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日志


10月31日

autunno

 

E' arrivato l'autunno e quest'anno non lo volevo. Mi piaceva che continuasse a fare caldo. Ancora.
Volevo continuare a scalare in maglietta, a sentire il sole sulla pelle. Pure a uscire la sera quando mi andava.
Invece c'è acqua ovunque. Sottopassaggi allagati, traffico, fango.
Sembrava che aspettasse il ritorno dell'ora solare, il buio alle cinque, per scatenare la pioggia torrenziale: l'autunno.
Ed è arrivato senza troppi colori sugli alberi, senza serenità, senza voglia di sentire gli odori dei funghi, delle castagne, preoccupati da un mondo che sembra sull'orlo del baratro, da un paese che sembra impazzito, senza più dignità né vergogna.
 
E viene voglia di chiudersi in casa, mente fuori piove, ascoltando le gocce diventare torrente che scivola per la grondaia, la notte, nel silenzio. E mi viene da pensare che se l'estate è la stagione per stare soli, l'autunno è quella che ti spinge a raccoglierti vicino a qualcuno. Una specie di cicala e la formica degli affetti. Quello che hai sperperato l'estate non te lo ritrovi ora, mentre alla luce di una lampada ascolti musica e leggi un libro, sdraiato su un divano in una casa troppo vuota per restarci, per non dormire, per non cercare qualcosa da fare, anche se piove.
 
Domani allora vado a scalare, anche se le previsioni danno pioggia, anche se devo tornare a roma presto, perché a casa non ci voglio stare. E penso che non riesco nemmeno più a fuggire da me stesso.
 
Ricordo un autunno di molti anni fa, con la pioggia che cadeva. Scrivevo: piove, il mondo, quel poco che riesco a vedere attorno a me, è tutto bagnato, è bagnato da giorni. Vorrei che la pioggia mi sciogliesse e mi portasse via, dove va la pioggia quando il mondo si asciuga.
Me la ricordo questa frase. Me la ricordo scritta fittamente, in un bloc notes a quadretti grande, minuta di una lettera che si scriveva a mano e si spediva, in una busta affrancata. E si attendeva per giorni una risposta.
E mi ricordo la persona a cui scrivevo. Il mio amore di allora.
Dove vanno a finire gli amori quando finiscono?
Quando finiscono veramente intendo. Quando il ricordo non suscita altro che fredda indifferenza.
Eppure mi ricordo che l'amavo. Che fui felice da volare e che soffrivo da piangerne, per lei.
E ora...
L'ho rivista alcuni giorni fa. casualmente. Dopo anni. Mentre lei parlava pensavo al suo volto da ragazza e guardavo i segni del tempo sul suo viso, i suoi occhi con un velo di mestizia laddove, non so... cosa ci fosse, ma c'era altro. Una piega della bocca, un po' amara.
E la sua vita non è stata triste, non è stata drammatica. Ma dove sono finiti i tuoi sogni, mio amore di un tempo?
Dove li hai persi? nei matrimoni finiti, nei figli che non hai avuto, nei mille amori che sono passati nella tua esistenza come fiori di campo.
E tu mi dici che io sono stato una delle persone importanti della tua vita.
E io mi chiedo se posso dire lo stesso di te.
Ed è un si sincero, quello che dico, ma è razionale. Perché io so che tu lo sei stata, ma so che poi hai cessato di esserlo. E so che il ricordo di te dorme in strati troppo profondi per suscitare emozione.
E ora rivederti è come se fossi un'altra persona.
 
Mi chiedo, mentre me ne vado, come lei avrà visto me. Se ha pensato le stesse cose che ho pensato io. Se ha visto la stessa sconfitta nei miei occhi che io ho visto nei suoi. Senza accorgermene sposto lo specchietto retrovisore e mi guardo.
I miei occhi.
C'è ancora a volte la luce che conosco. Ma più spesso c'è stanchezza. Noia. Tristezza.
E' come un velo che cala senza che io me ne renda conto.
 
Mi mette tristezza pensare che gli amori finiscano nel nulla.
Anche quelli che pensavi fossero per sempre.
E' solo quindi questione di tempo. Ci può essere una fase in cui quello che per me è ancora un ricordo che cullo con dolcezza, per lei può essere un volto fra i tanti o un fastidio e niente altro. Poi, per entrambi, viene l'oblio. Il disinteresse anche del ricordo.
 
Maledetto autunno. Questo autunno.
 
 
 
 
 
 

10月28日

Ritratto con natura morta




Questo quadro si chiama "Ritratto con natura morta". E' stato dipinto da David Bailly (1584-1657) di Leida.
La natura morta è una vanitas, una raffigurazione della caducità.
La diagonale che parte dalla testa di Bailly termina all'altezza del cranio, con le orbite vuote puntate sul foglio di carta all'estremità del tavolo sui cui si legge il testo: "Vanitas vanitum, et omnia vanitas".
Tra la testa e il teschio la diagonale taglia una candela appena spenta che produce ancora una voluta di fumo. Sopra il tavolo fluttuao bolle di sapone, vita bulla, la vita è una bolla di sapone. Il cranio si trova fra oggettiche sottolineano il carattere effimero della vita. Il boccale si è rovesciato, la pipa spenta, i petali di rosa sono appassiti e spezzati, le monete e i gioielli sparpagliati sul tavolo.
Nella clessidra appena visibile dietro il libro il tempo è quasi scaduto.

Sopra la tavolozza sul muro è appeso un disegno di un suonatore di liuto, da Frans Hals. Proprio davanti al pittore si vede l'estremità di un flauto dolce. Di tutte le arti la musica è la più effimera, d'altronde nel diciassettesimo secolo non era ancora possibile conservarla in qualche modo. La prima memoria artificiale per il suono, il fonografo, fu inventata solamente nel 1877.

Un dettaglio intrigante è stato portato alla luce da riprese ai raggi x. In un abbozzo precedente, a quanto risulta, Bailly indicava con il suo bastoncino da pittore un volto femminile al centro del tavolo. Il bastoncino, in un secondo tempo, finì sul tavolo, ma il volto femminile rimase quanto mai vago, quasi un'apparizione, dietro il flute.
per lo spettatore si tratta di un vero e proprio enigma. Chi era la donna? Perché all'inizio il suo ruolo era così rilevante? Che cosa spinse Bailly a farla sparire? E, soprattutto, perchè la fece sparire dietro strati che lasciavano ancora intravedere i suoi lineamenti?

Il volto di Bailly ha un'espressione alquanto testarda. Qui dimostra intorno ai trentanni. E' un uomo in ascesa. Ma all'espressione soddisfatta si aggiunge un'aria seria, rafforzata ulteriormente dal piccolo ritratto di vecchio che sorregge. Bailly sembra voler dire di rendersi conto che un giorno sarà un vecchio: mostra allo spettatore, alla lettera, la vecchiaia.

Il Ritratto con natura morta dipinge la lezione che dobbiamo vivere tenendo conto di quell'ultimo sguardo retrospettivo. Come ripenseremo, giunti alla fine, ai velori che hanno determinato la nostra vita? Che cosa ce ne verrà allora dalla ricchezza, dala bellezza dell'arte, dall'erudizione dei libri e da tutte le altre cose che abbiamo perseguito?
Come raffigurazione delle nostre prospettive il Ritratto con natura morta deve essere letto da sinistra verso destra, dalla gioventù alla vecchiaia. Proprio come le frecce, anche il dipinto indica la destra.

Ma il Ritratto con natura morta è, oltre a questo dipinto, anche un altro quadro. E per vedere l'altro dipinto dobbiamo sapere due cose. Primo: sullo stesso foglio di carta che contiene il testo "vanitas" si legge: "David bailly pinxit Ao 1651". Secondo: nel 1651 Bailly aveva sessantasette anni.

I due dettagli che modificano le carte in tavola. Il vero autoritratto, se così possiamo definirlo, non è il giovane uomo con il suo bastoncino da pittore, bensì il vegliardo  nella cornice ovale. bailly si è dipinto come l'uomo che era circa  quarant'anni prima.  Nell'autoritratto, non vediamo un giovane che si immagina il proprio futuro, ma un vecchio che ricorda  la propria gioventù.


Nel Ritratto con natura morta adesso, con uno scatto quasi percettibile, possiamo spostare la prospettiva temporale. Nel capovolgimento il dipinto non si muve avanti, ma all'indietro, da destra a sinistra, un movimento in senso antiorario. I due ritratti di Bailly formano insieme una gestalt non nello spazio ma nel tempo: possiamo vedervi entrambe le rappresentazioni ma non contemporanenamente.

Stranamente il messaggio, pur nel capovolgimento, rimane invariato perché entrambe le cose, il ricordo della gioventù e la prospettiva della vecchiaia, rimandano allo scorrere del tempo.
E' questo che ha voluto esprimere Bailly con questo dipinto?
Malinconia per una gioventù ricordata con amore ma che è svanita?
Una vita ben spesa in cui è stata accumulata tanta abilità da poter essere dipinta?
O, al contrario, l'inutilità, in ultima analisi, di ogni sforzo?
Voleva lasciarci un monumento pittorico, un omaggio all'arte che sconfigge la caducità?
Bailly non ci ha lasciato altre notizie eccetto questo dipinto silenzioso. Non si può più risalire alle sue motivazioni.

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Tratto da "Perché la vita accelera con l'età" Douwe Draaisma.
Mi è piaciuto e ho pensato di condividerlo.
10月27日

pre-morte

Avrete sentito parlare, o vi sarà capitato, in caso di incidente, di qualcuno che ha provato (o provato voi stessi) una di queste sensazioni.

- accelerazione del pensiero
- sguardo retrospettivo (memoria panoramica: la famosa descrizione della vita che passa davanti agli occhi)
- sensazione di pace, comunque di derealizzazione (cioè: non sembra vero che stia capitando proprio a voi)

E' un meccanismo piuttosto comune, spesso raccontato.
nei film viene fatto vedere con le classiche immagini a rallentatore, magari in bianco nero, voci stonate...

Vi è mai capitato?


Lo psichiatra Russell Noyes e lo psicologo Roy Kletti hanno intervistato 205 persone che erano state in pericolo di vita, suddividendo le cause: una caduta (57), un incidente automobilistico (54), annegamento (48 ), malattia grave (27) incidenti vari (29).
Sessanta persone hanno riferito di aver vissuto un'esperienza di memoria panoramica.

Un pre-annegamento forniva la maggior parte dei casi di memoria panoramica, (43%) seguito dagli incidenti automobilistici (33%) e all'ultimo posto una caduta improvvisa (9%).

Le relazioni evidenziavano costanti ma anche delle differenze. Per tutti la memoria panoramica era una esperienza prevalentemente visiva.
Le immagini erano chiare e dettagliate.

