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12月26日 nei boschiContinua la serie dei boschi, ora però dall'autunno sono passato alla primavera, a fine maggio inizi di giugno nella val maone, sul gran sasso, nella faggeta.
E domani me ne vado ad arrampicare a sperlonga, forse per tutta la settimana. Buon anno a tutti. :) 12月23日 dove... quando ...
12月21日 Tis in my memory locked, And you yourself shall keep the key of it
12月18日 io sono un uomo libero di Ivano Fossati Esco di rado e parlo ancora meno mi hanno detto che vuoi vedermi e mi conosci bene, dici la vita è un viaggio lento ragazza mia nè destra nè sinistra Lazzaro si sveglia tutti i giorni e Caino gli porge il sale e non per la minestra e non per la minestra. Sono stato un uomo tenero, ti dico un uomo vegetale sono stato a guardare la feroce bellezza del mondo lentamente trasformare lentamente trasformare. Io sono un uomo libero nè destra nè sinistra sogno ancora credendo di pensare sogno ancora coi gomiti affacciato alla finestra affacciato alla finestra. Ma ci sono cantanti a cui non si può credere ci sono poeti che non si può raggiungere qui tutti parlano e parlano o peggio scrivono e scrivono è cultura universale o biblioteca comunale. Fra il celeste e il profetico fra il religioso e il mistico il maschio e la sua conquista il puro e il diabolico fra il politico e il possibile il passero e l'azzurro profondo il rosso e il suo tramonto la voce e lo spirito. Scelgo di camminare in silenzio accanto a te vita mia che sono un uomo libero in questo mondo vita mia che sono un uomo libero in questo mondo. Sempre e sempre sempre e sempre sono un uomo libero sempre e sempre sempre e sempre. Esco di rado ma osservo molto come vedi alla vita mi vendo tutto dalla testa ai piedi la vita è un ballo verticale si impara un passo al giorno il prezzo dei passi sbagliati è un brutto foglio di viaggio e non c'è ritorno e non c'è ritorno. Fra il celeste e il profetico fra il religioso e il cattolico fra l'inganno e la promessa il delirio fanatico la pace con le armi il politico e il possibile il passero e l'azzurro profondo la voce e lo spirito. Scelgo di camminare in silenzio accanto a te vita mia che sono un uomo libero in questo mondo vita mia che sono un uomo libero in questo mondo. Sempre e sempre sempre e sempre sono un uomo libero sempre e sempre sempre e sempre. 12月17日 ricordo Dei quattro nonni naturali che spettano ad ogni essere umano, io ne conobbi tre. Il padre di mio padre morì prima che io nascessi. Delle nonne, una viveva lontano e non la vedevo spesso. L'altra era buona, dolce, cucinava delle stupende polpette. Romana doc, la sora Clara, nata nel 1909 nel rione Monti, ovvero dove una volta c'era l'antica Suburra era andata a vivere dopo sposata a Trastevere, in via della Luce, angolo via della Lungaretta. Le stesse case che questo pittore, Ettore Roesler Franz, ritraeva in fine 1800, un 40 anni prima. ![]()
Ettore Roesler Franz
Gruppo di vecchie Case Mediovali alla Longaretta, angolo via della Luce
1882-1889 ca.
