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5月29日 raid e coattiQuesti giorni ho scritto più volte della strana sensazione che si prova ad andare in giro per le strade di quartieri romani dove ormai la presenza di comunità non italiane è molto alta. E parlando con la gente, uomini e donne che mai in vita loro si sarebbero definiti razzisti, la diffidenza è palpabile. I motivi sono tanti, molti ingiustificati. Di fatto ogni cosa che non va nel proprio quotidiano è imputata genericamente agli extracomunitari. E' un senso di diffidenza che nasce dalla difficoltà oggettiva di integrare culture diverse. E' un senso di rancore che viene dall'aver accolto tranquillamente i primi arrivati, per poi accorgersi che il negozio sotto casa lo hanno comprato loro, e anche quello vicino, e anche quelli di tutta la via; e che nel proprio palazzo, in cui si abita da 30-40 anni, non si conosce più nessuno, sono quasi tutti loro. Ci si sente accerchiati. Improvvisamente, da munifici ospiti, si percepisce come se non fossi più padrone in casa tua. I luoghi della propria infanzia, adolescenza, non ci sono più. Un negozio cinese, tutto bianco, con tutti i vestiti in fila sulle stampelle. Uno di cianfrusaglie. Un internet point per collegarsi a casa. Al posto del bar, dell'alimentari, della frutteria. Idiomi strani per strade multietniche; facce con diverse gradazioni di scuro. Odori che non si riconoscono. Stereo delle macchine che mandano musica che non ti appartiene: indiana, gitana. africana, andina, slava. Capisco la gente che diffida. Prima l'erosione dei loro spazi, l'invivibilità del quartiere, il traffico, i centri commerciali che fanno chiudere i piccoli negozi, il mercato immobiliare alle stelle, il degrado del tessuto cittadino, la mancanza di servizi sociali... il colpevole era storicamente determinato: se eri di sinistra i colpevoli erano i 40 anni di democrazia cristiana; se eri di centro, era dei comunisti, se di destra... ah quando c'era lui... Ora è più facile. E' degli extracomunitari e dei politici che non hanno fatto niente. Ed ecco il miracolo Alemanno. Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare di questa intervista sui fatti del pigneto, su quella "spedizione punitiva" come l'hanno chiamata i giornali. Io dell'informazione non ho la minima fiducia. Da una notizia cerco di extrapolare il fatto nudo e crudo, se possibile e limitarmi a quello. Quando ho letto di quello che era successo,ho pensato due cose: - che conoscendo la zona e gli stati d'animo non ero affatto meravigliato - che per essere un raid di neonazisti con svastiche e quantaltro era stato stranamente privo di referti al pronto soccorso. Cioè non si era fatto male nessuno. E anche i danni sembravano minimi. Le foto mostravano un vetro incrinato. La cosa mi aveva colpito e aspettavo, per farmene un'idea, di saperne di più. La subcultura dei quartieri romani, del coatto e del "non si ruba a casa dei ladri" la conosco bene. In questi quartieri ci sono cresciuto e ci vivo. Le frasi Dario Chianelli, che si è consegnato oggi in questura, le conosco una ad una, sono scritte nel mio DNA. Ho anche abbastanza senso critico per sapere che è un subcultura morta da tempo, anche se nella mente di pochi non stento a credere che sopravviva: a qualcosa nella vita bisogna credere e questi "valori" per quanto ormai superati da una società che si è modificata totalmente (e non dall'arrivo degli extracomunitari, ma da quello dell'eroina nel 77) per qualcuno sono l'unica cosa che ha. Non mi meraviglia per niente che possano accadere cose del genere. "Ma come, ti ospito nel mio quartiere, abiti nel mio palazzo, i miei figli giocano con i tuoi, e non mi rispetti?" Ma
Dario Chianelli non aveva calcolato che oggi ci sono i nervi scoperti.
Che da una parte e dall'altra c'è chi soffia sul fuoco. Che ogni
sussurro viene captato e amplificato e, se serve, distorto, a servire
ogni tipo d'interesse. Ma è un segnale potente. Si Dario Chianelli è in buona fede. Per lui nero, verde, giallo che fosse... quello gli aveva mancato di rispetto. A lui, alle sue regole. Alle regole della comunità in cui è sempre vissuto. per quanto disgregata essa sia. Ma la gente che lo appoggia, la comunità, il quartiere, non ne fa solo una questione di rispetto. La storia ci insegna che non funzionerà. Gli avvertimenti non servono. E nemmeno le integrazioni saranno possibili. Forse saranno necessarie molte generazioni in tal senso. Basta leggere qualcosa a proposito delle successive ondate d'immigrazione negli USA. Un libro bellissimo, a questo proposito (ma non solo) è "Il Maiale e il Grattacielo" di Marco D'eramo. serata del cavolo Ieri sera, uscito dall'ufficio, stavo andando in palestra. In macchina, ero ormai a poche centinaia di metri dall'entrata, quando un gatto è stato investito da un'auto che veniva in senso opposto al mio. Proprio davanti a me il gatto si è lanciato sotto la ruota, rimanendo preso per la parte posteriore. Il guidatore non ha potuto assolutamente far nulla, non so nemmeno se abbia potuto rendersene conto. Il gatto, saltando solo sulle zampe anteriori è riuscito ad arrivare a lato strada. Si è infilato sotto una macchina e sdraiato, guardava la parte posteriore del suo corpo. Come stupito che non gli appartenesse più. Il miracolo della morte. Un momento sei lì che sei vivo, un corpo caldo, pensieri, desideri, muscoli che si flettono, sensazioni, emozioni; poi sei un oggetto. Un aggregato di molecole in libera uscita. Non so come facciano certi ad abituarsi alla morte. Anche di un animale. Chi lavora nei macelli, per esempio. L'uomo è del tutto animale di fronte alla morte. Lo stesso stupore. La stessa domanda. Ma l'uomo si abitua anche a macellare i suoi simili. Basta disumanizzarli. Basta non pensarli come esseri che provano le nostre stesse emozioni. Ci si abitua anche a sporcarsi con la morte altrui, a sentirne l'odore. C'è anche a chi piace. Ma a me vedere quell'animaletto morire ha fatto male. Un male difficile da spiegare. Un senso di dolore nel petto. Che in palestra si è tramutato in una sorta di timore. Io vado in una palestra di arrampicata. Si, lo so. Sono fissato. C'è una torre alta 15 metri e diverse vie. Mi sono messo a scalare ma avevo timore. Quando arrivavo in alto ricontrollavo il nodo, le protezioni. Cosa che non faccio mai. Arrampicando in moulinette, con la corda dall'alto, non ho mai tolto l'ultimo rinvio. Come non fidandomi della sola catena, in alto. Quando la morte ti passa accanto ti ricordi che esiste. Come dice Don Juan, è lì alla tua sinistra (*) Gli altri ci ridevano. Ho detto: oggi va così. Oggi ho paura. Ho una brutta sensazione e le sensazioni le assecondo. Quando sono uscito stavo per andarmene a casa e trovo un sms. La mia ex sta portando mia figlia al pronto soccorso. Sensazioni a pelle... era questo allora? Non era nulla di grave, per fortuna. Una distorsione sopravvalutata. Ma mi ha dato modo, ancora, d'incrociare la mia vita con quel quartiere, il casilino, dove abita mia figlia. Quattro ore al pronto soccorso, per una lastra, in un andirivieni di sofferenze umane. E nella rabbia dell'attesa, fra dialetti indiani, famiglie cinesi, lingue slave percepisci la difficoltà di farsi capire, e di capire. E le persone, diverse fra loro. Chi fraternizza e chi pensa che come italiano avrebbe diritto di passare prima di questi. Sono tornato a casa all'una. Oggi ho sonno. ::: (*) ... la morte è il solo saggio consigliere che abbiamo... la morte è la nostra eterna compagna: è sempre alla nostra sinistra, a un passo di distanza... La cosa da fare, quando sei impaziente, è voltarti e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di un’enorme quantità di meschinità [...] anche se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lì che ti sorveglia. [...] Uno deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinità proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli. [...] Ogni volta che senti che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto... la tua morte di dirà "non ti ho ancora toccato". [...] Non c'è neppure bisogno che tu veda la morte: è sufficiente che ne senta la presenza intorno a te" (viaggio a ixtlan - carlos castaneda) marcegaglia e veltrusconi"Era tanto tempo che non s’udiva un condensato di bugie e pessime
intenzioni – di tal, miserrimo livello – in una relazione di
Confindustria: anche gli imprenditori italiani confermano l’andamento
“in picchiata” del Paese.
