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Roberto

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Roberto

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Amo chi si entusiasma per un libro. Chi ascolta la musica. Chi ama vivere nella natura. Chi capisce che certe volte occorre rinunciare. Chi ha coraggio di seguire i propri istinti, chi va a vedere i propri limiti.
Considero valori l'onestà, il saper chiedere scusa, la sincerità, l'indipendenza, il coraggio, la lealtà, la curiosità.

Agnostico, Vegetariano. Penso con la mia testa. Non guardo la TV. Non fumo più da anni.
Non sopporto molto le convenzioni; chi non sa vivere con poco, chi non ama gli animali, chi pensa che fregare gli altri sia un valore, chi si riconosce in quello che ha e misura gli altri con lo stesso metro.
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Laura

September 04

Quando salendo creavi il mondo


(Fosco Maraini – da "Aquilotti del Gran Sasso. Pietracamela 1925-1975" )


Arrivammo ad Assergi in moto, mio cugino Nico ed io. Ma da lì in su la montagna era vera montagna, non com' è oggi - un terrapieno per strade asfaltate, o una specie di gigantesco pilone per gondole di funivie. Soltanto il fatto di salire a piedi, con un pesantissimo sacco sulle spalle, da Assergi alla Portella, al crinale sassoso tra Pizzo Cefalone e Monte Portella, che lunga, lenta, sudata conquista! Quelle ore di fatica ci allontanavano gradualmente dal mondo normale della pianura e della città. Lasciavi la fonte Cerreto tra le querci; poco dopo gli alberi si trasformavano in arbusti, poi sparivano del tutto, mentre la salita si faceva più ripida. Le ossa di pietra della montagna sbucavano dal manto misero e giallastro d'erbe secche. Ti sentivi lentamente accolto in un mondo dalle dimensioni inconsuete ed affascinanti. Le ore? Non contavano più nulla. Questi erano posti da secoli! L'orizzonte si allargava piano piano. In un certo senso, salendo «creavi il mondo» - men¬tre adesso te lo trovi confezionato come un prodotto industriale, uscendo dalla funivia sul terrazzo dell'albergo. Avevi sete? Dopo molta pena un piccolo stillicidio tra i sassi era scoperta e gioia. Avevi fame? Una sosta col sacco appoggiato sopra le pietre era ristoro e distrazione.

Poi, non so, mi sbaglio? Ma esisteva tutto un mondo pastorale vivo e presente che oggi è quasi scomparso. Incontravi greggi, sentivi tintinnio di campane, respiravi odori forti di concimi, e il vento ti portava agli orecchi voci roche e richiami. I pastori - ne incontrammo diversi - sembravano uomini d'un altro tempo, d'un'altra specie. Oggi se ne vedono ancora, ma arrivano su dal paese in macchina o in moto, tengono in tasca la radiolina; non sono più dei superstiti o dei testimoni d'un universo antichissimo e segreto, ma dei rozzi apprendisti d'un mondo nuovo, meccanizzato e purtroppo in gran parte volgare. Certo, può essere che mi sbagli! Ecco perché parlo di «nascita del mito». Forse il mondo di quei tempi non era poi tanto diverso da quello di oggi; io però me lo ricordo diverso.

Se raccontassi ai miei nipoti le giornate del Gran Sasso d'allora, parlerei di pastori baffuti, foschi, sibillini, che portavano vecchie mantelline di lana militari grigioverdi ( guerra '14-18 ) sulle spalle, e prodigiosi gambali di cuoio intorno agli stinchi; uomini misteriosi che apparivano dal nulla all'imbrunire, come re magi; parlavano una lingua quasi incomprensibile; incutevano una vaga inquietudine perché non sorridevano mai. Di là dalla Portella scendemmo su Campo Pericoli e ci dirigemmo al Rifugio Garibaldi, un edificio basso e malconcio, quasi nascosto tra le gobbe del terreno sassoso. Mi sembra ci fosse un solo custode, un uomo anziano, molto simile a quei pastori che avevamo incontrato salendo, e come loro parco di parole. I rifugi d'oggi sono quasi sempre parenti del bar di paese; ma allora un rifugio faceva piuttosto pensare ad un antro, una spelonca, un tugurio di pastori. L'immersione nella montagna era più genuina e totale. Se ne restava più vigorosamente trasformati.

