che a volte te la cambia profondamente.

mi viene in mente il film “donnie darko”

 

la nebbia

June 06

vieni a vedere la mia collezione di farfalle…

Insomma… i francobolli mi sembrano una cosa insulsa, i “miei libri” vale solo per le intellettuali, i “miei quadri” si, funziona abbastanza ma è impegnativo…

la collezione di farfalle è un classico a cui non si può rinunciare.

Tenendo conto che cucino anche bene, quale donna potrebbe resistere al mio invito se possedessi anche una collezione di farfalle?

Però.

Ma l’idea di infilzare quei poveri esseri su uno spillone (che lo abbia fatto io o altri, poco importa) non è che mi piaccia molto.

Allora ho pensato: invece di dipingere incubi a colori (vedi post precedente) mi dipingo la mia collezione di farfalle.

Ho iniziato con questa, spero che vi piaccia :-)

 

farfalla


June 01

In the name of god

  

 

Dato che vivo in un appartamento in cui la maggior parte dell’arredamento c’era già, sul muro sopra il letto c’era un quadro con un’immagine sacra: una madonna, credo, non ho guardato bene.

Della cosa me ne sono sempre fregato. Tanto più che se fosse per il mio gusto personale dovrei cambiare tutti i mobili di quella stanza, non certo solo quel quadro. Però giorni fa, non avendo nulla da fare, (… l’ozio è il padre dei vizi) ho pensato di dipingere qualcosa da mettere al posto del quadretto.

Da un po’ di tempo ho preso a dipingere senza avere in mente un soggetto, all’inizio. Lascio che siano i colori a suggerirmi cosa a cui dare forma.

Questo approccio ammetto che sta provocando un blocco nella mia produzione artistica, dato che quasi mai quello che io vorrei fare mi soddisfa in relazione a quello che poi le mani riescono effettivamente a dipingere… data la mia scarsissima tecnica.

Così a volte ho quadri fermi per settimane che mi guardano e mi pongono il problema di come continuarli. Ammesso che ci riesca.

Questo è iniziato in un modo e finito poi a rappresentare un’immagine che in qualche modo evidentemente s’ispira a tematiche sacre. Un angelo? Un demone? Dei dannati? Dei supplicanti? Il giudizio? L’inferno?  Boh.

Non lo so. Di evidente c’è la dolente indifferenza della figura alata e il caos. Nonché l’insignificanza e il dolore delle figure alla base.

Ovviamente non me lo sono messo in camera da letto… quest’incubo. Però è pieno di colori e quindi non mi dispiace.

In camera da letto c’è una riproduzione di un van gogh.

Il pezzo dei Dream Theater “In the name of god” penso si adatti.

 

CIMG1690


May 25

samba pa ti

Gironzolando su youtube cercando ispirazione per la mia attività di blogdj mi è tornata in mente samba pa ti, il pezzo di carlos santana.

      

Beh… ho pensato che tutti i ricordi che mi rievoca questa canzone non possono essere riassunti in una frase.

Quante ore passate a suonarla, dallo spartito, nel quale avevo scoperto con sgomento che il pezzo più bello, l’assolo, era definito “improvvisazione” e non era segnato. Ma tanto a malapena allora riuscivo a fare la parte iniziale, quindi poco male..

Una canzone unificante a livello generazionale, piaceva a me che avevo 12 anni ed ero già fissato con l’hard rock e piaceva a mia madre.

Una canzone che si poteva fare con gli amici, due chitarre e i bongos e metteva tutti in silenzio, a pensare, o forse, già allora a ricordare.

Si perchè era la canzone delle feste, dei balli a casa da ragazzini, quando si spegneva la luce. Quando c’erano i lenti e con le note di santana ti ci perdevi.

A samba pa ti è legato un ricordo vivissimo. Era l’estate di boh… ma non avevo la macchina, quindici anni credo… ero in tenda su un lago, c’era la discoteca dall’altra parte e noi non sapevamo come andarci.

