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11月28日 stanotteQuesta notte mi sono svegliato alle 2 e c'era questo vento forte. Fischiava passando fra le inferriate del giardino. La tenda sbatteva.
Mi ha ricordato qualche notte passata in bivacco, dove il timore che una raffica eccezionale ti portasse via dentro la fragile baracca di metallo ancorata con cavi alla roccia. Via a sfracellarti con essa, qualche centinaio di metri più sotto.
Mi ha ricordato qualche notte passata in macchina, ché la tenda non si poteva montare con quel vento, e in cui non riuscivo a dormire perché la macchina si muoveva troppo.
Mi ha ricordato una notte in barca. Quando ho capito che la montagna ce l'avevo nel dna e il mare, per quanto potesse darmi le stesse sensazioni, no... mi era estraneo e lo temevo in modo irrazionale. L'angoscia di ogni onda che ogni tredici arrivava il doppio delle altre e da un angolo diverso. Conta le onde, 1, 2, 3... sposta le prua, eccola... torna a contare... con la barca piegata e i muscoli delle gambe doloranti.
Mi ha ricordato quanto può far male sulla faccia la neve gelata sparata dal vento e quando ti volti la raffica ti svuota i polmoni e rende difficile prendere aria per respirare. Quando tocchi il tuo compagno con un braccio e non ti senti per quanto tu possa urlare e devi comunicare a gesti.
Sono in una casa solida, sotto un piumone. Si sente solo il rumore del vento. Ed è anche piacevole sentire il rumore rabbioso delle sue folate.
Ma è qualcosa che ho dentro, il rispetto per il vento.
Ho imparato a temerlo, quando mi sono sentito alzare da terra e depositare più in là.
Eppure non posso fare a meno di amarlo. Perché esiste è puro è indifferente.
Era bello quando gli uomini potevano pensare al vento, al sole, alla pioggia, al mare come dei.
Mi piacerebbe, saper pregare il vento. E saper ascoltare il suo linguaggio, fatto di parole strappate chissà dove, trascinate in alto con terra odori foglie.
E la pioggia. La neve.
Un dio che si può toccare e da cui si può essere carezzati e sferzati. Un dio capriccioso, indifferente, benevolo e crudele.
Lo cerco, in montagna. E lo trovo, perché lì c'è ancora.
Stanotte è sceso in città. L'ho sentito. ::::::::::::
Sul Gran Sasso, qualche anno fa, con raffiche a 140 kmh 11月27日 compagni di stradaLa vita è fatta di scelte. Di innumerevoli biforcazioni di un sentiero che è nostro e solo nostro. Possiamo essere accompagnati da altri, o anche accompagnare, altri. Possiamo guidare o farci guidare, per periodi più o meno lunghi. E' una scelta anche questa.
E tuttavia, che sia il nostro sentiero o che ci si ritrovi su quello di qualcun altro, è un po' come addentrarsi in un intrico in cui è difficile orizzontarsi.
A volte il sentiero si apre ed è chiaro, e sembra si possa guardare lontano e a volte quasi si perde.
Ci si ferma a guardare indietro, si pensa alla strada che si è fatta, agli amici che hanno accompagnato il tuo cammino e che sono andati sulla loro via, a quello che hai lasciato, perchè dovevi, a quello che pensavi di raggiungere e che non hai mai trovato.
Ogni tanto senti la necessità di sapere dove sei, e di incontrare chi si trova dove sei tu.
Ti sorprende, all'inizio, sapere che si può arrivare in quel posto da strade completamente diverse, ma poi lo impari e smetti di sorprenderti.
Comunicare con chi si trova dove sei tu è piacevole, si può dividere una sosta, e un bicchiere di vino, un fuoco.
Ma se le strade vengono da lontano, l'una dall'altra, è difficile che continuino vicine.
Solo che viene dalle tue stesse zone potrà accompagnarti nel cammino, per un po', almeno.