In caso di incidente che mette presumibilmente in pericolo la vita si riscontrano spesso: accelerazione del pensiero, sguardo retrospettivo, intensa sensazione di pace.

Al momento non si sente dolore. L'unico senso che sembra ancora in funzione è l'udito. Quasi tutti ricordano i rumori. I tonfi degli urti.



La teoria di gran lunga più articolata riguardo la memoria panoramica prende le mosse da tre linee di ricerca: la biochimica del cervello, l'epilessia, e l'attività dell'ippocampo.

Nei primi due-tre secondi di spavento e di sgomento si libera una grand equantità di adrenalina. Il cervello diventa estremamente attivo. Pensieri e reazioni seguono così rapidamente che il tempo sembra allargarsi. Quindi lo stress, il dolore, la carenza di ossigeno, o una qualsiasi altra condizione di pericolo di vita, porta alla produzione di endorfine, che attenuano il dolore, intorpidiscono i sensi e fanno seguire uno stato d'animo calmo al tumulto delle istintive reazioni di paura.
Ma lo stesso effetto anestitizzante inibisce parti del cervello che regolano il ricordo e la concezione del tempo. L'attività spontanea dei neuroni dell'ippocampo, nell'amigdala e in altre parti del lobo temporale proietta nella coscienza una serie di immagini estratte in tutta fretta e montate in maniera disordinata.
Le scene angoscianti non vengono mostrate, o, per meglio dire, nella sua condizione di annebbiamento rilassato o di immediata euforia lo spettatore vede ogni cosa in una luce serena e benefica. Con queste immagini davanti gli occhi alla fine perde conoscenza o torna a sentire dolore.



A chi è capitato di perdere conoscenza si può dire che abbia fatto pienamente una prova di morte.
Infatti che differenza c'è fra il risvegliarsi dopo pochi minuti o anche giorni, e non risvegliarsi più?


A me è capitato di provare la sensazione del tempo dilatato.
Il mio pensiero andava così veloce che solo a raccontare quello che mi è passato per la mente ci metterei diverse volte il tempo effettivo in cui il fatto è avvenuto.
Mi è capitato in un incidente di macchina e in montagna. Ricordo distintamente ogni singolo istante, ogni pensiero, ogni singolo colpo ricevuto, anche se l'incidente è avvenuto più di 30 anni fa.
Il corpo sembra che non ti appartenga. Senti i colpi ma non provi dolore.
Fai valutazioni su cosa sta succedendo. E' come se parallelamente seguissi più flussi di pensiero.
Con uno mi sorprendevo pensando a cosa fosse avvenuto e se stava accadendo proprio a me. Cioè: se era vero.
Con un altro valutavo la mia situazione nello spazio. Quando questa estate sono caduto in montagna ero cosciente istante per istante del punto preciso in cui me trovavo, al punto da avere piena consapevolezza del fatto che una protezione avesse ceduto e il volo stesse prolungandosi oltre il dovuto. Avevo percezione della distanza che coprivo in volo, del punto in cui ero.
Con un altro valutavo le conseguenze, la possibilità di essere in pericolo di vita; se si la sensazione di dispiacere che si affacciava all'idea del pensiero di mia figlia; se no, le conseguenze di ferite, come scendere, come avrebbe potuto arrivare un elicottero.
Visualizzavo l'elicottero e valutavo se avrebbe potuto prendermi senza atterare.

Il colpo, il rotolare, i colpi, il fermarsi. Il tutto in poco più di un secondo.

Qualcuno ha da raccontare ?



(i corsivi sono tratti dal libro "perchè la vita accelera con l'età" di Douwe Draaisma)

10月25日

Alla vita


La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
Come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
Ma sul serio a tal punto
Che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio,
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita sulla bilancia peserà di più.

(nazim ikmet - alla vita)




10月23日

l'antipolitica

Partendo da questo articolo di Paolo Barnard
http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=42
Di cui riporto alcuni brani per me significativi, ma che invito a leggere per intero...

In Italia c’è una congiura accidentale fra la politica e l’antipolitica che ha come risultato il medesimo punto d’arrivo: impedire ai cittadini di agire sui problemi più gravi che li affliggono. In questo senso, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Bruno Vespa e soci vanno a braccetto con Beppe Grillo, Marco Travaglio, Piero Ricca e compagni [...]
ovvero dei leader dell’antipolitica. Essi hanno lavorato e lavorano ormai da anni per contagiare i cittadini attivi con una febbre, con una sorta di frenesia incontrollabile, un’ossessione esponenziale che riguarda Silvio Berlusconi e ogni suo trascorso, ogni suo collaboratore, contatto, conoscenza, ogni sua mossa, processo, lite, decisione, idea, parola, battuta, tic, smorfia, tutto. Decine di migliaia fra dibattiti, libri, blog, articoli, documentari, film, serate, comunicati, volantini, manifestazioni, discussioni, notti insonni, grida e furie rincorrono ossessionati il Cavaliere e i suoi, ogni giorno, da anni, moltiplicato per centinaia di migliaia di italiani in un chiasso che fa uscire di senno.
[...]
 
Invece, i fondamentali problemi che ci stanno sequestrando la vita sono altri, e soprattutto esistono da ben prima del berlusconismo politico. Non sono le leggi ad personam, le ruberie delle Caste, o gli inciuci degli amministratori. Quella roba è patrimonio comune di quasi tutti i regimi politici, e anzi, in Paesi da noi considerati più civili si scoprono, a voler scavare, fenomeni molto più aberranti di qualsiasi cosa il Cavaliere o i d’alemiani abbiano mai fatto da noi.
Le donne italiane. Sono passate nella Storia dall’essere considerate 3/5 umane - dunque animali da soma liberamente stuprabili dal padre o bruciabili in piazza - alla modernità del manageriato, dello spinning, dell'università o del parto indolore senza acquisire la cosa più preziosa: una soglia di dignità invalicabile. L’immagine e il corpo della donna in Italia sono abusati come in pochi altri casi sull’intero pianeta. Ma come siete arrivate a permetterlo? Come permettete che milioni di vostre figlie crescano in un Paese che vi umilia con una sistematicità giunta al grottesco?

[...]
E poi c’è il tempo. Ce lo siamo rubato, l’abbiamo reso inconcepibile, ormai insperabile e neppure più sognato. Non abbiamo più tempo, neanche per salvarci la vita. Abbiamo acconsentito a uno stile di vita che porta in sé un paradosso assurdo: l’esplosione della tecnologia che ha ridotto enormemente i carichi di lavoro in ogni campo (immaginate oggi un’archiviazione di un ministero senza computers, la trebbiatura a mano di 100 ettari), ma che non ha liberato alcun tempo per noi, anzi.
[...]
 
Ce ne sono altri, come la scuola, dove non è assolutamente una questione di Moratti o Gelmini, ma di obbrobrio strutturale dell’istituzione stessa. La scuola è sempre stata, e rimane, una macchina il cui compito primario è distruggere l’autostima della persona entro l’età di 8 anni,[...]
 
E poi l’autostima.[...]
Milioni di persone così, soprattutto giovani, con un problema asfissiante, o meglio, una domanda asfissiante: "Chi sono io? Sono qualcuno io? Cioè, come mi colloco nella scala dei valori in cui sono nato/a? Perché quella scala, che mi martellano nella testa da quando sono venuto/a al mondo mi dice una e solo una cosa: io non sono nessuno. Nel trionfo smisurato della Cultura della Visibilità (leggi Vip) che oggi tutto pervade (anche l'antisistema), io non ho chances. Non sono visibile, non lo sono i miei genitori, non lo sarò mai. Non ho la cultura, non ho la bellezza shock, non ho la ricchezza, non ho le conoscenze che contano, non ho potere, la mia parola non conta, mai, non ho accesso ai luoghi che contano, la mia vita è il tran tran.[...]

Persone che crescono così private di qualsivoglia autostima, e sono milioni, muoiono dentro fin dall’adolescenza. Soprattutto perdono per sempre ogni speranza di incontrare se stessi, di amarsi, e di sentirsi degni. E chi non si sente degno, non osa, non partecipa, non può cambiare il proprio tempo.[...]
 
Direttamente collegato a quanto appena detto è l’emergenza nazionale di questo Paese, che si chiama Prolasso Civico. Dimenticate i politici, le loro ruberie e la loro immoralità che, lo ripeto, sono intrinseche nella natura di ogni politico al mondo. Il dramma non sono loro, siamo noi, che non reagiamo a sufficienza. Il Prolasso Civico italiano siamo noi, tutti noi, è la disabilità civica cromosomica propria degli italiani sopra a ogni altro popolo, è tutto, è la ragione di tutto ciò per cui soffriamo come collettività, è Il Punto. Un’osservazione onesta di ciò che ciascuno di noi ha visto e udito dai propri simili in questo Paese (ma anche in e da se stesso/a) non può che spingerci a dichiarare che siamo impastati di inciviltà, di indisciplina, di un’etica del lavoro traballante, di omertà, di mafiosità, di egoismo. [...]
 
Ho postato questo articolo su un forum in cui scrivo (qui la discussione completa) e molti si sono focalizzati sul fatto che non era giusto mettere sullo stesso piano Travaglio, Grillo eccetera facendo un discorso sostanzialmente qualunquista: sono tutti uguali, gli italiani fanno schifo, il problema è (sempre) un altro...
 
Un intervento che condivido, al contrario, diceva:
 
Secondo me invece l'articolo ha uno scopo chiarissimo, quello di denunciare l'obnubilamento collettivo per cui invece di focalizzarci, come popolo e come giornalisti, sui VERI problemi che affliggono questo paese, sulle numerose travi insomma, ci concentriamo spasmodicamente su una serie di pagliuzze, scientemente (per gettare fumo negli occhi) o incoscientemente (caduti inconsapevoli nell'inghippo).
Il punto che mi ha colpito di più è stato quello relativo al tempo.
E' vero, come ha detto qualcuno qui, che in effetti un po' di tempo è stato liberato rispetto a prima ma è anche drammaticamente vero che "più nessuno osa immaginare che potremmo ottenere un nuovo diritto, un passo avanti epocale di civiltà: il diritto a non dover lavorare sempre. Il diritto ad avere tempo per noi".
Non c'è tempo nemmeno per la condivisione alla fine più facile e più banale, quella della chiacchiera innocua, perchè ognuno è sempre eternamente preso da milardi di cose, figuriamoci se c'è tempo per la riflessione condivisa. E da qui discendono molte cose, fra cui il fatto che anche quando una protesta viene fatta, si rimane sempre in superficie, riempendosi la bocca di sentito dire, senza la necessaria durezza.
Non è che l'autore voglia spargere merda, non vuole essere pessimista, anzi, un modo lucido di vedere le cose in fondo è quanto di più ottimista ci possa essere, perchè ha ancora in sè una speranza, la speranza che il pensiero serva, che sia utile "guardare" invece di girare la testa stomacati, come alla fine si fa, nella convinzione che tutto alla fine sia inutile.
Berlusconi, questo ci fa notare Barnard, è solo la schiuma che viene in superficie, e concentrarsi su di lui è alla fine un modo per non liberarsene mai, perchè fino a che saremo così, noi come popolo, dopo di lui ce ne sarà un altro.
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Il tempo...
bisogna anche operare delle scelte, sul proprio tempo.