Prendemmo in prestito la barchetta del padre di un amico. Una vera bagnarola di due metri con un motorino da 4 hp. Ci acchittammo per la disco e salimmo in barca, le scarpe legate al collo, i pantaloni tirati su al ginocchio. Traversammo il lago in un’oretta o forse più. Dall’altra parte non sapevamo dove sbarcare. Dovevamo lasciare la barca legata a qualche metro dalla riva per paura che la rubassero. Allora tre scesero portando i vestiti del quarto (io), questo legò la barca a venti metri dalla riva e poi a nuoto.

Quindi c’erano da fare 2 chilomentri per arrivare alla discoteca. Ovviamente orario pomeridiano. Due chilometri nei campi, strade bianche polverose. Due chilometri sotto il sole del pomeriggio di agosto. Ma alla fine arrivammo, per fortuna dentro era buio e le nostre scarpe impolverate non si vedevano, i risvolti dei pantaloni infangati nemmeno. Le mia mani puzzavano di benzina, io le sentivo. Speravo che non le sentissero anche gli altri. Ma mi sa tanto che di qualcosa puzzavamo. Perlomeno di sudore. Vabbè... ci mettemmo a ballare e dopo poco eravamo sudati uguale uguale agli altri.

Tentativi di rimorchio a raffica…. ma che… non andava. Giornata negativissima. Alcune ragazze che avevamo conosciuto ci avevano guardato strano quando avevamo detto che eravamo con la barca. Prima interessate dalla stranezza, poi perplesse (a dir poco) scoprendo i particolari.

Ormai avevamo quasi deciso di andar via quando mettono samba pa ti. Io ero in mezzo alla pista, dove avevo ballato i balli “svelti” che perlomeno avevano il vantaggio di poterli ballare fra maschi o anche da solo. Mettevano 4 lenti e 4 svelti.

Insomma, mettono samba pa ti e io me ne stavo tornando a bordo pista da vero sfigato quando una ragazza, una biondina, mi fa: balli?

Non faccio in tempo a dire si e nemmeno a considerare come una cosa del genere fosse possibile che mi si avvinghia addosso.

Avvinghia è la parola esatta. Appiccicata stretta! Lei stringeva e io stringevo ad un certo punto ero senza fiato. Non diceva una parola. Guancia contro guancia, sentivo il suo respiro nel collo, il suo odore, il calore del suo corpo addosso. Ricordo bene il caldo della sua guancia sulla mia e come mi stringeva.

Oddio... stavo diventando stupido. Ero in paradiso. Non potevo credere a quello che mi stava accadendo. E samba pa ti che avrei voluto non finisse mai, mai. Per tutto il tempo non dissi una parola, e nemmeno lei. Io non sapevo che dire, lei non so.

Alla fine del pezzo se ne va: occhi bassi, si stacca, dice ciao e scompare. E io rimango li imbambolato.  Non mi escono le parole di bocca. Non riesco nemmeno a dire aspetta, ferma... Niente. Aveva qualcosa di rosso addosso, capelli biondi lisci ma non sapevo che viso avesse. Si, mi ricordo al primo sguardo che era carina, ma per tutto il tempo della canzone non ci eravamo guardati in faccia, appiccicati com’eravamo.

Sparisce. Sparisce come un sogno.

E io lì a pensare. Potevo darle un bacio. Potevo chiederle come si chiama. Potevo fermarla. Niente. Sono rimasto così come uno scemo. Perchè non l'ho baciata, perchè? Magari se l'avessi baciata sarebbe rimasta. Non avevo avuto il coraggio. Magari se n'è andata perchè ha capito che ero un tonto, un imbranato.

Dopo, più esperto della vita, ho pensato che chissà, forse voleva far ingelosire qualcuno. Ha trovato me davanti e mi ha usato a quello scopo. Vai a sapere che passa per la testa di una ragazzina...