Fuor di metafora: le esperienze e i valori comuni formano il substrato che permette alle persone di comprendersi veramente. L'attrazione fisica nel caso dell'amore; o delle passioni in comune nel caso di amicizie, non bastano. Sono necessarie ma non bastano.
Serve una base di riferimento, perché delle vite complesse e stratificate possano avvicinarsi e saldarsi.
Altrimenti lo sforzo per comprendersi sarà enorme.
Supererà ogni collante, come la passione e la condivisione.
Questo è tanto più vero quanto più si è vissuto e ci si è addentrati lungo la propria strada.
Per questo siamo qui, sulla rete, a cercare nelle città invisibili, i nostri simili.
11月25日 gli occhi di una sconosciutaRaramente mi è capitato di incontrare una donna e di restarne colpito al punto da non riuscire a staccarle gli occhi di dosso. Di provare un'attrazione fisica fortissima che ha poco a che vedere con i feromoni, perchè magari si è verificata in luoghi affollati, a distanza. Sembra più legata allo sguardo. Non so bene, non riesco ad analizzarla. Al mio sguardo: cioè, quello che io vedo sembra riscontrarsi automaticamente con un qualche modello che ho nella mia testa, chissà dove e che non saprei descrivere, ma che quando riconosco sembra che dentro di me accada qualcosa. Mi è accaduto, come dicevo, raramente. E ogni volta, purtroppo, non c'è stato alcun seguito. La prima volta ero studente, penso i primi anni di liceo. Ero su un autobus, seduto e leggevo. Alzo gli occhi e il mio sguardo incrocia quello blu di una ragazza con i capelli rossi. Ricordo i suoi occhi, i suoi capelli che incorniciavano un viso gradevole, un qualcosa di rosso addosso. Non è che ricordo questo ora, che sono passati tanti anni. Anche nell'immediato, questo è tutto quello che avevo di lei. Perchè, semplicemente, rimanemmo per un tempo lunghissimo, che non so quantificare, dato che mi emozionai così tanto da perderne nozione, a fissarci negli occhi. Quando uno dei due distoglieva lo sguardo, poi immediatamente tornava. Sempre più a lungo. Sempre più sicuro. Ed era una sensazione incredibile. Di amore. Si può dire amore? Lei si alzò e scese. E io rimasi lì a rimpiangere di non aver detto niente, di non averla fermata, di non sapere nulla di lei. Tornai più vole su quell'autobus a quell'ora. Scesi alla sua fermata, gironzolai lì attorno. Ma non l'ho più rivista. Per giorni mi mancò fisicamente, dolorosamente. La seconda volta era una ragazza che incrociavo in palestra all'ora in cui mi allenavo. Con lei perlomeno parlavo. Mi piaceva tantissimo. Ricordo che si chiamava (si chiamerà ancora) Francesca, e lavorava come hostess di bordo in Alitalia. Parlavamo, ma se parlando mi avvicinavo a lei, mi girava la testa per quanto era forte l'istinto di avvicinarmi ancora di più fino a stringere il suo corpo addosso al mio. Era un desiderio fisico che non era sessuale, anche se poi senza dubbio lo sarebbe divenuto, ma sensuale. Era la necessità feroce di sentirla addosso, di andare oltre la comunicazione verbale e quella visuale, di toccarla, annusarla, assaggiarla. Era qualcosa di molto più animale. Eppure in questo caso anche era qualcosa di simile all'amore, era desiderio fisico violento ma anche trasporto emotivo. Era quella passione che ti fa perdere la testa. In questo caso rinunciai. Non volevo casini nella mia vita. Ma io ero sposato ed era appena nata mia figlia; lei anche aveva una storia. E mi costò tantissimo, rinunciare, ma dovevo. Cambiai giorni e orari per non incontrarla più, Francesca. L'altra sera sono andato a Tivoli, a vedere il film di certi amici che