L’assemblea, che ha accolto Emma Marcegaglia come novella presidentessa
degli industriali italiani, è iniziata con un minuto di silenzio per
l’oramai quotidiano morto sul lavoro. Probabilmente, sicuri delle
statistiche, erano riusciti a programmare già tutto il giorno prima.
Avrebbero potuto fare tre ore di silenzio, perché il resto del tempo è
servito soltanto a sparare cavolate a fiumi." Da qualche giorno andavo ruminando l'intervento di Emma Marcegaglia come Presidente della Confindustria e pensavo alle percentuali di malafede e d'imbecillità. Non sapevo distinguere le proporzioni fra le due componenti. Pensate che una capitana d'industria, la presidente degli industriali italiani possa non essere imbecille? E perché no? Furba lo sarà senz'altro. Abile nel gioco del potere, sicuramente. Ma intelligente e lungimirante mica è obbligatorio, per essere un industriale italiano. Va beh... in fondo cosa importa? Alla fine quello che conta è che la sua relazione è un concentrato di cazzate. Mi aspettavo qualche voce dissonante... ma che. Praticamente il vuoto. La frase riportata sopra è tratta da Carlo Bertani Fonte: http://carlobertani.blogspot.com Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/05/vattelapesca-forever.html Ne consiglio la lettura. Tratta dei temi affrontati da Emma: - detassazione degli straordinari - assenteismo degli statali - nucleare e li smonta con i numeri. Quindi fa alcune considerazioni: - sugli industriali italiani - sull'informazione Quanta rabbia, quanta insofferenza per questi cialtroni, furbi da strapazzo, zecche gonfie nei loro lussuosi fuoristrada, furfanti senza vergogna. 5月28日 Ancora GaberNel 1978, in Polli d'allevamento, Gaber cantava questo testo, "Quando è moda, è moda" e se la prendeva con chi dell'essere di sinistra e delle tematiche di cambiamento della sinistra aveva fatto una moda. Prendeva le distanze da questo modo di essere, intravedendone il pericolo: lo svuotamento, l'appiattimento, l'omologazione. Il vuoto reiterarsi di gesti e di parole, senza consapevolezza, ma solo per imitazione, li priva di ogni carica rivoluzionaria e li rende inautentici.
In questo e allora, è nata la crisi della sinistra. I nani e le ballerine. Dieci anni prima della caduta del muro. Quando gli automi s'impadronirono della maschera e la iniziarono ad usare, tutti i giorni, perchè tutto cambiasse ma tutto rimanesse come prima.
Quando è moda, è modaMi ricordo la mia meraviglia e forse l'allegria di guardare a quei pochi che rifiutavano tutto mi ricordo certi atteggiamenti e certe facce giuste che si univano come un'ondata che rifiuta e che resiste. Ora il mondo è pieno di queste facce, è veramente troppo pieno e questo scambio di emozioni, di barbe, di baffi e di kimoni non fa più male a nessuno. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Non so che cosa è successo a queste facce, a questa gente se sia solo un fatto estetico o qualche cosa di più importante se sia mio ripensamento o la mia mancanza di entusiasmo ma mi sembrano già facce da rotocalchi o da ente del turismo. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. E visti alla distanza non siete poi tanto diversi dai piccolo borghesi che offrono champagne e fanno i generosi che sanno divertirsi e fanno la fortuna e la vergogna dei litorali più sperduti e delle grandi spiagge della Sardegna. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. E anche se è diverso il vostro grado di coscienza quando è moda è moda, non c'è nessuna differenza tra quella del playboy più sorpassato e più reazionario a quella sublimata di fare "la comune" o un consultorio. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza direi che sono diverso e quasi certamente solo direi che non riesco a sopportare le vecchie assurde istituzioni e le vostre manie creative, le vostre innovazioni. Io sono diverso, io cambio poco, cambio molto lentamente non riesco a digerire i “corsi accelerati” da Lenin a l’Oriente e anche nell’amore non riesco a conquistare la vostra leggerezza non riesco neanche a improvvisare o fare un po’ l’omosessuale tanto per cambiare. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. E siete anche originali, basta ascoltare qualche vostra frase piena di nuove parole, sempre più acculturate, sempre più disgustose che per uno normale, per uno di onesti sentimenti quando ve le sente in bocca avrebbe una gran voglia che vi saltassero i denti. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Quando è moda è moda, quando è moda è moda. Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza direi che non è più tempo di fare mischiamenti che è il momento di prender le distanze, che non voglio inventarmi più amori che non voglio più avervi come amici, come interlocutori. Sono diverso e certamente solo. Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune ma neanche la retorica del pazzo non ho nessuna voglia di assurde compressioni ma nemmeno di liberarmi a cazzo non voglio velleitarie mescolanze con nessuno nemmeno più con voi ma non sopporto neanche la legge dilagante del "fatti i cazzi tuoi!" Sono diverso, sono polemico e violento non ho nessun rispetto per la democrazia e parlo molto male di prostitute e detenuti da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega niente non sono più compagno, né femministaiolo militante mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate con cui voi discutete democraticamente sono diverso perché quando è merda è merda non ha importanza la specificazione... autisti di piazza, studenti, barbieri, santoni, artisti, operai, gramsciani cattolici, nani, datori di luci, baristi, troie, ruffiani, paracadutisti, ufologi... 5月27日 roma diversa eppure ugualePensavo, stasera, in macchina per le strade del casilino, guardando le facce straniere.
