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日志


3月28日

bel film, gran torino.

Sono andato a vedere "Gran torino" il film di e con Clint Eastwood.
Mi è piaciuto molto.
Mia figlia mi ha sorpreso, scegliendolo fra altri film più leggeri che le avevo proposto. Ma l'altra volta aveva visto i trailers ed evidentemente qualcosa l'aveva colpita.
Mi ha fatto piacere che sia piaciuto anche a lei.
Io l'ho trovato commovente.

Un po' perché il vecchio Clint, vederlo così invecchiato, eppure riconoscere nei suoi occhi la stessa luce, vederli ridurre a fessura quando lo fanno incazzare, fa tenerezza. Difficile non ricordarlo Callaghan o in altri ruoli da giustiziere. E questa è una delle chiavi di lettura del film, una sorta di parabola dei suoi ruoli cinematografici.
Kowalski, il suo personaggio, potrebbe essere benissimo un Callaghan invecchiato.
Invece è un ex operaio, anche se ha fatto la guerra di Corea e a ricevuto una stella al merito.
E questa è una metafora che è un'altra chiave di lettura: l'america che ha lavorato duramente e combattuto per la libertà, contrapposta a quest'epoca di bolle finanziarie: il commercio = truffa legalizzata, la definisce ad un certo punto.

E l'incapacità di comunicare con le nuove generazioni americane, con i propri figli. Lo scegliere alla fine, come riferimento, come continuazione, gli immigrati. Persone che ancora conoscono il valore della libertà e del guadagnarsi la vita duramente. Che non si sono trovati tutto bello e pronto in mano.

E non a caso ex operaio della Ford, la fabbrica che ha inventato la moderna produzione, e il riferimento alla catena di montaggio non è casuale. La inventò la Ford, con il modello T, la catena di montaggio.
Il valore del saper fare le cose con le mani, contrapposto ad un mondo che ha perso ogni contatto con la manualità del lavoro.

La fine del film è un modo per trasformare la debolezza in forza. Il messaggio è: se fai quello che è giusto, puoi vincere. Anche se sembra che tu non abbia alcuna chanche. Puoi cambiare le cose, ma devi fare un passo indietro.

Non commento ulteriormente, per evitare di rovinare la sorpresa del finale a chi non l'ha visto.
Ma è un gran bel film.
Un testamento morale, forte e chiaro, a suggello di una carriera che è migliorata invecchiando.

...

Edito, a settembre, il film chi lo voleva vedere lo avrà visto. E parlo del finale.

Beh ... alla fine c'è il sacrificio.
E' qualcosa che possiede un forte simbolismo.

In una società ormai perduta, nel sacrificio l'uomo ritrova il significato più alto della propria umanità.
Forse è una lettura che ha sapore cattolico. Ma non è colpa mia se il cattolicesimo sul sacrificio si basa.

Di fatto, il concetto è: stavolta non basta rinunciare a qualcosa per vincere. Occorre rinunciare a tutto.

C'è molta radicalità.
E pessimismo.

Eppure anche amore. E un esile filo di speranza.


3月27日

il biotestamento non sarà vincolante

Non solo resta l'obbligo di alimentazione e idratazione forzata per i pazienti a fine vita, anche a mezzo intervento chirurgico, ma anche, il biotestamento, il cui valore è stato portato da 5 a 3 anni, non sarà vincolante.

In pratica è come se dicessero che è inutile, di non perderci nemmeno tempo a scriverlo.

Infatti praticamente quello che tu ci scrivi vale se stai a supportarlo finché sei sveglio. Dopodiché le tue volontà, pure scritte, o indicate ai tuoi famigliari, non contano più niente. Decide il medico.

Questa a casa mia si chiama "presa per il culo".


Mi sento di condividere Ferrero di Rifondazione "E' un governo che ricorda Pinochet. Liberisti in economia, clerico-fascisti sui diritti civili".

Per quanto mi riguarda, ho scritto qui cosa ne penso.

Ora voglio aggiungere una riflessione, non mia, ma che condivido, di segno diverso.

I paladini della vita hanno mai riflettuto su quella non umana?
Nelle scorse settimane si è sentito dire di tutto intorno alla vicenda di Eluana Englaro, sulla quale sarebbe forse dovuto calare un civile silenzio. La conseguente proposta di legge sul ‘testamento biologico' in discussione al Senato in questi giorni, se approvata, ci riporterà - come afferma Umberto Veronesi - indietro di un secolo.

Le gerarchie vaticane hanno accusato di omicidio Beppino Englaro (e sono state querelate insieme a tutti i singoli che si sono espressi in questo modo); Radio Maria ha affermato esplicitamente che «si stava accoppando una disabile» e Papa Ratzinger ha scritto che «la vita va difesa anche se debolissima». Eugenia Roccella - sottosegretaria al Welfare del governo italiano - ha definito Eluana «diversamente viva» con un fuorviante riferimento ai "diversamente abili" che Luisella Battaglia, del Comitato Nazionale di Bioetica, non ha mancato di denunciare in diversi articoli.

Il Presidente del Consiglio si è spinto oltre arrivando ad affermare che, nello stato in cui era, Eluana avrebbe potuto persino concepire un figlio. 


Ciò che occorrerebbe è saper distinguere tra vita biografica e vita biologica e chiedersi, prima di tutto, che tipo di vita avesse Eluana e che tipo di vita sia quella che la Chiesa cattolica vuole difendere sempre e comunque.

Storicamente la Chiesa cattolica ha sostenuto guerre e crociate mentre oggi si erge a paladina della difesa dei feti «dal concepimento in avanti» in quanto ritiene sacra e inviolabile ogni vita umana. Non però quella di tutti gli umani, ma solo di quelli buoni a suscitare la "pietà" popolare in un particolare momento storico, per determinati scopi politici.

Sul fronte della vita non umana, la Chiesa è sempre stata in prima linea nel sostenere la distinzione ontologica e morale tra uomini e animali (ai quali fino a poco tempo fa erano accomunati, donne, neri e amerindi) e il libero sterminio senza riserve e senza rimorsi per ogni forma di vita non umana, abolendo il mattatoio sacrificale solo per ragioni di contrasto con le religioni ‘pagane' precedenti.

La teologia cattolica non si è mai voluta pronunciare contro tali stermini di massa (Andrew Linzey, Teologia Animale: i diritti animali nella prospettiva teologica , 1998).

Ogni cardinale salito al soglio pontificio non ha mancato di benedire cacciatori, toreri, sperimentatori su animali (vivisettori), circensi e allevatori (queste ultime due categorie sono state accolte e benedette da Papa Ratzinger di recente).
Niente di nuovo, diranno in molti: «la Chiesa difende la vita umana, non quella non umana».

Eppure, se si riflette laicamente, la vita biologica e psichica dei primati rinchiusi nei laboratori per la sperimentazione, come la vita di centinaia di milioni di bovini, equini, ovini, suini e persino uccelli mandati quotidianamente al macello in ogni nostra città, è qualitativamente migliore e quantitativamente maggiore - sotto il profilo del vissuto - della vita di un umano in stato comatoso senza speranza di ripresa.

La qualità e l'esperienza di vita di ogni soggetto senziente animale adulto e sano sono certamente maggiori di quelle della povera Eluana. In altre parole: se limitiamo l'influenza di ciò che crediamo essere inerente alla vita e alla coscienza soggettiva umana e ci affidiamo ai dati scientifici, anche comparati, non potremmo non notare la grande sperequazione che esiste tra il nostro modo di trattare miliardi di soggetti animali e di "salvaguardare" un corpo umano privo di qualsiasi attività cognitiva e senziente (secondo le conoscenze mediche attuali e secondo il parere di tutti coloro che hanno visto Eluana in stato vegetativo permanente).

Questo dovrebbe farci riflettere su quanto iniqua sia la richiesta di salvare a ogni costo una non-vita di fronte alla quotidiana universale mattanza specista di cui siamo tutti corresponsabili.

Inoltre, non dovremmo mancare di cogliere lo spunto per riflettere intorno alla questione dell'eutanasia - d'altra parte già permessa o comunque praticata in molti Paesi del mondo - che permettiamo per i nostri animali compagni ma non per noi stessi. Cioè, concediamo che un animale - ritenuto ontologicamente e moralmente inferiore a noi - possa non soffrire pene inutili (quando sappiamo che non vi è possibilità di ripresa) ma non vogliamo concederci questa possibilità, per ragioni che - appunto - a chi non professa la credenza cristiano-cattolica possono sembrare estranee alla logica, la quale dovrebbe essere l'elemento che caratterizza il modo di agire umano.

Alessandro Arrigoni (filosofo e zooantropologo)
Fonte: http://www.liberazione.it/



3月26日

riflessioni

Concordo con quest'analisi. E ovviamente non sono il solo e anche da tempo.

Pur considerando che l'analista è parte in causa e che se denuncia il gioco di cui conosce bene le regole è solo perché con quelle regole sono più forti gli altri. Ma certo fare un discorso così trasparente, oggi, per il Generale russo in congedo Leonid Ivashov, ex capo delle Forze Armate della Russia, attualmente vice presidente dell’Accademia di Geopolitica a Mosca, non può essere slegato dal momento storico che stiamo vivendo.

 

L’esperienza dell’umanità dimostra che il terrorismo appare dove si voglia che si produca un’aggravante delle contraddizioni di un momento determinato, dove le relazioni cominciano a degradarsi in seno alla società e dove l’ordine sociale soffre dei cambiamenti, lì dove nasce l’instabilità politica, economica e sociale, dove si liberano potenziali di aggressività, dove cadono i valori morali, dove trionfano il cinismo e il nichilismo, dove si legalizzano i vizi e dove la criminalità si sviluppa velocemente.
I processi legati alla globalizzazione creano situazioni favorevoli per questi fenomeni, molto pericolosi. Provocano una nuova divisione della cartina geopolitica del mondo, una redistribuzione delle risorse del pianeta, violano la sovranità e cancellano le frontiere degli Stati, smantellano il diritto internazionale, mettono fine alle diversità culturali, impoveriscono la vita spirituale e morale.
Penso che oggigiorno possiamo parlare di una crisi sistemica della civiltà umana. Questa si manifesta in modo particolarmente acuto sul piano dell’interpretazione filosofica della vita. Le sue manifestazioni più spettacolari hanno a che fare con il senso che si dà alla vita, all’economia e al campo della sicurezza internazionale.
L’assenza di nuove idee filosofiche,la crisi morale e spirituale, la deformazione della percezione del mondo, la diffusione di fenomeni amorali contrari alla tradizione, la competitività per l’arricchimento illimitato e per il potere, la crudeltà, portano l’umanità verso un decadimento e a chissà quale catastrofe.
L’inquietudine, così come la mancanza di prospettive di vita e di sviluppo nella quale si vedono sommersi molti paesi e Stati, conformano un importante fattore di instabilità mondiale.
L’essenza della crisi economica si manifesta nella lotta implacabile per le risorse naturali, negli sforzi che impiegano le grandi potenze mondiali, principalmente gli Stati Uniti di America, così come alcune aziende multinazionali, per sommettere ai loro interessi i sistemi economici di altri Stati e prendere il controllo delle risorse del pianeta, soprattutto le fonti di approvvigionamento degli idrocarburi.
La distruzione del modello multipolare che garantiva l’equilibrio delle forze nel mondo ha causato anche la distruzione del sistema di sicurezza internazionale, delle norme e principi che reggevano i rapporti tra gli Stati, e il ruolo dell’ Onu e del suo Consiglio di Sicurezza.