Oggi, per esempio, l'informazione ha un costo, in termini di tempo.
se ritieni importante cercare di capire quello che avviene attorno a te, devi dedicare del tempo, ogni giorno a cercare informazione.
perchè l'informazione che ti giunge è finalizzata a che tu capisca quello che altri vogliono che tu capisca.
Se vuoi rovesciare questa realtà devi dedicare ad essa, tempo.

E quelli che ti inviano la loro informazione, si premurano di riempire il tuo tempo, di niente.

Ti offrono centinaia di programmi televisivi, ti offrono svago, ti offrono cazzeggio e divertimento.
Il tutto affinchè il tuo cervello non abbia quell'attimo di inoperosità che lo costringe a trastullarsi e a farsi domande.

Si prendono il tuo tempo con la scusa di offrirti svago.
 
La scuola. E' anch'essa un problema di tempo. Tempo da dedicare ai propri figli. Perchè non possiamo dimenticarcene e delegare tutto alla scuola. E se anche la scuola non funziona, se siamo presenti, se dedichiamo ciò che sappiamo e un pochino delle nostre energie ai nostri figli a scuola, qualcosa potremmo migliorare.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
 
"Direttamente collegato a quanto appena detto è l’emergenza nazionale di questo Paese, che si chiama Prolasso Civico."
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

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Secondo me, il discorso di vedere nell'antipolitica un problema, o meglio, non un'alternativa a Berlusconi, è invece giustissimo.

Io stesso ho diversi libri di Travaglio. Mi sono incazzato quando è stato attaccato per quello che diceva.
Non mi interessa, in fondo, se lo fa per il suo ego ipertrofico o se lo fa animato da passione civica, oppure se è affetto da psicosi antiberlusconi o è pagato dai marziani.

Esprime dei fatti, li documenta, mi piacerebbe che chi gli risponde lo smentisse sui fatti, e non lo si attaccasse per le sue motivazioni ad esporre quei fatti.


Detto questo, ritengo da tempo che il fare dell'antiberlusconismo la sola politica della sinistra italiana sia stato l'errore più grande che si potesse fare.
Errore nato peraltro dall'incapacità altrimenti di differenziarsi dal punto di vista dei valori che non fossero vuote dichiarazioni programmatiche verniciate di buonismo e dichiarate buone intenzioni.
Errore nato dalla povertà ideologia e politica, nonché di spessore umano, dei leader e degli uomini della sinistra.

In questo senso allora, l'articolo di barnard sposta il punto di vista.
Non si tratta di essere antiberlusconisti e partire da questo.
Liquida anche velocemente l'antiberlusconimo.

Passa poi ad enumerare dei problemi reali e concreti, a cui se ne potrebbero aggiungere altri e da cui, volendo se ne potrebbe trarre programma politico propositivo.

Un programma politico che è NELLA SUA ESSENZA antiberlusconi, perchè semplicemente la tipologia berlusconiana è alternativa, a chi si pone questi problemi e pensa al loro superamento; ma, contemporanemente, non fa di berlusconi il fulcro del suo agire.

Se non si capisce che è di questo che oggi "la sinistra" o meglio il resto d'italia che non è allineata su berlusconi, ha bisogno, ovvero di un programma che si fondi su valori nuovi e importanti del vivere quotidiano... ho idea che continueremo a tenerci berlusconi e i suoi eredi, per molto, molto tempo.

Che i "leaders" di questa alternativa a berlusconi non possano essere grillo, travaglio o chi per loro... è talmente evidente, nella situazione in cui siamo, che mi pare anche inutile sottolinearlo.

FARE POLITICA NON E' FARE LEGGI (quello è successivo e conseguente)

fare politica è avere degli ideali. è possedere una VISIONE.
è avere un sogno
è promuovere, questa visione attraverso le Leggi, anche.

Ma fare politica NON E' concentrarsi sul potere e sul come toglierlo all'avversario. Si diventa piccoli e meschini.

I temi affrontati nell'articolo di Paolo Barnard sono temi importanti. Non sono certamente i soli che sarebbero da affrontare. Assolutamente no. Ma sono temi importanti. Quelli da cui sarebbe necessario ripartire per ricostituirsi come entità poilitica.
 

Per usare parole che si usavano una volta, sono temi STRUTTURALI.
Investono la qualità della vita nel suo complesso.
Sono figli di valori importanti, che andrebbero dispiegati, nella società, attraverso l'azione della politica.

Lo scontro frontale con Berlusconi e i suoi alleati è perdente se non si ha una visione politica.
E' come andare in guerra senza avere una terra, una famiglia, una casa per cui lottare. Si è destinati ad essere sconfitti.

Sono certamente d'accordo che in questo momento (e da molto) è necessario resistere.
Sui motivi per cui per ben due legislature la "sinistra" al potere non ha fatto nulla di concreto per eliminare berlusconi dalla scena politica italiana ho le mie idee. Idee che non hanno nulla a che vedere con quelle "politiche" professate dalla sinistra ma tendono molto di più verso il conflitto d'interessi: quello personale di molti personaggi coinvolti in cose che evidentemente è bene non siano rese note.
Insomma penso che si siano ricattati e paralizzati a vicenda. Da una parte e dall'altra. Oltre al fatto che i soldi e il potere di Berlusconi abbia agito a vari livelli, legali e no, palesi ed occulti, per difendere se stesso e il suo sistema.

Però, a monte, il problema della politica di sinistra italiana, non può essere quello di dire cosa questa classe politica (di sinistra) dovrebbe fare.
Questa classe politica è da rifondare. Tutta.
Ed è da rifondare sulla base di valori che non siano quelli superati storicamente, obsoleti e che ormai evidentemente provocano solo irritazione in molti italiani. Non è cavalcando con i distinguo gli stessi malesseri che sono i cavalli di battaglia della destra che ci si distingue.

Per esempio: qui c'è una bella intervista al filosofo del diritto Luigi Ferrajoli:  Un populismo penale che promuove il diritto minimo per i ricchi e i potenti, e un diritto repressivo per i poveri, i marginali e i «devianti», con l'aggravante delle leggi razziste che colpiscono migranti irregolari e rom. [...] e la sinistra?  Non si può dire che la sinistra non abbia ceduto alle tentazioni dell'ideologia sicuritaria negli ultimi anni, penso alle misure contro i lavavetri e l'accattonaggio adottate da alcuni suoi sindaci.


Dire: il problema non è berlusconi, il problema siamo noi,
non vuol dire negare il problema Berlusconi, ma semplicemente spostare la focale altrove. Quantomeno, anche, altrove.

Allora:
un conto è dire "è un problema di valori"
altro è individuare alcuni di quei valori e parlarne.

Secondo me ci vuole qualcuno che guardi in faccia gli italiani e gli dica queste cose. E non solo. Qualcuno che sappia trasmettere una Visione. Un sogno.
I have a dream.
Una personalità carismatica. Un leader.
Uno che abbia anche le palle, perché la gente, fosse pure quel 40%, è stufa di mezze calzette pallide.
Ma non può agitare solo la bandiera dell'antiberlusconismo.
Sarebbe ridicolo.


Di Pietro

Intervento di Di Pietro alla Camera in merito alla richiesta di fiducia avanzata dal governo relativamente alla questione Alitalia.

Non sono un fan di Di Pietro, per molti motivi. Tuttavia applaudo questo suo intervento e cerco di aumentarne la visibilità, per quanto mi è possibile.

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"Signor Presidente, mi verrebbe voglia di dire anche questa volta «signor Presidente del Consiglio che non c'è», ma mi pare di capire che devo dire «signor Governo che non c'è»!
Con tutto il rispetto per il sottosegretario Martinat, chiedo alla Presidenza della Camera se si possa arrivare fino a questo punto: stiamo votando la fiducia ad un Governo che non si presenta neanche con un Ministro, non dico con il Presidente del Consiglio dei ministri, ma neanche con il Ministro per i rapporti con il Parlamento, neanche con il Ministro direttamente interessato!
A mio avviso, quindi, ci troviamo in una situazione in cui vi è necessità di negare la fiducia a questo Governo, perché consideriamo il suo modo di governare pericoloso per la democrazia, per l'economia e per la giustizia del Paese.
La sua perdurante latitanza dal confronto parlamentare dimostra ancora una volta che lei, signor Presidente del Consiglio che non c'è, non ha alcuna considerazione delle istituzioni democratiche. Il suo modo di governare, con il ricorso a continui decreti-legge e con il ripetuto ricorso al voto di fiducia, sta svuotando il Parlamento delle sue funzioni e del suo ruolo.
Mi permetta, signor Presidente della Camera, di utilizzare la prima parte del mio intervento su questo tema: stiamo votando continuamente la fiducia e abbiamo un Governo continuamente latitante nel momento in cui si vota la fiducia! A chi dobbiamo dare questa fiducia? Ai banchi vuoti?
La verità è che a questo Governo non interessa nulla del Parlamento. Va per la sua strada come faceva, una volta, chi decideva da solo, con ben altro intendimento.
Parliamo poi nel merito di questo provvedimento che viene chiamato «salva Alitalia».

Ma quando mai?

