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4月28日 de-scriversi Il Libro di Milan Kundera mi sta facendo uno strano effetto. Ho tre libri aperti per casa, in questi giorni. Uno è "l'insostenibile leggerezza dell'essere", appunto. L'altro è "lo straniero" di Camus. L'altro è "afrodita" della Allende. Quest'ultimo è scritto piccolo. Come direbbe mia madre: da sguerciarsi (cecarsi ndr). E' un libro diurno. Anche perché parla di sensi, di profumi, di ebbrezze, di cibo, di sensualità ed erotismo. E, dopo una cena spizzicata a base di granetti del mulino bianco (non avevo pane) e scaglie di pecorino, pur aiutate ad andar giù da un barbaresco di buona fattura, certe raffinatezze, oltretutto da solo, fanno un po' girare le balle, devo ammettere. Lo Straniero è destinato a lettura pre sonno. Ogni tanto prendo in mano il libro di kundera. Lo apro a caso, seguo il filo dei pensieri. Raccolgo delle frasi. Ho rinunciato a sottolineare, se no dovrei farlo per ogni riga del libro e la cosa perderebbe di significato. Anche ieri ho trovato cose che alle prime letture non ero assolutamente in grado di apprezzare. Mi mancava proprio l'esperienza di vita per capire. Ma, a parte questo, quel suo interloquire parlando dei personaggi in terza persona, l'autore come deus ex-machina, mi ha fatto iniziare uno strano esperimento: il guardarmi e il raccontarmi. Lo scrivere di me in terza persona, in momenti significativi. Questa spersonalizzazione, per quanto possibile, ho visto che mi aiuta a guardarmi scrollandomi di dosso parte della soggettività. Una parte, almeno. E' proprio nella costruzione delle frasi che alcune emozioni possono essere raccontate senza l'imbarazzo della confessione. Certi concetti se usati in prima persona possono apparire anche un filo sopra le righe; in terza persona il distacco di chi racconta che non è coinvolto emotivamente permette una minuziosa analisi dei gesti e delle emozioni. E' un artifizio, lo so. Ma può risultare utile, ho constatato, nell'introspezione. ![]() Ma non è il caso, per ora, che riporti questi scritti sul blog. Troppo personali e attuali. 4月23日 ricomporre Siamo abituati a pensarci "uno". Ci definiamo "io". Ma in realtà in noi convivono molte personalità, tenute insieme a forza da quella maschera che è il come ci hanno detto che avremmo dovuto essere. Che a volte è d'accordo a volte no, in chi più, in chi meno, con quello che noi pensiamo dovremmo essere. Che non è, comunque, quello che siamo. Quello che siamo ci passiamo una vita, a cercare di capirlo. Se siamo fra quelli che hanno questo vizio: il guardarsi dentro. E non so se ci si riesce. In noi ci sono tanti io. Più o meno importanti. Più o meno presenti nella quotidianeità. Alcuni sembra che dormano. Escono fuori e fanno sentire la loro voce solo se sollecitati. Una parola, un gesto... ed ecco che un io si sveglia e riesce ad imporsi sugli altri. E abbiamo delle reazioni che non capiamo. Oppure alcune emozioni decidono i nostri comportamenti. Oppure stiamo male anche se non dovremmo. Siamo gelosi anche se non ne abbiamo motivo, o è comunque inutile. Le chiamano pulsioni inconscie. Io preferisco chiamarle io. Perché sono me. A volte è un bambino spaventato, quello che fa sentire la sua voce. Che ha paura di essere abbandonato. A volte è un io furioso, arrabbiato col mondo. Svegliato da una frase o un modo di fare. Ci sono momenti in cui alcuni io vanno avanti, continuano a lavorare, a mangiare, a dormire, a bere, a ridere, insomma a vivere. E altri rimangono dietro, da qualche parte. Si fermano in un punto della vita ed è come se rimanessero incatenati. Allora tu apparentemente vai avanti, perché il mondo attorno a te non si ferma e tu ci sei sopra: non puoi scendere. Però è come se ti mancasse l'anima. Sei molto simile a uno zombie. Perché sorridi con la bocca ma i tuoi occhi no. Perché le cose belle ti passano sopra e nemmeno te ne accorgi. Perchè sei lì che cerchi di capire cosa si è rotto dentro di te. Non sei più tu. Sei una parte di te. E l'altra non c'è. Si è persa e tu non sai dov'è. E questi io perduti, senza voce, ti chiamano indietro, ti urlano che la tua vita è finita lì, in quel momento. Tu dici no. Non è finita. Devo andare avanti. Ma loro niente. Restano lì, impuntati, come asini recalcitranti e non c'è verso di