Leggevo oggi sul giornale: 18.000 fra cingalesi, pakistani, indiani; 8.000 cinesi; 4.000 rumeni; 5.000 africani:
35.000 persone sono una città. Fra casilino, pigneto, tor pignattara. Quartieri di roma sud-est.
Non sembra, attraversandoli, di stare a roma. Un andirivieni di facce scure sui marciapiedi, di lineamente orientali, di parole sconosciute. E vestiti, odori, sguardi stranieri.
Pensavo che la roma di Pasolini oggi è questa: sempre stupenda e misera città, e questi sono "gli uomini che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell'avere passioni di uomini che allegri, inconsci, interi vivono di esperienze ignote a me." Come ieri erano i sottoproletari delle borgate romane, isolate nei prati, gialli e stopposi d'estate, e fango d'inverno. Le stesse facce affilate, gli stessi sguardi fugaci, la stessa allegria del camminare insieme, liberi dal lavoro, del fare, dell'andare intorno, occupati in cose minime e importanti. Le stesse buste oserei dire, che sono l'involto di giornale che vedeva Pasolini, quando coi suoi occhi avidi e dolenti ci viveva in mezzo, povero come loro, vivo come loro.
Umanità varia, fatta di occhi siberiani e nasi slavi; di mani rese grandi dalla fatica del muratore; di capelli lisci e neri e sguardi persi nelle loro cose dei cinesi; della gentilezza degli indiani, che ti sorridono e ti dicono buongiorno anche se sono le sei di un mattino d'inverno e piove e loro hanno presidiato un benzinaio tutta la notte, per qualche spicciolo e ti sorridono, perchè sono così.
Vivo ai margini anch'io e mi piace. Mi è sempre piaciuto abitare dove la città sta crescendo. Dove le lamiere dei cantieri nascondono prati che diventano buche che si riempiono di acqua e fango quando piove e da dove col vento d'estate si alzano nuvole di polvere gialla.
Dove la città è provvisoria ed è terra di nessuno. E perciò dove tutti sono a casa loro, stranieri uno all'altro.
Quanto mi piacesse, quanto sia la mia terra, questa terra ai margini e in mutamento, l'ho capito quando dopo anni sono ritornato dal centro che mi opprimeva, che non amavo, che mi faceva sentire più straniero di quanto non lo sia mai stato quando abitavo dove pur non conoscendo nessuno per tutti ero uno come loro e non uno "nuovo".
E qui li vedo alle fermate degli autobus, li incontro al supermercato, ci faccio la fila insieme alla cassa. E ogni volta mi sento fortunato ad essere nato qui, a non essere stato costretto a cambiare vita, terra, amici, affetti, per vivere. E fortunato anche perchè non li temo, perchè li riconosco come esseri umani, perchè non li guardo da lontano. Ed è una scelta che più o meno consapevolmente ho sempre fatto, nei momenti importanti della mia vita, quella di non legarmi al possesso delle cose. Quella di essere libero di avere poco.
E non mi sento in pericolo. Non sento che qualcuno mi sta rubando il quartiere in cui sono nato e vissuto, perchè le mie radici sono ovunque dove io abbia vissuto e amato. Non sento che mi espropria di una cultura che non mi è mai appartenuta.
Io sono io e basta. Non sono un noi. E essendo io posso parlare con tutti. Più vicino a loro di quanto lo sarò mai a quelli che oggi li temono e invocano sicurezza, spingendo malfattori al governo del paese, preferendo i mafiosi a dei poveri cristi per la maggior parte brava gente.
Il pianto della scavatrice (primi versi)Solo l'amare, solo il conoscere
5月26日 e così...... ti rendi conto di essere vecchio quando ogni cosa che ti raccontano, o che leggi sui giornali, o di cui vieni a conoscenza... immagini come andrà a finire. E perlopiù ci prendi. Alcuni la chiamano saggezza. Io la chiamo impotenza. Perché non puoi fare proprio nulla per cambiare le cose. Vedi il mondo che va inevitabilmente verso direzione già scritte. E non ci si può far nulla. Non basti tu, non bastano altri milioni che possono pensarla più o meno come te. Vedi che il genere umano ha inventato il linguaggio per capirsi. Ma sai già, con certezza, che se dici una cosa, se la scrivi, per quanti sforzi tu possa fare per spiegarti ci sarà chi la fraintenderà. Per cento motivi diversi. Non solo ci sarà chi non sarà d'accordo con te perché la vita che fa lo porta ad avere necessità ed esigenze diverse. Il che sarebbe comprensibile e accettabile, quantunque a volte magari porterebbe alla inevitabilità di scontrarsi. No, magari. Ci si scontra perchè le parole sembrano avere altri significati. In realtà in genere si crede di aver capito e si prendono in un discorso solo le frasi e le parole che confermano la nostra sensazione, che deriva chissà da quali preconcetti e pregiudizi. Dopodichè le possibilità di reale comunicazione fra un essere umano e l'altro sono praticamente azzerate. .... e ti rendi conto di essere vecchio quando non nutri più la minima fiducia nei tuoi simili. Quando pensi che se ti capisci è solo perchè in quel momento si vuole la stessa cosa, ma alla prima occasione, il fraintendimento sarà totale. Persone che hai amato con tutta l'anima, mettendoci tutto di te, per essere capito, ti dimostrano di trovarti completamente alieno. E altrettanto esse sono per te. Estranee. .... e ti rendi conto di essere vecchio quando non hai più la minima voglia di convincere, di spiegare, di cambiare. Quando senti tutto ciò come totalmente inutile. E diventi insensibile anche all'altrui sofferenza, perchè ti viene da dire: che vuoi? te la sei cercata. Era scritto pure sui muri che finivi in quel modo. E per la tua sofferenza, non cerchi nemmeno più comprensione. Solo silenzio e solitudine. La natura non ha a cuore la nostra felicità individuale. Ma nemmeno quella della specie. Altro che "signori del creato". Altro che "immagine e somiglianza". Ce ne vuole per inventarsi metafore a giustificare la sofferenza della condizione umana.