Ma insomma l'ho persa. Colmo della sfiga fu che nessuno dei miei amici mi aveva visto ballare con lei e quando raccontai mi presero per un cazzaro.

Uscimmo che erano le 20 passate, arrivammo al lago che era buio. Uno (non io stavolta) si spogliò e andò a prendere la barca. E per tutto il viaggio di ritorno tremava di freddo.

Ricordo il lago di notte, e la mancanza di punti di riferimento verso cui dirigersi sulla riva. Ma bene o male arrivammo alla nostra spiaggia.

E io sognavo la ragazza di samba pa ti. Ero innamorato.






May 21

l’insostenibile pesantezza del dopo pranzo

A scalare nella mia amata Pietrasecca, dove le pareti vanno in ombra nel pomeriggio, e questo periodo si sta benissimo…

 

pietra

ma le melanzane sono pesantucce…. uff… ci vuole riposo, fra una via e l’altra…

un salutino a tutti gli amici :-)))

 

pietras

May 18

message in a bottle

Perché scrivo in questo blog, mi domandavo oggi.
Mi è venuta in mente l'analogia del "messaggio nella bottiglia". Non è mia, l'ho orecchiata da qualche parte, non ricordo dove. Forse è patrimonio comune.
Quando scrivo un messaggio e lo metto nella bottiglia e quindi la butto in mare... lo perdo.
Non so se la bottiglia verrà portata ad infrangersi sugli scogli; non so se verrà mai vista; non so chi potrebbe recuperarla; non so se chi la recuperà vorrà e saprà leggerlo, comprenderne il significato. Non so nemmeno se ne farà quello che io mi aspetto.

Io non ho altro che incognite.
L'unica cosa certa è che ho fatto quanto era in mio potere perché quello che volevo comunicare avesse una minima possibilità di essere comunicato.

Questa analogia si basa su due presupposti.
Il primo è che esista un messaggio che sia possibile scrivere.
Il secondo che questo messaggio meriti di essere ascoltato da qualcuno, compreso, adottato.

In questo caso, è preferibile questa indefinizione che procrastina nel tempo e nello spazio affidandosi ad un lettore sconosciuto piuttosto che avere la certezza di non essere compreso da coloro che ti sono più vicini.

Quindi: scrivo questo blog per mancanza (o carenza) di interlocutori in sintonia con quello che voglio esprimere.

Queste bottiglie che lancio vengono raccolte da un po' di persone. Alcune leggono il messaggio, ne sono interessate. Altre no. Ogni filo che mi collega a qualcuno però è prezioso. Perché a quel punto la comunicazione diventa bidirezionale. In un modo o nell'altro mi arricchisce.




May 12

L’insostenibile ambiguità delle relazioni virtuali.

Il mio primo accesso a internet avvenne nel 97. Se non ricordo male era dopo l’estate, quindi sono quasi dodici anni.

Posso senza dubbio dire che senza internet la mia esistenza sarebbe stata diversa. Migliore o peggiore, non so, non importa, ma sicuramente diversa.

Iniziai a frequentare i newsgroup in cui di discuteva di linguaggi di programmazione. Le regole della netiquette, fra cui il non essere Off Topic (fuori argomento) erano molto rispettate: la banda era poca e non si doveva sprecare.

Però dopo qualche tempo di interazione, scoprivi che in qualche modo, la persona che era dietro usciva fuori. Una risposta, anche su argomenti tecnici, poteva essere pacata e gentile, nervosa o intollerante, ironica o sarcastica, pedante o leggera. Così, nel tempo, i nick andavano caratterizzandosi, in simpatici (affini) e antipatici.