Attualmente gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere il destino di altri Stati, di commettere atti aggressivi, di sommettere i principi della Carta delle Nazioni Unite alla loro stessa legislazione. Sono stati precisamente i paesi occidentali che, attraverso le loro azioni e aggressioni contro la Repubblica Federale di Iugoslavia e Iraq e al permettere in maniera palese l’aggressione di Israele contro il Libano, minacciando la Siria, l’Iran e altri paesi, a liberare un enorme energia di resistenza, di vendetta e di estremismo, energia che ha rinforzato il potenziale di terrore prima di ritornare, come un boomerang, contro l’Occidente stesso.
L’analisi dell’essenza dei processi di globalizzazione, così come le dottrine politiche e militari degli Stati Uniti, dimostra che il terrorismo favorisce la realizzazione degli obiettivi di dominio mondiale e la sottomissione degli Stati agli interessi di un’oligarchia mondiale.
Questo significa che (il terrorismo) non costituisce per se stesso un attore della politica mondiale bensì un semplice strumento, il mezzo per instaurare un nuovo ordine unipolare con un centro di comando mondiale unico, per cancellare le frontiere nazionali e garantire il dominio di una nuova elite mondiale. E’ precisamente quest’ultima il principale attore del terrorismo internazionale, il suo ideologo e “padrino”. E’ lei stessa che viene rinforzata per dirigere il terrorismo contro gli altri Stati, inclusa la Russia.
Il principale obiettivo della nuova elite mondiale è la realtà naturale, tradizionale, storica e culturale che ha messo le basi al sistema di rapportarsi tra gli Stati, dell’organizzazione della civiltà umana negli Stati nazionali, dell’identità nazionale.
L’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno che consiste, per strutture governative e non- governative, nell’utilizzo del terrore come un mezzo per raggiungere obiettivi politici terrorizzando, destabilizzando la popolazione sul piano socio-psicologico, demotivando le strutture del potere dello Stato e creando le condizioni che permettano di manipolare la politica di Stato e il comportamento dei cittadini.
Il terrorismo è un modo di fare la guerra in modo differente, non convenzionale. Contemporaneamente, il terrorismo, unito ai media, si comporta come un sistema di controllo dei progetti mondiali.
E’ precisamente la simbiosi tra i media e il terrore che crea le condizioni favorevoli ai grandi disordini nell’ ordine mondiale e della realtà esistente.


Se si esaminano in questo contesto i fatti avvenuti l'11 Settembre 2001 negli Stati Uniti, possiamo giungere alle seguenti conclusioni:
L'attentato terrorista contro le torri gemelle del World Trade Center ha modificato il corso della storia mondiale distruggendo definitivamente l'ordine mondiale che era risultato dagli accordi Yalta- Potsdam; ha permesso di slegare le mani agli Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, permettendo loro di realizzare azioni contro altri paesi in aperta violazione delle regole dell’Onu e degli accordi internazionali; Ha stimolato lo sviluppo del terrorismo internazionale. Dall’altra parte, il terrorismo si presenta come uno strumento radicale di resistenza ai processi di globalizzazione, come un mezzo di lotta di liberazione nazionale, di separatismo, come un mezzo per risolvere conflitti tra le nazioni e le religioni e come uno strumento di lotta economica e politica.
In Afghanistan, in Kosovo, nell’Asia Centrale, in Medio Oriente e nel Caucaso, abbiamo verificato che il terrore serve anche per proteggere i narcotrafficanti, destabilizzando le loro zone di passaggio.
E’ comprovato che in un contesto di crisi sistemica mondiale il terrore si è trasformato in una specie di cultura della morte, nella cultura della nostra quotidianità. Irrompe nella prosperosa Europa, tormenta la Russia, scuote il M.O e l’est asiatico.
Fa sì che la comunità internazionale torni dipendente alla ingerenza violenta e illegale negli affari degli Stati e nel comportamento dei governi e della popolazione.
Ciò che è più spaventoso è che il terrorismo ha molto futuro a causa della nuova spirale di guerra che oggi si profila per la redistribuzione delle risorse mondiali e per il controllo delle zone strategiche del pianeta. Dentro la strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, approvata quest’anno dal congresso Usa, l’obiettivo apertamente dichiarato della politica di Washington è “garantire l’accesso a regioni chiave del mondo, alle comunicazioni strategiche e alle risorse mondiali”, avendo come mezzo per ottenerlo la realizzazione di golpe preventivi contro qualsiasi paese.
Dal punto di vista del Congresso, gli Stati Uniti possono adottare una dottrina di golpe nucleari preventivi, che hanno molto del terrorismo nucleare.
Questo implica a grande scala, l’uso di sostanze nocive e di armi di distruzione di massa. Non ci saranno scrupoli al momento di scegliere i mezzi da usare per rispondere ad un attacco. Sarà solo questione di scegliere i mezzi.
La provocazione attraverso un atto di terrorismo si trasforma in un mezzo per raggiungere gli obiettivi politici a livello globale, regionale e locale. Così è stato che una provocazione organizzata nella località di Rachic (Kosovo, Serbia) finì per dare luogo al cambio del regime politico in Serbia e alla caduta della Repubblica Federale della Iugoslavia, mentre serviva come scusa per l’aggressione della Nato e la separazione del Kosovo e della Serbia. In questo caso trattasi di una provocazione a livello regionale. Lo stesso si può dire della recente provocazione che ha dato luogo all’aggressione di Israele contro il Libano, a luglio del 2006.
L’esplosione nella metropolitana a Londra, i disordini a Parigi nel 2005 e 2006, sono provocazioni locali che hanno avuto delle ripercussioni nella politica e nell’opinione pubblica della Gran Bretagna e in Francia.
Praticamente dietro ogni atto di terrorismo si nascondono forze politiche molto potenti, aziende transazionali o strutture criminali con degli obiettivi ben precisi. E quasi tutti gli atti terroristici, eccettuate le attività di liberazione nazionale, sono in realtà delle provocazioni. Anche nel caso dell’Iraq, le esplosioni nelle moschee sunnite e sciite non sono altro che provocazioni organizzate secondo il principio “dividi et impera”. Lo stesso succede con la presa di prigionieri e l’assassinio di membri della missione diplomatica russa a Baghdad.
L’atto terroristico commesso con fini di provocazione è tanto antico come l’umanità stessa. Si può anche parlare di un’operazione su scala mondiale. Le operazioni di questo tipo in genere permettono di risolvere vari problemi mondiali allo stesso tempo. Si possono definire nel seguente modo:
1. L’oligarchia finanziaria mondiale e gli Stati Uniti hanno ottenuto il diritto non formale di ricorrere alla forza contro qualsiasi Stato.
2. Il ruolo del Consiglio di Sicurezza si è liquefatto. Attualmente svolge sempre maggiormente un ruolo di organizzazione criminale complice dell’aggressore e alleato alla nuova dittatura fascista mondiale.
3. Grazie alla provocazione dell’11 Settembre, gli Stati Uniti hanno consolidato il loro monopolio mondiale e ottenuto il via libera a qualsiasi regione del mondo così come alle sue risorse.
Lo sviluppo dell’operazione-provocazione conta sempre sulla presenza obbligatoria di 3 elementi:
chi ordina che si realizzi,
l’organizzatore,
chi lo esegue.
Nel caso della provocazione dell’11 Settembre, e contrariamente all’opinione dominante, “Al Qaeda” non poteva ordinare la sua realizzazione, né organizzarla, dato che non disponeva delle risorse finanziarie (enormi) che esige una azione di tale magnitudine. Tutte le operazioni che ha realizzato questa organizzazione sono azioni di tipo locale e molto primitive. Non ha le risorse umane, di una rete di agenti abbastanza sviluppata nel territorio degli Usa, che gli permetterebbe di penetrare le decine di strutture pubbliche e private che garantiscono il funzionamento dei trasporti aerei e che vigilano per la loro sicurezza. Conseguentemente, Al Qaeda non può essere stato l’organizzatore di questa operazione (sennò a cosa servono l’FBI e la CIA?)
Ma potrebbe essere stato un semplice esecutore di questo atto terroristico.
Nella mia opinione, può essere stata l’oligarchia finanziaria mondiale che ha ordinato la realizzazione di questa provocazione, per instaurare una volta per tutte “la dittatura fascista mondiale delle banche” (espressione del noto economista statunitense Lyndon Larouche) e per garantire il controllo delle limitate risorse mondiali degli idrocarburi.
Si tratterebbe, inoltre, di garantire a se stessa il predominio mondiale per un lungo periodo. L’invasione in Afghanistan, paese ricco in giacimenti di gas, quella dell’Iraq e forse anche quella dell’Iran, paesi che contano su riserve di petrolio di livello mondiale, così come l’instaurare un controllo militare sulle strategiche vie di trasporto di petrolio e il considerevole aumento del prezzo di quest’ultimo, sono le conseguenze dei successi dell’11 Settembre del 2001.
L’organizzatore dell’operazione può essere stato un consorzio ben organizzato e abbondantemente finanziato e composto da rappresentanti (antichi e attuali) dei servizi segreti, di organizzazioni massoniche e di impiegati dei trasporti aerei.
La copertura mediatica e giuridica è stata garantita dagli organi della stampa, dai giuristi e dai politici al soldo. Gli esecutori sono stati scelti in funzione della loro origine etnica nella regione che possiede le risorse naturali di importanza mondiale.
L’espressione di “terrorismo internazionale”, come principale minaccia per l’umanità, è entrata di colpo nelle faccende giornaliere politiche e sociali.
Questa minaccia si identifica con la persona di un islamico, cittadino di un paese che ha enormi risorse di idrocarburi. E’ stato distrutto il sistema internazionale costruito nel periodo nel quale il mondo era bipolare e si sono alterate le nozioni di aggressione, di terrorismo di Stato e di diritto alla difesa.
Il diritto dei popoli alla resistenza di fronte all’aggressione e di fronte alle attività sovversive dei servizi segreti esteri, così come il diritto a difendere i propri interessi nazionali, cominciano ad essere calpestati. E al loro posto vengono conferite tutte le garanzie alle forze che cercano di instaurare una dittatura mondiale e di dominio mondiale.
Ma la guerra mondiale non è ancora finita. E’ stata provocata l’11 Settembre del 2001 e non è altro che il preludio di grandi eventi che stanno per accadere.