5月22日 La Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzognadi Giulietto Chiesa - Megachip " Vorrei
utilizzare questa postfazione, per la seconda edizione di questo
volume, per esporre i risultati di quello che – appunto con questo
libro, e con il film suo gemello che porta quasi lo stesso nome – è
stato un “esperimento sul campo” di una battaglia politica per
un'informazione-comunicazione democratica. Lo scopo non ultimo di
questo mio lavoro e impegno, infatti, è quello di aprire un fronte di
battaglia politica, di massa, in un ambito che è stato fino ad ora
considerato come esclusivamente culturale, mai divenendo politico in
senso proprio. In realtà io penso da tempo – in particolare sotto l'ispirazione di Neil Postman (“Divertirsi da morire”) , di Noam Chomsky, di Gore Vidal – che i media, e in particolare la televisione, abbiano mutato alla radice la politica, le sue forme, la sua sostanza, i suoi contenuti. Cioè hanno demolito la democrazia e l'hanno sostituita con uno spettacolo, spesso indecente, spesso mostruoso, sempre vuoto di ogni significato. Tutto deriva dalla intuizione fantasticamente illuminante di Mc Luhan: il mezzo è diventato il messaggio. Mc Luhan esaminò tuttavia solo questo aspetto del problema. Si trattò di una preziosa acquisizione teorica che, per altro, la sinistra non è stata in grado di percepire e, tanto meno, di approfondire. Ma le sue implicazioni , soprattutto, non sono state scandagliate. Ed esse furono, sono e saranno immense e molteplici. La più importante è che questo cambiamento radicale dei sistemi di informazione-comunicazione ha coinvolto e travolto masse sterminate di persone inconsapevoli. Ne è derivato che il “messaggio” originario, tutti i messaggi, quelli politici, e quelli culturali, ma anche quelli che in passato erano inoffensivi e neutrali, per non parlare del fiume pubblicitario, divenuto nel corso di pochi anni un gigantesco flusso permeante ogni aspetto della nostra vita, tutto ciò ha mutato segno e significato. Nel momento in cui il mezzo è diventato il messaggio e, simultaneamente, è diventato il protagonista di tutta la serie delle innovazioni tecnologiche, produttive, organizzative, proliferando in altri “mezzi” interconnessi, a loro volta moltiplicatori potentissimi di messaggi, ecco che noi ci siamo trovati all'improvviso in un'altra società, sempre più diversa da quella dell'epoca pre-televisiva, cioè pre-rivoluzionaria. Detto in altri termini, il messaggio originario è risultato “altro” rispetto alla sua funzione. E, per esempio, tutti coloro che prima della tv trasmettevano messaggi politici (non importa se buoni o cattivi) hanno fatto fatica a capire che, da un certo punto in avanti (da quando la tv è diventata dominante), tutti i loro messaggi sono stati soverchiati dal “mezzo” che avrebbe dovuto semplicemente trasportarli e che invece ne è diventato il padrone assoluto, annullandoli, stravolgendoli, negandoli, ridicolizzandoli. Qualcuno lo ha capito, invece, fin dall'inizio. Questo qualcuno sono stati i primi padroni dei media. All'inizio intuitivamente, e poi, con il passare del tempo e l'ingrossarsi a dismisura dei portafogli pubblicitari, in termini così massici da poter concentrare in sé un immenso potere di condizionamento nei confronti delle grandi masse ignare e dell'altrettanto ignara politica. Controllo, manipolazione, menzogna, silenzio. Questi sono divenuti i canoni della comunicazione di quello che, con singolare sprezzo del ridicolo, molti continuano a chiamare "villaggio globale", o società dell'informazione. Quando l'informazione vera è diventato un privilegio di ristrettissime conventicole , mentre il villaggio è divenuto sempre più simile a quello dei progenitori selvaggi, cacciatori-raccoglitori primigeni . Si aggiunga infine la straordinaria velocità con cui questo processo si è sviluppato: in pratica meno di un quarto di secolo. Troppo poco per una qualsiasi metabolizzazione socio-culturale. Ma torniamo al punto di partenza. In che è consistito, dunque l'esperimento? Nel verificare se, e fino a che punto, sarebbe stato possibile rompere il muro del silenzio contro cui – nelle condizioni della “grande fabbrica dei sogni e della menzogna” (GFSM) – si infrange ogni verità. Di queste verità
frantumate dal silenzio la più grande, immensa, tremenda, è stata
quella dell'11 settembre. Che mi apparve subito, fin dai primi momenti
successivi alla tragedia, come il frutto di una sapiente
“organizzazione mediatica”. E che nei mesi e negli anni successivi, con
il silenzio e la censura esercitata dai media e sui media, si è
confermato come il paradigma dei tempi moderni proprio in quanto
momento di massimo dispiegamento della potenza di fuoco del controllo
mediatico. ... " continua --> 5月20日 L'informazione è noi di Paolo Barnard (riporto solo il primo paragrafo. il resto è qui http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4635 è una lettura lunga, ma vale la pena, a mio giudizio. Perlomeno, la condivido completamente) Di
chi è colpa? Non è
colpa di Silvio Berlusconi, di Romano Prodi, di Cicchitto, di Casini,
di Caltagirone, e soci. Non è colpa della Casta, né di quella dei
giornali coi milioni di euro di prebende, e non è stata colpa di Ingrao,
Forlani o Craxi. Non è la Mafia, non sono le logge dei venerabili,
né l’Opus Dei, non è Confindustria o la lobby bancaria. La colpa
è nostra. Punto. L’informazione che abbiamo è quella che noi italiani
vogliamo. 5月18日 GomorraSono andato oggi a vedere Gomorra.
Ero curioso di come avessero potuto ridurre cinematograficamente un'inchiesta giornalistica. Il libro oltretutto, non è proprio che cerchi di avere una trama cioè una esposizione dei fatti che ti conduca verso una tesi o un pensiero. E' semplicemente un mucchio di dati incalzanti nudi e crudi e violenti che ti lasciano senza fiato e senza parole. E va bene così. Non doveva certo essere un romanzo. Mi chiedevo come si sarebbe potuto portarlo sul grande schermo. Ora ho un dubbio. Il film è bello. Ben fatto. Senza fronzoli e duro come il libro. Però mi chiedo se uno che non ha letto il libro riesce a capire tutto. Forse no. Forse alcuni passaggi sono comprensibili solo da chi conosce le storie, meglio articolate, del libro. Nonostante questo, cioè nonostante forse qualcuno che non ha letto il libro possa trovare difficoltà a comprendere appieno certi passaggi, il film riesce a stare in piedi da solo. Anzi.
Ripensandoci.
Il film ha anche qualcosa in più del libro. Fa emergere delle storie.
Senza forzare assolutamente dall'originale tessuto giornalistico in
modo che alla fine appaia quasi casuale. Infatti ci sto ripensando solo
ora.