Crescendo la banda e le possibilità di accesso (si andava con i modem a 28 kbyte sulla normale linea telefonica) presi a frequentare newsgroup tematici su argomenti non proprio di lavoro. Uno in particolare, it.sport.montagna, su cui scrivevano (scrivono, io non lo frequento più) persone da tutta italia con la passione comune per la montagna. Anche qui stessa situazione, i nick andavano caratterizzandosi nel tempo e c’erano quelli che correvi a leggere appena scrivevano e altri no. Insomma ti facevi degli amici virtuali. Persone che riuscivano a strapparti un sorriso, o proprio una risata. Oppure con le quali condividevi delle sensazioni, magari belle, provate in montagna, o anche d’indignazione, per fatti che potevano essere accaduti. Nascevano le prime incazzature, i primi flames, scontri virtuali durissimi.

La voglia di dare un volto ad alcuni nick era forte. I primi raduni. Le uscite.

Così si scopriva che dietro a questi nick c’erano persone normali, diverse ma in fondo uguali a come apparivano su internet, con la loro vita ma con lo stesso umorismo, le stesse idee. Spesso anzi erano migliori di come apparivano.

Inevitabilmente arrivò anche il primo innamoramento.

Questo necessitò di banda larga e connessione flat, perché bisognava chattare a lungo, raccontarsi la vita, scambiarsi canzoni e poesie, brani e racconti. Trovare affinità elettive.

Iniziai anche ad avere idea che qualcosa non andasse.

Sempre in contatto quasi in ogni ora della giornata. Sempre in chat (irc all’inizio, poi arrivò msn o simili). Ci si “vedeva” alle 7 del mattino e fra computer accesi dell’ufficio o di casa, fino a mezzanotte quel nick o quel pupazzetto verde era lì.

Un controllo totale sulla vita dell’altro. Le latenze alle risposte non giustificate: stai chattando con altri?

Come ben sa chi usa questi strumenti da tempo, dopo un po’ si è in grado di percepire esattamente se hai o non hai l’attenzione completa dell’interlocutore. Se ti sta “gestendo” fra altre 2-3 finestre aperte. Se ti sta guardando ogni minuto o poco meno.

Quindi le gelosie. Le litigate in chat, su msn, con i messaggi che si accavallano e spariscono (il sistema non è perfetto) con la necessità di essere sintetici che va a scapito della chiarezza, specie se si discute di argomenti così facilmente fraintesi come i sentimenti e le emozioni.

Una cosa assurda.

Ho provato la sensazione di stare da entrambe le parti. Quello che dava all’altro la percezione di controllare; quello che sentiva il peso di quel controllo.

Insopportabile.

Ad un certo punto ho capito una cosa importante, la prima legge della chat.

Non importa quanto tu sia sincero e trasparente nelle cose che dici. Quello che passerà di te sarà sempre l’immagine che tu hai di te, che nella maggior parte dei casi non coincide affatto con l’immagine che mediamente hanno gli altri di te.

Se io sono in un periodo in cui il mio lavoro non mi soddisfa può succedere che metterò in luce, cercherò di parlare, solo delle cose che mi piacciono. Parlerò della musica, o dello sport, o, a seconda ognuno della propria natura, dei propri sogni o delle proprie aspirazioni. Ma in ogni caso, verrà fuori un quadro non oggettivo di me. Perchè me è anche quello che non mi piace, anche le ore di lavoro, anche dei difetti che non so di avere e che invece appaiono tali agli occhi degli altri.

Se succhi la minestra mentre mangi, è probabile che tu non lo sappia nemmeno (conosco insigni professionisti, uomini di cultura, che hanno questa sgradevole abitudine); poi ci sarà chi non ci fa caso, abbagliato da altre tue qualità, e ci sarà chi non lo sopporta e ti darebbe una bottigliata in testa, dopo un po’.

Se dico “per me il denaro non ha importanza” certo dividiamo il mondo in due parti, quelli per cui ha importanza e quelli no. Ma questa frase assume un valore completamente diverso se a dirla è uno che sale sulla sua barca da 500.000 euro e uno che esce dalla sua baracca di cartone sotto ponte garibaldi… e senza arrivare a questi eccessi… s’intuisce come sia difficile riconoscersi in dei valori comuni e perchè il detto “moglie e buoi dei paesi tuoi” in fondo continui a funzionare.