smuoverli. Non si fanno fregare da nessun trucco. L'unica cosa da fare è andare da loro, riconoscerli, capire perché sono voluti restare lì. Perché hanno deciso ad un certo punto che tu saresti diventato due. Devi andare a prenderli e riportarli con te. Devi ridiventare un qualcosa che assomiglia a uno. Quando ci riesci allora la tua bocca sorride insieme agli occhi. Quando ci riesci quello che fai e che dici non è più una fuga ma una scelta. Scrivevo, nel giugno del 2006: Sono stati anni in cui ho nulla di ciò che ho fatto ha lasciato traccia. Le strade che ho percorso si sono chiuse dietro di me come scie sul mare: mi guardo dietro e oltre ad un certo movimento nelle vicinanze tutto è come era prima. Persone che ho amato mi hanno dimenticato, amici che ho incontrato scomparsi. Ma i segni sono rimasti solo in me, profondi. Si, piaghe. Ho riflettuto su quali tracce fossero rimaste in me di questi anni. E su quali tracce avessi lasciato io. E non ne vedo. Sento invece le piaghe. Cose irrisolte pur se mi apparivano ineludibili, sfuggite come sabbia fra le dita. Mondi interi che non esistono più, fino a farmi dubitare siano mai esistiti se non nella mia fantasia speranzosa. Su tutto la montagna come luogo in cui rifugiarsi a sacrificare ad un dio insensibile il mio tempo, per non pensare, per fuggire l'altro tempo, quello vuoto. Penso che le piaghe si siano chiuse. Le tracce siano rimaste, in me. E di averle lasciate lungo il mio cammino. Penso di essere di nuovo uno. E il mio posto è con me e con chi amo. :::::::: Il quadro l'ho quasi finito. E' ovviamente ispirato da qualcosa di simile di Dalì. Ma molto alla lontana... :-)
4月22日 un po' di musicaUn viaggio ad Amsterdam nel 92 in macchina da Roma passando per Verona a prendere degli amici e poi diretti su. In macchina la cassetta di "king of bongo" che conteneva fra l'altro questa canzone. Quanto mi piaceva questo gruppo. Ero in fissa. Mano Negra Che parco dei divertimenti, Amsterdam. Passavamo pomeriggi interi nei coffee shop studiando modi per riportare indietro qualcosa. Alla fine ci riuscii comprando dei formaggi con la cera attorno, svuotandoli e riempiendoli... ma a momenti nemmeno arriva in italia. Al ritorno passando per la germania ogni tre ore ci fermavamo. Mi ricordo anche che giocai alle slot machines e non so come cavolo feci perchè non ci capivo niente ma vinsi qualcosa come 300.000 lire al cambio. Una delle poche vincite della mia vita: me la ricordo si. Stasera li ho risentiti e mi andava di condividerli. E il video è bello. Mi fa pensare a Cuba. Si gli si può dire quello che si vuole a Fidel, la dittatura... la mancanza di democrazia... tutto vero. Ma anche tutto relativo. Cuba era il paese della mafia. Ne ha fatto un paese orgoglioso. Nonostante l'embargo commerciale. Nonostante la "guerra" prima vera e segreta poi "fredda" del potentissimo vicino Usa. Al mondo per fortuna esiste anche gente che non ha paura di portare avanti le proprie battaglie fino in fondo. Agli "altri" dedico questo pezzo. Sempre della Mano Negra. Meglio non tradurlo. 4月18日 il libro
Ero su una spiaggia, credo fossero gli inizi di maggio, nel 1986, e avevo appena iniziato "L'insostenibile leggerezza dell'essere". Da solo. Mi godevo il sole già caldo e la relativa solitudine di un giorno feriale su una spiaggia libera. Avevo comprato questo libro attirato dallo strano titolo. Mi capita spesso che una copertina o un titolo influenzino le mie scelte. In genere ne sono contento e non credo che questo sia casuale. Ero alla terza pagina e questa frase mi costrinse a fermarmi. Rilessi le due pagine precedenti: la teoria dell'eterno ritorno. In un mondo in cui ogni atto avviene una volta sola tutto è effimero, tutto è già perdonato e cinicamente permesso. Viceversa:
Con poche righe, questo libro dallo strano titolo aveva già stimolato una ridda di pensieri nella mia testa. "e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato". Questa frase mi atterriva. Agognavo la libertà. Desideravo sopra ogni altra cosa la leggerezza. Venivo da un periodo della mia vita pesante e grigio, gravato dal peso dell'ideologia. Per la prima volta si insinuò nella mia mente il tarlo che la libertà assoluta non sia affatto uno scopo assoluto. E che in qualche modo la pesantezza - il dovere, la conseguenza, hanno un loro perché. E una loro necessità. La domanda a quel punto aleggiava anche nella mia testa. Parmenide aveva ragione oppure no, dicendo il leggero è positivo il pesante è negativo? E la mia non era più curiosità di lettore, ma di uomo. Entravo in un libro che mi investì di risonanze e ancora oggi mi sorprende per la sua intensità. Ogni frase, ogni concetto mi impone una riflessione. Un capolavoro assoluto. Il libro, per me, più importante della mia vita. Se così posso dire. Tomas e Tereza. Per la struttura narrativa del libro riuscivo a sentire dentro di me le figure di entrambi. Ma mi sentivo terribilmente simile a Tomas e così mi innamorai di Tereza, allo stesso suo modo. Non potevo non amarla per la sua fragilità e la sua tenacia. Non potevo non avere la necessità di proteggerla. E come Tomas ne sentivo il peso.
Di queste metafore suggestive è pieno, il libro. E ogni volta mi colpiscono allo stomaco. Ancora oggi dopo molte letture. Perché è così che funziona la mia testa: analogie e metafore. Hanno una potenza incredibile su di me.
Ecco. Ne sono convinto. La metafora è un pattern che riscontra forme presenti nella nostra testa. Le trova e... clac : si adatta perfettamente. E siamo prigionieri. A volte ancora non lo sai. Ma qualcosa è scattato e ti ha legato. Ma la figura di Tomas mi era così simile da spaventarmi. Con le sue amicizie erotiche. E la sua paura.
E poi, in una pagina, tratteggia il meccanismo della compassione. Esamina l'etimo. Specifica il concetto di vivere insieme a qualcuno qualsiasi sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva , l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo. E' il meccanismo per cui capendo, provando la stessa sofferenza che induce l'altro anche ad aggredirti tu ti senta solidale con lui e quindi gli perdoni quello che a nessun altro perdoneresti mai. E' il meccanismo per cui nell'amore si perde l'orgoglio e la dignità. A volte. Avevo solo letto 30 pagine. Avevo voglia di alzarmi e andare per la spiaggia. Fermare la gente. Parlare con qualcuno. Dire che avevo in mano qualcosa di meraviglioso. Che questo libro era ... era... ... io non riuscivo nemmeno a pensare quello che provavo, tante erano le cose che mi venivano in mente.
Mi fermo da commentarlo. Perchè se continuassi mi verrebbe voglia di citarlo tutto. Perchè continua con la stessa intensità, con la stessa forza, con la stessa suggestività, fino alla fine. E tocca fili diversi fra loro, così come nella vita tutto si collega e si influenza: l'amore, il lavoro, le aspirazioni, i desideri, le paure. Ho amato e amo questo libro in modo viscerale. Quanto, mi è tornato in mente giorni fa. Altra metafora suggestiva: "Nesnesitelná lehkost bytí" sembra sia il titolo originale. L'insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kundera. Ci sono altre mille cose di cui potrei parlare, in questo libro. Le coincidenze. I fraintendimenti. L'idillio. Un pensiero pazzo che mi viene in mente è dedicare un intero sito alla discussione su questo libro. Anche se mi basterebbe, in fondo, leggerlo e commentarlo, stimolato anche da altrui riflessioni. Condividerlo. 4月17日 buon weekend
ho la sensazione che la traduzione faccia acqua... :-)) ciao ciao l'ignoranza la fa da padronaA volte nei blog, nei forum, viene da chiedersi perché appaia una evidente sproporzione fra il volume apparente, nella rete, dell'elettorato berlusconiano e quello che poi effettivamente lo vota. Qualcuno dice che chi vota berlusconi è un po' come quelli che votavano una volta la DC: lo fanno ma non lo dicono. Questa cosa non mi ha mai convinto. L'elettorato del mediaduce è aggressivo. Molto più di quello degli altri. Col cavolo che si nasconde. Io ho sempre pensato che invece esista un gap culturale. Una stratificazione orizzontale. Purtroppo, la base berlusconiana la trovi laddove si parla a grugniti e frasi monche. Si inveisce e si sbraita. Dove anziché il cervello si usa la pa nza e l'uccello per formare concetti complessi (soggetto, verbo, predicato al massimo). Quindi non la trovi nei nostri circoli, che certo non sono iniziatici... non è che ci riuniamo per celebrare i misteri eleusini... e però... magari abbiamo letto qualche libro? magari comunichiamo con concetti che usano anche il condizionale e, a volte, il congiuntivo?