Ma s'intrecciano vicende di vite a cui in qualche modo partecipi. Per contro, rispetto al libro, il camorrista imprenditore non si vede. La camorra sembra fatta solo da soldati. I meccanismi delle aste e del mercato del falso d'autore non si intuiscono. Il mercato della cocaina e delle armi appare appena sfiorato. I collegamenti con la politica nemmeno si percepiscono. Non credo ciò dipenda da volontà bensì proprio dalla materia estremamente complessa. Hanno compiuto delle scelte e privilegiato aspetti rispetto ad altri. Ma, tutto sommato è un bel film. Forse doveva, nell'ambito delle storie trattate, solo essere meglio tratteggiata la storia del sarto che va a fare lezioni ai cinesi.
Nel film non si capisce quale sia l'interesse della camorra perché questo non avvenga. Al punto che gli sparano. Insomma, forse il film non riesce forse a darti quel quadro di enormità che ti da il libro. Forse il sistema camorra sembra più confinata ad una storia di quartiere. O quasi. E invece sappiamo proprio dal libro che non è così. E tuttavia ti alzi alla fine con la stessa sensazione di pugno nello stomaco. Lo stessa sensazione di mancanza di speranza. Di voglia di girare la testa dall'altra parte ringraziando il caso che ti ha fatto nascere altrove. Dal punto di vista strettamente cinematografico, è forse quanto di più
neorealista ho visto dai tempi del neorealismo.
La differenza è che allora in quei film si respirava dignità e speranza.
Qui nulla del genere.
Ma non è colpa né del libro, né del film.
Purtroppo. 5月16日 Giorgio Gaber Esco presto di casa, al mattino. Alle 6.35 circa. Trovo meno traffico e in 20 minuti sono in ufficio. Apro. Faccio il giro dei computer. Mi siedo alla mia scrivania, apro il forum www.fuorivia.com dove scrivo e dove ho un bel po' di amici, nel frattempo il programma di posta scarica il centinaio di e-mail la cui maggior parte è scritta in cirillico e in qualcosa che assomiglia al cinese. Solita routine, insomma, prima di iniziare a fare qualcosa che assomigli al lavorare. In macchina mentre cerco di svegliarmi metto un cd o ascolto radio rock. Radio Rock ce l'abbiamo solo a roma e dintorni e mi dispiace per voi che state altrove. Ma potete sempre ascoltarla in streaming da www.radiorock.it Comunque, queste mattine stanno mandando tutto il teatro canzone di Giorgio Gaber. Sono dischi, una facciata per volta. Insomma una ventina di minuti. Proprio quelli che ci metto io venendo al lavoro. Il tempo, sono passati più di trentanni, filtra. Le scorie, le immondizie, vengono portate via. Si disperdono. Scompaiono. Altre invece, rimangono, come fotografie ingiallite, a segnare quel tempo. Strane e incomprensibili quasi per chi non le ha vissute. Come quelle foto con quelle donne arcigne le gonne gonfie fino ai piedi e l'ombrellino gli uomini fieri con i baffi a manubrio, vicino al loro velocipede. Buffe. Altre cose invece, sono poche, pochissime, ti lasciano a bocca aperta. Perché ti rendi conto che qualcuno ha la capacità di vedere dove quasi tutti gli altri non vedono. Gli artisti. Non solo loro certo. Ma anche loro. Mi capita con Pasolini, di rimanere commosso dalla sua genialità. Dalla sua lucidità nel guardare il mondo. Mi sta capitando anche con Gaber. Mentre si viveva lui era già oltre. Vedeva i tic di una generazione, le speranze che sarebbero andate deluse, avvertiva il ripetersi del passato nell'inevitabile futuro. La sua ricerca di autenticità, fuori da ideologicizzazioni, da teoremi e proclami. Ho trovato questo sito: http://www.giorgiogaber.org/ con tutti i suoi testi. Bellissimi. Lo avevo un po' dimenticato. Sempre ascoltato forse di corsa. Questa mattina mi ha colpito questa: Il Comportamento. Mio nonno è sempre mio nonno è sempre Ambrogio in ogni momento voglio dire che non ha problemi di comportamento. Ma io non assomiglio ad Ambrogio l'interezza non è il mio forte per essere a mio agio ho bisogno di una parte. Per esempio, quando sto in campagna ed accendo il fuoco nel camino lentamente raccolgo la legna e mi muovo come un contadino e se in treno incontro una donna io mi invento serio e riservato faccio quello che parla poco ma c'ha dietro tutto un passato. E se mi viene bene se la parte mi funziona allora mi sembra di essere una persona. Qualche volta metto il mio giaccone grigio verde tipo guerrigliero me lo metto e ci aggiusto il mio corpo e già che ci sono anche il mio pensiero e se invece sto leggendo Hegel mi concentro, sono tutto preso non da Hegel, naturalmente ma dal mio fascino di studioso. E se mi viene bene se la parte mi funziona allora mi sembra di essere una persona. Mio nonno si è scelto una parte che non cambia in ogni momento voglio dire che c'ha un solo comportamento. Io invece ho sempre bisogno di una nuova definizione del resto lo fanno tutti è una tacita convenzione. Ma da oggi ho voglia di gridare che non sono stato mai me stesso e dichiaro senza pudore che io recito come un fesso. E se mi viene bene se la parte mi funziona allora mi sembra di essere una persona. Se un giorno noi cercassimo chi siamo veramente ho il sospetto che non troveremmo niente. 5月15日 De Toqueville nel 1840 1840 Alexis De Tocqueville:
«Nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civilità e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri... Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo». 5月12日 Free TibetSad Smoky Mountains![]() Manifestazione cooordinata di protesta contro la violazione dei diritti umani e la repressione in Tibet su oltre 150 vette in Italia, oltre che in Europa, nel Mondo. Dal sito MountEverest.net In quattro ieri mattina abbiamo salito la vetta più alta dell'appennino, il Gran Sasso. Poi in cima si sono uniti a noi altri alpinisti, d'accordo sui motivi della manifestazione. Tutte le cime intorno sono state salite da altri gruppi. Il Camicia, il Prena, il Cefalone, il Corno Piccolo, l'Intermesoli, il Sirente... e altri. Purtroppo le nuvole che coprivano la zona ha reso impossibile "vedersi". Ogni gruppo ha acceso i suoi fumogeni e fotografato o ripreso. Dal sito che ha lanciato l'iniziativa questa pagina (in evoluzione) con le foto di ieri 11.5 Gran Sasso d'Italia Corno Grande Vetta occidentale 2912 mt ( tutte le immagini della salita )
In tutta onestà, però. Mi riesce francamente difficile spiegare il perchè gli alpinisti decidano di muoversi in quanto alpinisti. Alpinisti democratici? Alpinisti lamaisti? Alpinisti per la pace e l'armonia dell'universo? Mi riesce anche difficile trovare una logica nel concetto: i cinesi sono andati sull'Everest con la fiaccola olimpica; siccome siamo alpinisti e l'Everest è cosa nostra, allora ci sentiamo in dovere di fare qualcosa. La motivazione è speciosa. Il fatto che siamo andati su delle vette anche. La definizione di una sorta di dimensione artistica con cui nasce quest'iniziativa mi da anche abbastanza l'orticaria, devo dire. Non amo particolarmente gli happening. :::::::::::::::::::::: Ho partecipato perché mi è sembrato positivo poter esprimere la mia solidarietà ad un popolo oppresso, e farlo in un modo pacifico, senza dar intralcio o portare nocumento a nessuno e nonostante questo avendo abbastanza visibilità da far giungere la notizia a centinaia di migliaia di persone. Conta poco, pochissimo per i tibetani, in fin dei conti. Ma poco è meglio di nulla. Il vedersi da vetta a vetta, se ci fosse stato bel tempo, in una sorta di autocompiacimento tipico delle manifestazioni di piazza in cui sembra di essere più importanti perché tanti, perché ci si conta... in fondo non era importante. Anzi. L'importante non era vederci fra noi, ma raggiungere con un'idea chi non ci pensava. Una piccolissima cosa.
