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日志


5月25日

samba pa ti

Gironzolando su youtube cercando ispirazione per la mia attività di blogdj mi è tornata in mente samba pa ti, il pezzo di carlos santana.

      

Beh… ho pensato che tutti i ricordi che mi rievoca questa canzone non possono essere riassunti in una frase.

Quante ore passate a suonarla, dallo spartito, nel quale avevo scoperto con sgomento che il pezzo più bello, l’assolo, era definito “improvvisazione” e non era segnato. Ma tanto a malapena allora riuscivo a fare la parte iniziale, quindi poco male..

Una canzone unificante a livello generazionale, piaceva a me che avevo 12 anni ed ero già fissato con l’hard rock e piaceva a mia madre.

Una canzone che si poteva fare con gli amici, due chitarre e i bongos e metteva tutti in silenzio, a pensare, o forse, già allora a ricordare.

Si perchè era la canzone delle feste, dei balli a casa da ragazzini, quando si spegneva la luce. Quando c’erano i lenti e con le note di santana ti ci perdevi.

A samba pa ti è legato un ricordo vivissimo. Era l’estate di boh… ma non avevo la macchina, quindici anni credo… ero in tenda su un lago, c’era la discoteca dall’altra parte e noi non sapevamo come andarci.

Prendemmo in prestito la barchetta del padre di un amico. Una vera bagnarola di due metri con un motorino da 4 hp. Ci acchittammo per la disco e salimmo in barca, le scarpe legate al collo, i pantaloni tirati su al ginocchio. Traversammo il lago in un’oretta o forse più. Dall’altra parte non sapevamo dove sbarcare. Dovevamo lasciare la barca legata a qualche metro dalla riva per paura che la rubassero. Allora tre scesero portando i vestiti del quarto (io), questo legò la barca a venti metri dalla riva e poi a nuoto.

Quindi c’erano da fare 2 chilomentri per arrivare alla discoteca. Ovviamente orario pomeridiano. Due chilometri nei campi, strade bianche polverose. Due chilometri sotto il sole del pomeriggio di agosto. Ma alla fine arrivammo, per fortuna dentro era buio e le nostre scarpe impolverate non si vedevano, i risvolti dei pantaloni infangati nemmeno. Le mia mani puzzavano di benzina, io le sentivo. Speravo che non le sentissero anche gli altri. Ma mi sa tanto che di qualcosa puzzavamo. Perlomeno di sudore. Vabbè... ci mettemmo a ballare e dopo poco eravamo sudati uguale uguale agli altri.

Tentativi di rimorchio a raffica…. ma che… non andava. Giornata negativissima. Alcune ragazze che avevamo conosciuto ci avevano guardato strano quando avevamo detto che eravamo con la barca. Prima interessate dalla stranezza, poi perplesse (a dir poco) scoprendo i particolari.

Ormai avevamo quasi deciso di andar via quando mettono samba pa ti. Io ero in mezzo alla pista, dove avevo ballato i balli “svelti” che perlomeno avevano il vantaggio di poterli ballare fra maschi o anche da solo. Mettevano 4 lenti e 4 svelti.

Insomma, mettono samba pa ti e io me ne stavo tornando a bordo pista da vero sfigato quando una ragazza, una biondina, mi fa: balli?

Non faccio in tempo a dire si e nemmeno a considerare come una cosa del genere fosse possibile che mi si avvinghia addosso.

Avvinghia è la parola esatta. Appiccicata stretta! Lei stringeva e io stringevo ad un certo punto ero senza fiato. Non diceva una parola. Guancia contro guancia, sentivo il suo respiro nel collo, il suo odore, il calore del suo corpo addosso. Ricordo bene il caldo della sua guancia sulla mia e come mi stringeva.

Oddio... stavo diventando stupido. Ero in paradiso. Non potevo credere a quello che mi stava accadendo. E samba pa ti che avrei voluto non finisse mai, mai. Per tutto il tempo non dissi una parola, e nemmeno lei. Io non sapevo che dire, lei non so.