Oggi ci portiamo dietro troppa industria, troppo scatolame, trop¬pe scritte, troppa plastica; la denudazione della vita quotidiana non arriva ad essere completa; certe cose nefaste ci s'attaccano addosso come malattie. Allora al rifugio mangiavamo pane, formaggi, latte, eravamo ospiti delle greggi. Nella cucina di ghisa bruciavano pezzi di vecchio faggio portati lassù a dorso di mulo. Era autunno. Non c'era anima viva in giro - voglio dire turisti, alpinisti. D'alpinisti da quelle parti c'eravamo solo noi.


Restammo al rifugio quasi una settimana e salimmo parecchie cime d'intorno; il Corno Grande, si capisce, poi l'Intermesoli, il Cefalone, il Corno Piccolo. Tornammo due volte al Corno Piccolo. La seconda volta ci sbizzarrimmo su e giu pei vari torrioni. Non so come, ci trovammo su per la parete sud del Torrione Cichetti. Ad un certo punto pareva non fosse possibile proseguire, m'ero incrodato lungo una lastra liscia, quasi verticale, senza un appiglio. Guardando bene scoprii un buchetto curioso, anzi erano due buchetti che si riunivano dietro, tra di loro. Infilai un cordino, che poggiava sulla colonnetta di pietra separan¬te i due vuoti, e me ne feci una staffa. A quei tempi le sigle esoteriche di oggi non erano ancora state inventate; forse oggi si direbbe ANI, «artificial-naturale I», chi sa! Cosi la paretina venne felicemente superata; Nico ed io ci trovammo seduti sulla vetta del Torrione in uno dei pochi momenti di sole, durante quei giorni per lo più cupi e nebbiosi.


Sul Corno Grande e sulle cime vicine, sul Torrione Cambi, sulla Vetta Centrale, avevamo ritrovato la pietra, i colori, la vegetazione stessa delle Dolomiti. Era stata un'impressione inattesa e piacevolissima, come tornare tra vecchi amici! Non so, forse esagero, ma il vero innamorato dei monti ha gioie, talvolta, d'un'autentica sensualità geologica. Come l'amatore di donne gioisce alla scoperta di certi paesaggi carnali {quei peluzzi biondi sulla pelle bruciata dal sole, quell'attacco del collo, quella tal caviglia ...), cosi chi degusta i monti fino in fondo con l'anima, coi sensi, con tutto, prova brividi d'intenso piacere geologico alla vista ed al contatto di certe pietre, di certe rupi.


Dopotutto la roccia cos'è se non carne del mondo, carne cosmica? Personalmente trovo sempre irresistibile il calcare, le sue luci, i suoi colori, il suo tatto, la sorpresa continua del suo modellato capriccioso. Tutto mi piace nel mondo del calcare; le piante che prediligono quel sostrato, la terra rossa che si nasconde nelle buchette, il brillio d'una vena di cristalli minuti. Le Dolomiti, si sa, sono la metropoli del calcare, ma monti di quel sasso corrono dalle Grigne a Trieste ed oltre. E come non ricordare le grandi rupi rosse di calcare intorno a Palermo, Monte Pellegrino, Capo Gallo, Capo Zafferano, Pizzo Lungo, luoghi che pochi conoscono, monti scolpiti a strane rughe, con spaccature dai bor¬di taglienti, dove ci si arrampica seguiti dai profumi di spe¬zie quasi esotiche, dalle salvie, dagli elicrisi, dai rosmarini, dai cavoli selvatici? Certe volte per liberare una cengia si strappano ciuffi d'euforbie.