La TV (2) Travaglio non mi sta molto simpatico. Ma il linciaggio di cui sto leggendo per l'accenno fatto in una intervista televisiva a questi fatti... (...) Già, perché - come raccontano Abbate e Gomez ne “I complici” (ed. Fazi) - trent’anni prima di sedere sul più alto scranno del Parlamento, Schifani sedeva nella Sicula Brokers, una società di brokeraggio fondata col fior fiore di Cosa Nostra e dintorni. Cinque i soci: oltre a Schifani, l’avvocato Nino Mandalà (futuro boss di Villabate, fedelissimo di Provenzano); Benny D’Agostino (costruttore amico del boss Michele Greco, re degli appalti mafiosi, poi condannato per concorso esterno); Giuseppe Lombardo (amministratore delle società dei cugini Nino e Ignazio Salvo, esattori mafiosi e andreottiani di Salemi arrestati da Falcone e Borsellino nel 1984). Completa il quadro Enrico La Loggia, futuro ministro forzista. Nei primi anni 80, Schifani e La Loggia sono ospiti d’onore al matrimonio del boss Mandalà. All’epoca, sono tutti e tre nella Dc. Poi, nel 1994, Mandalà fonda uno dei primi club azzurri a Palermo, seguito a ruota da Schifani e La Loggia. Il boss, a Villabate, fa il bello e il cattivo tempo. Il sindaco Giuseppe Navetta è suo parente: infatti, su richiesta di La Loggia, Schifani diventa “consulente urbanistico” del Comune perché - dirà La Loggia ai pm antimafia - aveva “perso molto tempo” col partito e aveva “avuto dei mancati guadagni”. Il pentito Francesco Campanella, braccio destro di Mandalà e Provenzano, all’epoca presidente del consiglio comunale di Villabate in quota Udeur, aggiunge: “Le 4 varianti al piano regolatore… furono tutte concordate con Schifani”. Che “interloquiva anche con Mandalà. Poi si fece il piano regolatore generale… grandi appetiti dalla famiglia mafiosa di Villabate. Mandalà organizzò tutto in prima persona. Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e La Loggia e aveva trovato un accordo: i due segnalavano il progettista del Prg, incassando anche una parcella di un certo rilievo. L’accordo che Mandalà aveva definito coi suoi amici Schifani e La Loggia era di manipolare il Prg, affinché tutte le sue istanze - variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e penalizzare quelli della famiglia mafiosa avversaria - fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani… Il che avvenne: cominciò la stesura del Prg e io partecipai a tutte le riunioni con Schifani” e “a quelle della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c’era”. Domanda del pm: “Schifani era al corrente degli interessi di Mandalà nell’urbanistica di Villabate?”. Campanella: ”Assolutamente sì. Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e Schifani”. Il tutto avveniva “dopo l’arresto di Mandalà Nicola”, cioè del figlio di Nino, per mafia. Mandalà padre si allontana da FI per un po’, poi rientra alla grande, membro del direttivo provinciale. E incontra Schifani e La Loggia. Lo dice Campanella, contro cui i due forzisti hanno annunciato querela; ma la cosa risulta anche da intercettazioni. Nulla di penalmente rivelante, secondo la Dda di Palermo. Nel ‘98 però anche Mandalà padre finisce dentro: verrà condannato in primo grado a 8 anni per mafia e a 4 per intestazione fittizia di beni. E nel ‘99 il Prg salta perché il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose nella giunta che ha nominato consulente Schifani. Miccichè insorge: “E’ una vergognosa pulizia etnica”. Ma ormai Schifani è in Senato dal 1996. Prima capogruppo forzista, ora addirittura presidente. Applausi. Viva il dialogo. Viva l’antimafia. (...) tratto da: http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/ ... è indecente. E' una cosa veramente schifosa che tutti, PD e PdL (ad eccezioni di pochissime voci) esprimano la propria solidarietà al presidente del senato, gridino per le istituzioni oltraggiate e che nessuno si vergogni di avere la seconda carica dello stato in odore di collusione con la mafia o, semplicemente, dica: da quando in qua non si può più dire quello che è (dovrebbe essere) di dominio pubblico? L'unica cosa che ci rimane, è fare girare l'informazione libera, almeno finché questo sarà possibile. 5月8日 La lupa Il vecchio disse che nessuno sapeva cosa sapeva un lupo. Il sole era basso a ovest e il fascio di luce della finestra attraversava la stanza, da un muro all'altro, come sospeso nell'aria. Come un nucleo di elettricità ritagliato nello spazio. Alla fine il vecchio ripetè le proprie parole. El lobo es una cosa incognoscible, disse. Le que se tiene en la trampa es no mas que dientes y forro. El lobo propio non se puede conocer. Lobo o lo que sabe el lobo. Tan como preguntar lo que sabe las piedras. Los arboles. El mundo. Dopo tutto quel parlare il vecchio ansimava. Tossì piano e rimase immobile. Dopo un po' riprese a parlare. Es cazador, el lobo, disse. Cazador. Me entiendes? Il ragazzo nonsapeva se capiva o meno. Il vecchio continuò dicendo che il cacciatore era diverso da quello che si credeva. Disse che gli uomini credono che il sangue degli animali uccisi non abbia conseguenze, ma i lupi ne sanno di più. Disse che il lupo è un essere di ordine superiore, che sa cose che gli uomini non sanno: che non c'è ordine nel mondo tranne quello imposto dalla morte. Alla fine disse che gli uomini bevono il sangue di dio senza capire l'importanza di quello che fanno.Disse che gli uomini vorrebbero agire seriamente ma non sanno come fare. Tra i loro atti e le loro cerimonie c'è il mondo e in questo mondo scoppiano temporali e gli alberi si torcono al vento e tutti gli animali creati da dio vanno e vengono, eppure gli uomini questo mondo non lo vedono. Vedono le azioni delle proprie mani, oppure vedono ciò che nominano e si chiamano per nome l'un l'altro, ma il mondo lì in mezzo per loro è invisibile. Allora vuoi prendere questa lupa, disse il vecchio. Forse vuoi la sua pelle per fare un pò di quattrini. Magari per comprarti un paio di stivali o qualcosa del genere. Puoi farlo. Ma dov'è la lupa? La lupa è come il copo de nieve. Fiocco di neve. Fiocco di neve. Puoi afferrare un fiocco di neve, ma quando ti guardi in mano non c'è più. Magari vedi questo dechado. Ma prima di poterlo guardare, è scomparso. Se lo vuoi vedere devi scendere a patti con la sua natura. Se lo afferri lo perdi. E da dove va a finire non ritorna più. Neppure dio è in grado di riportarlo indietro. Il ragazzo abbassò lo sguardo sugli artigli magri e nodosi che gli tenevano la mano. La luce che veniva dalla finestra in altro si era attenuata, il sole era calato. Escùchame, joven, ansimò il vecchio. Se riuscissi a respirare con forza sufficiente potresti annientare il lupo con un soffio. Come si soffia via il copo. Come si spegne una candela. Il lupo è fatto come è fatto il mondo. Non si può toccare il mondo. Non si può tenerlo in mano perché è fatto solo di respiro. Oltre il confine - Cormack McCarthy
5月7日 CombattereCombattere. Dicevo ieri.