Acquerello su carta
mm 750x535
In quelle case nacque mia madre, e i suoi fratelli più grandi. I più piccoli invece a Quarticciolo, dove il fascismo sfrattò gli abitanti delle zone centrali che voleva restituire all'antico splendore. Suo marito, il padre di mia madre, mio nonno... si chiamava Corrado. Era nato nel rione Borgo, lui. Quello alle spalle di San Pietro. Un borghiciano e una monticiana, s'erano conosciuti, sposati e erano andati a vivere in trastevere. Quando i rioni di roma erano anche rivali fra loro. Quando se andavi a portare via le loro donne rischiavi la coltellata. E' incredibile pensare a com'era questa città meno di cento anni fa. A lui debbo una buona parte di quello che sono. Gli assomiglio fisicamente, ma anche come carattere, per molti versi. Ancora oggi mia madre ogni tanto mi dice: sei tale e quale a tuo nonno. Quando attorciglio le salviette a tavola, per esempio. Quando la prendo in giro sulle cose della religione. Quando scherzo su tutto. Io ero il primo nipote, lui era appena andato in pensione, prima del tempo, per malattia. Appena poteva mi portava con lui. Da lui ho preso lo scappare dalla città, appena possibile. Aveva una 600 bianca e con quella andavamo nei boschi intorno a roma, a Montecompatri, a Frascati. A respirare aria buona, diceva. A quel tempo! Chissà oggi, cosa direbbe dell'aria che respiriamo nelle città. E come capirebbe il mio scappare in montagna appena possibile. Godeva solo per il fatto di essere in un prato. Gli bastava un prato qualunque, un prato di quella periferia che oggi è piena di case era con lui un luogo magico, pieno di sorprese e di racconti. Mi ha insegnato a rispettare gli animali, qualunque animale. Ad amare i cani. Mi ha assecondato quando raccolsi il primo cane della mia vita. Riaccompagnandomi in macchina nel prato dove lo avevamo visto, con qualcosa da mangiare e poi a prenderlo, per portarlo via con noi. Mi ha insegnato, anzi, me l'ha passata nel dna, l'odio profondo per i soprusi, le ingiustizie, le prepotenze, i vigliacchi. Mi ha passato l'ateismo sanguigno anticlericale, che dileggia i preti, l'antifascismo viscerale. Non era un diplomatico. Mi ha ripetuto mille volte, appena poteva: ricordati sempre: chi mena per primo mena due volte. Non ti far mettere i piedi in testa da nessuno. Da nessuno, hai capito? Mai. Me lo ricordo come fosse ora, seduto su una sedia messa al contrario, in modo da poter appoggiare le braccia sullo schienale, davanti alla televisione in bianco e nero, ad ascoltare compiaciuto Longo, o Berlinguer, e ad insultare con continuità Almirante. Ammirava Almirante per come parlava. Diceva: sa parlare sto disgraziato, mascalzone (penso si contenesse nei termini per la mia presenza), farabutto. Impiccato devi finire. Li odiava, i fascisti. Li odiava e li disprezzava. Meglio per te, nonno, essere morto prima di vedere che sono tornati e stanno ovunque, e comandano loro. Era orgoglioso di me. Cercava d'insegnarmi a disegnare. Lui che non aveva fatto scuole, era bravissimo, istintivamente, con il chiaro scuro. Era bravo a scolpire. Lavorava l'argilla, la plastillina. Mia madre ha a casa una testa in bronzo, di me bambino, fatta da lui. E altre opere. Era solo un fonditore, ma a frequentare artisti aveva imparato. Era fiero della sua amicizia con Manzù. E mi mostrava orgogliosamente le opere a roma nelle quali aveva lavorato. Vedi il cavallo, lassù? Indicando le quadrighe in cima all'altare della patria... Sembra piccolo eh? Quando lo abbiamo saldato ci siamo entrati dentro in 15, comodamente seduti. ..O la madonnina di piazza di spagna, della quale abbiamo ancora copie in bronzo, piccole ovviamente. Delle prove. E altre sue. Era bravo davvero. Ogni anno passava dei periodi in ospedale, per via di quel mezzo polmone che gli avevano tolto per sbaglio e per le polmoniti che inevitabilmente