Fateci caso: in rete è più facile incontrare quello propriamente di destra. Che ha comunque una sua specifica cultura, piuttosto che il berlusconiano sui generis. Quello che comunque, ricordiamocelo, lo vota entusiasticamente.
Provate a guardare questo grafico: E' indicativo più di qualsiasi sondaggio. Da http://linguaditerra.blogspot.com/2009/03/alphabetical-divide.html
e da: http://www.ilprimoamore.com/testo_1441.html
........ Il problema, politico, è che questi due strati, quello più alfabetizzato e quello meno, fra loro non comunicano. Usano mezzi espressivi diversi. Il secondo però, facilmenta manovrabile, produce i propri leaders, selezionandoli secondo le leggi dell'evoluzione fra quelli più capaci di emergere nel proprio contesto. Ecco allora che la democrazia diventa la dittatura dell'ignoranza, del superficialismo, dell'analfabeta emozionale e funzionale. E questo non può non riflettersi sulle scelte in qualsiasi campo della formazione economico-sociale. 4月16日 dedica
Maria - Blondie
parlaci dell'amoreGibran - Il Profeta Allora Almitra disse: Parlaci dell'Amore.
....
Ho dormito poco. Ma, ricordi? La vita è adesso. E' il momento. La gioia, il bello, sono nell'istante. Bisogna solo fermarsi a guardarlo e percepirlo. E così, i pensieri, le parole, vanno fermati, quando vengono. Se no a che serve scrivere, parlare, pensare, anche. 4月15日 “MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO…”
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5782
“MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO…” DI GIACOMO DI GIROLAMO Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda. Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare. Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro. Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese. E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella. C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno? Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente? Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte. Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è. Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate. Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente. Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima? Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo. Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto. Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto. Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto. Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto. Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia. Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia. Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde. Giacomo Di Girolamo Articolo pubblicato su Facebook 4月8日 segnaliOggi leggevo un oroscopo:
Effettivamente, a volte ho la strana sensazione che il mio dire/fare non si connetta ad una realtà così come io la percepisco. Mi riesce difficile anche spiegarlo. In genere non mi mancano le parole, ma in questo caso sono sensazioni così effimere che fissarle in concetti che abbiano un senso supera le mie capacità. Capita ad esempio che io non abbia intenzione di litigare, eventualmente solo di discutere una data cosa per trovare una soluzione. Eppure qualcuno litiga con me. Io sinceramente credo di averci messo pochissimo, eppure non credo né alla sfortuna né al fatto che sia sempre colpa degli altri. Evidentemente mando dei segnali chiusura senza che me ne renda conto. E se incontro qualcuno che in quel momento è in fase aggressiva, litiga. Capita che ci siano persone interessate a me emotivamente e che io abbia la netta sensazione che stiano prendendo un abbaglio. Che non stiano affatto percependo la mia persona e le mie emozioni ma tutt'altro. Sono loro proiezioni? Oppure sono io che invio segnali confusi? Capita che ci siano persone a cui sono interessato io e che mi sfuggano di mano e non capisco perchè. Sembrano interessate perlomeno quanto me, a parole, però spariscono. E' solo sfortuna? Sono io che mi interesso solo a soggetti problematici? Oppure, anche qui, i segnali che invio sono contraddittori? Capita che mi trovi più a mio agio con persone non della mia generazione. E tuttavia non riesco ad andare oltre, anche con persone che mi piacciono, ai rapporti formali. Credo di assumere atteggiamenti che tengono a distanza. Non vorrei, ma credo sia così.