Il generale in congedo Leonid Ivashov, ex Capo delle Forze Armate della Federazione Russa, oggi Vicepresidente dell’Accademia di Problemi Geopolitici. E’ stato Capo del Dipartimento degli Affari Generali del Ministero della Difesa Dell’Unione Sovietica, segretario del Consiglio dei Ministri di Difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (CEI), capo del Dipartimento di Cooperazione Militare del Ministero di Difesa della Federazione Russa. L’11 Settembre del 2001 occupava l’incarico di capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate Russe.


Titolo originale: "11 de septiembre: una provocación mundial; un análisis del General Leonid Ivashov "

da http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5709

Chief Tecumseh

tecumseh

 

Tecumseh (Tecumthé secondo la pronuncia shawnee, Cometa Fiammeggiante o, secondo altri, Pantera Accovacciata) è considerato come il più grande statista indiano della storia dei nativi americani. Egli era nato nel 1768 nei pressi di Old Chillicothe, sul fiume Scioto: la madre apparteneva alla nazione creek, mentre il padre Puckeshinwau era un valoroso capo dei Kispoko, sottogruppo shawnee, che rimase ucciso nella battaglia di Point Pleasance. Tecumseh maturò conseguentemente fino da giovanissimo una fiera avversione contro l'invasore bianco del suo paese. Egli partecipò quindi alle guerre della fine del XVIII secolo contro i neonati Stati Uniti, e, insieme al fratello Tenskwatawa, il profeta del Wabash, egli maturò un vero e proprio progetto politico che prevedeva la creazione di una grande confederazione indiana che comprendesse tutte le tribù del Mid-West e del Sud Est e che, sfruttando le discordie tra ex-colonie e madrepatria inglese ed appoggiandosi per convenienza a quest'ultima, consentisse di addivenire alla creazione di un vero e proprio stato cuscinetto centrato nella regione del fiume Ohio. Fieramente nazionalista, Tecumseh era però tutt'altro che alieno dalla consapevolezza della necessità di modernizzazione e di sviluppo (ed anche di civilizzazione) del sistema tradizionale di vita degli indiani.

Campanilismi, inimicizie, abitudini consolidate, resero difficile l'azione di Tecumseh e del fratello Profeta, i quali riuscirono comunque a fondare una grande città indiana intertribale sul fiume Wabash alla confluenza con il fiume Tippecanoe, nell'attuale stato dell'Indiana. L'azione politica di Tecumseh trovò la ferma opposizione del generale Harrison, nominato governatore del Territorio Nordoccidentale, il quale ben comprendeva la portata delle idee e delle aspirazioni del leader shawnee. E fu proprio Harrison che, approfittando dell'assenza di Tecumseh in viaggio di propaganda nel Sud presso Creek, Choctaw e Chickasaw, riuscì ad attaccare e distruggere, nel novembre del 1811, Tippecanoe e con essa il sogno panindiano del suo avversario. Triste e disperato, Tecumseh raggiunse gli inglesi in Canada e combattè al loro fianco nella guerra del 1812, restando infine ucciso nella battaglia del fiume Thames il 5 ottobre del 1813, una battaglia caratterizzata dalla pusillanimità del comandante britannico, Henry Proctor e che solo la morte di Tecumseh riuscì in qualche maniera a nobilitare. Una morte che comunque poneva fine per sempre ad ogni resistenza indiana nei territori nordoccidentali.

 

" Vivi la tua vita in maniera tale che la paura della morte non possa mai entrare nel tuo cuore. Non attaccare nessuno per la sua religione; rispetta le idee degli altri, e chiedi che essi rispettino le tue. Ama la tua vita, migliora la tua vita, abbellisci le cose che essa ti da. Cerca di vivere a lungo e di avere come scopo quello di servire il tuo popolo. Prepara una nobile canzone di morte per il giorno in cui ti incamminerai verso la grande separazione. Rivolgi sempre una parola od un saluto quando incontri un amico, anche se straniero, in un posto solitario. Mostra rispetto per tutte le persone e non umiliarti davanti a nessuno. Quando ti svegli al mattino ringrazia per il cibo e per la gioia della vita. Se non trovi nessun motivo per ringraziare, la colpa giace solo in te stesso. Non abusare di niente e di nessuno, per farlo cambia le cose sagge in quelle sciocche e priva lo spirito delle sue visioni. Quando arriverà il tuo momento di morire, non essere come quelli i cui cuori sono pieni di paura, e quando arriverà il loro momento essi piangeranno e pregheranno per avere un 'altro poco di tempo per vivere la loro vita in maniera diversa. Canta la tua canzone della morte e muori come un eroe che sta tornando alla casa."

3月25日

chi paga al ristorante?

da http://www.psychologies.it
Primo incontro, chi paga al ristorante?

 

L’arrivo del conto è un momento carico di significati. Al di là delle regole di bon ton ognuno dei commensali scopre le sue carte e anticipa, in questo momento, il modo in cui amerà...

Quando il conto arriva in tavola, i due non si sono ancora nemmeno toccati. Si sono a mala pena sfiorati. Possono ancora ripensarci ma, in quel momento preciso, devono decidere se vogliono poco, tanto, o per nessuna ragione al mondo… andare a letto con la persona che hanno di fronte. Sono in molti a pensarla così. Legando il pagare il conto al ristorante da parte dell’uomo a una tacita proposta, e l’accettazione da parte del la donna a un tacito assenso. Ma è sempre così? Quando un uomo invita una donna al ristorante e paga lui, vuol dire che si aspetta qualcosa in più che la sua compagnia? E ha il diritto di farlo? Per molti uomini è una certezza. Per le donne, un interrogativo ricorrente. E nient’affatto banale: si tratta certo di sesso, si tratta certo di soldi, ma si tratta anche di inconscio. Qualcosa di molto più complicato quindi di quanto non possa sembrare a prima vista. Un gesto fuori posto, qualche attimo di esitazione, e un storia che avrebbe potuto cominciare è irrimediabilmente sciupata: “Se lui tergiversa tiro immediatamente fuori la mia carta di credito per fargli capire che non voglio dovergli niente”, racconta Beatrice, 39 anni, agente di commercio a Milano, “ma per me è come se lui avesse fatto cilecca prima ancora di cominciare”. Riccardo, 50 anni portati benissimo, farmacista a Firenze, ritiene che l’eleganza imponga agli uomini di pagare comunque e alle donne di non accorgersene. “Se lei chiede di pagare la sua parte rovina la magia della serata”.

Il significato simbolico del denaro
Ma non tutti la pensano così. E allora si pone il dubbio: parlarne o non parlarne? Abbordare la questione del conto a rischio di affossare il desiderio? “Nel momento in cui lui ha detto: ‘Come ci regoliamo?’, tutta la magia della serata si è spenta. Non è una questione di soldi, ma un uomo che non prenda in mano la situazione per me non ha charme”, racconta Clara, 40 anni, medico a Parma. Ester, 28 anni, insegnante a Prato, lo ha visto far scivolare prontamente la fattura in tasca, giustificandosi: “È per il rimborso...”. “Stavo entrando a far parte del suo conto spese. Davvero romantico!”, commenta. Ettore, 35 anni, impiegato a Roma, racconta che al momento di pagare ha sempre paura di aver perso la carta di credito, anche se sa di avere sempre sul suo conto corrente il denaro necessario. “Se l’incontro ha una base sentimental sessuale e non amicale, al momento di pagare il conto il valore simbolico del denaro aumenta in modo considerevole", spiega Enrico De Sanctis, psicologo a Milano, “da parte dell’uomo è come dire: ti mostro quello che ho per sedurti, so come soddisfarti. Un tipico atteggiamento da corteggiamento in competizione con gli altri maschi. Mentre per le donne può rappresentare una risposta alla domanda ricorrente: quanto valgo?”.

... segue--->

 

Come vi comportate?

A me piace fare l'uomo. Ovvero pagare, senza che questo significhi assolutamente nulla. Potrebbe anche essere che io stesso pensi che non ci sarà un altro incontro. Ma lo ritengo una forma di eleganza, una carineria. Specie se l'invito a cena è venuto da me.

Se lei vuole assolutamente dividere non mi offendo, in ogni caso.

Se lei fa il gesto lo capisco e lo apprezzo.

Se non lo fa per niente, il gesto, mi pare strano, perché ho una visione paritaria dei rapporti uomo donna.

Se lei vuole pagare, perchè mi ha invitato, apprezzo la sua decisione ma in quel momento mi sento leggermente a disagio. Però la cosa non influisce nel prosieguo dell'interazione.

E voi?