Ma quale «salva Alitalia»? Alitalia i libri li ha portati in tribunale! Alitalia è praticamente fallita, non c'è più! Non c'è più! Poteva esserci, se fosse stato lasciato tutto come avevamo cercato di lasciarlo noi, cioè vendendola ad Air France, una compagnia che di mestiere fa il trasporto aereo. Invece, durante le elezioni, il Presidente del consiglio ci ha detto: «Fermi tutti, datemi 300 milioni, perché io dietro l'angolo ho uno che compra Alitalia e la farà funzionare bene. I soldi li mette tutti lui, i dipendenti staranno tutti a posto e l'Italia viaggerà sicura e contenta». Ma dove? Dove? Era una truffa, una truffa elettorale.
Di truffa, allora, permettetemi di parlare in questo mio intervento. Lei, signor Presidente del Consiglio, sta truffando gli italiani! Lei e il suo Governo volete far credere - lo volete far credere e vi riesce, grazie alle sue televisioni e alle televisioni di Stato, ormai asservite a lei, e ai suoi giornalisti compiacenti e dipendenti - di aver salvato Alitalia. Invece l'avete affossata! Alitalia oggi è fallita! In compenso, si sono presentati gli amici del CAI, gli amici suoi del CAI, signor Presidente del Consiglio!
Proviamo a guardare chi sono costoro. Non sono emeriti sconosciuti, sono persone che hanno qualcosa da dire e qualcosa da prendere dal nostro Paese. Certamente non hanno nulla a che fare con il know how relativo al trasporto aereo. Gianluigi Aponte è un armatore che ha residenza in Svizzera, una miriade di finanziarie offshore e una flotta navale battente bandiera panamense. Costui sarebbe il «patriota italiano», con bandiera italiana, al quale lei vuole affidare le sorti della compagnia Alitalia! Certo, c'è anche Davide Maccagnini, immobiliarista che prima faceva cannoni e razzi missilistici, che del trasporto aereo deve avere una conoscenza davvero eccezionale.
Certamente una conoscenza eccezionale deve averne Benetton, proprio perché in conflitto di interessi. Egli, come tutti sapete, è persona che ha un interesse ben preciso nell'aeroporto di Fiumicino: lo ha infatti costruito e lo gestisce. Sarà uno dei proprietari di Alitalia. Insomma, per intenderci, come gestore di Fiumicino sarà lui a decidere quali tariffe far pagare all'Alitalia per utilizzare quell'aeroporto. Tutto in famiglia! Questo si può fare. Certo, c'è Salvatore Ligresti, io me lo ricordo bene, noto immobiliarista, palazzinaro e pregiudicato di Tangentopoli. Certo, c'è Francesco Bellavista Caltagirone, noto anche lui per le attività immobiliari e c'è anche l'imprenditore Marcegaglia. Infatti non si presenta solo l'imprenditrice Marcegaglia, ma l'intera impresa Marcegaglia. La conosciamo bene, non solo perché è il presidente di Confindustria ma anche perché papà Marcegaglia, come Geronzi e Roberto Colannino ce li ricordiamo nel caso della bancarotta, del crack Italcase. A costoro dobbiamo affidare il futuro di Alitalia! Gente che ha un'esperienza specifica su come gestire un'attività così importante. Oddio, c'è qualcuno che si interessa di aerei: il proprietario di Air One, Toto. Se ne interessa così bene che è pieno di debiti! Se ne interessa così bene che oggi, fondendo le due realtà, metterà il sistema dei trasporti italiano interamente in un'unica mano, con totale assenza di concorrenza.
Potrei continuare ancora ad illustrare chi sono questi diciotto «patrioti italiani» con i soldi degli altri, esperti molto bene a far cassa per loro e a far pagare i danni agli italiani. Abbiamo consegnato questa realtà a costoro, senza gara, dicendo che occorreva farlo urgentemente perché stava per fermarsi l'intero trasporto aereo.
Appena abbiamo detto che l'avremmo affidato a loro, il trasporto aereo è continuato senza che ci avessero messo ancora una lira. Lo sapete o no che ancora oggi il contratto non è stato fatto ed ancora oggi hanno chiesto tempo per presentare la loro bozza di contratto?
Ci chiediamo perché l'asset attivo di Alitalia non sia stato messo in vendita tramite una gara. Eravamo riusciti a vendere tutta l'Alitalia, sia la parte attiva che quella passiva; adesso invece il passivo è stato messo, con azione truffaldina, a carico dei contribuenti italiani, mentre l'attivo non è neanche stato messo in vendita, ma è stato dato in grazioso dono a diciotto «furbetti del quartierino», amici del Presidente del Consiglio, i quali hanno interessi del tutto diversi dal trasporto ed ai quali si dice di fare una gara per trovare un partner straniero!
Ma benedetto il Signore: questo partner straniero non potevate farlo trovare dallo Stato anzi dal commissario straordinario Fantozzi? Non potevamo noi bandire una gara e guadagnarci sopra? L'abbiamo regalata a loro affinché se la vendano e ci lucrino la differenza! Persino i privati hanno fatto attività speculativa con soldi pubblici!
Si tratta di un reato, se non fosse che lo fate per legge, perché questa è la nuova Tangentopoli! La vecchia Tangentopoli è quella di chi commetteva dei reati; la nuova Tangentopoli è fare per legge ciò che non si può fare in modo che appaia tutto legittimo. Si tratta di una immoralità, di una «porcata» come si usa dire ormai da tempo, da quando il noto Ministro Calderoli ha «ideato» con grande efficacia questo termine.
Quindi, signor Presidente del Consiglio, lei ha truffato gli italiani perché con questo decreto-legge ha preso per la gola non solo gli italiani, ma anche i dipendenti e le maestranze.
Vorrei farle presente e ricordarle, signor Presidente del Consiglio che non c'è, che lei non solo ha truffato, ma ha addirittura ricattato i lavoratori, ha descritto i lavoratori, i piloti, gli assistenti di volo e il personale a terra come raccomandati, lavativi, superstipendiati, nullafacenti: di tutto e di più. Quasi che la colpa del non funzionamento di Alitalia fosse delle sue maestranze e non dei suoi amministratori e non di quei politici che si sono fatti fare, come il Ministro Scajola, una linea aerea apposita che collega Roma ad Albenga !
Non come quegli amministratori come Cimoli, al quale per farlo dimettere, sono stati dati otto milioni di euro perché questo era previsto dal contratto!
Ai lavoratori di Alitalia oggi lei dice che se non accettano non sarà più loro riconosciuta né la cassa integrazione né la mobilità, come previsto. Questo si chiama ricatto! La truffa, invece, è quel che ha dato ed ha previsto per i lavoratori non dell'Alitalia, per quelli dell'indotto, quelli per i quali cioè, lei non ha neanche previsto il sistema di cassa integrazione e di tutela previsto per i lavoratori Alitalia.
Per questa ragione - e mi avvio alla conclusione ringraziandola, signor Presidente - noi del gruppo dell'Italia dei Valori, non solo non possiamo votare la fiducia, ma avvisiamo l'opinione pubblica, i cittadini italiani che lei si sta allontanando sempre più dallo Stato di diritto, dallo Stato della legalità e si sta comportando sempre più da quello che pensiamo che sia: un truffatore politico."


10月22日

l'anima sulle labbra

E' un po' di giorni che mi gira per la testa il tema del tradimento. Di un particolare tipo di tradimento. Quello delle persone che hai amato, che usano quello che tu hai dato loro di te per farti del male.

Questa mattina, dal blog di Virginia, un argomento che ha postato mi ha fatto tornare in mente questa cosa. Ora, nel blog di Paola ho ritrovato una frase di Stephen King, che conosco bene e che mi piace moltissimo, nella quale riecheggia questo tema, anche.

Le cose più importanti sono le più difficili da dire.
Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono.
Le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella nostra testa sembravano sconfinate e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori.
Ma è più che questo, vero?
Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il nostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i nostri nemici sarebbero felicissimi di portar via.
E potremmo far rivelazioni che ci costano per poi scoprire che chi ci ascolta ci  guarda strano, senza capire affatto quello che abbiamo detto, senza capire perché ci sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevamo.
Questa è la cosa peggiore, secondo me.
Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di qualcuno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.


Quante volte abbiamo pensato di aver trovato la persona che sapeva ascoltarci, alla quale aprire la nostra anima. A cui chiedere comprensione per le nostre paure, le insicurezze, il senso di inadeguatezza. Quante volte ci siamo affidati a qualcuno totalmente, chiedendogli di custodire con noi anche i segreti più nascosti.

Forse capita non molto spesso, nella vita, di abbassare così tanto le difese.
Quanto fa male quando quello che hai confidato viene usato contro di te?

C'è un patto, secondo me, fra persone che si sono volute bene, che non dovrebbe essere rotto in nessun caso. Mai.
Le cose che ci siamo detti quando ci amavamo dovrebbero rimanere nascoste per sempre. Quello che ti ho confidato quando ero sicuro del tuo amore dovrebbe essere come dimenticato, quando quell'amore finisce. Qualunque cosa ci possiamo dire, ora, anche tremenda, che resti fra noi, quello che ci siamo detti quando ci amavamo.

Non è così. Lo sappiamo.
Ed è come sentire una lama che ti entra dentro, quando ti accorgi che l'altro usa per farti male ciò che gli hai dato perchè magari ti aiutasse.

Riuscite a dimenticare?
Io mi rendo conto che non ci riesco.
Posso capire, comprendere la rabbia. Essere diventato indifferente alla persona. Posso perdonare altro male che mi ha fatto, che magari in quel momento sembrava imperdonabile.
Ma a questo tipo di tradimento non riesco ad essere indifferente. Anche a distanza di molto tempo.

Non è vero che in guerra e in amore tutto sia permesso. In guerra esiste la convenzione di Ginevra. Magari non viene rispettata ma esiste.
In amore?



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Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere -
perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c'è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary -
baciandola con l'anima sulle labbra
all'improvviso questa prese il volo.
(edgar lee masters)





10月21日

Ballata delle madri


Ballata delle madri - Poesie Incivili - Pier Paolo Pasolini (1960)
 
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
 
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
 
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
 
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
 
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
 
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini. 

ancora feisbuc [contributi dalla rete]

Scusate la lunghezza, ma penso sia tutto molto interessante e arricchente la riflessione di ieri su feisbuc

Questo non lo riporto perchè è veramente molto lungo. Ma è esaustivo: chi sono i padroni di facebook, quanto guadagnano e in che modo, lo scopo per cui è stato costruito, il controllo sociale che ne deriva:
http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2008/09/detesto-faceboo.html#more
è impressionante.
Mi conferma tutte le sensazioni provate "a pelle" e che ho riportato nel post precedente.


e poi, da
http://psicocafe.blogosfere.it/2008/09/facebook-il-rovescio-oscuro-della-medaglia.html

Che cosa spinge milioni di persone a condividere incessantemente minuto per minuto la propria vita e altrettanti milioni di persone a interessarsi incessantemente minuto per minuto della vita altrui?
Gli scienziati sociali la chiamano “consapevolezza ambientale” e , a quanto pare, è per molti irresistibile.
E’ una specie di consapevolezza estrema del ritmo della vita di qualcuno altro, un ritmo mai conosciuto prima. Si può sapere quando un contatto sente le prime avvisaglie di un raffreddore e poi scopre di avere la febbre e poi, dopo qualche ora, si sente meglio. Oppure si può sapere chi sta avendo una pessima giornata al lavoro, quali siti sta visitando (con il tumblr) dove si trova fisicamente o cosa sta pensando o se si sta facendo un panino.
Il paradosso della consapevolezza ambientale è che ogni piccolo aggiornamento, ogni singolo bit di informazione sociale è insignificante di per sé, anche estremamente superficiale talvolta. Ma prese tutte insieme, nel tempo, queste microinformazioni diventano un ritratto sorprendentemente sofisticato della vita altrui, fornendo la possibilità di un’esperienza psicologica interpersonale del tutto inedita.
Nel mondo reale nessuno telefonerebbe a qualcuno per dettagliargli il fatto che sta mangiando un panino o che sta visitando un certo sito internet o che si trova in biblioteca. L’informazione così minuta e in tempo reale si trasforma in una sorta di lettura della mente a distanza. E’ come se ogni contatto avesse una sorta di display collocato sulla fronte.
Ma c’è di più. Se leggo su twitter che un contatto del mio gruppo sta andando al bar o sta pianificando di andare a un concerto, posso decidere di imitarlo e/o di raggiungerlo.
E se lo incontro faccia a faccia è come se non fosse mai stato veramente lontano da me. Non c’è bisogno di chiedergli “cosa hai fatto oggi?” perché lo sai già.
Al contrario puoi cominciare a discutere di ciò che l’altro ha twitterato quel pomeriggio come se ci sia stata una conversazione nel mezzo.
Si finisce per realizzare un legame sociale spesso più intimo di quello che si ha con certi familiari o amici con cui ci si sente qualche volta al mese. Di essi non si conoscono dettagli come una recente emicrania di tre giorni, e non si riesce a esordire con nonchalance con un “come ti senti oggi?”