Il Corno Piccolo era invece del tutto diverso. Ecco una roccia severa, maschia, che si presentava in blocchi smisurati come castelli, o come antichi templi un po' misteriosi, con cupole e duomi arrotondati. La luce radeva la pietra con felice eleganza mettendo in rilievo la sua granulazione quasi preziosa. Era bello questo contrasto tra la superba semplicità delle singole masse petrigne, e la finezza poi dei particolari. Toccavi, carezzavi quella pietra, come avviene pel protogino del Monte Bianco, con un senso vago di riverenza, quasi ti trovassi al cospetto d'un gigante. La dolomite è più femmina, più capricciosa. Questa era una roccia elementare, possente. Non so, mi pareva s'intonasse in modo perfetto cogli orizzonti sconfinati dell' Abruzzo. Più tardi avrei imparato quante somiglianze vi possono essere tra certi panorami abruzzesi e certi prospetti del Tibet.

Campo Imperatore, per esempio, potrebbe benissimo essere Tibet; ricorda la pianura sconfinata di Phari Dzong, a 4200 metri, sulla via tra l'India e Lhasa. Certo le dimensioni. Lo so; ma fondamentalmente ci siamo. Oggi !'incanto è guasto, rotto; Campo Imperatore è percorso dalle macchine che corrono lungo nastri d'asfalto. Ci sono alberghi, rifugi, cantoniere, spacci. Ma in quegli anni lontani non era ancora arrivato il «progresso» e Campo Imperatore bisognava conquistarselo passo passo, con ore ed ore di cammino. Le vere dimensioni del paesaggio ti penetravano in corpo, in cuore, poco alla volta, come un filtro sottile che esercita la sua malia dopo molto tempo.

Lasciato il Rifugio Garibaldi, che allora era l'unica base d'appoggio, Nico ed io volevamo fare una puntata al Prena ed al Camicia. Il cielo era basso, cupo; c'era poca speranza. Campo Imperatore era infinito; un oceano di pascoli lambiti dalla nebbia portata dal vento. Quando arrivammo verso Vado Di Corno cominciò a piovere. Ci rifugiammo sotto una roccia ed aspettammo. Passò molto tempo. Si fece tardi. Dovemmo rinunciare. Mentre tornavamo verso la sella di Monte Aquila, le nubi d'un tratto si aprirono. Per alcuni istanti apparve, incredibilmente alto nel cielo, il Corno Grande vagamente sfiorato dagli ultimi raggi di sole. Sono cose che non si dimenticano, parte d'una leggenda segreta del cuore.



da Cai-Tci Grazzini-Abate 37b) Via Maraini
Fosco Maraini e Nico Arnaldi, 19 settembre 1933. Arrampicata bella e su ottima roccia.
L'attacco è in corrispondenza della Forcella fra il Torrione Aquila e la Torre Cicchetti e può essere raggiunto per la via Chiaraviglio-Berthelet o percorrendo in senso inverso la cengia del pendolo dalla via ferrata Danesi.
Guadagnare su parete (3 metri) un'esile cengetta, prendere a sinistra il filo dello spigolo (IV) uscendo poi a sinistra su una cengia (25 m)
Proseguire superando una paretina e su placche appoggiate raggiungere la vetta.




August 31

elogio della pigrizia

Stavo facendo mentalmente un bilancio di questo periodo di vacanze e sono contento di come sono state.
Se cerco un tratto distintivo in esse direi che sono state all'insegna della pigrizia.
Una pigrizia consapevole, che mi ricaricava fra un viaggio e l'altro; fra arrampicate e camminate; belle serate con amici.
Una pigrizia a cui mi sono abbandonato, un dolce far niente, un dormire, leggere, dormire, ascoltare musica, senza rimpianti e senza soprattutto rimpiangere di star sprecando il tempo.
 
Forse qualcuno in questo atteggiamento mentale non vedrà niente di strano. Ma per me ha il dolce sapore della conquista. Erano anni che non riuscivo ad accettare di passare delle giornate in casa, semplicemente senza far nulla.
 
Invece in questo periodo ho accettato che non fosse necessario partire per posti lontani, come se le mie zone mi bruciassero; e che non fosse necessario stare tanto lontano da casa, come se la mia casa mi soffocasse; che non fosse necessario fare cose che normalmente non riesco a fare, come se tutto quello che faccio normalmente non mi piacesse.
Alla fine ho fatto quello che faccio sempre, ovviamente in vacanza, quindi con molta più tranquillità e rilassatezza.
La sensazione di un tempo liquido e cremoso, scorrevole come un fluido denso, ricco di elementi nutritivi.
La sensazione di stare bene dove stavo, perchè non avrei voluto essere altrove.
Qualunque fosse il posto in cui stavo era quello che avevo scelto io.
 