E’ un problema di appartenza agli stessi ceppi culturali.

Internet ci avvicina. Annulla le distanze geografiche e culturali. Che importa se siamo uno a roma e l’altro a torino? o a berlino, o a pechino? Abbiamo un sacco di cose in comune… e qui compresi l’esistenza di una seconda legge.

Quando si cerca qualcuno che ci è affine, si troverà un interlocutore con la stessa necessità e si tenderà automaticamente quasi a parlare solo di ciò che si ha in comune.

Ovvero degli argomenti che entrambi trovano interessanti e su cui si ha da dire. (si tende a interloquire, non ad ascoltare e basta). E così uno può avere interessi e abitudini insopportabili per l’altro ma di cui non si è mai parlato. Semplicemente perchè argomento su cui uno dei due avrebbe avuto poco da dire. Nel mio caso ad esempio ho la passione dell’arrampicata, della montagna. Quando ne parlo con persone conosciute via web spesso tendono a considerare la cosa come uno che dice “a me piace il cinema” oppure “ a me piace andare al mare”. Si rischia di essere inutilmente pedanti, o apparire scostanti, quando dici: no meglio che mi spiego, io sono uno che appena può, intendendo ogni weekend, ogni giorno di festa possibile, va ad arrampicare. Sono uno che parla con i suoi amici solo di quello. Sono uno che se rinuncia un giorno lo fa con il magone dentro. Sono come un drogato, capito?

Ma a dirlo non è molto carino. Sembra che tu voglia allontanare le persone. Ma è la vita che scava un solco. E nella vita reale, a me non capita di incontrare persone fuori dall’ambito in cui sono addicted (l’arrampicata) semplicemente perchè frequento solo quello, perchè i miei amici fanno quello, perchè vado in una palestra in cui si fa quello… per cui insomma parliamo di tutto e non solo di quello, ma quello è ciò che abbiamo in comune: la base.

ma su internet si. su internet mi capita di incrociare persone diverse che hanno abitudini diverse, e con loro trovare campi di interesse sovrapponibili su altre aree della vita. Ma lo sono solo qui.

Ammessa e non concessa la possibilità geografica di frequentarsi, mi manca il tempo di farlo, senza la condivisione della mia passione (droga) chiamamola come volete, per l’arrampicata/alpinismo.

 

Da cui la necessità di spostare ogni interazione interessante, in cui appare un’affinità elettiva, immediatamente, nella vita reale. Altrimenti si prendono degli abbagli pazzeschi. Si perde la propria esistenza in estenuanti scambi di parole che alla fine non ti lasciano nulla, perché noi non siamo essere fatti solo di comprensione intellettuale e raziocinante. Siamo fatti di sensi: di sguardi espressioni sorrisi carezze. Veniamo da milioni di anni in cui le relazioni umane sono state questo. E da altri milioni di anni in cui la parola non c’era nemmeno, c’erano solo i segni.

E ora ci troviamo in situazioni in cui sostituiamo tutto ciò, tutta l’esperienza di milioni di anni di evoluzione, trasformata dagli ultimi anni di internet, in relazioni solo ed esclusivamente di parole: pixel su uno schermo. E’ una cosa pazzesca della quale i danni che provocherà lo vedremo solo fra qualche tempo.

Ora ci sono dentro tutti e sottolineo tutti, fino al collo e non se ne rendono conto.

Dopo oltre dieci anni di frequentazioni virtuali, di tutti i generi, uso internet come un telefono. Rapporti veri, reali, gente con cui faccio cose a tre dimensioni tipo scalare, mangiare una pizza, andare al cinema, andare in palestra, camminare in giro, li “incontro” su internet e ci scherzo, mi ci metto d’accordo per la sera.

Altri non li vedo così spesso perchè sono lontani, ma sono comunque reali. Tengo comunque a loro, ma l’intensità dell’interazione è volutamente tenuta bassa, diluita.

Perchè la vita, non è qui.