Non so. Per certe cose sono una persona sicura delle proprie scelte. Ma dipende dall'esperienza: quando hai visto ripetere più volte determinati meccanismi sei in grado di scegliere velocemente la cosa che è probabilmente più giusta da fare. E questo forse agli occhi di persone più giovani appare come una sicurezza interiore che invece per altre cose non c'è per niente. Per esempio in amore non sono sicuro proprio di niente. Sono un concentrato di contraddizioni. Vado cercando un ideale di perfezione, sembra, e forse questo spaventa. Ma non credo in realtà alle storie perfette. Penso che vadano costruite faticosamente, le storie. Ma anche penso che all'inizio la sensazione di coinvolgimento totale debba esistere. Se no come si fa a farsi spazio reciprocamente ognuno nelle rispettive vite? Ma insomma, meglio non prendere la china del discorso sull'amore se no non ne esco più. Certo è che mi piacerebbe proprio che almeno su quello riuscissi ad inviare segnali univoci. Se una persona mi piace vorrei che i miei comportamenti glielo facessero capire. Cosa che mi sa che non accade. Oppure mi piacciono le persone sbagliate? Boh.
E' che probabilmente, è inevitabile quando nella vita continui a porti domande, mettendo continuamente in discussione ogni certezza, mandare segnali contraddittori. Riconosci come tuo simile colui che ha lo stesso atteggiamento mentale, la stessa inquietudine e tuttavia riconoscersi come simile non basta, perché forse, al contrario si avrebbe bisogno di qualche piccola certezza, ogni tanto. Qualcosa a cui aggrapparsi, attorno cui ruotare. Mi viene in mente la canzone di Battiato che faceva:
![]() 4月6日 che brutto Questa notte ero sveglio da alcuni istanti e
stavo proprio guardando il led luminoso della radiosveglia che segnava
le 3.34 quando è iniziata la scossa. E' durata decine di secondi e,
tenendo conto che io abito a pianterreno, era forte. Ho acceso la radio, che ho sintonizzata su radio rock perchè so che anche a quell'ora sono in diretta, mentre mi vestivo. In effetti arrivavano le telefonate dalla gente. Quelli che abitavano ai piani alti dei palazzi erano i più terrorizzati. Dalle telefonate si delineava una mappa: a roma la scossa era stata avvertita ovunque con la stessa intensità: a Ostia come ai Castelli, vicino Viterbo come vicino Latina. Il bacino di utenza della radio già in pochi minuti permetteva di capire che la zona interessata era ampia. Sui canali nazionali, radio e televisivi, silenzio completo. Rai e Mediaset accomunate nel non fornire alcuna informazione alla gente terrorizzata. Telefonavano persone anziane che vivendo sole volevano solo sentire una voce: l'istinto della gente di cercarsi quando si ha paura. L'istinto atavico del branco. I conduttori sono stati bravissimi: le uniche voci nell'etere come riferimento per tanta gente. Ancora una volta come in molte altre circostanze, mi viene da pensare, non è dai canali ufficiali che viene la vera informazione. Margus e Loredana. Bravi e grazie. Poco dopo la radio ha detto che skynews24 dava l'epicentro a L'Aquila. Allora molta gente si è un po' tranquillizzata: era accaduto lontano. Abbastanza, lontano. Più o meno dopo un'ora mi sono riaddormentato, smaltita la botta di adrenalina. Pensando che se a 100 km di distanza, al piano terra di una casa ben costruita, l'avevo sentita in quel modo, c'era da provare una gran pena per quelli che vivevano nella zona dell'epicentro. Mi dispiace molto per l'abruzzo. Vorrei sinceramente poter far qualcosa. 4月2日 crisisA Londra scontri per il vertice del G20, con manifestanti che assediano le sedi delle banche, in particolare della Royal Bank of Scotland. In Francia sono ormai di tutti i giorni le notizie di operai che prendono in ostaggio manager e dirigenti. Dagli Usa arrivano notizie altalenanti, segnali che vengono interpretati catastroficamente o meno. Noi abbiamo Berlusconi che afferma che la crisi è in gran parte psicologica. Vabbè oggettivamente un presidente del consiglio che dovrebbe dire? L'effetto allarme sociale può provocare tali e tanti guasti... Ben altri sono i motivi per cui le scelte economiche del governo sono assurde e senza altro senso logico che pensare a sopravvivere ai prossimi