:-)))

 

3月22日

sassi ricordi e rivelazioni

Alberto aveva grandi baffi e occhi che guardavano altrove. Un naso grande e capelli che lui buttava  dietro, ma che spesso ricadevano davanti. Sorrideva con i baffi o con gli occhi. Non l'ho mai visto farlo con entrambi. Il sorriso con gli occhi era destinato ai ricordi. Quello dei baffi al vino.
Vestiva jeans che sembravano sempre uguali. Forse lo erano. Forse li lavava la sera e li rimetteva la mattina, ogni tanto. Una maglietta anche d'inverno e un giubbotto. Era magro e abbronzato. Anche d'inverno. Gli occhi chiari.
Piaceva alle donne. Ma lui non se ne curava.
Non so come si fosse ritrovato a gestire quella specie di ristorante, ma era diventato un punto di riferimento, quel posto. Io ci passavo spesso e a volte mi ci fermavo. Arrivava qualche amico e restavamo a mangiare da lui.
Alla fine quando gli chiedevamo quanto c'era da pagare abbassava gli occhi e diceva una cifra sempre troppo bassa.
Non gli piaceva chiedere soldi agli amici per il mangiare.
Dovevo insistere per pagare di più: quello che mi pareva giusto.
Il posto era strano. Qualcuno entrava perchè vedeva l'insegna, scritta con la vernice rossa: ristorante. si mangia e si beve chiuso il mercoledi, ma poi pensava di aver sbagliato. Chiedeva, titubante. Usciva, si guardava attorno.
Fuori c'erano dei tavoli con delle panche. Tre tavoli. Nel porticato coperto dalla vite americana da una parte e dalla bouganville rossa dall'altra. Un'entrata con una tenda scacciamosche di plastica e dentro altri tavoli con panche.
Una porta dava sulla cucina. Dalla cucina un'altra porta dava nelle stanze dove abitava il padrone del "ristorante".
Un bagno era fuori. L'altra porta sul porticato.
Come facesse a stare aperto non lo sapevo allora e non l'ho saputo mai. Forse era illegale.
Il conto lo faceva su un pezzo di carta o a voce.

Forse la strada seminascosta lo teneva al riparo dai tutori dell'igiene e delle regole. Forse fu un periodo magico sospeso nel tempo e il ristorante di Alberto era visibile solo a pochi.

D'altro canto non poche volte lui guardava chi entrava come se fosse trasparente e negava che quello fosse un posto dove si mangiava.
Una volta c'era, diceva, ora non c'è più. La scritta è rimasta, che devo farci io?
Se non gli era simpatico, per come vestiva o come parlava, o per altre sue sensazioni... non gli dava da mangiare
Ma non è che facesse questo perchè temesse controlli o altro. Solo per simpatia o antipatia istintiva.
Non servo gli stronzi, diceva.

Per quasi un anno passai da lui due, tre volte a settimana. Mangiavo a volte, più spesso bevevo qualcosa e scambiavo due parole con lui, o con altri amici. Certe volte lui stava seduto a leggere e diceva, qualcosa in cucina c'è, fai da solo.

Poi cambiai casa. Andai a vivere a quasi cinquanta chilometri da lì. Tornai qualche volta ma era diverso: ora dovevo andarci apposta, non ci passavo più di strada. Poi, dopo un periodo che non andavo, una volta trovai chiuso.
Non avevo un telefono, un recapito. Niente. E poi, per come sono fatto io... che non recupero mai nulla, dal passato, sarebbe stato inutile.

Ricordo quell'estate come una delle più belle della mia vita.
Sapevo dove trovare gli amici. Non avevamo bisogno di sentirci. A volte andavo al mare, a volte mi toccava lavorare.
La sera passavo lì ed era come una casa comune.

Alberto aveva più di quarantanni, ma non diceva quanti. Aveva vissuto anni Equador, fra Quito e Guayaquil, ma parlava anche di Colombia e VEnezuela. Cosa facesse lì non l'ho mai capito. Commercio di bestiame diceva, e affari.
Diceva: lì, se ci sai fare, compri rivendi, scambi. Vivi così. Non diventi ricco, ma vivi. Poi puoi avere un colpo di fortuna. La fortuna gira.
Ci parlava della via dei vulcani. Il cotopaxi, e altri. Del freddo la notte, quando ti mettevi a dormire con gli animali.

Oggi improvvisamente mi è venuto in mente tutto questo, e non c'era quasi motivo. Come non c'era motivo perchè lo dimenticassi.
Ma è stato un flash.
Dalla parete su cui stavamo arrampicando è venuto giù un masso. Chissà quanti anni erano che stava in bilico, reggendosi sul niente. E magari sarebbe rimasto anni, o forse no. Forse alla prossima pioggia sarebbe caduto da solo.
Le montagne si disgregano. Le montagne sono destinate a scomparire.
Basta guardare sotto le pareti per rendersene conto: è pieno di massi e pietraie. E quelli vengono giù dalle pareti.
Gli alpinisti lo sanno.
Gli alpinisti temono i sassi che cadono da soli, quando sale il sole e scioglie il ghiaccio.
Gli alpinisti temono i sassi e i fulmini.
Ma chi le montagne non le frequenta non lo sa.
La nostra memoria è a breve termine. Non ci si pensa a questa semplice realtà che i sassi cadono.

Il sasso è venuto giù ma ha iniziato a muoversi piano, quindi chi stava sotto si è tolto velocemente. E' arrivato a terra con fragore e poi ha iniziato a rimbalzare, roteando vorticosamente.
Al sollievo perché non era successo niente, nello spazio di un secondo, al secondo rimbalzo, è iniziato a crescere il timore che arrivasse giù in fondo al costone, dove hanno fatto una casa, sicuramente abusiva peraltro.
L'abbiamo vista crescere in due anni, quella casa. Un pezzettino alla volta si sono fatti la villetta.
Storie di ordinario abusivismo all'italiana.

Terzo rimbalzo. Non si ferma, anzi prende velocità.

Quarto rimbalzo, cristo... non si ferma. Se ne sono accorti dalla casa. Urlano, scappano. Un uomo grida: scappate scappate. Ogni volta che tocca terra spero si spacchi ma no. Sembra prendere velocità, rotea su se stesso vorticosamente, si alza una decina di metri ne salta 50-60 forse anche di più in meno di un secondo.

Quinto rimbalzo, sembra andare verso destra, verso dei campi: un attimo di speranza.

Sesto (? .. non so, non sono sicuro)  rimbalzo, scarta a sinistra, punta verso la casa. E' arrivato. Oddio.
E' sul muretto di cinta, lo sfiora tocca terra a meno di un metro e si ferma. Non so come, deve aver trovato del terreno soffice.
Non è successo niente.
Dalla casa urlano al nostro indirizzo, come se fossimo stati noi a lanciarglielo addosso.
Capisco la loro paura. Ma hanno costruito quella casa in un posto pericolosissimo. Tutto attorno a loro il terreno è disseminato di massi. Per fortuna non è accaduto niente. Solo paura.

Però tanta. Mi sono seduto e non mi andava più di arrampicare.
Ancora una volta mi sorprende come sia facile passare dalla spensieratezza alla tragedia in meno di un istante. Senza poter far nulla.

Mi è venuto in mente Alberto in quel momento. Erano anni e anni che non ci pensavo. Avevo dimenticato tutto.
Una volta mi aveva raccontato che era tornato in Italia perchè un masso aveva distrutto la sua casa. Era rotolato e aveva sfondato la parete mentre lui non c'era.
Questa terra non mi vuole più aveva pensato. Aveva venduto tutto quello che aveva ed era tornato.
 
Chissà dov'è ora. Se è vivo oppure no.

E mi sono ricordato di una cosa che mi diceva. Perchè ero leggermente turbato da certe sensazioni, provenienti da frasi che mi avevano sfiorato, pur se insignificanti in fondo.

La gente non parla male di te per invidia. La gente ti mette i piedi sopra per salire più alto. E se tu sei più in alto, allora ti usano più spesso.

Anche questa una coincidenza. Forse ho capito solo oggi, veramente, questo suo pensiero.

La gente (da poco) non parla male di te per invidia, e nemmeno per farti del male. Ma per sembrare più grande.
E quanto più sei grande, più sei ammirato, e benvoluto, stimato, più troverai qualcuno che per sembrare più grande di quello che è agli occhi di qualcuno, parlerà male di te. Del tutto gratuitamente e inaspettatamente. E spesso anche del tutto falsamente. Servi come punto di riferimento della competizione. Anche se tu non sei in competizione. Ti usano lo stesso e ti attaccano. Per darsi importanza.
Tu non lo sai nemmeno, il più delle volte. Ti arrivano solo delle eco e non capisci: perchè? che vogliono? chi sono?

Non è una grande rivelazione eh? Ora che la scrivo me ne rendo conto.
E' cosa nota. Ma non l'avevo mai percepita così chiaramente.

EDIT
E poi.
Questa terra non mi vuole più, e se n'era tornato in Italia.

Quanta pazienza hanno quelle pareti a Sperlonga a sopportarci. Attaccati, vocianti, irridenti.
Ho pensato che ci vuole più rispetto. Più silenzio.
Se una parete nasconde in sé dei posti magici, quella magia può rivoltartisi contro.
Occorre avvicinarsi nel modo giusto ed è difficile da dirsi con le parole, quale sia, il modo giusto.

Ma in esso non c'è ansia di conquista. Non c'è serialità. Non c'è la corsa a marcare il territorio.
Bisogna chiedere alla roccia il permesso di entrare in essa, fra le sue pieghe nascoste, fra la vita che ospita, con attenzione e rispetto. Cercando di fare il minimo rumore possibile.  Ecco, penso che qualcosa ho sbagliato, in questo senso.

E così, nello stesso momento in cui il ricordo è riemerso, dopo anni che dalla mia mente era scomparso, Alberto mi ha portato due pensieri che contengono a ben guardare un unico insegnamento.
- gli altri possono farti male perché ti usano come un oggetto, per mettere se stessi in evidenza;
- questo può essere fatto non solo agli uomini ma anche alle cose, agli animali, alla terra;
- mentre eri concentrato sull'offesa che avevi ricevuto da uomini, ne hai perpetrata una della stessa natura, verso la roccia;

La nostra esistenza gira su piccoli e grandi ingranaggi, come quelli del meccanismo di un orologio. Possono girare in un verso o nell'altro. Ma sempre tutti insieme. Verso una direzione o verso l'altra. Il male o il bene.
Male e bene sono concetti relativi. Un'azione può essere percepita come male oppure può esserti indifferente. Ma se la senti come male, il tuo stato d'animo sarà turbato, agirai automaticamente e farai male.
Siamo quello che ci viene fatto.
Sta a noi fermare il meccanismo e indirizzarlo bene. Smettere di essere semplici strumenti di propagazione del movimento.
Ancora una volta la parola chiave è consapevolezza.
Bisogna chiedersi se quello che stai facendo è giusto.
Ma questo non vale solo nelle grandi scelte. In quelli che percepiamo come i momenti importanti.
Vale anche nella quotidianeità. Nelle piccole scelte che spesso sono quasi inavvertite e che pure a volte si rivelano fondamentali.

«Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall'ambizione.»