diventavano raffreddori e bronchiti. Allora faceva disegni alle infermiere, che lo adoravano per le sue battute di spirito. E mia nonna s'ingelosiva un po'. A casa, la bombola dell'ossigeno sempre ai piedi del letto. Mio padre gli portava quelle grandi dall'officina. Che duravano di più. Povero nonno. Quanto faticava a salire le scale. Ogni rampa era una conquista. Io ero ragazzino e correvo avanti. E lui: vai vai, che io mi devo fermare. La mano appoggiata al corrimano, un passo e dei respiri profondi. Per lui ogni ritorno a casa era come salire a 8000 metri. Non era grasso, ma per essere uno nelle sue condizioni avrebbe dovuto stare perennemente a dieta stretta. Ma si può tenere a dieta uno che aveva sofferto la fame vera più volte, nella sua vita? Non capiva come io fossi uscito così schizzinoso. Non poteva nemmeno concepire, che si buttasse qualcosa da mangiare. Da quà, finisco io, diceva. Era sempre a dieta. Ma era famoso per il suo oggi rompo, da domani però... a dieta. Era comunista. Era stato fra quelli che avevano seguito il mitico gobbo del quarticciolo, fino alla fine della guerra. Quando poi il partito lo aveva sconfessato (tradito, diceva lui) aveva lasciato il gobbo, che tanto si sapeva come sarebbe finito, e anche il partito. Ma era rimasto comunista. E' morto tanti anni fa. Quasi 30. Ma è dentro di me, con le sue frasi, le sue espressioni, le sue indignazioni e la sua umanità profonda. Non ho mai sentito il bisogno di andare al cimitero a Prima Porta, dove si trova la sua tomba. Solo quando morì anche la moglie, mia nonna, ci tornai per il funerale e l'inumazione e da allora mai più. Non so perchè. Per me lì non c'è niente. Quello che ti porti dietro nella tua vita di una persona è dentro di te. Oppure no. Da qualche parte ho letto, non ricordo chi lo abbia scritto, un uomo non è veramente morto finchè sopravvive il suo ricordo. roberto ha aggiunto un interventoCome tutti sono rimasto abbastanza sconcertato al momento in cui la piattaforma di windows.live.spaces è stata modificata. Ma in genere non sono il tipo che è disturbato dal cambiamento in quanto tale. Per cui mi sono dato del tempo per abituarmi, per capire se c'erano degli aspetti positivi e quali o anche qualcosa fosse peggiorato.
A distanza di qualche giorno noto che mi è passata la voglia di scrivere.
Non so se è passata anche ad altri miei contatti o semplicemente non mi arrivano più i loro aggiornamenti. Non è che tutte le mattine possa mettermi a fare il giro casa per casa a vedere se ci sono novità. Quello che noto è che andando nella pagina degli aggiornamenti a volte trovi cose completamente diverse.
Comunque se prima avevo la sensazione di scrivere per qualcuno ora non ce l'ho più. E allora non mi viene da scrivere.
Nel nuovo sistema trovo insopportabile la commistione fra contatti del blog e quelli di msn. E' un modo di darsi la zappa sui piedi (e lo so per esperienze passate) l'interazione msn si sostituisce a quella sul blog col risultato di essere bidirezionale e chiusa anziché multidirezionale aperta.
Trovo fastidiose l'aggiornamento di stato e le note.
In pratica posso interagire con le persone in posti diversi: le note, il guestbook, lo stato, le foto, il blog... il risultato è una frammentazione e una confusione che a tutto serve meno che a stabilire delle reali comunicazioni.
Mi mancano le statistiche.
Era un buon modo discreto per lasciare la propria traccia (e vedere le tracce) senza lasciare frasi o messaggi.
Inoltre nel casino ho perso una ventina di contatti.
Per contro, di veri vantaggi nella nuova piattaforma non riesco a vederne. Forse il caricamento delle foto, è più facile.
Insomma, ancora non sono arrivato alla conclusione di cancellare tutto, ma non mi viene voglia di scrivere.
Saluto gli amici che passano di qua. Auguro buon 2009 se non ci si sente prima.