tornavano da una spedizione in miyar valley, himalaya. Ad un certo punto vedo davanti a me, di spalle, una ragazza, alta, castano scura di capelli, lunghi, molto belli e luminosi, un piumino forse north face, jeans. Piacevole per come si muoveva. Quando si volta e la vedo in viso ... ancora quella sensazione. Il cuore che aumenta i battiti. Anche lei si volta di nuovo. Si muove sulla sedia. Si volta ancora. Dalle nostre posizioni (io di fianco ma leggermente dietro) è difficile continuare a guardarsi, ma fingendo di cercare qualcuno nella sala ci riusciamo, più volte. Chissà se anche lei ha provato la stessa sensazione o era per come l'avevo fissata io. La rivedo fuori, sulla porta. Continuiamo a guardarci. Ma era con dei suoi amici. E non conoscevo nessuno. Che potevo fare? Vado via voltato verso di lei e lei che si voltava verso di me. Magari semplicemente pensava per come la guardavo che la conoscessi. Non so. Non è detto che lei provasse quello che provavo io. Ma non lo saprò mai. Cazzo! Un'altra volta! L'ho persa. Non so niente di lei. Non conosco i suoi amici. Non conosco nessuno da quelle parti. L'ho persa. Di nuovo. e l'unica cosa che posso fare è dedicarle questi versi, che ho trovato in rete di Alessio Cosso Ti ho vista una sera in quel pub di legno e di musica dal vivo mentre ballavi dentro un vestito dai fiori scuri come i tuoi occhi le belle gambe fasciate in seta nera si muovevano al tempo invitante di note che sentivi solo tu ma nulla di tutto ciò ha calamitato i miei occhi, è stato quel sorriso un sorriso triste il più bel sorriso triste che ho mai visto. ed i nostri sguardi si sono incrociati il mio da sopra una camicia bianca e fuori luogo il tuo da sopra la spalla dell'uomo che ti stringeva ballando cercando inutilmente di ballare quella tua musica, ed il sorriso per un istante si è acceso di malizia e sensualità occhi negli occhi ed ero io con te a danzare insieme fuori tempo al nostro tempo in un giuoco di sfioro e contatto soli nella folla folli nella distanza. ma la musica è finita l'istante passato tu sei tornata al tavolo a braccetto a lui ed io uscito a fumare una sigaretta immaginando il profumo della pelle tua che non ho sentito. 11月18日 le formiche e le cicalePer tutta la vita ho pensato: io morirò presto. Ad un certo punto mi sono reso conto che mi ero sbagliato. Che giovane non ero più e non ero morto. Inspiegabilmente sono sopravvissuto a me stesso.
Mi sono anche riprodotto. E non lo avrei mai creduto possibile.
Ci ripensavo, qualche settimana fa, proprio quando scrivevo il post sulle esperienze premorte, a quante volte c'ero andato vicino. Non me ne ero reso bene conto fino a quando non ho cominciato a raccontare le varie esperienze: ad un certo punto ho smesso... perchè mi sembrava di esagerare, rispetto ad altri, anche miei coetanei, che avevano poco da dire in proposito. Ho taciuto. Ma mi sono chiesto perchè ci fosse questa differenza. E non ho saputo darmi una risposta.
Mi sono chiesto se esistesse qualcosa in me che mi spingesse a cercare la morte. Oppure che mi facesse sentire vivo solo in quella sottile zona d'ombra in cui si è sul margine. O che esista in me una pulsione autodistruttiva cui si contrappone un (più) forte istinto di sopravvivenza.
Non lo so. Io in ogni cosa che ho fatto nella mia vita sono stato agli estremi. Pericolosamente. Non è solo questione di attività sportiva, anche se in esse ho sublimato parecchio questo istinto, vivendole con un abnegazione da professionista anche quando erano importanti solo per me.
In ogni cosa che ho fatto ho messo in gioco tutto.