Questa riflessione mi ha fatto venire in mente che forse il correre sempre oltre il presente, essere sempre proiettati nel fare quasi compulsivamente qualcosa non è altro che una fuga da se stessi. Un proiettare il proprio corpo oltre la propria anima, in modo che questa sia costretta a raggiungerlo, in uno spostarsi ad elastico, in cui si corre avanti, si pensa ad arrivare, a sistemarsi, e quando si è lì si pensa già ad essere altrove.
Inquietudine è la parola. Ma star male con se stessi è il concetto.
 
Ecco, forse in questa pigra estate in cui non mi sono mai annoiato, anche stando solo a casa a leggere, scrivere, o dormire. O cercando gli amici per scalare, ma anche dividendo con loro una camminata, una mangiata di lamponi, un week end in tenda in una falesietta più chiacchierando che scalando... ecco forse, posso dire di aver ritrovato qualcosa che avevo perso.
 
La mia anima e il mio corpo si sono ricongiunte scoprendo di stare bene insieme.
Certi dolori restano, ma si possono sopportare. Insieme ai tanti altri di una vita segnata da cicatrici profonde.
L'importante è essersi fermati. Aver smesso di fuggire.
 
Riparto da me. Settembre, arrivo.
 
 
August 27

per ridere

Dopo il triste post di ieri, per farlo passare in secondo piano, sono andato a ripescare nel forum in cui scrivo un post che feci tempo fa. Un racconto di una notte particolare: "la notte in cui il palazzo si allagò".
E' tutto assolutamente vero. Solo i nomi sono stati modificati leggermente per ovvi motivi di privacy.
::::::::::

Lo faccio perchè la memoria di certi avvenimenti non vada dispersa, come lacrime nella pioggia.

LA NOTTE IN CUI IL PALAZZO SI ALLAGO'


Da piccolo vivevo con la famiglia in una palazzina di 4 piani + terrazza. Nella terrazza c'era lo stenditoio, un locale fontane, dove andavano a lavare e un locale cassoni, dove ogni appartamente aveva un cassone ovviamente di eternit con la sua acqua.

Ad evitare manomissioni fraudolente per appropriarsi dell'acqua altrui il locale cassoni era chiuso a chiave. La chiave l'aveva l'amministratore.

Fatta questa doverosa premessa, passo a descrivere gli attori principali della notte in cui il palazzo si allagò in ordine di contiguità al nostro appartamento.

Il vicino prossimo era tale Poccero. Autista dell'atac era un omone alto e grosso dalle maniere decise. Sotto c'era Cuccillo, che per la somiglianza all'attore Carlo Dapporto e per il modo di parlare, era soprannominato Agostino. La maggior parte di voi non lo ricorderà, ma Agostino era un campagnolo che parlava con una esse sputacchiante, tarchiato, con i baffi e abbastanza tignoso. Praticamente il ritratto di Cuccillo.

Altra caratteristica di Cuccillo era andare a letto presto e venire a protestare spesso perchè io facevo casino con la chitarra elettrica.
Tipica frase d'esordio, in pigiama, sulla porta di casa era: "che vi credi che ci stanno i bestie di sotto?"

Poi c'erano altri baldi giovani, nel palazzo.
Quella notte era presente anche il fratello di Mancoccia, invitato a cena.

Verso le 22 circa sentiamo suonare alla porta.
Vado ad aprire e mi trovo davanti Agostino nel classico pigiama, con il volto solitamente stralunato.

Penso che stavolta non stavo facendo mica casino e inizio però tanto per riflesso condizionato a scusarmi.

Lui mi interrompe e mi dice:
"C'è un fatto grave! Dormivo e mi piove sul letto"

Come sarebbe?
La sua camera da letto era sotto il nostro salotto.