Ma c’è un limite al numero di persone con cui si può instaurare una forma di “amicizia” del genere? Ci sono facebooker con centinaia di amici!
Nel 1998, l’antropologo Robin Dunbar stimò che il massimo numero di connessioni sociali che un essere umano può avere è di 150 persone, e diversi studi psicologici hanno confermato che i gruppi umani che si costituiscono spontaneamente si aggirano intorno alle 150 unità, fenomeno che è chiamato appunto Numero di Dunbar. La domanda è allora: le persone che usano twitter o facebook possono elevare il loro dunbar number?
In realtà le persone sembrano mantenere pressocchè inalterata nel numero la loro cerchia di amici intimi, benchè il contatto incessante renda i legami incommensurabilmente più ricchi.
Ciò che si accresce a dismisura è il numero dei conoscenti, persone che si sono incontrate a un congresso, vecchi amici del liceo o persone incontrate a una festa.
Prima dell’avvento di queste applicazioni di social network questi legami deboli e transitori si spezzavano facilmente e uscivano rapidamente dall’attenzione e dalla vita delle persone. Stabilito un contatto su Facebook invece, questi fortuiti incontri del destino cominciano a esistere, per di più in una forma inedita ed estremamente saliente e finiscono per non essere più perduti.
E questo, si capisce, è bello e utile. Aumenta la nostra capacità di risolvere i problemi per esempio. Si metta il caso di star cercando un nuovo lavoro. Nella cerchia di amici può non esserci nessuno in grado di aiutarci, ma un conoscente con cui è vivo un legame tecnologico su facebook può aiutarci eccome.
Proprio l’altro ieri io stessa ho aiutato su Facebook un giornalista italiano, di stanza a San Francisco, a trovare un riferimento per un articolo scientifico che sta scrivendo. L’ho aiutato io che non lo conosco e mi trovo dall’altra parte del mondo e non l’hanno aiutato i suoi amici o i suoi colleghi.
C’è gente che non fa più una mossa, un acquisto, una scelta, senza aver consultato il proprio network, che è una fonte inesauribile di esperienze e consigli.
Un altro aspetto importante da un punto di vista psicologico, e che spiega come possa essere possibile seguire anche centinaia di persone al giorno, è il fatto che l’update di un facebook o di un twitter non è come una mail, che è rivolta specificamente a noi e richiede il 100% della nostra attenzione, che dobbiamo aprire e valutare, e a cui, nella maggior parte dei casi, dobbiamo rispondere.
Gli update di Facebook sono tutti visibili in una singola pagina e non sono realmente diretti a noi. Questo li rende simili ai titoli dei giornali. Puoi leggerli oppure no.


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Sull’articolo di cui vi parlavo non si omette di citare gli svantaggi della microinformazione in tempo reale e più in generale della presenza on line ai tempi di Facebook.
Ma prima di farvi cenno, mi piacerebbe sapere da voi se condividete la mia impressione che il vero salto che sta facendo la rete oggi sia quello dal nickname al nome reale.
Qualche anno fa nei blog, nelle pagine personali, l’identità vera dell’internauta era pressocchè totalmente taciuta. Anzi, si discuteva del fatto che la rete consentiva una sorta di luogo sicuro per “essere” tutte le persone che si poteva o desiderava essere.
Adesso ho l’impressione che il tabù del proprio nome e cognome stia progressivamente tramontando e cedendo il posto a una “presenza” super-personale. Non solo ti dico chi sono e che faccio, ma aggiungo anche il come mi sento, con chi sono sposato, che amici ho e cosa sto facendo in questo preciso istante. Una iper-presenza potremmo dire.
Gli svantaggi di un simile spostamento, se si sta verificando davvero, sono probabilmente numerosi quanto i vantaggi.
Su Facebook questa cosa è già una realtà, tutto il network vive della vera identità di chi lo popola.
Pensiamo per un attimo alla possibilità presente su Facebook di taggare una foto con il nome della persona ritratta. Se un mio amico del liceo che non vedo da 10 anni e che mi sta pure un po’ sui nervi, si fa saltare in mente di uploadare una mia foto degli anni '80, primo non posso saperlo se non sono anche io sul network e secondo non posso in teoria impedirlo, se non a posteriori.
Questo significa che qualche migliaio di persone potrebbe vedere la mia capigliatura cotonata, di cui mi vergogno anche con me stessa, senza che io abbia preso alcuna decisione in tal senso.
Se ci pensate la cosa ha in sé qualcosa di violento.

Un’altra cosa un po’ folle di Facebook è che puoi cambiare il tuo status civil-sentimentale: sono single, sono fidanzato e con chi, sono sposato e con chi. Se una coppia dovesse malauguratamente lasciarsi, i due hanno tre strade: uscire dal network e perdere definitivamente la possibilità di monitorare la propria “posizione sociale” sul medesimo (cosa dicono di me, quali accidenti di foto pubblicano, ecc..), non essere più "amici" (che, per una ex coppia che si interessa dei moti di chiunque, può apparire un po' estremo) oppure rassegnarsi a conoscere il nome della nuova compagna, la sua foto, quello che lei scrive a lui in bacheca, i video che gli manda sul superwall, insomma il loro incessante menage a deux.
Menage che non sai mai se è autentico o sottilmente mirato a dire, far capire, sfruculiare (come si dice dalle mie parti) l’ex partner. C’è da diventar matti a ben pensarci! J
E’ come essere in un paesino di provincia, anche se ha la dimensione di una metropoli.
Tutti sanno tutto di tutti. Credo che la cosa possa produrre effettivamente un certo sgomento.


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Conoscere qualcuno può voler dire molte cose e non solo in termini di profondità e quantità della conoscenza. Si possono conoscere molte cose di una persona, ma a un grado superficiale di intimità o al contrario poche cose, pochi dettagli, ma molto personali e intimi (mai provato a vedere cosa accade fra perfetti estranei in una chat?)
Ma c’è un altro aspetto della conoscenza che può essere preso in considerazione in questo ragionamento ed è la reciprocità o, potremmo dire, la bidirezionalità: io so di te tanto quanto tu sai di me, in termini di quantità e intimità dell’informazione?
Sui social network si può sperimentare il caso di una totale asimmetria della conoscenza: una persona può sapere moltissimo di me senza che io sappia altrettanto di lei, fino all’estremo di non conoscerla affatto.
Questo dipende da quello che io rendo disponibile sulla mia vita, dall’intensità con cui l’altro si occupa del mio profilo e dalla opposta mancanza di attenzione che io pongo alla sua persona, digitale e non.
Questo tipo di “relazioni” si definiscono parasociali e non sono esclusive dei social network. Anche un blogger può essere l’oggetto privilegiato dell’attenzione di tanti che rimangono ai suoi occhi totalmente ignoti. Ed è sempre sorprendente scoprire che qualcuno “ti conosce” in questo modo, che la tua “persona digitale” ti precede (e ti sostituisce) nello spazio psichico di altri individui di cui non sai neppure, talvolta, il nome.
Si può affermare che questi sconosciuti ti “conoscono”?
Senz’altro sanno chi sei, ma cosa sanno di te?
Quello che vuoi che sappiano certo, ma la privacy è un concetto da rivedere completamente ai tempi di Facebook perché va trovato un nuovo e inedito compromesso fra quello che vuoi e puoi rendere noto e le necessità intrinseche della partecipazione al network.
Un profilo completamente privato equivale alla non partecipazione, il disinteresse all’aggiornamento della propria pagina si traduce in un oblio all’interno del sistema e a un progressivo allontanamento alla periferia del nodo, con la perdita dei vantaggi insiti nell’appartenenza.
Una partecipazione sciatta e svogliata non solo esclude, ma restituisce un’immagine non desiderabile di sé, elemento sgradito in un mondo dove la tua persona digitale sei tu e tu sei la tua persona digitale.
Anche un profilo senza foto dà noia, perché viola le regole dell’iper-presenza, così come dà una cattiva impressione un profilo povero di contenuti.
Se non ci sei, o non ci sei al meglio, non esisti per un social network.
E’ una cosa simile alla delusione che proviamo quando non troviamo qualcuno su google. Se non c’è, è come se non avesse fatto niente di buono o veramente degno nella sua vita!
Mai sperimentato questo? 
Certe volte mi sono imposta di pensare che Tizio o Caio possano essere persone di valore anche se non sono individuabili su internet, ma che fatica scacciare il pensiero che "se non sono su internet non hanno capito niente del mondo che stiamo vivendo!"...
 
Difendere la propria privacy si può, anche senza uscire dal network, permettendo la visione del proprio profilo solo agli amici e scegliendosi questi amici con criterio.
Ma anche qui, che significa “amico” su Facebook? Tutto e il contrario di tutto.
Non accettare una richiesta di amicizia viola la regola implicita del villaggio e si carica di significati di rifiuto quasi incomprensibili: “perché non vuole essere mio “amico”? Se “amico” sul network significa che ci siamo incontrati tre anni fa al mare, perché non posso essere suo “amico”? Se leggo il suo blog e lo stimo posso ben essere suo “amico”!
E a nulla vale l’obiezione del “io non ti conosco”.
Ai tempi delle relazioni parasociali è sufficiente che mi conosci tu.