12月5日 quando sarò capace di amare A differenza delle "relazioni vere", le "relazioni virtuali" sono
facili da instaurare e altrettanto facili da troncare. Appaiono
frizzanti, allegre e leggere rispetto all'inerzia e alla pesantezza di
quelle "vere": puoi sempre cliccare su "elimina" o "aggiungi in lista
nera". Queste relazioni virtuali dettano il modello che esclude tutti gli altri tipi di relazione. Ciò tuttavia non rende certo felici gli uomini e le donne che cedono alla pressione; di certo non più felici di prima. Si guadagna qualcosa e si perde qualcosa. Come ha osservato R.W. Emerson, quando si pattina sul ghiaccio sottile, il segreto sta nella velocità. Se la qualità difetta, si cerca redenzione nella quantità. Ma anche così acquietarsi e stabilizzarsi si rivela ancor più difficile (e quindi più scoraggiante) di prima, perchè ora mancano le doti che servirebbero per far funzionare la cosa. Essere sempre in movimento, un tempo privilegio e conquista, diventa un obbligo. Andare sempre di corsa, un tempo eccitante avventura, si trasforma in una fatica massacrante. E, cosa più importante, quella fastidiosa incertezza e quella confusione opprimente, che la velocità avrebbe dovuto spazzare via, si rifiutano di sparire. La facilità del disimpegno e l'interruzione su richiesta dei rapporti non riduce i rischi; semplicemente li distribuisce -insieme alle angosce che sempre li accompagnano - in modo diverso. Viviamo in una società liquida. (Bauman - Amore liquido) :::::::::::: Quando sarò capace d'amare probabilmente non avrò bisogno di assassinare in segreto mio padre né di far l'amore con mia madre in sogno. Quando sarò capace d'amare con la mia donna non avrò nemmeno la prepotenza e la fragilità di un uomo bambino. Quando sarò capace d'amare vorrò una donna che ci sia davvero che non affolli la mia esistenza ma non mi stia lontana neanche col pensiero. Vorrò una donna che se io accarezzo una poltrona, un libro o una rosa lei avrebbe voglia di essere solo quella cosa. Quando sarò capace d'amare vorrò una donna che non cambi mai ma dalle grandi alle piccole cose tutto avrà un senso perché esiste lei. Potrò guardare dentro al suo cuore e avvicinarmi al suo mistero non come quando io ragiono ma come quando respiro. Quando sarò capace d'amare farò l'amore come mi viene senza la smania di dimostrare senza chiedere mai se siamo stati bene. E nel silenzio delle notti con gli occhi stanchi e l'animo gioioso percepire che anche il sonno è vita e non riposo. Quando sarò capace d'amare mi piacerebbe un amore che non avesse alcun appuntamento col dovere un amore senza sensi di colpa senza alcun rimorso egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso. Senza cattive o buone azioni senza altre strane deviazioni che se anche il fiume le potesse avere andrebbe sempre al mare. Così vorrei amare. (Giorgio Gaber - Quando sarò capace di amare) 12月4日 il ProfessoreQuando ero ragazzino mio nonno mi portava spesso al suo ex lavoro, in fonderia, dalle parti di Fiumicino. Mio nonno era andato in pensione prima del tempo, per invalidità. Gli avevano tolto mezzo polmone pensando che avesse un tumore. Si erano sbagliati, non aveva niente. Ma ormai era fatta. Il mezzo polmone non poteva ridarglielo più nessuno. Così era andato in pensione, e aveva l'affanno a fare una rampa di scale; ma era stato bravo nel suo lavoro, e allora dalla fonderia lo chiamavano spesso, l'avrebbero voluto sempre lì, per dare consulenze quantomeno. Mio nonno era un fonditore artistico. Quando uno scultore vuole fare un'opera in bronzo lavora con artigiani come mio nonno. Si chiama fusione a cera persa. Quando c'era un lavoro importante, lo chiamavano in fonderia. Anche se per il suo problema non poteva più respirare i vapori della fusione, la sua presenza era già una garanzia per seguire le fasi della lavorazione. E poi lui amava il suo lavoro. Se avesse potuto sarebbe stato sempre lì. Tornerò a parlare di mio nonno, un giorno. Ma oggi volevo scrivere di altro. Tutte queste cose io non le sapevo. A me quello che piaceva era andare in macchina di mio nonno, con la sua 600 bianca, e che quando arrivavamo là mi lasciava libero di girare per i prati attorno. Ero amico con il figlio del proprietario della fonderia e andavamo in giro con le biciclette a volte, o a piedi. I soliti giochi da bambini. Poco