Mi viene in mente che spesso combattiamo contro noi stessi. O meglio, i nostri "io" combattono fra loro.
Siamo sempre così pieni di dubbi. Di contraddizioni.
Il dubbio lo amo. Mi fa guardare la realtà senza arroganza. Mi fa pensare flessibile. Mi fa vivere la vita e le sue cose nelle loro pieghe più nascoste e segrete. Perchè il dubbio è una incessante spinta a cercare una sintesi, che non trovi e che allora continui a cercare. E' una inquietudine senza appagamento. E' una felicità effimera subito superata da nuove domande.
Il dubbio è anche una condanna a non fermarsi mai. Anche quando vorresti. Eppure, per questo, è restare vivi.
Tutto non ha mai una sola valenza; tutto ha sempre almeno due aspetti. Tutto è insieme positivo e negativo, qualità e difetto, forza e debolezza.
Ci sono pochi momenti, pensavo, in cui sono "uno". In cui la mia mente non è divisa dai se e dai ma. In montagna ricerco questi istanti unici.
Ho rovistato nella memoria del computer e trovato questo racconto.
12 giugno 2006
Non ho trovato nessuno, alla fine, con cui andare in montagna domenica. Ma va bene così.
Voglio testare le mie condizioni fisiche. E quando è così preferisco andare da solo. Così mi fermo quando mi pare. E poi anche "di testa" ... mica lo so, come sto... Ho voglia di andare... questo si. Però voglio anche la libertà di poter decidere istante per istante cosa fare; libertà che con un compagno non hai mai. Devi decidere prima. Ma mi sento sereno, tranquillo. Ho voglia di montagna. Di spazi aperti. Di silenzio. Di solitudine, anche. In macchina, ultime curve, mi prende la malinconia. Una piazzola a lato strada mi ricorda una tenda montata al buio, una notte di luglio. Ma è inutile. Alle 5, quando mi sveglio, c'è un'alba stupenda. Il ghiaccio sul vetro della macchina mi fa capire che la temperatura è scesa sotto lo zero. E questo va bene per la via... qualunque essa sarà. Con calma faccio colazione, mi preparo. Alle 6 circa parto. Non ho orologio. Vado seguendo il mio passo. La neve è perfetta. Dura, compatta. Salgo in punta di ramponi appoggiandomi sulle picche di cui faccio penetrare le becche. L'andatura che preferisco. Il fiato non è eccezionale e lo sapevo. Cerco di economizzare al massimo i movimenti. La pendenza aumenta ma non ci sono problemi. Salgo ancora. Sulla destra parte un canalino secondario, una deviazione, che lo scorso anno feci in cordata. Mi guardo attorno... non c'è assolutamente nessuno, il sole va e viene dietro delle nubi scure, alte. Il silenzio è rotto solo da qualche folata di vento e dai pezzi di ghiaccio che vengono giù dal canale. Ogni tanto. Decido di provare a salire questa variante che porta direttamente in cresta. Salgo tranquillamente i primi 30-40 metri a 50-55° con un saltino... poi mi trovo di fronte sulla destra un sasso incastrato che forma uno strapiombo e, sulla sinistra, una lunga colata di ghiaccio. Il sasso incastrato sembra decisamente più abbordabile... Ma così non è. Sopra, la neve, non tiene nulla. E' una specie di schiuma gelata su cui le picche non fanno minimamente presa. E sotto la neve ... sassi. Provo a far tenere le picche abbastanza da tirarmici su, ma.. prima mi parte la destra e rischio di darmela in faccia... poi la sinistra strappa due sassi e me li tiro addosso. Sassi, terra e neve mi entrano nella giacca aperta. Scavo, gratto, tiro, cerco di alzarmi, vado a tentoni con le picche. Non c'è verso di tirare su i piedi... e se non carico tutto il mio peso sulle picche, almeno per qualche secondo, lo strapiombo non lo salgo... Niente da fare. Non mi fido. Ridiscendo quel poco che avevo salito e cerco un'altra linea di salita. Mi rivolgo verso la colata. E' lunga una quindicina di metri ... forma una specie di mezzaluna molto aperta e si vede subito che lo strato di ghiaccio è sottile. Uno, due centimetri al massimo. Con scarsa convinzione provo a saggiarlo con una picca. Mi sorprende perché è un ghiaccio molto plastico. Buono. Allora comincio a valutarla "passo passo" . una serie di salti, uno strato di ghiaccio che ricopre rocce dall'aspetto poco solido. All'inizio sembra buono, ma il vero problema è: come sarà il ghiaccio sopra? Salire significa probabilmente non poter più tornare indietro. Decido di provare. Non ho nulla con me. Non ho corda, imbrago, chiodi... nulla. Ma tanto su questo terreno non potrei mettere niente per proteggermi. E la roccia sotto è tenuta insieme proprio dal ghiaccio... quindi niente friends, dadi o chiodi da roccia. O vai di corsa senza mettere nulla, o non vai. Mi riposo. Aspetto di respirare bene. Stranamente sono perfettamente cosciente della pendenza sotto di me, dell'imbuto che butta tutto verso il canale, che prosegue sotto per centinaia di metri. Vedo i pezzi di ghiaccio che ogni tanto arrivano dall'alto passarmi accanto e continuare rimbalzando la loro corsa verso il basso. Sono cosciente del semplice e incontrovertibile fatto che non devo cadere. Perchè non mi potrei fermare. Ma la mente non visualizza la sequenza di una possibile caduta. Lo sto facendo ora, ma in quel momento l'unica cosa che avevo in una parte della testa era il comando "non devi cadere". Niente altro. Controllo ramponi e picche e vado. I primi tre metri sono tranquilli. Come mi aspettavo il ghiaccio tiene la picca e i ramponi. Bisogna infilarla delicatamente, sfruttando le asperità rocciose sottostanti e lo stesso bisogna fare con le punte dei ramponi. Contino a salire e il ghiaccio è sempre buono. Un colpo di picca e un lastra viene via... mettendo allo scoperto gli sfasciumi sottostanti e facendomi pizzicare i capelli sulla nuca... ma è un attimo. Sopra il ghiaccio tiene di nuovo. Continuo non ricordo, mi sembra di non pensare, ma sono sulla neve. Dopo poco arrivo in cima. Mi siedo, bevo, mangio qualcosa. Sono solo. Penso. Ancora sento addosso quella strana sensazione di controllo totale e di esaltazione provata mentre uscivo dalla colata. La solitudine è una cosa che mi avvolge, mi protegge. L'occhio della gente è come se mi responsabilizzasse, se mi impedisse di essere veramente libero. Libero anche di disporre della mia vita. .... In quei momenti non combatto in me stesso, non esistono gli altri, non esiste il mondo. Esiste una sfera emozionale nella quale sono immerso, trasparente ma chiusa a tutto. Non ho dubbi. Non ho domande. E' uno stato sospeso difficile da descrivere, ma che è come una droga. Perchè mi fa paura eppure a volte sento la necessità forte di riprovare. E' meglio del sesso... ma solo ogni tanto, però.