3月18日

cani randagi

Ieri postavo quelle foto dei lupi a prati di tivo, sul gran sasso. C'è da essere contenti, io perlomeno lo sono, che questi animali siano tornati nelle nostre montagne. E' un piccolo passo indietro che ha fatto l'uomo e ha permesso una minima possibilità di wilderness (non amo gli inglesismi ma questa parola è veramente intraducibile in italiano in modo da esprimere quello che porta con sé: selvaggeria?)
Queste scelte sono possibili in società opulente e consapevoli di esserlo. Laddove il problema è la propria sopravvivenza individuale, sia essa anche metaforica e traslata in simboli di potenza,  l'uomo se ne frega dell'ambiente e dei suoi competitori: usa tutte le armi a sua disposizione.

Non conosco la situazione specifica che viene riportata dai giornali con il solito allarmismo compiaciuto, relativamente alla cosiddetta emergenza randagi, quindi vorrei limitarmi a considerazioni generali. Ho letto degli articoli, ma separare i fatti dalle cazzate del giornalistucolo di turno è difficile, se non impossibile.
Come in questo articolo di Repubblica in cui da un lato si disegnano situazioni di gente barricata come nella notte dei morti viventi, dall'altro di quelli che passeggiano tranquillamente con il cagnolino al guinzaglio e ahimé non raccolgono le deiezioni con paletta e bustina.
Il solito guazzabuglio insomma.

Pur non entrando nel particolare, tuttavia, non posso non pensare che è una situazione di degrado generalizzata del territorio, quella che determina fatti del genere. Ste migliaia di cani randagi che sembrano improvvisamente popolare il sud italia, e sarà anche così, da dove vengono?
Ora a prescindere da qualche meccanismo particolare che ha fatto sì che alcuni cani abbiano imparato ad aggredire le persone (e capire questo meccanismo, come possa essersi verificato, sempre che si sia verificato, ovvero che si tratti sempre degli stessi cani, e non di situazioni casuali .... eccetera) è sicuramente interessante... quello che fa pensare è il modo in cui si pensa di risolverlo.

Abbattendoli.
E sollevare la psicosi che stanno sollevando non vuol dire prendere quel gruppetto di cani specifico, ma lanciare di fatto una vera campagna di caccia al cane.
Non è che mi metto le fette di prosciutto sugli occhi. Se i cani sono un problema, in qualche modo va risolto....
intanto una distribuzione di cibo ? ci vogliono molti soldi, in quest'italia di sprechi ?
una campagna di sterilizzazione?

una ... temo a dirlo... una struttura di accoglienza? un canile?

ma se a lampedusa è peggio di un canile. molto peggio.

non lo facciamo con gli uomini che vengono dall'africa.
figuriamoci se lo possiamo fare con i cani.

anzi, è indicativo, quello che si fa con i cani, di quello che si sta facendo con gli uomini.
anzi, di quello che più o meno si sta facendo, ipocritamente però, facendo in modo che il lavoro sporco lo facciano i libici, i quali poi il lavoro finale lo fanno fare al mare o al sahara.

Ci sono diversi gradi di umanità possibili.
Se siamo ricchi e ben pasciuti, possiamo fare la nostra elemosina anche ai lupi, di sopravvivere. Ci diverte vederli.
Al meno nobile cane, meno.
Gli africani possiamo lasciarli morire dove stanno. E se riescono ad arrivare qui li mettiamo in galera (che tale è ormai lampedusa) e li rispediamo in africa, grazie agli amici libici, con cui hanno stretto accordi superpartes prima prodi poi berlusconi.

Così va il mondo.
3月17日

lupi

Beh io sono contento, di vedere in un posto che amo, questi animali che amo moltissimo.

Dal sito: prati di tivo (Gran Sasso)



in pratica quella in cui ho fatto il cerchio blu è la zona fotografata sopra...



come si può vedere, ben dentro le zone normalmente frequentate dagli sciatori.

Chissà cosa ha portato questi lupi così vicino alla gente. E dire che nel fine settimana volevo andare qualche chilometro dentro, nella val maone, a dormire all'aperto.  Mi sa che è meglio andarci in gruppo. :-)))
Li amo, ma ... insomma... li rispetto pure eh.
:-P


3月16日

connected people

Ancora non ho la connessione a casa. Sabato mattina ho fatto un giro attorno con il cellulare in mano come un rabdomante la sua bacchetta all'inseguimento del campo umts. E ho visto che a pochi metri da casa c'era.
Allora ho chiamato il 119 e ho trovato l'operatore furbo che come prima cosa mi ha chiesto, ma scusi se non ha campo come fa a chiamarmi?
Uè bello... sono uscito da casa! sto parlando di casa!
Ah ma è sicuro che prima ci fosse copertura di rete?
No guardi, sono due anni e qualche mese che chiamo e mi connetto a internet da casa. Secondo lei sono sicuro o sto bluffando spudoratamente?
Io voglio solo sapere se ha notizia di un problema in zona e se c'è intenzione di risolverlo. Perchè altrimenti vado dal primo negozio vodafone o tre e cambio operatore sia per le chiamate che per internet  e tanti saluti a tim...

allora si è deciso a controllare e ha verificato che effettivamente in zona c'era un disservizio che sarebbe stato risolto presumibilmente in settimana entrante.

Per evitare lo sbattimento delle configurazioni e del cambio numero ho deciso di attendere.
Nel frattempo però sabato sera ho scoperto che alla finestra del salotto, se tengo su la tapparella, ho linea.
E a due metri da terra ne ho di più che a un metro.
Non solo chiamo, ma anche mi connetto.

Con un marchingegno di giunzioni di cavi usb sono riuscito a attaccare il modem all'inferriata (sto a piano terra) in alto e - miracolo - ho la connessione.
Il problema è che il computer portatile è sul davanzale della finestra, aperta, che si affaccia sulla strada, poco trafficata per fortuna.

Però quando passa qualcuno e mi vede dietro l'inferriata a digitare sul portatile, in piedi, strizzando gli occhi perchè lo schermo in controluce non è molto visibile, mi sa che pensa che debba esserci un tipo originale, ad abitare lì.

Ovviamente prima avevo provato a farmi un giro con computer e la scheda pmcia per captare qualche connessione wifi.
Maddechè... quei pulciari dei miei vicini non ce l'hanno.
E' pieno di gente che senti che non paga internet perchè ciuccia la connessione di qualcuno... ma io no.

Se alla luce strizzo gli occhi però, al buio mi sa che è peggio.
Infatti devo tenere la finestra aperta, e la tapparella alzata, ho detto. Pena la mancanza della connessione.
Quindi me ne sto lì dietro l'inferriata, una faccia illuminata dal biancore dello schermo, in piedi.

Sono passate un pò di persone ieri sera e mi è parso di notare uno sguardo apprensivo. Come se avessero scoperto che un loro vicino coltiva insane abitudini.

Per fortuna non mi hanno visto in piedi su una sedia , sempre alla solita finestra, telefonare (il telefono prende solo se è a due metri circa da terra).

Non mi fido dei lavori di tim. Oggi vado a comprare un cavo usb più lungo e in qualche modo tutto rientrerà nella normalità.
Per le telefonate no. Ma almeno posso mandare sms via internet.

...

Sono andato due giorni ad arrampicare. Uno a pietrasecca e l'altro a sperlonga. Questa mattina mi sono alzato dal letto rigido come una marionetta. Non so perchè ma mi fanno male tutti i muscoli. Eppure dovrei essere allenato...

Ma forse non ho considerato quando ero appeso all'inferriata della finestra per telefonare a mia madre.


3月13日

the boxer

     

 

I am just a poor boy.
Though my story's seldom told,
I have squandered my resistance
For a pocket full of mumbles, Such are promises
All lies and jests
Still a man hears what he wants to hear
And disregards the rest.

When I left my home
And my family,
I was no more than a boy
In the company of strangers
In the quiet of the railway station,
Running scared,
Laying low,
Seeking out the poorer quarters
Where the ragged people go
Looking for the places
Only they would know
Lie la lie ...

Asking only workman's wages
I come looking for a job,
But I get no offers,
Just a come-on from the whores
On Seventh Avenue
I do declare,
There were times when I was so lonesome
I took some comfort there.
Lie la lie ...

Then I'm laying out my winter clothes
And wishing I was gone,
Going home
Where the New York City winters
Aren't bleeding me,
Leading me,
Going home.

In the clearing stands a boxer,
And a fighter by his trade
And he carries the reminders
Of ev'ry glove that laid him down
And cut him till he cried out
In his anger and his shame,
"I am leaving, I am leaving."
But the fighter still remains
Lie-la-lie...

 

Sono solo un povero ragazzo
Sebbene la mia storia sia raramente narrata
Ho sprecato la mia forza
per una manciata di mormorii
tali son le promesse
Solo bugie e prese in giro
Tuttavia un uomo ascolta
quel che vuole sentire
e ignora il resto

Quando lasciai la mia casa e la mia famiglia
ero solo un ragazzo
in compagnia di stranieri
nella quiete della stazione ferroviaria
correndo impaurito
dormendo in terra
scovando i quartieri più poveri
dove vanno gli straccioni
in cerca di posti
che solo loro conoscono

Chiedendo solo paghe da operaio
cercavo lavoro
ma non avevo offerte
se non dalle puttane
della settima
Ammetto
ci son state volte che ero così solo
da cercar conforto da loro

Allora sto appendendo i miei abiti invernali
desiderando di esser partito
per andare
dove gli inverni di New York
non mi faccian sanguinare
Riportandomi
a casa

Nella radura resta in piedi un pugile
ed un combattente di mestiere
E si porta dietro i ricordi
di ogni guantone che lo ha messo giù
e lo ha tagliato fino a farlo gridare
nella sua rabbia e nella sua vergogna
"Me ne vado, me ne vado"
Ma il combattente rimane


e' difficile spiegare perché mi identifichi così tanto in questa canzone. forse chi mi conosce può capirlo.


finalmente venerdi

Sono tre giorni che a casa mia, la sera, non ho campo per il cellulare. Suppongo stiano facendo dei lavori. Oltre a non poter chiamare né ricevere telefonate, non posso nemmeno collegarmi ad internet. Infatti a casa non ho la linea telefonica e utilizzo un modem che si connette tramite sim. Se funziona lo fa in modo accettabile. La tecnologia UMTS permette di avere abbastanza velocità.

Il problema è che non funziona affatto bene perchè già normalmente il segnale non è abbastanza potente. E se non funziona per niente con chi me la prendo?