Apro la porta e vedo un fiotto d'acqua che esce più o meno dal buco dei fili del lampadario.

Non l'avevamo vista né sentita, fino a quel momento perchè avevamo la moquette e quella assorbiva tutto.

L'acqua in pratica entrava nei "tavelloni" dei soffitti e usciva dove trovava.

In più veniva a cascatella per le scale.

ALLARME GENERALE NEL PALAZZO.

Escono fuori tutti e Poccero (l'omone) prende in mano la situazione.

Si risale la catena degli allagati, appartamento per appartamento per individuare la perdita, e si scopre che l'acqua esce dal locale cassoni (chiuso).

Com'è come non è. L'amministratore non si trova. Quindi nemmeno le chiavi.
Poccero dice: l'apriamo noi. E inizia a menare calci alla porta, che era di ferro con una grata fittamente intrecciata.

La porta sembrava non avere la minima intenzione di cedere. Indifferente agli sforzi e alle contumelie.

L'acqua continuava a scendere.

Nel frattempo il palazzo si era animato dei commenti delle donne, delle madri delle donne, dei ragazzini che non volevano andare a letto, di quelli che davano consigli di ogni genere.

Uomo molto deciso doveva essere il fratello di Mancoccia. O forse aveva bevuto, non so.

Fatto è che esce con piglio determinato, scivola malamente per le scale bagnate e si fa male.

Si rompe una gamba o qualcosa del genere. Chiamano l'ambulanza per il fratello di Mancoccia che così giaceva fra il II e il III piano nell'acqua. Aspettando.

Nel frattempo Poccero e i suoi accoliti, fra cui credo di ricordare mio padre, poco convinto, dai e dai aveva provocato un cedimento nella struttura della porta.

Poccero prende la rincorsa: <<via tutti, ci penso io>>  mena un calcio risolutore e il piede entra nella grata metalliza che però si richiude come una tagliola sulla caviglia del malcapitato.

Dolore e bestemmie di Poccero che non riesce più a tirare fuori il piede.
E' costretto a sedersi davanti alla porta, con il sedere nell'acqua, e il piede incastrato a mezza altezza. Bloccando peraltro in questo modo ogni tipo d'intervento sulla porta.

A questo punto qualcuno, lungimirante, pensa di chiamare i pompieri.

Nel frattempo, nella confusione generale, si deve sapere, che alcuni giorni addietro si era rotto il vetro del portone, non so bene come ma mi pare di ricordare che era stato il figlio (mio coetaneo) di Bertullà.

Tale portone quindi era rimasto senza vetro per un pò.
In tale periodo tutti passavano attraverso la porta senza aprirla, dato che non c'era vetro.

Il vetro, ahimè era stato rimesso quel giorno.

Col figlio di Bertullà, eravamo cresciuti a chi saltava più gradini dell'ultima (a scendere) rampa di scale. Non ricordo se eravamo arrivati a 10 (il massimo) ma certo eravamo vicini. Nell'eccitazione del momento, correndo giù non so per quale motivo,  spiccò un salto di 7-8 gradini e con un successivo balzo passò attraverso la porta chiusa, purtroppo con il vetro appena rimesso.

Qui si consumò la tragedia personale di Bertullà padre e figlio. Con il primo che, all'idea di dover pagare per la seconda volta in due giorni il vetro del portone,  manifestava tutte le intenzioni di ammazzare il secondo e gli astanti che cercavano, pur distratti dai loro problemi privati, di toglierlelo dalle mani.

Quando arrivarono i pompieri (prima dell'ambulanza) trovarono una situazione da guerra civile.

Il cristallo in mille pezzi e l'acqua che usciva a torrente.
Bertullà che inseguiva il figlio per i garage asserendo convinto che lo avrebbe tolto dal mondo e un paio di persone che inseguivano Bertullà cercando di calmarlo.

Un uomo che si lamentava fra il II e il III piano accudito dai famigliari
Decine di persone che dicevano la loro.

Alla fine capirono che il problema era sopra.
Liberarono Poccero con una tronchese e chiusero il rubinetto centrale dell'acqua.