5月6日 Una fabbricaGli errori che abbiamo commesso da cavernicoli sono gli stessi che continuiamo a commettere.
E dunque forse è il nostro destino quello di combatterci e odiarci e torturarci a vicenda.
Forse la sofferenza e l'infelicità sono il vero senso della vita.
Considerando che la terra è un impianto di lavorazione, una fabbrica.
Immaginate una macchina per levigare le pietre:
un cilindro pieno d'acqua e sabbia che gira e gira.
Considerando che la vostra anima vi viene buttata sotto forma di brutta pietra,
materia prima o risorsa naturale, petrolio greggio, un minerale.
E i confilitti e il dolore altro non sono che la sostanza abrasiva che ci consuma,
che leviga le nostre anime, ci rifinisce,
ci insegna e ci perfeziona, vita dopo vita.
Considerando che siete stati voi a scegliere di entrarci,
e di rifarlo ancora,
coscienti che questa sofferenza è la ragione unica del vostro venire al mondo.
L'unica alternativa, è che siamo tutti eternamente stupidi.
Combattiamo guerre. Combattiamo per la pace. Combattiamo la fame. Adoriamo combattere.
Combattiamo e combattiamo e combattiamo, con le armi con la bocca o col denaro.
E il pianeta continua a non migliorare nemmeno un po' rispetto a com'era prima di noi.
(Libera riduzione di Erosione, una poesia sul signor Whittier - Chuk Palahniuk - Cavie)
5月2日 Flok Stanotte mi sono svegliato per un sogno. Tornavo da un viaggio e il mio cane non era in auto. Era sceso da qualche parte. Era perso chissà dove. Mi svegliavo con un senso di perdita da farmi star male. Che si acuiva ancora di più quando diventavo abbastanza lucido da ricordare che il mio cane è morto, più di cinque anni fa. Nel novembre del 2002. Dopo essere stato con me per oltre 14 anni. Mio padre raccolse questo cane per strada, ad agosto, buttato fuori da una macchina. Abbandonato. Un cucciolo di qualche mese, magro da far paura. Impaurito e guardingo. Non riuscì a fare a meno di raccoglierlo e lo portò in una casa sul lago, dove avevo iniziato le vacanze. "beh per ora lo teniamo qui, c'è il giardino, starà bene. intanto gli troviamo un padrone" Era uguale al cane di un fumetto della mia infanzia. Flok, il cane di Gufo Triste, negli albi del Comandante Mark
Solo che era nero. Ma magro e dinoccolato come lui. Sempre pronto a rubare qualcosa da mangiare, a rovistare fra i rifiuti, a scappare a nascondersi se qualcuno gli si avvicinava.
A pochi mesi Flok aveva già visto il peggio della vita. Conosceva la fame, la crudeltà, i sassi e i calci. Aveva imparato l'arte del fingere: bastava sfiorarlo per strappargli guaiti lancinanti.
Flok si arrendeva subito. E appena poteva scappava.
Non credeva alle carezze. I bocconi di cibo li ingurgitava rapidamente. Guardingo. Incredulo. Furbo. Un mese passa presto. E un padrone per Flok non si era trovato. Io vivevo da solo in quel periodo, fuori Roma, e stavo fuori tutto il giorno. Decisi di portarlo a casa mia inizialmente. E me lo portavo dietro il giorno. E fu così che Flok restò con me. In pratica 24 ore al giorno, dal 1988 al 2002. Lo portavo in ufficio con me, occupava la sua cuccia vicino alla mia scrivania. Praticamente invisibile. Se uscivo la sera stava in macchina. Se andavo in vacanza veniva con me. In montagna, al mare, in barca, sulla neve. La mia vita iniziò a regolarsi su Flok. Se una cosa potevo farla con lui, la facevo. Altrimenti no. E lui su di me. Ovviamente. Lui preferiva stare con me. Sempre. Preferiva stare in macchina davanti ad una discoteca tutta la notte. Piuttosto che a casa. Quando mi sposai e lei venne ad abitare da me, ci furono difficoltà iniziali, per stabilire le regole nel branco. Alla fine la accettò. E divenimmo tre. Poi arrivò la bambina. Lui l'annusò un po'. Poi mosse la coda. E diventò il suo pelouche paziente. E lo sapevo in quegli anni in cui era ancora forte che prima o poi mi avrebbe lasciato. E glielo dicevo. Che farò senza di te? E così. La vita passa. E una malattia lo ha portato via. Ora è nel giardino della casa al lago, dove lo vidi per la prima volta. E una parte di me è con lui. Quattordici anni sono tanti. C'è un sacco di vita dentro quattordici anni. Un sacco di ricordi, di risate, di gioia, di amore. Ma io lo sapevo che sarebbe restato con me per sempre. E infatti ecco. Sono qui a distanza di 5 anni con le lacrime agli occhi pensando a lui. Certi amori non si dimenticano.
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