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Leggo da più parti preoccupazioni sul fatto che l’esplosione di Facebook ucciderà il blogging e ci consegnerà, nel prossimo futuro, l’esperienza di una nuova rete: ridotta nelle dimensioni, miniaturizzata nell’espressione, probabilmente più “sicura” da esplorare e vivere, ma anche conseguentemente più asfittica e qualitativamente diversa: più cialtronesca. Un mondo ridotto, di amici veri e finti, fra i quali il massimo dell’attività intellettuale scambiata è la condivisione di quiz idioti e l’invio di pseudo cocktail. Se va bene, lo scambio di foto e link, un po’di twitterate, le solite chat con le solite e-mail.
Informazione, contatto, un po’ di voyeurismo, reperibilità e poco altro.
Prima di dire cosa ne penso io, vorrei raccontarvi una cosa che ho visto a Padova in una piazza vicino all'Università. Un uomo sulla cinquantina ha portato uno sgabellino di plastica bianco, ci è salito sopra e ha cominciato a disquisire sulle magnifiche sorti e progressive dell’Italia, partendo dal problema degli extracomunitari per arrivare alle ingerenze del Papa sulle scelte politiche, fino all’iperuranico rapporto con Dio di credenti e miscredenti.
Passando di palo in frasca, fra profondità e luoghi comuni, intuizioni e banalità, ha creato presto attorno a sé un affollato capannello di persone che, alzando educatamente la mano, richiedevano a loro volta “lo sgabello”. Lui scendeva, lo posava sotto ai piedi della persona che voleva intervenire, questi ci saliva sopra e diceva la sua.
Io stavo passando di là pensando ai casi miei e mi sono fermata e sono rimasta lì mezz’ora, ad ascoltare.
Io non conoscevo quelle persone e non avevo interesse né possibilità di farlo, non mi interessava minimamente la loro puntuale quotidianità, non mi era utile rintracciarli o ritrovarli, né servirmene in alcun modo, non mi interessava sapere chi erano i loro amici e non mi stava a cuore conoscere se fossero iscritti al tal partito o alla tale associazione, né se aderissero a una certa improbabile causa. Però avevo piacere di stare ad ascoltare. Per dissentire, per concordare, per far mia un’esperienza di vita che non posso sperimentare o per guardare il mondo per un minuto con gli occhi di un altro.
A quello speaker's corner italico, improvvisato e spontaneo, non ci si scambiava “contatti”, si scambiavano opinioni, riflessioni.
Delle opinioni e delle riflessioni non si può fare consumo. Necessitano di tempo e di approfondimento, di attenzione e di cura. L’atteggiamento mentale di chi esprime e di chi ascolta un’opinione è cosa strategicamente diversa da quello di chi produce o reagisce a un’informazione.
Quando a malincuore sono andata via, ho pensato che i blog sono come quello sgabello bianco. Uno si porta il suo da casa, ci sale sopra e comincia a dire, a dei perfetti estranei: “io la penso così, voi?”
Secondo me, fino a quando si formeranno agli angoli delle strade capannelli di gente che vuole ascoltare un uomo sconosciuto dire quello che pensa, i blog sono salvi.
I blog che sono stati concepiti per condividere opinioni e riflessioni, naturalmente.
Quelli che probabilmente chiuderanno (e stanno chiudendo) sono: o i blog di chi si è stancato di stare sullo sgabello (perché star lì cinque anni a parlare è una fatica, si sa), o i blog che non sono mai stati tali, quelli aperti e utilizzati solo perché non si conosceva, tecnologicamente parlando, un altro modo di crearsi un point of presence sulla rete.
Questi pseudoblog saranno schiacciati da Facebook, sono d’accordo, perché esso è infinitamente più semplice, rapido, usabile, e assolve egregiamente a tutti gli scopi che gli pseudoblog si prefiggevano, e ne aggiunge di nuovi.
Però chi vorrà continuare (o cominciare) a esprimere opinioni, e non solo un angusto “sono qua”, continuerà ad aprire e curare blog, e chi avrà piacere di ascoltare opinioni continuerà a leggerli.
Io la penso così, voi?


sempre da http://psicocafe.blogosfere.it/2008/10/facebook-uccidera-i-blog.html



feisbuc

Dopo aver ricevuto, nel tempo, diversi inviti ad iscrivermi a questo o a quello da parte di a volte non meglio identificati "amici", qualche settimana fa ho seguito il link e sono andato a vedere facebook. Ovviamente l'idea di dargli nome e cognome veri non mi ha sfiorato nemmeno per un istante e ho compilato un po' a casaccio i vari campi, cliccando velocemente per oltrepassare la fase dell'iscrizione. Così velocemente che senza rendermene conto feibuc ha avuto accesso a tutti i miei contatti msn e li ha invitati ad iscriversi a nome mio.

La cosa, appena me ne sono reso conto, mi ha imbarazzato. Così come a me infastidiva l'invito che mi arrivava nella posta, lo stesso pensavo per quelli a cui inavvertitamente avevo fatto inviare la e-mail.
D'altro canto, se ero iscritto da 3 minuti, come potevo essere così entusiasta da proporre immediatamente a tutto il mio mondo virtuale di seguirmi?
Ma tant'è. Scoprivo poi con sorpresa che, scusandomi di quella che io avevo considerato una mia sbadataggine, qualcuno si offendeva, per essere stato invitato per sbaglio. Al che, poi, sono stato zitto.

Bene, mi sono detto, vediamo un po' come funziona sto feisbuc, visto che ci siamo. Che è? Una specie di blog?
Uhm... non proprio. Se uno vuole si può scrivere, si. Ma non è proprio quello il suo scopo.
E' un album di foto? Si, anche, ma non è proprio un album di foto. E' una chat?  una specie... ma a distanza, è un passa e vai.
Feisbuc assomiglia ad un andirivieni frenetico di formichine che s'incontrano in modo apparentemente casuale, si strofinano le antenne e passano oltre. Dove vanno?
A incontrare altre formichine, e basta.

Feisbuc ha risolto il problema di quelli che avendo un computer perchè ce l'hanno tutti, avendo internet perchè ce l'hanno tutti, e avendo acceso il pc, si sono trovati a guardare le cose che il giorno prima guardavano in televisione (meglio) o leggevano sui giornali sportivi (meglio), o nei film porno, scoprendo con delusione che per la maggior parte ti chiedono la carta di credito e comunque sono infestati di tali virus che ti si mangiano anche i sedili della macchina in garage, se li lasci fare.

E si sono detti: e ora che faccio?
Feisbuc è la risposta. Ci si va a far vedere su feisbuc come si fanno le vasche al centro del paese. Si recuperano amici di quando si faceva l'asilo, in modo che il maggior numero di persone possibili sappia in ogni momento quanto tu sia figo, dove pensi di andare in vacanza, che cosa stai leggendo, che scopata ti sei fatto ieri sera, quante amiche fighe hai, se pensi di cambiare macchina, se il capufficio ti ha fatto incazzare e come tu gliel'hai cantate, quanto sei incazzato con il politico e che ne pensi dei cinesi.

Lo "stato" è il vero simbolo di feisbuc. "Tizio è appena tornato a casa e ha fame", su feisbuc è normale che ti rispondano in modo anche normale.

"Ah si, che ti mangi?" "Come è andata la tua giornata?" eccetera. Io invece cerco di immaginarmi: arrivo a casa, poso le cose, apro la finestra mi affaccio e strillo al mondo: "Sono Tizio, sono appena arrivato a casa e ho fame" .... Nella migliore delle ipotesi il vicino in canotta che da l'acqua alle piante mi guarda con sospetto misto a riprovazione e credo che se anche lo facessi una sola volta, quello sguardo, ai nostri incontri, mi accompagnerebbe a lungo. Perchè è implicito, al gridare la mia affermazione, la risposta "ma chi se ne frega" che nasce spontanea come portata dal vento.

Ma su feisbuc no. Ognuno tiene al corrente il prossimo dei propri mutevoli stati d'animo e anche di corpo. "Sempronio ha mal di testa"

E sticazzi. Mi sembra che sempronio se la cerchi. Ma poi sempronio si vendica e viene a fare casino sulla tua bacheca. Insomma ci si fa i dispettucci come i bambini all'asilo. Ci si fregano le matite, ci si fanno gli scarabbocchi sul diario.

Ecco feisbuc ti fornisce di un intero mondo pronto ad ascoltarti. E tu sei così indaffarato a interagire, come le formichine, che non ti resta più il tempo per interagire come un uomo.
Non ti resta il tempo per scrivere, se scrivi; per andare al cinema, se vai al cinema; per parlare veramente, se ti piace farlo; per leggere, per ascoltare musica, per tutto.
O meglio, si fa tutto, ma velocemente, perchè devi correre su feisbuc a dire che lo hai fatto.

E' il consumismo dell'esistenza vissuto in tempo reale. E la deprivatizzazione della solitudine.

Ho pensato che forse però come per tutto, dipende da come lo usi, no? Magari si riesce anche ad utilizzare uno strumento in modo intelligente, senza farsi usare da esso.

Non è così semplice.
Il problema è che gli imbecilli, sono le sirene del nostro tempo.
Ammaliano inducendo emulazione.

Catalizzano, attraggono, si pongono naturalmente al centro di un vortice nel quale, senza accorgersene, si viene attirati.
Un vortice fatto di nulla, nel quale anche tentativi di intraprendere analisi minimamente più approfondite s'infrangono sugli scogli della pochezza di massa.
E' il contrario della "rete". E' alternativo quanto una domenica pomeriggio passata a guardare rai uno.

Essere dentro , induce stili di vita
Gli stili di vita sono vendibili, sono merce, sono massificazione, sono in ultima analisi controllo.

Se la fa frammentazione è impossibile da controllare, o quantomeno è estremamente difficile.
Un network del genere è potere. In ultima analisi controllo sociale.

E' di ieri la notizia che il garante della privacy s'interessa al problema che gli iscritti a feisbuc vengano indicizzati dai motori di ricerca, cosicchè possono essere trovati dall'esterno.

Questo è veramente un falso problema.

Trovo ridicolo rivendicare la privacy del network "che non possa essere indicizzato dai motiri di ricerca dall'esterno" dal momento in cui ci sono milioni di persone all'interno e basta semplicemente iscriversi anche con un nome di fantasia per entrare.

Se lo scopo è quello di farsi trovare ovviamente devi mettere nome e cognome, altrimenti come ti trovano?
A me personalmente,
strafotte di quelli con cui mi sono perso di vista...
A momenti non faccio nemmeno gli auguri di natale ai parenti stretti, figuriamoci quanto me ne può fregare di ritrovare i compagni di liceo...
chi è fuori è fuori.
fine. stop. fuori dalla mia vita.
niente ritorna. il passato non esiste.

Il punto per me, non è quello della privacy.


Io trovo che alcuni meccanismi siano una riproposizione caciarona e slabbrata della società pettegola che abbiamo attorno, né più né meno.

In questo senso, il controllo che ne deriva, non è quello della privacy che non c'è, ma della tendenza uniformatrice dei linguaggi e dei comportamenti: cosa che un blog o che un forum non fanno. O lo fanno su gruppi molto ristretti.

Su fb si è un gruppo chiuso di milioni di persone.
Che cazzo di gruppo è, quello in cui lo strano è chi ne sta fuori?

Un meccanismo del genere uniforma il linguaggio, i ritmi, i comportamenti; rende facilmente raggiungibili da messaggi più o meno subliminali, milioni di persone contemporaneamente.