Alla fine del pezzo se ne va: occhi bassi, si stacca, dice ciao e scompare. E io rimango li imbambolato.  Non mi escono le parole di bocca. Non riesco nemmeno a dire aspetta, ferma... Niente. Aveva qualcosa di rosso addosso, capelli biondi lisci ma non sapevo che viso avesse. Si, mi ricordo al primo sguardo che era carina, ma per tutto il tempo della canzone non ci eravamo guardati in faccia, appiccicati com’eravamo.

Sparisce. Sparisce come un sogno.

E io lì a pensare. Potevo darle un bacio. Potevo chiederle come si chiama. Potevo fermarla. Niente. Sono rimasto così come uno scemo. Perchè non l'ho baciata, perchè? Magari se l'avessi baciata sarebbe rimasta. Non avevo avuto il coraggio. Magari se n'è andata perchè ha capito che ero un tonto, un imbranato.

Dopo, più esperto della vita, ho pensato che chissà, forse voleva far ingelosire qualcuno. Ha trovato me davanti e mi ha usato a quello scopo. Vai a sapere che passa per la testa di una ragazzina...

Ma insomma l'ho persa. Colmo della sfiga fu che nessuno dei miei amici mi aveva visto ballare con lei e quando raccontai mi presero per un cazzaro.

Uscimmo che erano le 20 passate, arrivammo al lago che era buio. Uno (non io stavolta) si spogliò e andò a prendere la barca. E per tutto il viaggio di ritorno tremava di freddo.

Ricordo il lago di notte, e la mancanza di punti di riferimento verso cui dirigersi sulla riva. Ma bene o male arrivammo alla nostra spiaggia.

E io sognavo la ragazza di samba pa ti. Ero innamorato.






5月21日

l’insostenibile pesantezza del dopo pranzo

A scalare nella mia amata Pietrasecca, dove le pareti vanno in ombra nel pomeriggio, e questo periodo si sta benissimo…

 

pietra

ma le melanzane sono pesantucce…. uff… ci vuole riposo, fra una via e l’altra…

un salutino a tutti gli amici :-)))

 

pietras

5月18日

message in a bottle

Perché scrivo in questo blog, mi domandavo oggi.
Mi è venuta in mente l'analogia del "messaggio nella bottiglia". Non è mia, l'ho orecchiata da qualche parte, non ricordo dove. Forse è patrimonio comune.
Quando scrivo un messaggio e lo metto nella bottiglia e quindi la butto in mare... lo perdo.
Non so se la bottiglia verrà portata ad infrangersi sugli scogli; non so se verrà mai vista; non so chi potrebbe recuperarla; non so se chi la recuperà vorrà e saprà leggerlo, comprenderne il significato. Non so nemmeno se ne farà quello che io mi aspetto.

Io non ho altro che incognite.
L'unica cosa certa è che ho fatto quanto era in mio potere perché quello che volevo comunicare avesse una minima possibilità di essere comunicato.

Questa analogia si basa su due presupposti.
Il primo è che esista un messaggio che sia possibile scrivere.
Il secondo che questo messaggio meriti di essere ascoltato da qualcuno, compreso, adottato.

In questo caso, è preferibile questa indefinizione che procrastina nel tempo e nello spazio affidandosi ad un lettore sconosciuto piuttosto che avere la certezza di non essere compreso da coloro che ti sono più vicini.

Quindi: scrivo questo blog per mancanza (o carenza) di interlocutori in sintonia con quello che voglio esprimere.

Queste bottiglie che lancio vengono raccolte da un po' di persone. Alcune leggono il messaggio, ne sono interessate. Altre no. Ogni filo che mi collega a qualcuno però è prezioso. Perché a quel punto la comunicazione diventa bidirezionale. In un modo o nell'altro mi arricchisce.




5月12日

L’insostenibile ambiguità delle relazioni virtuali.

Il mio primo accesso a internet avvenne nel 97. Se non ricordo male era dopo l’estate, quindi sono quasi dodici anni.

Posso senza dubbio dire che senza internet la mia esistenza sarebbe stata diversa. Migliore o peggiore, non so, non importa, ma sicuramente diversa.