Non era importante vincere, anche se ho cercato, a volte disperatamente, di non perdere. Era importante giocare. Anzi: era importante sopravvivere. Perché sopravvivere significava continuare a giocare.
Ma vedo che con il tempo divento più saggio. Non spingo la vita al massimo. Ho una politica conservativa. D'altro canto gli anni passano e certe cose non me le posso più permettere.
Allora mi chiedo cosa farò nei prossimi anni, quando realmente il fisico non mi permetterà di vivere a modo mio.
La stanchezza, i dolori, la malattia... possono farti perdere la capacità di sentire la vita. Di provare emozioni.
La politica conservativa può arrivare al punto che vivi di ricordi, e null'altro.
Che senso ha?
Viviamo in una società in cui sembra che il valore primario sia la lunghezza della vita. Una lunghezza distinta dalla qualità della stessa. Una lunghezza a prescindere.
Vediamo gente negli ospedali tenuta in vita artificialmente. Vediamo persone che hanno perduto ogni dignità. Tenuti in vita in qualsiasi modo mentre il male li divora.
Io me ne sono sempre fregato del mio futuro. Non ho rimpianti del passato.
Non ci riesco. Io vivo la mia vita nel presente.
Non riesco a tormentarmi con "ah se avessi fatto, se avessi detto..." e questo è un bene, senz'altro. Ma nemmeno riesco ad essere previdente. A pensare al futuro. Alla sicurezza.
Non ci riesco: sono una cicala. Indubbiamente sono una cicala. Specie nei sentimenti, nelle emozioni. Voglio tutto e subito. Sono avido di emozioni, di sensazioni. Voglio morderla e ingoiarla a grandi bocconi, la vita.
Mi chiedo come possa la formica lavorare tutta la sua esistenza per accumulare sicurezza, non godendosi il presente e forse nemmeno il futuro.
Non discuto che possa esistere la formica, per carità. Ma io non ci riesco ad esserlo. Quando ci ho provato... si, ci ho provato, mi è sembrato di morire anzitempo.
Ma quando ti rendi conto che forse hai sbagliato le previsioni e che dopotutto l'estate è agli sgoccioli, allora che fai?
La cicala va a bussare alla porta della formica?
Non credo. Penso che sceglierò il modo e il momento. Come si è sempre fatto prima dell'avvento della logica della vita a tutti i costi. Me ne vado in cima ad una montagna d'inverno, mi spoglio e mi metto al vento. E attendo. Ma decido io.
Per questo non posso dividere la mia vita con nessuno. Per questo non voglio che qualcuno mi ami. Come posso spiegare a qualcuno che me ne sto andando (come tutti, ma che io ne sono consapevole e mi sta bene così), che la vita mi interessa sempre meno, che sono concentrato su alcuni aspetti ma che altri sono del tutto trasparenti, che non intendo costruire ma, piuttosto, togliere, ridurre all'essenziale?
Come si può spiegare a chi non sa... chi non prova...
io non mi amo.
E' un imperativo categorico di questa società quello di amarsi.
Ma perchè dovrei farlo?
Ho un istinto di conservazione; ho una curiosità innata e il conoscere, e il creare, è un godimento intellettuale; alcune cose fisiche mi fanno star bene. Mi amo quando sto bene. Nel momento in cui sto bene. Mi amo in modo animale. Amo le sensazioni che provo.
Ma non posso amarmi a prescindere. Non posso amarmi quando sto male o non riesco più a star bene.
Questa insofferenza, questa inquietudine, l'essere fuori posto... mi ha sempre accompagnato, ed è sempre più presente. Ormai l'accetto come facente parte di me. Ed è incondivisibile e non nascondibile. Non a lungo almeno. Ho sempre sofferto questa tendenza ad essere fuori dal branco. Il mondo mi diceva che era sbagliato, che dovevo correggermi, che dovevo modificarmi. Che non sarei stato felice. Che avrei sofferto. Che sarei stato solo.