Da un potere a qualcuno.
Quanta interazione c'è su fb? quante parole, quante foto? Quanto costa mantenere in piedi un network del genere? Che ritorno hanno?

Il meccanismo sembra essere quello di farti giochicchiare con quelle cosette tipo i quiz, i drink, i test... idiozie varie per farti poi visitare siti, installare programmi.

E' tutto gratis.

E' tutto gratis un paio di palle. In questa società, niente è gratis.
Tutto lo paghi salato, fin da subito.

Intanto come massa da studiare; come "consumatore".
Gli sfuggi come utente televisivo? ti riprendono come utente facebook.
Sanno chi sei, cosa fai, i tuoi gusti sessuali, se sei single, che musica ti piace, che film guardi, il tuo orientamento politico.
Sanno tutto.

Sanno che prodotto proporre e sanno se avrà successo e in che misura.


Se sei alternativo, hanno il prodotto alternativo, per te.
Vaffanculo. Vaffanculo. Vaffanculo.

Avevo scritto, tempo fa:
Interessiamo poco, la maggior parte di noi, a meno che non commettiamo qualche reato, come singoli individui. Ma interessiamo molto invece come individui facenti parte di gruppi.
Non importa se seguiamo il flusso maggioritario o uno di quelli secondari. Non importa se le nostre scelte possono essere ricondotte a maggioranze silenziose (ma esiste ancora?) o minoranze urlanti.
Quello che conta è che la produzione possa essere ottimizzata in relazione all'ampiezza della nicchia di mercato che occupiamo, che la comunicazione possa raggiungerci e che l'offerta sia allettante.

Il principio di diversificare l'offerta è basato sull'identificazione quanto più precisa possibile del potenziale compratore.

Ovviamente il sogno della produzione sarebbe quello di un mercato omologato al compratore tipo, il che consentirebbe un abbattimento dei costi massimale grazie all'economia di scala. E a questo si tende con tutti i mezzi a disposizione. Però, visto che in qualche modo qualcuno riesce a sfuggire, allora alletta quel qualcuno con proposte alternative.

Insomma: sarebbe meglio se si vendessero tutte bibbie, costerebbe meno produrle. Ma se proprio non vuoi essere cristiano, allora ti vendo pure il corano, pure i veda, pure i manuali sullo sciamanesimo o il satanismo.
Basta che possa programmare la produzione in base alle potenziali richieste.

E questo vale per TUTTO. A qualsiasi livello.

Per questo è necessario tracciare. Bel verbo, bel concetto, quello del tracciare. Si poteva anche usare seguire per tradurre il concetto di tracking ma tracciare è sicuramente meglio.
Dà l'idea di una serie di bip su uno schermo radar. Siamo noi, quei bip.
Siamo uno ma facciamo parte di un tutto in un tutto ancora più grande.

A noi sembra che la nostra vita sia fatta da scelte più o meno casuali.
Ma non è così. Veniamo tracciati, su uno schermo, in modo da poter predirre come ci muoveremo, in quanti lo faremo, in che direzione andremo.


Così mi sono cancellato da feisbuc.

Per inciso, mi è capitato che chi non mi ha più visto lì sopra ha pensato che avessi cancellato a lui, dalle mie amicizie, e quindi si è offeso. Non mi ha chiamato, non mi ha cercato. Mi ha semplicemente cancellato da altre interazioni virtuali in essere.
Questo mi sembra emblematico del livello di alienazione cui si può giungere.

La vita reale, NON E' QUESTA.
Non sono i forum, non sono i blog, non sono facebook.
Questa è parte, della nostra vita. Lo è quanto leggere un libro, quanto vedere un film, quanto scrivere una lettera.
Portiamo qui quello che viviamo e nella vita portiamo quello che leggiamo e ci diciamo.
Ma non si esaurisce qui, la nostra vita.

Abbiamo un naso per odorare, orecchie per ascoltare, mani per toccare, bocca per assaporare, pelle per sentire, il caldo, il freddo, il piacere e il dolore. E sono i NOSTRI sensi. Nostri di individui singoli.
Ed è la nostra dignità di persone, quello che l'omologazione, il livellamento di massa ci ruba, senza che ce ne accorgiamo.

Pensare con la propria testa. Bene sempre più raro. E' anche frutto dell'essere soli.

10月20日

Dagli USA non solo brutte notizie.

 
E anche per non usare il blog solo per previsioni catastrofiche, qualche volta che esiste motivo di sperare, parliamone. Visto che come al solito, i media ufficiali sono così presi a guardarsi le punte dei piedi che le cose che potrebbero essere importanti veramente, sfuggono.
 
Dal Mit (Massachusetts Institute of Technology) ... arriva questa notizia (articolo originale qui)
 
Fino ad ora l'energia solare è stata un'ottima fonte energetica ma solo per i giorni di sole perché l'immagazzinamento di energia supplementare per suo utilizzo successivo è stata eccessivamente onerosa e gravemente insufficiente. Con l'annuncio fatto ieri dal MIT si è riusciti ad ottenere una raccolta estremamente efficiente e a basso costo di energia solare. Così questa scoperta potrebbe sbloccare la più potente fonte di energia non tossica, abbondante, illimitata e senza emissioni di CO2: il sole.

"Questo è il Nirvana di ciò che abbiamo immaginato per anni" ha spiegato Daniel Nocera, professore, ricercatore del MIT e autore del documento che descrive l'esperimento e la ricerca compiuta. "L'utilizzo dell'energia solare è sempre stata limitata e lontana da essere una soluzione -totale-. Ora invece si può seriamente pensare ad un utilizzo dell'energia solare illimitato."

Ispirato dal processo di fotosintesi delle piante, Nocera e Matthew Kanan (borsista postdottorato nel laboratorio di Nocera), hanno sviluppato un processo senza precedenti che permetterà all'energia solare di essere utilizzata per dividere l'acqua in idrogeno e ossigeno e ricombinato all'interno di una cella a combustibile, producendo energia elettrica per casa o per auto senza creare emissioni di CO2 sia di giorno che di notte. La componente chiave per Nocera e Kanan del nuovo processo è un catalizzatore che produce ossigeno dall'acqua ed un altro prezioso catalizzatore che estrae idrogeno. Il nuovo catalizzatore consiste in metallo di cobalto, del fosfato ed un elettrodo posti in acqua.


Quando l'energia elettrica proveniente da una cella fotovoltaica, da una turbina eolica o da qualsiasi altra fonte di energia, sull'elettrodo si forma un sottile film producendo ossigeno sottoforma di gas. Combinato poi con un altro catalizzatore, come per esempio il platino, in grado di produrre idrogeno dall'acqua, il sistema è in grado di duplicare la divisione degli atomi che compongono la molecola dell'acqua come si verifica durante il processo di fotosintesi.

Il nuovo catalizzatore funziona a temperatura ambiente e pH dell'acqua neutro; "è facile da controllare", spiega Nocera. "Per questo nel momento in cui si va ad applicare per far lavorare il processo, è così facile da attuare. E' un passo gigante per l'energia pulita, la luce del sole infatti è quella che offre il maggiore potenziale rispetto a qualsiasi altra fonte di energia per risolvere i problemi di fabbisogno energetico.


1 ora di sole che colpisce l'intero globo offrirebbe abbastanza luce per ricoprire il fabbisogno di energia del pianeta per un anno. James Barber, leader nello studio della fotosintesi che non è stato coinvolto nella ricerca ammette che "Si tratta di una grande scoperta con enormi implicazione per la futura prosperità di tutta l'umanità." Ernst Chain, biochimico presso l'Imperial College di Londra "L'importanza della loro scoperta non può essere sopravvalutata, poiché apre la porta per lo sviluppo di nuove tecnologie per la produzione di energia, riducendo così la nostra dipendenza dai combustibili fossili e affrontando il problema globale del cambiamento climatico".

Ad oggi la tecnologia disponibile per dividere l'acqua e produrre energia elettrica è utilizzata solo a livello industriale ed è molto costosa ma spiega Nocera che è molto fiducioso per lo sviluppo dell'integrazione di tali sistemi agli impianti fotovoltaici. "Questo è solo l'inizio" ha detto Nocera, auspicando che entro 10 anni gli edifici potranno accumulare sempre più energia dal sole e attraverso quella eccedente utilizzarla per produrre idrogeno e così dalle celle a combustibile produrre nuova energia elettrica anche quando il sole non c'è.


Il progetto è parte del MIT Energy Initiative, un programma destinato a contribuire per la trasformazione del sistema energetico globale e per soddisfare le esigenze del futuro di contribuire alla realizzazione di un ponte fra gli odierni sistemi di fabbisogno energetico e quelli futuri. Così il successo di Nocera e del suo laboratorio mostra quanto sia importante lo studio e lo sviluppo delle diverse forme di approvvigionamento energetico come può essere quello solare e quello dell'idrogeno oltre ad un unione di diverse fonti di finanziamento da parte del governo, dalle associazioni e fondazioni filantropiche e dall'industria solare.

10月19日

Canto di un'amata

 
Canto di un'amata 
Lo so, mia amata: già mi cadono i capelli,
tanto dissoluta è la mia vita
e devo giacere sulle pietre.
Vedete come bevo il liquore più infimo,
e cammino nudo nel vento.
Ma vi fu un tempo, amata, in cui ero puro.
Avevo una donna che era più forte di me,
come l'erba è più forte del toro:
si rialza, infatti.
Lei vedeva che io ero cattivo, e mi amava.
Non chiedeva dove andasse la strada su cui camminava,
e che forse era in discesa.
Quando mi dava il suo corpo, diceva:
questo è tutto.
E diventava il mio corpo.
Ora non è più, è scomparsa
come la nube dopo la pioggia,
la mia mano l'ha lasciata
ed essa è caduta giù,
poiché quella era la sua strada.
Ma talvolta, la notte, quando mi vedete bere,
io vedo il suo viso, pallido nel vento,
forte e rivolto a me, e m'inchino verso il vento.
 
Bertold Brecht
10月18日

sabato mattina

Sabato mattina passato a dormire e poi a... dipingere :-)
devo dire che sono sempre stato un incapace senza speranza, ma con bibi (figlia) ci divertiamo a pasticciare con i colori...

ecco il risultato



10月15日

Culto della personalità

Ieri ero in un bar della periferia romana, per un caffè.
Al banco c'era un immigrato, mi dava l'idea, dall'accento, di un albanese o forse rumeno. Poi i due baristi. Evidentemente i proprietari del bar, sui 30 anni. Parlavano con familiarità.
L'argomento era Veltroni.
Dalle loro parole colava un odio denso, disprezzo e rabbia. Avevano contro Veltroni qualcosa di personale, sembrava.
 