Già, perché se il contratto con Tim è legato a una Sim, ovvero non ad un luogo fisso, come faccio io protestare perchè da casa, ovvero dallo stesso luogo di sempre, non riesco a connettermi? In teoria potrei spostarmi a duecento metri o di più, di meno, non so non ho provato, e il servizio ci sarebbe. Sempre in teoria potrei acquistare il servizio e poi andarmene in un posto dimenticato da dio e protestare perché non ho campo?

Il servizio è erogato nelle zone dove c'è copertura. E questo è logico. Quindi potrebbero dirmi: caro signore, si sposti.

Eh già. Ci manca solo che per connettermi a internet vada in giro col portatile in mano, il mouse penzoloni, il modem usb con la sua lucetta blu lampeggiante magari legato in testa con una fascia.

Insomma. Farne a meno non è un problema. Però sto pagando, nel frattempo. E questo mi rende leggermente nervoso. Perché se io nel mio lavoro prometto un servizio, mi faccio pagare, e poi il servizio non lo assicuro, i soldi li devo rendere. E giustamente. Perché se Tim/Telecom/Vodafone/Wind eccetera paghi un giorno in ritardo, ti addebitano gli interessi, perché i loro soldi li pretendono fino all'ultimo centesimo.

Ma il contrario non vale. O, per farlo valere, dovresti perderci il senno a stargli dietro. Ammesso che poi ci si riesca.

Per fortuna però è venerdì. Si prevede tempo bello nel weekend e me ne andrò in montagna.

Buon weekend!

3月12日

sogno

Ci sono molte ipotesi relativamente alla funzione dei sogni. Durante la notte ci possono essere molti stimoli esterni, ma la mente rielabora gli stimoli e ne fa parte integrante dei sogni, nell'ordine in cui il sonno procede. Comunque, la mente sveglia un individuo se questo dovesse trovarsi in pericolo o se qualificato a rispondere a certi suoni, come ad esempio un bambino che piange. I sogni possono permettere anche alle parti represse della mente di essere soddisfatte attraverso la fantasia mentre tiene la mente consapevole da pensieri che causerebbero un risveglio improvviso. Freud suggerì che gli incubi lasciano che il cervello controlli emozioni che sono il risultato delle esperienze dolorose. I sogni lasciarono anche esprimere alla mente sensazioni che sarebbero normalmente soppresse da svegli, tenendosi così in armonia. I sogni possono inoltre offrire una vista sulle emozioni legate ad eventi futuri, come ad esempio accade nel periodo di veglia, in occasione di un colloquio di lavoro o comunque di una esperienza emozionante.

Carl Gustav Jung suggerì che i sogni possono compensare atteggiamenti unilaterali che si tengono da svegli. Ferenczi propose che il sogno può comunicare qualcosa che non si sta dicendo completamente. Ci sono state anche analogie con le operazione di manutenzione automatica dei computer operate quando questi sono in modalità off-line. I sogni possono rimuovere "nodi parassiti" e altra spazzatura dalla mente durante il sonno.I sogni possono creare anche nuove idee attraverso la generazione di mutazioni di pensiero casuali. Alcune di queste possono essere rifiutate dalla mente come inutili, altre possono essere viste come preziose e mantenute. Blechnerdefinì questa come la teoria dell'Onirismo Darwiniano. I sogni posso inoltre regolare l'umore . Hartmann disse che i sogni posso funzionare come la psicoterapia "attivando connessioni in un posto sicuro" e permettendo al sognante di integrare cose e pensieri che altrimenti verrebbero dissociati quando sveglio. Recenti studi di Griffin hanno condotto alla formulazione della teoria di adempimento dell'aspettazione di sognare che suggerisce che sognando metaforicamente si completano modelli di aspettazione emotiva e consequenzialmente si abbassano i livelli di stress.

da wikipedia ^
...
Penso che se ricordassi tutto dei miei sogni, forse capirei di più di essi.
Invece tendo a dimenticare. Quello che mi resta è il miscuglio di sensazioni che provo al risveglio.

E così, ora mi porto dentro dei concetti:
"come avrei potuto non amarti?" non detta, pensata, sentita intensamente con ogni parte di me stesso. La familiarità con il tuo corpo. Sempre la stessa fin dal primo istante. Ritrovata immediatamente, anche se all'inizio eravamo nel sogno come due estranei, quali siamo ora.  Quella sensazione di naturalezza nell'adattarsi del corpo a quello dell'altro. Sulla cui unicità, posso giurare. Per quanto prima, inconsapevolmente, e dopo, tenacemente, l'abbia cercata. Inutilmente.

E la sensazione che tu ti fossi impedita, ineluttabilmente, necessariamente, inevitabilmente, la possibilità di amarmi. Ormai una scelta digerita e lontana al punto da poterlo ammettere. Non era il nostro tempo.
E non rimpiangi la scelta fatta, anche se quel tipo di intensità non tornerà più. Non ti manca. Anche se non sei felice. Sei solo tranquilla. E non è poco, no. Ti capisco. Eppure ...

Una strana dolcezza, lascia il sogno. Per averti ritrovata, anche se perduta.



magritte - la condizione umana

3月11日

pensieri che forse cancellerò

La percezione dei ricordi ha poco a che fare con il trascorrere del tempo.
Mi capita, a volte, di pensare a cose avvenute tanti anni fa ed emergono particolari che avevo sempre trascurato e che invece sono significativi. Eppure erano dentro di me. Solo che evidentemente c'è un filtro, da qualche altra parte, per cui peschi nella memoria la visuale che ti occorre su quel ricordo.
Insomma la memoria non è un freddo e oggettivo registratore di avvenimenti. Già avviene al momento in cui vivi quel momento, un filtro, perchè alcune cose sono più significative di altre cui non fai caso; ma anche dopo, ricordando, operi ancora un filtro, recuperando quello che ti occorre e non altro.

Alcune date si fissano in modo indelebile, però. L'11 marzo è una di queste, per me.
Una vita fa, un ragazzo moriva da qualche parte.

Il paradosso della morte: una persona è viva e la sua vita non ha importanza per altri che una ristretta cerchia di conoscenti, amici, parenti. Muore e diventa importante per migliaia di persone. Tante persone vengono influenzate nella loro esistenza dalla sua morte.

Il miracolo della morte: un momento sei lì che ridi, parli, pensi, sogni, e il momento dopo sei ancora lì ma sei una cosa, un oggetto. La tua essenza vitale è altrove.
Capisco che gli uomini abbiano avuto da sempre la necessità di pensare all'esistenza dell'anima, dello spirito.
Come è possibile che quella costruzione incredibilmente complessa che è un corpo umano, che siamo noi, si regga su così fragili equilibri che quasi nulla a volte basti a far scomparire quella scintilla che si vede in fondo agli occhi, quella luce che chiamiamo vita?

E così una non vita, l'opposto della vita: la morte, si tramuta in atto. Si propaga come onde per un sasso lanciato nell'acqua.
Tocca chi è più vicino ma anche più lontano. Viaggia nello spazio, arrivando a colpire esistenze distanti centinaia o anche migliaia di chilometri, ma anche nel tempo, continuando a rimbalzare, pur affievolito, per generazioni.

La morte può essere l'atto più significativo di una vita.
E questo è paradossale solo perchè siamo abituati a considerare la vita e la morte come antagonisti. Come opposti.

E anche l'amore, pensandoci bene, a volte consuma il suo più alto momento, nella sua fine.
Lascia più segni dentro di noi la fine di un amore che l'amore stesso. E' anche questo paradossale, no?
Se l'amore non fose stato importante, la sua fine non avrebbe avuto tanto significato. Eppure è la fine, quella che ci segna in modo a volte indelebile.
La pienezza e la mancanza, sono la stessa cosa. Il pieno e il vuoto, sono solo concetti lessicali. Non abbiamo parole per descrivere l'essere e il non essere. Ci serviamo di rigide distinzioni anche nel linguaggio per descrivere approsimativamente quello che non può essere descritto, dato che non riusciamo a comprenderlo, solo a sfiorarlo.

Vabbè. Divago.
In realtà volevo raccontare qualche altra cosa. Ci ho provato, ma ho cancellato.
I ricordi sono incatenati gli uni agli altri: tirarne fuori qualcuno a volte provoca domande in sequenza.
Prima o poi scriverò, troverò il modo.


3月8日

domenica

Oggi a Sperlonga è stata una giornata di primavera inoltrata. Sole caldo, brezza leggera: il clima perfetto.
Avevo voglia di stare solo. Quest'anno il richiamo della montagna coperta di neve non è mai stato abbastanza forte da farmi uscire da sotto il piumone. Anche perchè le condizioni non sono mai state veramente buone.
Ma amo Sperlonga, la sua immensa falesia, perchè anche in giornate come queste, in cui è piena di gente, volendo ci si ritaglia l'angolino in cui starsene per conto proprio.
Con uno zaino pesantissimo, sono andato ad esplorare una zona di una parete mai salita, per vedere se era possibile chiodare una via nuova.

Che bella la sensazione di essere soli. Di ascoltare solo il proprio pensiero fluire. Di non fare le cose di fretta prendendomi il tempo che voglio, anche per curiosare cose insignificanti a cui se fossi con altri non potrei dedicare tempo.

Da dietro è possibile salire a piedi. Arrivato alla fine del prato c'era un salto di circa 50 metri. Ho attrezzato un ancoraggio sui blocchi di roccia affioranti, ho buttato giù la corda e mi sono calato.

Mi da ogni volta un'emozione strana, pensare che su quel piccolo spazio di mondo - alcuni metri quadrati - è molto probabile che nessun uomo mai ha messo le sue mani. Quella porzione di roccia di quella parete verticale, se non è stata salita in questi anni è pensabile che prima non fosse mai stata salita da nessun uomo mai.

E' terreno degli uccelli, delle lumache e delle lucertole, dei piccoli insetti, del rosmarino e del mirto e del ginepro, ma non dell'uomo.
E ora ci sono io.
Specie se sto da solo e posso pensare e anche fermarmi... la sensazione è quella di entrare in una chiesa.
Ecco, il mio senso del sacro è qui che affiora: nella natura.

Vedo una formazione stranissima. Forse era la base di una stalattite (sopra, un paio di metri, allineato,  c'è il moncone). Quante migliaia di anni sono stati necessari per costruire questo vaso di sfoglie?



Sono centinaia di fogli di roccia avvolti uno sull'altro.