Iniziai a frequentare i newsgroup in cui di discuteva di linguaggi di programmazione. Le regole della netiquette, fra cui il non essere Off Topic (fuori argomento) erano molto rispettate: la banda era poca e non si doveva sprecare.

Però dopo qualche tempo di interazione, scoprivi che in qualche modo, la persona che era dietro usciva fuori. Una risposta, anche su argomenti tecnici, poteva essere pacata e gentile, nervosa o intollerante, ironica o sarcastica, pedante o leggera. Così, nel tempo, i nick andavano caratterizzandosi, in simpatici (affini) e antipatici.

Crescendo la banda e le possibilità di accesso (si andava con i modem a 28 kbyte sulla normale linea telefonica) presi a frequentare newsgroup tematici su argomenti non proprio di lavoro. Uno in particolare, it.sport.montagna, su cui scrivevano (scrivono, io non lo frequento più) persone da tutta italia con la passione comune per la montagna. Anche qui stessa situazione, i nick andavano caratterizzandosi nel tempo e c’erano quelli che correvi a leggere appena scrivevano e altri no. Insomma ti facevi degli amici virtuali. Persone che riuscivano a strapparti un sorriso, o proprio una risata. Oppure con le quali condividevi delle sensazioni, magari belle, provate in montagna, o anche d’indignazione, per fatti che potevano essere accaduti. Nascevano le prime incazzature, i primi flames, scontri virtuali durissimi.

La voglia di dare un volto ad alcuni nick era forte. I primi raduni. Le uscite.

Così si scopriva che dietro a questi nick c’erano persone normali, diverse ma in fondo uguali a come apparivano su internet, con la loro vita ma con lo stesso umorismo, le stesse idee. Spesso anzi erano migliori di come apparivano.

Inevitabilmente arrivò anche il primo innamoramento.

Questo necessitò di banda larga e connessione flat, perché bisognava chattare a lungo, raccontarsi la vita, scambiarsi canzoni e poesie, brani e racconti. Trovare affinità elettive.

Iniziai anche ad avere idea che qualcosa non andasse.

Sempre in contatto quasi in ogni ora della giornata. Sempre in chat (irc all’inizio, poi arrivò msn o simili). Ci si “vedeva” alle 7 del mattino e fra computer accesi dell’ufficio o di casa, fino a mezzanotte quel nick o quel pupazzetto verde era lì.

Un controllo totale sulla vita dell’altro. Le latenze alle risposte non giustificate: stai chattando con altri?

Come ben sa chi usa questi strumenti da tempo, dopo un po’ si è in grado di percepire esattamente se hai o non hai l’attenzione completa dell’interlocutore. Se ti sta “gestendo” fra altre 2-3 finestre aperte. Se ti sta guardando ogni minuto o poco meno.

Quindi le gelosie. Le litigate in chat, su msn, con i messaggi che si accavallano e spariscono (il sistema non è perfetto) con la necessità di essere sintetici che va a scapito della chiarezza, specie se si discute di argomenti così facilmente fraintesi come i sentimenti e le emozioni.

Una cosa assurda.

Ho provato la sensazione di stare da entrambe le parti. Quello che dava all’altro la percezione di controllare; quello che sentiva il peso di quel controllo.

Insopportabile.

Ad un certo punto ho capito una cosa importante, la prima legge della chat.

Non importa quanto tu sia sincero e trasparente nelle cose che dici. Quello che passerà di te sarà sempre l’immagine che tu hai di te, che nella maggior parte dei casi non coincide affatto con l’immagine che mediamente hanno gli altri di te.

Se io sono in un periodo in cui il mio lavoro non mi soddisfa può succedere che metterò in luce, cercherò di parlare, solo delle cose che mi piacciono. Parlerò della musica, o dello sport, o, a seconda ognuno della propria natura, dei propri sogni o delle proprie aspirazioni. Ma in ogni caso, verrà fuori un quadro non oggettivo di me. Perchè me è anche quello che non mi piace, anche le ore di lavoro, anche dei difetti che non so di avere e che invece appaiono tali agli occhi degli altri.