distante da lì, in una specie di baracca, viveva il Professore. Questo sembra fosse veramente stato un professore di liceo, un pò eccentrico, artista, che per non so quali accidenti nella vita si era ridotto a vivere in quella baracca. Solo, con un cane. Il Professore me lo ricordo con un impermeabile chiaro, aveva capelli bianchi, un pò lunghi, i tratti del viso marcati, un gran naso, le dita gialle di nicotina perchè fumava nazionali senza filtro, e una voce cavernosa da fumatore. Parlava con accento siciliano e sapeva disegnare sulla sabbia. Noi bambini lo temevamo un pò. Se andavamo a giocare a pallone vicino alla sua baracca ci cacciava a male parole. Con quella voce profonda. Ma qualche volta che era in buona, ci chiamava. Venite a vedere, ci diceva. Allora, su un cartone con un carbone o sulla sabbia, anche, con un bastoncino, disegnava figure, città, strane automobili volanti e persone e animali. E rideva. Quindi cancellava tutto, con i piedi, o strappava il cartone: buono per il fuoco, diceva. Il suo cane era piccolo, tozzo, dalle zampe corte e la testa grossa. Le orecchie dritte. Aveva una testa da cane grande su un corpo da bassotto. Era bianco a macchie arancioni quasi. Aveva un collarino rosso la cui fibbia, quella in cui si ripassa il capo dopo averlo allacciato era rotta. E quindi aveva sempre questo pezzo di collare dritto che a seconda di come si metteva sembrava una specie di antenna o un cravattino. Era un cane molto serio. Sussieguoso direi. Abbaiava poco e si disinteressava di noi bambini. Lui e il professore, più che un cane e il suo padrone, sembravano due amici. Due conviventi utili uno all'altro, in qualche modo Il cane gironzolava intorno al professore, intento nelle sue faccende. Mai legato, eppure sempre vicino all'uomo. Apparentemente autonomo ma attento ad ogni spostamento del socio. Al limite, ogni tanto, il Professore emetteva un quieto "fiiiii" che non era un vero fischio, ma una specie di sibilo sommesso. Così come un uomo può dire ad un altro uomo: andiamo, va, che è ora. E il cane si appressava. Il professore intorno alla sua baracca aveva cose che trovava in giro. Vecchie biciclette. Strani ingranaggi. Aveva anche due canotti. Mezzi sgonfi, che avrebbe voluto riparare. Chissà dove li aveva presi. Poco distante c'era uno dei due rami del tevere, vicino all'estuario, dove ora ci sono solo cantieri navali. Forse voleva andarci in giro sul fiume, o arrivare fino al mare. Non so. Una notte il Professore morì. Non so perchè, ero un bambino. La morte era una cosa che non capivo bene. Io capitai lì due-tre giorni dopo. Degli uomini stavano portando vie le sue cose, i canotti. Chi vuoi che se li prenda, dicevano. Non c'è niente di buono qui. E il cane? Boh ...se la caverà. Ma il cane rimaneva lì, seduto davanti all'entrata della baracca. Guardando verso il fiume e aspettando. Accettava le carezze con una sorta di indifferenza, continuando a guardare verso un punto che sapeva lui. Come una sentinella, era fermo. Attento. Ma indifferente a tutto. Gli mettemmo la ciotola con l'acqua e gli portai da mangiare. Le guardò, come a dire: mettile lì. Una donna disse: eh aspetta il padrone, povera bestia. Due giorni dopo era ancora lì, nello stesso punto, davanti alla baracca, accucciato, la grossa testa fra le zampe, come se riposasse. Ma era morto. Di crepacuore, alcuni dissero. Altri che forse, il Professore, era tornato a prenderlo. 12月2日 ari feisbuc:::::::: Il venir meno delle doti di socialità è stimolato e accelerato dalla tendenza, ispirata dal dominante modo di vita consumistico, a trattare gli altri esseri umani come oggetti di consumo e a giudicarli sul modello degli oggetti di consumo in base alla quantità di piacere che possono offrire, e in termini di 'giustificazione economica dell'investimento'. Nella migliore delle ipotesi, gli altri sono valutati come compagni d'avventura nell'attività del consumo essenzialmente solitaria; soci nelle gioie del consumo, la cui presenza e attiva partecipazione può forse accrescere tali piaceri. In tutto questo processo, il valore intrinseco degli altri in quanto esseri umani unici (e dunque anche l'attenzione per gli altri in quanto tali e come espressione di tale unicità) è andato completamente smarrito. Zygmunt Bauman - Amore liquido |
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