Che cose meravigliose si possono trovare dove meno te le aspetti!
Sono lì su questo terrazzino: riparato da uno strapiombo, e ha il fascino delle cose segrete, del posto mio. E' come quando da bambini mi facevo una capanna con una coperta fra due poltrone e sotto quel riparo portavo dei giochi e ci restavo ore. O quando più avanti costruivo la casa sull'albero.
E' il posto segreto. Inaccessibile.
Non so quali corde antiche faccia risuonare dentro di me. Forse quelle di quando gli uomini erano prede, quando temevamo il buio e i luoghi aperti.
La sensazione di essere al sicuro, in una grotta a metà parete, in effetti è strana. Non ha riscontro con la mia esperienza. E' qualcosa che risiede nel dna, evidentemente.

Faccio una foto alla mia ombra, appeso alla corda come un ragno al suo filo.
Il mio non è così lucente, non brilla al sole. Ma io non sono leggero come un ragno.

Il che mi ricorda di controllare che la corda non sfreghi su spigoli, in alto.
Le corde di arrampicata tengono milleduecento chili, più o meno, e io sono un po' più magro...
però, quando sono tese, se lavorano su spigoli taglienti, (e questa roccia lo è molto) possono tranciarsi abbastanza velocemente.



Quindi controllo gli sfregamenti. E' tutto bello, facile, tranquillo.... ma è un'attività che non ha mezze misure: una piccola dimenticanza può divenire un errore irreparabile.

Scendo piano, pulisco la via, tolgo le erbacce e sassi che potrebbero cadere.
Poi arrivato a terra metto le scarpette da arrampicata e la risalgo provando i passaggi.

Può venire una bella via. Sono contento.


Eccola:


Al ritorno, tantissimo traffico. Un camion di arance si è rovesciato, dice la radio, sull'A1. Entrata chiusa, traffico deviato sulla Casilina.
Conosco vagamente l'esistenza di un percorso alternativo, ci metto quasi 45 minuti per fare 3 km a Frosinone, poi mentre tutto il traffico si incolonna sulla Casilina io vado verso Alatri, poi Fiuggi, Acuto, Piglio, Genazzano, Cave, Palestrina, Zagarolo...
ss 155 si chiama. E' una bella strada panoramica, mi godo un tramonto meraviglioso e niente traffico.

Era giornata per conoscere percorsi nuovi.
3月7日

recinzione su beniamino bottone

Sono andato a vedere "il curioso caso di benjamin button".
Dico subito che io non amo andare al cinema. Su quelle poltrone, più o meno comode, mi sento sulle spine. Non ci so stare.
Sono stato quindici anni senza entrare in un cinema. Ho ricominciato ad andarci quando mia figlia diventò abbastanza grande da piacerle. Quindi mi sono sorbito un pò tutti i film di animazione degli ultimi dieci anni, signore degli anelli e harrypotter.
Ora mia figlia è diventata abbastanza grande da voler andare a vedere roba tipo vacanze di natale in india ma anche altre robe.
Oggi ho cercato di convincerla ad andare a vedere wrestler ma è stata irremovibile su "il curioso caso di benjamin button", vuoi per la presenza di brad pitt, vuoi per la storia fantastica di cui sapeva succintamente la trama.

Io avevo letto il libro di F.S: Fitzgerrald e ho letto in questi giorni tutto il cancan sulle varie nominescions registi attori eccetera. E quello era il motivo per cui ne sarei stato lontano.

Ma tant'è, le figlie in fondo vincono sempre e comunque, grato che fosse un film normale (solo un paio di anni fa mi trascinò a vedere le winx ...) ho accettato.

Certo che è lungo. Mi sa più di due ore e mezza.
Il film?
Ecco... se vuoi trarne spunti di riflessione devi averceli tu, già dentro la tua testa.
Ché il film certo non è che si sforzi tanto per suggerirteli.

Alla fine la storia è quella di un tipo che nasce piccolo ma vecchio e poi cresce e man mano che cresce ringiovanisce, fino a ridiventare piccolo e morire.
Vabbè la storia è una metafora... lasciamo perdere le incongruenze, più forti all'inizio e alla fine e concentriamoci sulla storia vera, che è l'amore fra due persone che mentre uno da vecchio diventa sempre più giovane l'altra da giovane diventa vecchia.
S'incontrano nella parte di mezzo della loro vita e si amano. Non racconto il resto perchè è inessenziale ai fne della storia. Che è una storia sull'amore.

Ecco.
Questo è il motivo perchè il film non mi è piaciuto.

Si certo, bel lavoro da artigiani truccatori, belle scenografie.
Ma la storia??

Il tema alla fine è l'amore della vita. Quello per cui ti riconosci a prima vista e resta dentro di te per sempre.

Esiste? non esiste?
Ognuno ha la sua idea, basandosi sulle esperienze che ha avuto.
Però, se esiste, com'è?

Come può crearsi questo legame fra una bambina di 5 anni e un vecchio che cammina a malapena? Come può resistere nel tempo come per una predestinazione?
Qual'è il messaggio del film?

A quello che doveva essere il tema centrale, il film gli ha girato attorno, confezionando un bel lavoro tecnico e niente di più. Alla fine racconta una favola.

E hanno fatto bene a farla durare tanto, perchè tanto riesci a starci dentro solo il tempo che lo guardi. Poi dici... si, ma?

Qualcuno aveva gli occhi lucidi, uscendo dalla sala. Io pensavo, marò era ora.
Che lagna.



3月6日

trilogia della città di k

Ho terminato di leggere un libro che mi ha regalato virgy quando è venuta a scalare a sperlonga: trilogia della citta di k di agota kristof.
E' un libro che mi è piaciuto. Sicuramente un libro che vale la pena di leggere. Anche se alla fine ti lascia lì, a pensare, e non è che riesci a trarne qualcosa. Un po' come la vita, insomma. Ché l'esperienza dicono che serva, ma poi alla fine quello che conta è solo sopravviverle.
 
Il libro, ora che è qualche giorno che l'ho finito, e le sensazioni si sono sedimentate, è un po' come una matrioska. Contiene diversi piani di lettura.
Sono tre storie: la prima cosa che mi viene in mente è che la prima parla della spietatezza della giovinezza; la seconda della pensosità della maturità; la terza della tristezza della vecchiaia.
Sono tre storie: la seconda cosa che mi viene in mente è che sono vere anche se sono contraddittorie fra loro, parlando delle stesse persone. Come se esse avessero mentito, nelle altre due. Ma sono vere appunto, perché è un libro, e "certe vite sono più tristi del più triste dei libri (...) un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita" e poi... perché nella vita basta un niente a volte, un piccolo battito di ali di farfalla perchè la vita prenda un altro binario e cambi completamente, totalmente. E ci sta che gli uomini possano avere più vite, altrettanto reali, quelle dei se e dei ma. Altrettanto reali, dico, di quella che realmente si è vissuta, perchè nel ricordo non è essa stessa onirica e offuscata così come fosse solo immaginata?
 
Nel libro si respira l'angoscia dei libri di Kafka. Dev'essere l'aria mitteleuropea che non fa bene agli spiriti.
Ma mentre in kafka si è oppressi da una realtà incomprensibile, in kristof lo si è dalla normalità.
Ciò dipende dal fatto che il primo la guardava da fuori e la vedeva come una massa indistinta che lo schiacciava, la realtà;
la seconda la vive da dentro e ne guarda i banali meccanismi, logici e lineari presi uno per uno e che formano tuttavia la stessa macchina che annienta l'individuo, che solo con la menzogna e nascondendosi può proteggersi.
 
La prosa della kristof è come una marcia militare. Secca, asciutta, cadenzata. Non devia e, se devia, è solo per poco. Le vite nel suo libro sono segnate, marchiate alla nascita da una colpa che non conosciamo ma che intuiamo.
Siamo condannati e quanto più ne siamo consapevoli, tanto più siamo destinati a soffrire della nostra condizione.
 
 
3月5日

alejandro jodorowsky

Il primo film che vidi di A. Jodorowsky fu "el topo"  e poi anche "la montagna sacra". Mi feci l'idea di un regista da evitare assolutamente: non ci avevo capito niente. Però insomma, avevo 15 anni quando mi arrivarono quei film, che erano di qualche anno prima... ci poteva anche stare che non ne cogliessi i significati.
Poi lo incontrai nuovamente, anni dopo, negli splendidi fumetti di Moebius. Mi sorprese relativamente che un regista facesse lo sceneggiatore di fumetti.
Quindi, alcuni fa, mi capitò, consigliato da un amico, di prendere un suo libro: "La danza della realtà" e ne rimasi affascinato.

E' difficile parlare di "la danza della realtà"... è una biografia, ma anche un'opera introspettiva che diventa guida spirituale. E' ricerca.
Alcuni passi di quel libro hanno segnato profondamente il mio modo di essere.

La mia stima per A. Jodorowsky è cresciuta a dismisura.

Ho fatto un puzzle di pezzi di sua interviste:

I tuoi consigli per educare bene un figlio?
Trattarlo come si tratta una bella pianta: capire verso dove vuole andare la sua naturalezza essenziale e dargli i mezzi perché arrivi a essere sé stesso. Come genitori, cancellare dalla nostra mente i progetti che abbiamo in serbo per lui e accettare la sua meta, anche se diversa da quella che abbiamo immaginato.


Lei si sente un uomo libero?
L’essere umano non è un’unità, ma un insieme di parti, che sono il corpo, il sesso, il cuore, la mente e una supercoscienza. Rispetto alla coscienza e alla mente sono libero, perché posso pensare quello che voglio. Rispetto al cuore, a differenza di un tempo, oggi sono capace di amare senza desiderio di possesso. Il rapporto con il sesso è cambiato perché sono invecchiato, e ho meno energia sessuale. Continuo a guardare le donne con grande piacere, ma a differenza di un tempo ora me ne basta solo una (ride, NdR). Rispetto al corpo invece sono totalmente prigioniero, perché sono mortale, e ogni giorno mi resta meno tempo da vivere; ecco perché mi affretto a fare più cose possibili.


un video tratto dal film di Battiato "niente è come sembra" una seduta di psicomagia

 
 
3月4日

il cedimento dell'io

Una cara carissima amica di lunghe lunghissime conversazioni epistolari, tante da riempire centinaia di pagine... a cui mando un bacio...  mi ha mandato un ritaglio di "repubblica" scannerizzato da cui tramite ocr ho tratto questo scritto, molto bello, secondo me. Sarà perché  tocca punti che mi stanno a cuore...