Nel frattempo arrivarono anche i carabinieri, invitati o attirati dal trambusto.
E l'ambulanza.

I carabinieri stavano minacciarono di arrestare Bertullà. Che lasciò perdere il figlio (ma poi gliele diede dopo).

La confusione era al massimo. Indescrivibile.
Nei giorni successivi mille piccole tragedie personali vennero raccontate, intrecciandosi al tessuto saliente dei fatti... grosso modo quelli di cui sopra.

Un cane era scomparso.
Riapparve una settimana dopo.

Un furto sembra fosse stato consumato. Ma la vecchietta che lo lamentava non venne presa in considerazione in quanto nota ipocondriaca.
Vari milioni di danni anche ai negozi sottostanti.
Non so come è andata a finire, ero un tredicenne e di queste cose me ne fregai.

Però me lo ricordo bene.
Ancora rido, al pensiero di Poccero col piede incastrato e el figlio di Bertullà che passa attraverso il vetro.




August 26

ho sognato che scrivevo questa cosa

Ecco. Ho rinunciato. Hai colto il segno? Quello della resa e del volgersi. Quello che recide. Ulteriormente.
Non sono venuto da te. Nei luoghi del nostro amore. Del mio amore.
Non sono venuto a guardare la tua casa di notte. A sfiorare con lo sguardo la tua macchina parcheggiata.
Col cuore in gola all'idea che tu improvvisamente uscissi o ti affacciassi alla finestra. Tremando all'idea di incontrare il tuo sguardo, dal buio del mio nascondiglio, pronto a voltarmi, ingobbirmi, perché tu non potessi riconoscermi.
Non sono venuto sulla montagna sopra di te, a sedermi al freddo del vento, sudato. Abbracciando le mie gambe nude, la testa fra le ginocchia a pensarti: eccomi sono qui, mi senti? ti sto chiamando, ci pensi a me? esisto io, per te?
Non sono passato e ripassato davanti al tuo lavoro, sentendomi mancare il fiato solo perchè eri così vicino a me. Proprio tu. Il tuo corpo, la tua voce, le tue movenze, le tue spalle da uomo, i tuoi occhi da elfo.

Quando sono morte le parole fra me e te è rimasto il ricordo. E' una cosa mia. Non ti riguarda. Parlo a te come sei nella mia mente e non a te come sei oggi. Parlo al ricordo.
Non c'è stato un solo giorno in questi anni che io non abbia pensato a te. A quello che facevi, a dove eri, a cosa pensavi, a cosa provavi. Non c'è stata una cosa che ho visto che non abbia pensato se ti sarebbe piaciuta, e cosa avresti detto, o cosa avresti fatto. Non c'è stata una sensazione che ho provato che non ti abbia raccontato, nella mia mente. Immaginando i tuoi commenti.
Non c'è stata emozione che non abbia misurato le emozioni che ho provato per te.

Ma ho accettatto la sospensione perpetua. va bene?
E' una contraddizione, dire "sospensione perpetua"? Forse. Ma è il solo concetto che possa esprimere quello che sento.
Che quel legame con te, per me, non è finito e, lo so, non finirà mai. Ma che non uscirà mai più da me. Resterà chiuso. Soffocato. Nascosto. Stretto. Cucito. Emanerà un che di triste, leggibile nei miei occhi, per chi li guarderà cercando di scoprire in essi chi sono e perchè i miei sorrisi appaiono e scompaiono tagliati nettamente, quasi mi vergognassi di essi e li nascondessi. Ma questo sarà tutto e tu non saprai nulla. Mai più.
Ecco. Ho messo una pietra pesante a imprigionare qualcosa che è ancora vivo e lo resterà. Ma nascosto.
Un amore all'ergastolo, si potrebbe dire. Senza permessi premio, senza sconti di pena.
Te lo dovevo. Dovevo tenerlo imprigionato. Dovevo far si che i suoi lamenti improvvisi, le sue rabbie voraci, la sua inquietudine scomparissero. E anche perché non divorasse se stesso, facendomi impazzire.
E' così e basta, ho detto. Non c'è risposta e non c'è possibilità di capire.
Non si può spiegare tutto.
Ti va bene così?
Hai capito? O pensi che semplicemente mi sia dimenticato di te?
Non lo so. Non importa. Le mie domande su di te sono chiuse in un cassetto, con le lettere che ti ho scritto, il male che ci siamo fatti, le parole come acido sull'anima che affiorava palpitante a cauterizzarla.
C'è un lucchetto e una catena, intorno a questo cassetto e ancora intorno una porta chiusa e poi un muro e poi terra a ricoprire tutto. Ci sono migliaia di passi che hanno calpestato quella terra in modo che non si vedesse nulla.
C'è che non cresce niente, da quella terra. C'è che sono irraggiungibile. C'è che affido i miei pensieri ai bit di un blog ma non agli occhi pure attenti di persone a cui rendo invece i miei silenzi. Il mio vuoto.
Ed è questo il prezzo che pago per aver incatenato quell'amore. Sono divenuto il suo guardiano.
Quel muro è intorno e insieme dentro di me. Non posso allontanarmi da esso. Sono una specie di tenente Drogo nella fortezza.
Te, o un'altra te, se esiste. O niente.