anni della legislatura e rivincere le elezioni. Cioè miranti al potere immediato, con prospettive strategiche nulle. Come si inquadra altrimenti la questione dell'investire (se mai si farà e non resterà pura demagogia) in impianti nucleari? o nel ponte sullo stretto? o nel piano casa che aumenterà gli scempi paesaggistici prefigurandosi come un condono annunciato, quando è evidente che di fronte al taglio quasi totale degli investimenti su scuola e ricerca il futuro dell'italia, in carenza cronica di materie prime, l'italia potrà dipendere solo dal turismo? I soldi non ci stanno. Il governo pensa che qualcuno ancora ce l'ha, sotto alla fatidica mattonella, e gli offre l'esca per tirarli fuori: il piano casa! investi nel mattone, che è sempre una sicurezza. Butta soldi nel mercato, fai girare l'economia, chiedi finanziamenti, fai crescere il credito... Si continua a raschiare il fondo del barile. Il problema è: quanto tempo c'è? Nessuno mi toglie dalla testa, e lo dissi già allora, che i soldati per le strade non erano affatto per la criminalità dilagante (una grande bugia che le grancasse di regime hanno strombazzato per mesi). Io non giro molto per la città e non sono abituato. Vedevo domenica mattina, andando in centro, su una strada che è di solito assolutamente tranquilla, senza obiettivi di rilievo noti, come ambasciate o altro, fermi in un angolo, una camionetta blindata con due soldati a terra, un uomo e una donna, con il FAL il fucile mitragliatore leggero in dotazione, imbracciato. I militari non so di che reparto fossero, non sono esperto, avevano dei foulard rosso e blu. Mi sembra evidente che un problema di ordine pubblico del tipo scippo, furto, rissa, o anche rapina, non può essere risolto con questi mezzi. Sparare per le strade con un 7.62 è devastante. Si d'accordo, c'è un aspetto di deterrenza psicologica da prendere in considerazione... eppure continuo a pensare che questi militari in servizio di ordine pubblico sono lì perché la possibilità di disordini è stata ampiamente prevista e da tempo. Ovviamente non da Berlusconi e dalla sua pletora di yesmen, ballerine e furfanti di cui è circondato, ma da qualcun altro si. Penso al viaggio che Bush fece improvvisamente in europa un anno prima della scadenza del suo mandato, per esempio. Forse gli effetti della crisi cominicano ad avvertirsi solo ora. Gli stipendi al pubblico impiego continuano ad arrivare, ma il volano dei lavori pubblici è quasi fermo, e se non lo è, perchè comunque le infrastrutture debbono essere riparate se si guastano, lo sarà del tutto quando i pagamenti per i lavori non ci saranno. Per ora le imprese stanno facendo ricorso al credito bancario, con altissimi costi, per supportare i ritardi di pagamenti nel pubblico. Ma la situazione sta arrivndo al limite. Anche le piccole-medie imprese iniziano a non pagare più. Non hanno soldi. Se vuoi continuare a lavorare, se sei in un settore che ancora ha lavoro, ti servono soldi. Per le materie prime e per pagare gli stipendi. Si comincia a stare alla frutta anche lì. I dipendenti del pubblico impiego e quelli delle grandi aziende hanno il paracadute della cassa integrazione. Quelli della piccola e media impresa no. I prossimi mesi saranno decisivi. La gente potrà trovarsi disperata ed esasperata. Gli stipendi negli ultimi anni non sono stati tali, nei confronti del costo della vita, da permettere di accumulare risparmi. Che fare quando ti ritrovi senza stipendio con affitto o mutuo da pagare e il resto? Se in casa si lavora in due stringi al massimo e forse riesci a tirare avanti qualche mese o più. Ma se sei solo? E se entrambi perdono il lavoro? Ecco allora che ieri a Milano il primo "sequestro" italiano:
La rabbia che potrebbe esplodere è qualcosa di spontaneo e disorganizzato. E per questo molto facilmente strumentalizzabile, e sostanzialmete poco incisiva. Settimane addietro ci furono scontri piuttosto violenti fra operai fiat e forza dell'ordine a battipaglia. Se ne parlò pochissimo sui media. Probabilmente, con il controllo quasi totale che hanno su giornali e televisioni, di molte azioni si tacerà o il loro senso sarà totalmente distorto. L'aria che tira è si salvi chi può. Ma pochi potranno. Mi piacerebbe essere uno di quelli che vede il bicchiere mezzo pieno, e cogliere la positività del fatto che molti comportamenti assurdi spariranno, che sarà necessario ripensare tutta la nostra vita in modo diverso... eppure un certo innato pessimismo, mi fa sempre pensare che alla fine a pagare più duramente saranno sempre i soliti. Chissà perché. 4月1日 ma le formiche si contano?Le certezze nella vita non esistono. Questo l'ho imparato. O meglio, ho imparato che esiste l'illusione delle certezze. Che poi magari per puro caso non vengono smentite da quello che ti accade e allora uno è anche portato a pensare che un minimo di controllo sulla nostra vita riusciamo ad esercitarlo. Questa è una bella fregatura. Il credere di avere controllo, dico. Ci rimaniamo malissimo quando i castelli di carte che abbiamo costruito crollano improvvisamente oppure, altrettanto improvvisamente, qualcosa ci fa cambiare punto di vista e ci accorgiamo quanto fossero vuoti e inutili. Allora il castello di carte resta lì, traballante, e tu guardi gli altri che continuano a girarci attorno e ti rendi conto che la loro vita non ha senso. Se ti metti a guardare un formicaio, capisci il senso che trascende la singola formica. Senza alcun dubbio, apparentemente, la colonia (il formicaio) opera come fosse una singolarità. Le individualità esistono in funzione della colonia. Forse, ad un ipotetico visitatore proveniente da spazio e tempo fuori della nostra scala, anche noi come specie umana potremmo apparire così. Forse ricorsivamente, da un punto di vista opposto, le singole cellule del nosto corpo, potrebbero apparire come singolarità. Allora non capisco se quello che ci frega a noi specie umana, sia l'autocoscienza di noi individualità. Perchè da un lato siamo legati a compiti specifici ai quali non possiamo sfuggire e dall'altro tendiamo a fare quello che ci pare considerandoci appunto, consapevolmente, delle singolarità a se stanti. La natura, l'evoluzione della specie, non ha a cuore la felicità dell'individuo. Non più di quanto noi ci preoccupiamo della singola cellula del nostro corpo. Ora io non so, se le cellule che compongono i capelli tagliati in obbedienza a canoni estetici abbiano consapevolezza del fine cui sono state sacrificate e ne siano dispiaciute o si sentanto orgogliose di morire per una giusta causa. Però so che a noi in genere la cosa di morire fa girare le balle abbastanza, sia che avvenga casualmente e improvvisamente che invece dandoci modo di prepararci. In realtà non riusciamo nemmeno lontanamente a dare un senso a quello che ci accade nelle cose anche banali, tutti i giorni. Per esempio incontriamo persone a volte, con le quali facciamo come le formiche quando s'incontrano, strofiniamo le antenne e comunichiamo. Cosa ci diciamo non lo so. Ma sembra importante, a volte. E invece poi le persone spariscono improvvisamente e non comunichi più niente. Affaccendate in altre zone del formicaio, nell'andirivieni quotidiano apparentemente senza senso (ma abbiamo visto che un senso, per il formicaio, ce l'ha, forse... perché se una formica muore la colonia se ne rende conto? la sera c'è chi fa la conta delle formiche? c'è una sala comune in cui qualcuno dice: care compagne, oggi la formica XY non è tornata, ecc ? magari le formiche a lei più vicine? ... boh...) e così io incontro persone che mi piacciono, che mi emozionano, che vorrei continuare a vedere e invece scompaiono. e non so perchè. e si, mi sono abituato ad accettarlo, quasi come normale senza fare domande. una volta no. una volta volevo capire, sapere. ora dico va bene: le cose vanno così. accetto di non sapere e di non dire. e la vita liquida ha un sua tensione superficiale che se soffi in un punto fa una bolla traslucida e ci si muove dentro di essa per un pò poi puf... sparisce e non ne resta nulla. vite complesse s'incrociano, sembra che debbano proseguire insieme, almeno per un po' e invece no, ti volti e non c'è più nessuno. e non sai perché. è questo che mi fa venire in mente le formiche. che dubito la sera si chiedano dove e perchè la formica xy non è tornata nel formicaio. lo accettano e basta. ma io non ci riesco. |
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