E’ anche, qui. Così come non si può dire che quando parliamo al telefono non sia “vero” ciò che ci diciamo.

Ma va bene se ne riconosciamo i limiti e li accettiamo come tali. Altrimenti, tutto il resto, è assolutamente malsano, pericoloso, fuorviante, doloroso.

 

 



 
 
May 07

Into the Wild

Ho visto questo film nelle sale, dato che avevo letto il libro "nelle terre estreme" di Jon Krakauer molti anni fa e non mi era piaciuto molto, mi incuriosiva ma ero abbastanza scettico.

Di Krakauer ho letto, oltre a "Nelle terre estreme" anche "Aria sottile" e "Il silenzio del vento". Ho sviluppato una certa antipatia verso di lui al tempo della polemica che attraversò la comunità alpinistica relativamente ad un certo suo modo di vedere la questione relativa a "everest 96" nella quale si trovò coinvolto nel tentativo di salire in vetta con una spedizione commerciale.

Quindi ero mal disposto.

Il libro "Nelle terre estreme" non mi era piaciuto forse perchè la scrittura analitica un po' pedante (ma riporto solo le sensazioni che mi restano dopo 7-8 anni... quindi sono molto parziale) contornava il protagonista di una razionalità nella quale lui risulta necessariamente essere un perdente un po' sciocco.
In un mondo razionale lui è uno che fugge e non gliela fa. Per poco, ma non importa. In un mondo in cui contano i risultati lui perde.
Anche se ricordo che Krakauer difendeva Chris McCandless, ma sul piano della razionalità: era stato solo sfortunato, per poco non gliela aveva fatta.
Questa impostazione di Krakauer mi aveva fuorviato. O meglio: essa metteva in luce un livello di interpretazione che a me interessava poco. Avevo faticato a finire il libro ed esso mi aveva lasciato poco.

Probabilmente non è colpa sua. Bisogna dargli atto di aver avuto interesse per una storia dimenticata. Di aver raccolto dati e aver fatto una bella inchiesta giornalistica sulle tracce di questo ragazzo. Insomma, non tanto di aver avuto fiuto giornalistico, quanto di aver colto dei simboli significativi, in questa storia. Anche se poi non ha saputo metterli in luce.

C'è riuscito Sean Penn nel film. C'è riuscito Ed Vedder con la colonna sonora che accompagna i momenti significativi.

Entrambi hanno colto e portato in evidenza aspetti essenziali che ti permettono di arrivare vicino al cuore delle emozioni, quelle che governano le scelte.
La vita di un uomo, le sue decisioni, la sua fine, non possono essere ridotte in due ore di racconto analitico.  Bravo chi ci riesce con rapide pennellate, come in un quadro impressionionista,  come fa Penn.

Sul libro la sua mi era parsa una fuga. Nel film invece è una scelta conseguente. Un rifiuto.

Il rifiuto è uno dei temi: sottolineato dalla canzone "Society"

 

testo: http://www.pearljamonline.it/intothewild/traduzioni.htm#10


E della rigenerazione:  Chris sta cambiando pelle. Come i serpenti. Infatti cambia il suo nome in Alexander Supertramp.


Ed ha un coraggio, determinazione, caparbietà. Caratteristiche che probabilmente ha preso dal padre, con cui si scontra. Il conflitto familiare emerge, ma resta sull sfondo. D'altro canto, chi non ha, più o meno forte, un conflitto familiare alle spalle? Quello è il substrato, lo sfondo appunto, poi le scelte sono nostre e vengono da mille altre suggestioni.
La vita di un uomo, quello che fa e compie, ha sempre radici nella sua famiglia, nell'infanzia, in quello che ha ricevuto, sofferto. Le voglie di riscatto, di emancipazione, di rivalsa e di affermazione... prendono molti colori, si vestono di idee, ma in fondo in fondo, la materia nuda è quell'essere bambino e le sue Necessità.
Ma questo vale per tutti. E di quello che poi facciamo si guardano le radici solo se le si può guardare da molto vicino.
Altrimenti ci si relaziona - si giudica - con i fatti. Con l'evidenza.