Non sarò certo io a difendere Veltroni, per carità.
Ho cincischiato con lo zucchero e la tazzina, ho bevuto il caffè a piccoli sorsi, mi sono guardato attorno, ho cercato gli spiccioli...
volevo capire il perchè di tanta acrimonia.
 
Ho capito poi. Veltroni criticava Berlusconi. Non erano le sue parole su qualsiasi argomento a renderlo detestabile, quanto il fatto che criticasse Berlusconi. A prescindere.
Siamo in pieno culto della personalità.
Oggi leggevo su Repubblica che il 62% degli italiani esprime gradimento per Berlusconi.
 
Il punto è che Berlusconi ha capito da tempo di avere a che fare con degli idioti: gli italiani. E si comporta di conseguenza.
E gli italiani ringraziano.
Da un lato il governo compie operazioni di facciata. Puro marketing.
Cosa vogliono gli italiani, terra terra? Glielo diamo.
E dall'altro fanno il porco comodo loro.
 
Dietro il paravento idiota del si/no maestro unico o del voto in condotta, e gli italiani si schierano su queste che in fondo sono stupidaggini o comunque cose abbastanza innocue, passano tagli tali che la scuola pubblica è destinata a scomparire.
Si sta sancendo la fine dell'università pubblica. Fra pochi anni per frequentare le università si dovrà pagare salato.
 
Dietro il paravento demagogico dei soldati in piazza (completamente inutile e lo si è visto a Castelvolturno, dove la camorra continua ad ammazzare indisturbata) ci abituiamo alla militarizzazione. Abbiamo Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza... non bastavano. O sono troppo politicizzati? troppo infiltrati da Siulp e sindacati vari? Meglio i reparti della Folgore o degli Incursori della Marina?
 
Nel frattempo passano i decreti sull'immunità, i decreti che riportano in auge Corrado Carnevale!
Incredibile: un vecchio arnese in odore di mafia riemerso da qualche cripta in cui sembrava fosse stato chiuso per salvarlo da processi che avrebbero fatto tremare lo Stato, ai tempi in cui sembrava ancora esistesse uno Stato.
 
Mi fa abbastanza schifo essere italiano, in questo momento.
10月10日

Quello che temo

Penso che lo scenario della crisi attuale fosse stato ampiamente previsto.
Io, che non capisco una mazza di economia, lo paventavo da un momento all'altro, il crollo di questo castello di carte.
Figuriamoci se quelli delle varie stanze dei bottoni non lo sapevano, quello che stava per avvenire:
Il crollo dell'impero occidentale.

Si aprono prospettive inquietanti per tutto il mondo. E usando il termine "inquietanti" uso un eufemismo.

Leggo ieri un articolo su "Il Giornale"
«Chi ha un minimo di senno dovrebbe comprarsi un pezzo di terreno coltivabile, dal quale cavare il sostentamento per sé e per i propri cari, e due kalashnikov».
Due kalashnikov?
«Sì, per difendersi dagli assalitori, da chi batterà le campagne in cerca di cibo».


Nel frattempo, Silvio Berlusconi, che di quello e altri organi di stampa è sostanziale padrone, rassicurava gli italiani: va tutto bene, state tranquilli.

Ora è ovvio che vero o non vero, qualunque presidente del consiglio non potrà mai venire in televisione a dire "è un disastro si salvi chi può"; ma è altrettanto ovvio che contemporaneamente, volendo realmente che il paese mantenga la calma, si eserciti un certo controllo sugli organi di stampa. Controllo a cui gli organi di stampa sono ben abituati e ben disposti, come sappiamo.

Come mai questo paradosso? Ieri mi veniva da ridere: pensavo alla solita italia scoordinata e imbecille.
Poi ripensandoci mi sono dato del fesso.

Mai sottovalutare il nemico, ho pensato.
Questi sapevano benissimo quello che stava per accadere. Questi sono mesi che pompano con sondaggi e notizie ad hoc sull'insicurezza in cui vivono gli italiani. Questi ci hanno abituato ai soldati per le strade. Questi sempre di più non si vergognano a parlare di cambiare le regole di un parlamento che gli va stretto.

Questi stanno preparandosi, per quando l'onda di tsunami provocata dal terremoto finanziario arriverà a investire realmente le classi sociali, e le cose inizieranno a precipitare, a prendere in mano le redini del paese per il bene dello stesso.

Da un lato fanno finta di rassicurarci, dall'altro, che si generi insicurezza e paura del futuro gli va benissimo.
Quando le fabriche inizieranno a chiudere e mettere gente per strada, quando pagare i mutui sarà un problema, quando le banche chiederanno alle aziende di rientrare dagli affidamenti e quelle non saranno in grado di farlo, quando i conti correnti saranno sospesi, quando si cercherà disperatamente liquidità accorgendosi che l'offerta sta facendo crollare i prezzi di quello che pensavamo di avere...
quando la gente inizierà a chiedere la testa di qualcuno...
ci sarà l'uomo forte, quello del destino, a fare piazza pulita di opposizioni e proteste di piazza.

A fianco all'alleato americano nello scenario internazionale, governando il paese con pugno di ferro.

Fra quanti anni?
Forse pochi. Meno di quanto potremmo sperare.

10月8日

monologo

Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente.
Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato.
Canta.
Non esser crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l'invidia.
A volte sei in testa.
A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati.
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
Le tue scelte sono scommesse.
Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo.
Usalo in tutti i modi che puoi.
Senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
È il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla.
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza.
Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori.
Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli.
Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono.
Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta. (Phil Cooper) [Monologo finale di The Big Kahuna]
10月7日

rinunciare al perdono

    Bisogna esporsi (questo insegna
    il povero Cristo inchiodato?),
    la chiarezza del cuore è degna
    di ogni scherno, di ogni peccato
    di ogni più nuda passione...
    (questo vuol dire il Crocefisso?
    sacrificare ogni giorno il dono
    rinunciare ogni giorno al perdono
    sporgersi ingenui sull'abisso). (p.p.pasolini)
    Volevo commentare, perché è uno stato d'animo che provocava domande simili, quello da cui è scaturito il ricordo di questi versi. Ma è impossibile. Non c'è altro da dire oltre queste parole. Quanto si paga per essere se stessi. per amare. per avere passioni. ideali...
    Ti esponi al vento, e il vento ti scava. Guardi l'abisso e l'abisso guarda dentro di te.

...uhm...

Sapete nelle statistiche del blog, che uno va a vedere chi lo ha visitato e perchè...
io vengo trovato spesso per via di un'immagine che evidentemente piace molto, non so perchè:
 http://www.sacom.net/pics/cavalli.jpg la gente la trova su google immagini e arriva nel mio blog.
 
ieri sera sono stato trovato con questa chiave di ricerca:
"avevo voglia di sentirlo entrare dentro"
 
Ora... insomma... ciò una certa età oramai e le mie inclinazioni erotiche credo di averle esplorate un pò tutte... ma sono sicuro di non aver mai formulato un tale pensiero. Men che meno di averlo scritto qui.
Infatti sono andato a vedere e non c'è niente del genere. Però, siccome il motore di ricerca non trova la frase virgolettata ma i singoli termini, extrapolandoli dalla pagina uno ad uno nella sequenza suddetta ha potuto comporre la frase.
L'ignoto visitatore, che saluto cordialmente se mai tornasse, sarà rimasto deluso. Me ne dispiace. Eventualmente in futuro metterò sul blog qualche racconto erotico. Anzi pornografico.
 
Ma il punto di cui volevo parlare non è questo, bensì del fatto che il motore di ricerca, estraendo delle parole da un contesto di frasi, ha agito come una sorta di decrittatore. Per capirsi: come se uno avesse una pagina scritta e una serie di numeri ... 4 3 12 6 2 5 8 ... eccetera e da ogni frase (chiusa da un punto) estraesse la parola corrispondente (è un modo semplice per crittare).
 
Insomma ha decrittato questo mio messaggio (subliminale?) nella pagina.
Ha scoperto la mia omosessualità latente?
 
Non è che la cosa mi preoccupi in realtà, solo che sono perplesso ... :-D
c'è qualcosa di diabolico in un software del genere!
 
 
 
10月1日

Juliet

 
La mia sveglia suona alle 6.20. E' notte fuori ed è notte nella mia testa. Anche se come spesso accade quando ho dormito il giusto, ho aperto gli occhi pochi istanti prima: alle 6.19. La radio manda musiche che non sono in grado di percepire, in quel momento. Mi alzo subito perché ogni minuto che perdo sarà moltiplicato almeno per 3-4 nell'aumentare del traffico. Con passo barcollante arrivo in bagno, ci sto il minuto necessario per poi andare a mettere su il caffè senza saltellare nel frattempo, torno in bagno mi lavo la faccia i denti, vado in camera mi vesto, nel frattempo il caffè esce, torno in cucina faccio colazione prendo qualcosa esco da casa: 6.36 / 6.41 dipende se devo cercare cose in frigo da portarmi via. La macchina è fra i 3 e i 15 metri dal portone. Salgo metto in moto accendo la radio. Radio rock.
 
Questa mattina chiacchierano un po'. Quindi parte questa canzone. Romeo and Juliet - Dire Straits in una bella versione live.
 
Ci sono canzoni che si sono legate ad momenti speciali della nostra vita. Questa per me è una di quelle.
Poi c'è Love is Blindness - U2, Supper's Ready - Genesis e qualcun'altra.
 
Suoni che richiamano ricordi. Ricordi che possono essere anche una sofferenza, perché ti manca quella persona, quella tua vita, quei momenti.
E' malinconia. Nostalgia. E' come partire e guardare qualcuno che rimane. E sai che non tornerai.
 
E tutto questo alle 7 di mattina, in coda nel traffico, non è il modo migliore per affrontare una giornata. O forse si.
Penso a chi non tornerà e mi allontano ancora di più dal mondo.
Mai, come in questo periodo, mi sono sentito lontano da tutto e da tutti. Mai, come adesso, cerco di scomparire.
Esco dalla mia pelle, la lascio qui come segnaposto. E' brillante e sa conversare. Ai più può bastare.
E chi vuole di più, da me... perché dovrei? Vuoi parlare? parliamo. Vuoi scalare? scaliamo. Vuoi scopare? scopiamo.
Posso darti tutto quello che vuoi. Ma non me. Me non c'è. Me è altrove. E tu non puoi arrivarci.
Posso urlarlo, che nessuno può arrivarci? Posso dirlo, che posso essere cattivo per impedire a chiunque di avvicinarsi?
 
Ogni cosa che facciamo ha conseguenze nella nostra vita. Ogni istante in cui prendiamo, o non prendiamo, delle decisioni, cambierà la nostra esistenza. Nessun rimpianto, nessun rimorso. Ricordi, malinconia, si. Ma come compagni, anche graditi,
E quante volte ci si può chiedere:

When you wanna realise it was just that the time was wrong juliet?

E non si può tornare indietro.