Si tutto vero. Ma non c'è niente da fare. Sono fuori. Lo sono sempre stato. Anche quando sembravo dentro... ero lontano. Anche adesso. Nessuno mi conosce veramente. Ognuno vede di me una faccia che è vera ma non è l'unica. Ce ne sono altre. Ognuna è importante e anche non lo è. Ognuna è vera ma potrebbe anche non esserlo. E' sacrificabile. Ma perchè dovrei sacrificarla? Perchè dovrei nascondere parti di me, belle o brutte, stupide o intelligenti, eroiche o abiette. Per presentarsi in modo da essere adeguati ed accettati.
Io penso di essere inadeguato per il branco. Penso di essere asociale. Spesso dissociale.
Sono lo specchio di vite passate lontane anni luce e terribilmente presenti.
Che mi sono anche stancato di presentare per spiegare chi sono.
Sono quello che sono e sono frutto di quello che sono stato. Di quello che ho visto e vissuto. Di ciò che mi hanno fatto e detto.
Ma vado per la mia strada. Senza nemmeno pormi la domanda di dove potrà portarmi. Anche perché se me la ponessi, e ogni tanto lo faccio, entrerei nel loop della sicurezza, dell'angoscia per non conoscere il futuro, nel non sapere come saranno i prossimi anni.
L'ansia del controllo del futuro; l'angoscia della paura della morte.
Quello che ci spinge ad accumulare, a conservare, a mantenere, a tenere stretto, a possedere, ad aver paura degli altri.
Ho sempre sofferto poco della necessità di essere adeguato e della paura del futuro. E questo poteva essere interpretato come arroganza. Come senso di onnipotenza.
Ma non è così. E' solo che così penso di poter esprimere realmente me stesso. E non quello che il mondo ritiene sia il modo di esprimere se stessi.
Per cui continuo ad andare sulla mia strada.
Una strada che non può essere condivisa. Specie perchè il mondo è pieno di gente che pensa al proprio futuro con qualcuno proiettandolo nella logica della sicurezza verso distanze inimmaginabili. Quando nella realtà la maggior parte dei rapporti che abbiamo non dura più di qualche mese o al massimo qualche anno. E invece più che il presente, sembra debba essere condiviso, fra le persone soprattutto il futuro.
Nel mondo delle formiche è così. Ma io vivo nel mondo delle cicale.
11月14日 tirami una reteE' incredibile restare a terra con le ali sgonfie in salita scattano avanti e tu che non ce la fai. E invece no, sto come sto, ma ho tanta vita da fare come sto. Ma l'uomo che ha paura fa di tutto, adora piccoli dei, fa di più, chiama amore una suggestione o che. E allora no, sto come sto, c'è tanta vita da fare come sto. Sto come sto, cerco l'azzurro dei gesti, come i tuoi. Tirami una rete e non lasciarmi andare che sto dove sto. Non farmi cadere perché si può cadere di più, fossi in te rischierei. Mi potrei schiantare come un aquilone, quando il vento non c'è, ma tu fammi atterrare senza farmi male che puoi, io ti benedirei. Solo come tanti è normale quasi mortale, anche un atleta sbaglia gare importanti questo lo sai? Mi senti o no? Sto come sto, nel rosso delle parole quelle tue. Tirami una rete e non lasciarmi andare che non so dove sto. Non farmi cadere che c'è molto di più, c'è di più, fossi in te rischierei. Mi potrei schiantare come un aquilone quando il vento non c'è, ma tu fammi atterrare senza farmi male che puoi, fossi in te rischierei. Fammi riposare gli occhi su di te tutto il tempo che c'è, ma tirami una rete con tutta la vita che sei, io ti benedirei. 11月13日 let it be Ascoltata questa mattina alla radio, mentre venivo al lavoro: "Let it be" nella versione di "Across the universe" Let It Be
When I find
myself in times of trouble
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