Quello che penso è che conta poco in fondo perchè si facciano certe cose.
Si fanno e basta. Perchè si ha necessità di farle.
E per fortuna che esiste chi ha capacità di farle.
Cambio idea rispetto a quella che mi aveva ispirato il libro.
Alex vuole vivere la sua vita. La vive fino in fondo.
Poteva andargli male o bene, ma la vive. E' conseguente. Non ha paura.
Per fortuna, dico, esistono uomini che decidono di percorrere la propria strada fino in fondo. Non curandosi della ragione.
A volte il peggio che può capitare non è morire.
Ma sopravvivere a se stessi. A volte occorre passare delle strettoie dolorose per rinascere, diversi. A volte si muore nel tentativo.
La felicità non è reale se non è condivisa.
Scrive alex come ultima frase nel suo diario. Alla fine del suo viaggio ritrova gli uomini.
Forse sarebbe stato un Alex diverso, tornando dal suo isolamento.


Dalla sua "prova iniziatica".
Perchè Alex è un cavaliere antico. Ci sono vari "segni" in questo senso:
la castità.
Chi ricerca la Verità non può essere distolto dall'Amore.
Chi guarda dentro di Se non può essere distolto dall'Altro da Se.

Non avvicinarti di più o dovrò andarmene
Certi posti mi attraggono come la gravità
Se mai ci fosse qualcuno per cui restare a casa
Saresti tu...


Non è per caso che i Cavalieri Erranti, i Parsifal dei miti, non possano amare. Pena la perdita dei propri poteri spirituali.


In questa chiave di lettura, quella dei poteri spirituali, l'uccisione dell'alce rappresenta (e credo che Alex l'abbia vissuta come tale) una irreparabile perdita. Fino a quel momento aveva vissuto nella natura. Aveva ucciso per mangiare. Aveva cacciato e raccolto. Non aveva sprecato risorse. Tutto era stato tenuto sotto il controllo di una etica ferrea: Thoreau, Tolstoj, London...
Aveva gettato i soldi, aveva scelto di non possedere nulla.
Non solo perchè le cose che possiedi alla lunga possiedono te; ma, anche, perchè la logica dell'accumulo è una delle basi strutturali della società in cui vive, che lui vuole allontanare da sé.
Al momento dell'incontro con l'alce è la sua natura umana a prendere il sopravvento. Il miraggio dell'accumulo, del possedere, del molto, della sicurezza, delle scorte.
Alla fine avrà distrutto molto per avere molto poco. Non riuscirà a conservare la carne.
Ed è quello che facciamo come uomini sulla terra.
Ed questa la tragedia che sente. Quella di non riuscire a staccarsi dal suo essere umano, nonostante i suoi forzi.
E in una chiave di lettura spirituale in quel momento perde il suo potere. La morte e lo SPRECO dell'alce lo rendono improvvisamente estraneo a quella natura di cui aveva voluto essere parte integrante. Lo rendono nuovamente e ineludibilmente uomo.
E forse è la tragedia dell'alce che uccidendo il guerriero in lui lo priva della forza animale necessaria a sopravvivere. Lo priva dell'istinto.
La sua mente è già oltre il fiume, per tornare da quello che ha lasciato.
la felicità non è reale se non è condivisa.
In questa frase, che lo recupera come uomo, c'è lperò a sua sconfitta come cavaliere/guerriero e la sua fine.


Come sa chi ha avuto la mente a contatto con la nuda pietra... se si è soli, pensare agli altri ti perde.

 

...

Insomma: un bel film. Ne scrivo solo oggi perché ho avuto occasione di riparlarne con diverse persone, ultimamente. E perché avevo postato nei giorni scorsi un paio di pezzi della colonna sonora.

E, comunque, le cose belle, non scadono.

 
Io  
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