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Scrive Jacgues Derrida:
"Quando diciamo lo, diciamo sempre in certo qual modo uno pseudonimo"

La mia personale esperienza in breve è stata questa: vita discretamente piena, ma dolore esistenziale e inquietudini costanti. Curiosità onnivora verso tutti gli aspetti della cultura (laica), fame di conoscenza, di affetto e, perché no, di sesso. Fino a una grave malattia, in seguito alla quale ho chiuso la porta alla maggior parte della mia vita sociale, ho preso di petto il mio vissuto e ho posto fine alla perenne rincorsa di un qualcosa che mi sono poi reso conto - era me stesso. Mi ero preparato a morire cosa che non è avvenuta - in bilico fra dannazione e speranza.
Mi sono reso conto che, per poter morire in pace, dovevo imparare se mai possibile - a lasciar scorrere tutto questo, a lasciarmi andare al flusso della vita (e della morte). Tutta la nostra cultura occidentale, e da ultima la psicoanalisi, ci ha insegnato la necessità di costruirci un io forte e saldo e un'identità precisa data dalle nostre radici, dalla nostra memoria. Ciononostante sono sempre stato affascinato dalla cultura orientale (in particolare quella di matrice buddista) che predica l'inconsistenza dell'io, che insegna il distacco dalle passioni, che vede nel desiderio la fonte di ogni dolore.
La mia parte razionale rifiutava religioni e Chiese che, oltre a non dare una spiegazione convincente del male (teodicea inclusa), coi loro dogmi e dottrine lo aggravano, separando e dividendo anziché unire. Ma anche il fatalismo indiano, pur in qualche modo molto suggestivo, mi respingeva. Ma poi mi sono reso conto che per morire (e forse, prima, anche vivere) serenamente e in pace occorre lasciar franare, dissolvere il nocciolo duro del nostro lo nel fluire incessante dell'esistenza e in quel qualcosa di più grande e imperscrutabile, fosse anche soltanto e semplicemente la morte. Del resto tutti noi conosciamo quelle piccole estasi che ci regalano il sonno, l'innamoramento, l'amplesso e l'orgasmo, la contemplazione della pura bellezza: in poche parole quel fenomeno che la psicoanalisi chiama "fusione". Il volto speculare - i colori della luce - di chi incontra in positivo questo annientamento dell'io sta nella mistica. L'ombra e la grazia - per dirla con Simone Weil - sono le facce di una stessa moneta.
Se la ragione dubita e recalcitra, "solo l'amore - cito le sue parole con la vibrazione delle sue folgorazioni, può favorire quel cedimento della mente che è necessario, perché la roccaforte della ragione, a differenza del cuore, è incapace di sfiorare la verità senza possederla". E allora, se, come credo, il vero viaggio è il lungo cammino per trovare se stessi, dopo essersi ritrovati forse è lecito lasciarsi andare. In questo senso il mio sguardo si è rasserenato e ha meno paura: non "crede", men che meno vede la luce, ma è in attesa e ascolto di una dimensione più semplice e chiara, al di là del continuo fracasso, dell'insistente chiacchiericcio, della vacua apparenza.


Giovanni Refrigerio giovava@libero.it

che ringrazio per i pensieri che ha voluto condividere rendendo pubbliche le sue riflessioni

e la risposta, di seguito, di Umberto Galimberti

La sua lettera chiede un oltrepassamento dell'Io, contratto nella sua presunta autosufficienza e nell'illusione della sua libertà. Sommessamente o dichiaratamente gli uomini hanno sempre anelato a questo oltrepassamento e, avventurandosi al di là del limite angusto della loro soggettività, hanno incontrato chi l'indifferenza della Natura che ospita gli uomini a sua insaputa, e chi, rifiutandosi a questa indifferenza, ha incontrato Dio: o nel recinto protetto di una chiesa, o nello slancio mistico che abita quello spazio dove il gesto di Dio incontra il rifiuto dell'uomo a essere libero come Dio vuole.
Quando la morte fa sentire la sua presenza, avvertiamo infatti quanto ingannevole era l'idea della libertà, a cui il nostro lo si era avvinghiato per costruire la propria identità, piegando le cose al suo volere, le idee ai suoi progetti, persino i sogni alle sue intenzioni. In quei momenti, dove collassa il "senso" che l'Io ha costruito come condizione per poter vivere, la Natura segue indifferente il suo ciclo e Dio non svela il suo disegno. Anche l'oltrepassa mento dell'Io, che avevamo tentato per compensare la sua insufficienza che avevamo drammaticamente avvertito, non dispiega alcun senso.
E allora subentra quella che lei chiama "capacità benefica del lasciarsi andare", che non è rassegnazione, ma il tentativo di fare una nuova esperienza, quella non governata dall'Io. Di questo tipo d'esperienza abbiamo degli accenni nella vita ogni volta che ci concediamo all'altro in un gesto d'amore, dove non è il nostro lo, ma l'altro che ci fa vivere. Nel cedimento dell'Io si nasconde forse il segreto della nostra esistenza, accennato anche in quella sotterranea parentela che tutti, se non siamo troppo distratti, avvertiamo tra l'amore e la morte.

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Quanti temi importanti vengono toccati in questa riflessione e nella risposta, che riassume praticamente in tono professionale i concetti espressi nella lettera...

ci rifletterò e aggiungerò qualcosa...



new deal per la decrescita

da blogosfere di debora billi

...
Io non sono la lavandaia di Via dell'Oche (ovvero Pietro Cambi), e mi fido poco a fare i conti. Leggo però con interesse la proposta Franceschini per offrire un sussidio di disoccupazione ai 3 milioni di precari italici che prevedibilmente perderanno il posto nel 2009.

Naturalmente trattasi di proposta in pieno stile berlusconiano, "Vi togliamo l'ICI così ci votate", allo scopo di mettere in difficoltà il governo e di suscitare simpatie al partito in un Paese che dal pessimismo scivola verso la disperazione. E' vero altresì, che la proposta somiglia tanto al famoso "reddito di cittadinanza", opzione di sinistra che più di sinistra non si può. Insomma, che Franceschini abbia detto una cosa di sinistra ci lascia basiti e contenti.

Ulteriore osservazione: malgrado il teribbile communismo insito nell'idea del "sussidio a tutti", occorre ricordare che tale usanza vige nella liberista Inghilterra ormai da molti anni. I sudditi di Sua Maestà percepiscono infatti, tutti, un assegno (più l'affitto!) quando restano disoccupati, e finché non arriva loro una nuova proposta di lavoro che sono però obbligati ad accettare.

In Italia di una cosa simile non si è mai parlato. Ci si provò qualche anno fa, con i "lavori socialmente utili": era un'idea da new deal, forse non totalmente sbagliata in un Sud perennemente con le pezze al culo. Ma tant'è: ci si versò sopra tanto di quel fango che durarono poco. Avercene, adesso, di lavori socialmente utili...

Insomma, Franceschini ora ci prova. Il pensionato Monorchio fa due conti e inorridisce: ci vogliono 24 miliardi, per dare a tutti i precari un assegno di poco più di 800 euro al mese. Orrore e abominio, Maastricht, il debito pubblico, ragazzi non se ne parla proprio.

Eppure, bisognerebbe proprio parlarne. Centinaia di migliaia di persone in cassa integrazione e altre centinaia di migliaia in mezzo alla strada disegnano uno scenario di emergenza senza precedenti. E no, gli "aiuti alle banche, alle famiglie, alle imprese" che sbandiera il governo non bastano neanche per cominciare. Tremonti, che qualcuno mi accusa di amare, difende la scelta del new deal sulle infrastrutture. Roba da chiodi: come se in questo tragico momento storico fosse una buona idea investire sulle TAV, le autostrade, i trafori. Mi spiace, ma mentre il quadro generale è chiaro a Tremonti, la soluzione di Franceschini è decisamente più pragmatica. Franceschini, insomma, fa proposte da catastrofista pur non essendolo, mentre Tremonti è catastrofista a parole ma insensatamente ottimista quando si va al dunque. Che casino. E in tutto ciò si inserisce Letta a gamba tesa con l'ideona di prolungare l'età pensionabile: caro Letta, la tua fissa dovrai ancora rimandarla. Le aziende licenziano i quarantenni perché troppo vecchi, che facciamo, li costringiamo a tenersi i settantenni? Accomodati pure, se ci riesci...

Che lo Stato debba pesantemente metter mano al portafoglio è inevitabile. Che regalare quattrini sia una cavolata, è scontato. Che si debba pensare ad un new deal è sacrosanto. Eppure, forse c'è un modo per riuscire a mettere insieme le tre cose. Offrire un sussidio di disoccupazione ai precari, e contemporaneamente avviare un programma importante per le infrastrutture... ma infrastrutture che ci aiutino concretamente a vivere meglio nei prossimi difficili anni. Non la TAV, ma i trenini pendolari in provincia. Serviranno, a chi non usa più la macchina. Non nuove autostrade, ma manutenzione degli acquedotti (pubblici!): l'acqua costerà sempre di più. Non monumentali centrali nucleari, ma energia rinnovabile e diffusa. Non inutili inceneritori, ma bonifica generale di tutti i siti inquinati del Paese e trasformazione in aree per la produzione agricola di biocarburanti (non ci si può più produrre cibo). Non pomposi grattacieli e centri congressi per improbabili Expo o Olimpiadi, ma manutenzione di scuole ed ospedali.

Ci vuole un new deal che accompagni dolcemente la decrescita: il Paese, tra qualche tempo, dovrà vivere con meno. I cittadini se la passeranno male assai. E sarà fondamentale che le strutture e i servizi pubblici siano efficienti: ogni servizio in più, sono soldi in meno di cui una famiglia avrà bisogno. E al lavoro, pala e piccone, i precari e i disoccupati col sussidio: a casa prendi 400 euro, se vieni a lavorare per il Paese invece avrai uno stipendio.Suona sovietico?  Chissenefrega. Suona ingenuo? Questo è probabile. Ma altrettanto ingenuo è pensare che i miliardoni di Monorchio vadano ai soliti prenditori traforisti, ricadendo poi per non si sa quale miracolo nelle tasche dei precari. E ingenuo è anche sognare centrali nucleari e ponti sugli stretti: non si faranno mai. Mai! Non c'è tempo, non ci sono più risorse, stiamo scivolando nel caos generale. Un caos che, tra qualche anno, si dipanerà tra mozziconi di inutili cattedrali rimaste incompiute.