August 25

bilal

Ho letto in questi giorni "Bilal" di Fabrizio Gatti
"il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi"

Fabrizio Gatti è un giornalista. Va a Dakar, in Senegal, e segue il percorso che seguono gli uomini che sognano l'europa.
E cerca di capire perchè.

Fino al mediterraneo.

Quindi va a lampedusa. Brucia la carta d'identità e si fa ripescare come clandestino. E vive il centro d'accoglienza.


Poi va nelle campagne pugliesi. E si fa assumere come bracciante a raccogliere i pomodori.




E' un libro bellissimo. Perchè Gatti oltre ad essere uno di quelli che con quello che fa nobilita al massimo grado il mestiere di Giornalista, sa anche scrivere.
Ti presenta un mondo terribile.
Un mondo che sembra uscito pari pari, ai nostri occhi occidentali, da un libro di fantascienza.
Perchè quello che descrive potrebbe essere ambientato in un pianeta da incubo. E invece è qui. Ora.

E quelli che incontriamo per le strade, nei ristoranti che vogliono venderci un pupazzo o un fiore, sono gli eroi che questo incubo hanno attraversato.

Leggetelo.
Forse li guarderete con occhi diversi.

Vi sorprenderà. Vi farà incazzare. Vi rattristerà. Vi farà sentire inutili.
Vi farà schifo il genere umano. Vi farà pena il genere umano.

Ma è un libro bello da leggere.

E' realtà. Ma superiore a qualsiasi romanzo.
Mi ha ricordato Conrad.
Non per il modo di scrivere, ma per il ritratto impietoso della miseria umana. Dei sogni e dei desideri degli uomini. Della loro forza e della immensa fiducia. Della morte possibile e della sofferenza certa. Della ingiustizia. Della sopraffazione.

Migliaia di uomini muoiono in questo viaggio.
Forse la storia un giorno li ricorderà. Forse un giorno tireranno su un monumento, a questi uomini. Per ora sono solo oggetto di una legge infame e della demagogia di politici insulsi quanto sporchi moralmente.

Leggetelo.
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Updated 6/30/2008
Updated 8/5/2008
Updated 9/1/2008
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Benvenuti. E' gradito ogni commento, preferibilmente in forma testuale, per non appesantire la pagina. Grazie.
  • September 02 7:53 PM
    ciao bello ....me sto a preparà vedi che cowgirl.....un bacione

  • September 01 8:46 AM
    weeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeebello robbi sei un grande smackkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkk dalla tua centocelle byby
  • August 23 11:24 PM
    Sono tornata!! Preparati ai miei soliti commenti da rompiballe!! :-)
  • August 19 5:55 PM
    Mbe ....??
    nun te starai a divertì troppo?
    e poi te se ammucchia la robba
    da lavà e come casalingo nun te ce vedo!!!
    torna a casa Robbi !!!
     
  • August 09 4:06 PM
    A bello!!!! Ciao come stai? spero bene bene bene
    Prometto che se vengo dalle tue parti ti avverto...bacissimi.
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