Se succhi la minestra mentre mangi, è probabile che tu non lo sappia nemmeno (conosco insigni professionisti, uomini di cultura, che hanno questa sgradevole abitudine); poi ci sarà chi non ci fa caso, abbagliato da altre tue qualità, e ci sarà chi non lo sopporta e ti darebbe una bottigliata in testa, dopo un po’.

Se dico “per me il denaro non ha importanza” certo dividiamo il mondo in due parti, quelli per cui ha importanza e quelli no. Ma questa frase assume un valore completamente diverso se a dirla è uno che sale sulla sua barca da 500.000 euro e uno che esce dalla sua baracca di cartone sotto ponte garibaldi… e senza arrivare a questi eccessi… s’intuisce come sia difficile riconoscersi in dei valori comuni e perchè il detto “moglie e buoi dei paesi tuoi” in fondo continui a funzionare.

E’ un problema di appartenza agli stessi ceppi culturali.

Internet ci avvicina. Annulla le distanze geografiche e culturali. Che importa se siamo uno a roma e l’altro a torino? o a berlino, o a pechino? Abbiamo un sacco di cose in comune… e qui compresi l’esistenza di una seconda legge.

Quando si cerca qualcuno che ci è affine, si troverà un interlocutore con la stessa necessità e si tenderà automaticamente quasi a parlare solo di ciò che si ha in comune.

Ovvero degli argomenti che entrambi trovano interessanti e su cui si ha da dire. (si tende a interloquire, non ad ascoltare e basta). E così uno può avere interessi e abitudini insopportabili per l’altro ma di cui non si è mai parlato. Semplicemente perchè argomento su cui uno dei due avrebbe avuto poco da dire. Nel mio caso ad esempio ho la passione dell’arrampicata, della montagna. Quando ne parlo con persone conosciute via web spesso tendono a considerare la cosa come uno che dice “a me piace il cinema” oppure “ a me piace andare al mare”. Si rischia di essere inutilmente pedanti, o apparire scostanti, quando dici: no meglio che mi spiego, io sono uno che appena può, intendendo ogni weekend, ogni giorno di festa possibile, va ad arrampicare. Sono uno che parla con i suoi amici solo di quello. Sono uno che se rinuncia un giorno lo fa con il magone dentro. Sono come un drogato, capito?

Ma a dirlo non è molto carino. Sembra che tu voglia allontanare le persone. Ma è la vita che scava un solco. E nella vita reale, a me non capita di incontrare persone fuori dall’ambito in cui sono addicted (l’arrampicata) semplicemente perchè frequento solo quello, perchè i miei amici fanno quello, perchè vado in una palestra in cui si fa quello… per cui insomma parliamo di tutto e non solo di quello, ma quello è ciò che abbiamo in comune: la base.

ma su internet si. su internet mi capita di incrociare persone diverse che hanno abitudini diverse, e con loro trovare campi di interesse sovrapponibili su altre aree della vita. Ma lo sono solo qui.

Ammessa e non concessa la possibilità geografica di frequentarsi, mi manca il tempo di farlo, senza la condivisione della mia passione (droga) chiamamola come volete, per l’arrampicata/alpinismo.

 

Da cui la necessità di spostare ogni interazione interessante, in cui appare un’affinità elettiva, immediatamente, nella vita reale. Altrimenti si prendono degli abbagli pazzeschi. Si perde la propria esistenza in estenuanti scambi di parole che alla fine non ti lasciano nulla, perché noi non siamo essere fatti solo di comprensione intellettuale e raziocinante. Siamo fatti di sensi: di sguardi espressioni sorrisi carezze. Veniamo da milioni di anni in cui le relazioni umane sono state questo. E da altri milioni di anni in cui la parola non c’era nemmeno, c’erano solo i segni.

E ora ci troviamo in situazioni in cui sostituiamo tutto ciò, tutta l’esperienza di milioni di anni di evoluzione, trasformata dagli ultimi anni di internet, in relazioni solo ed esclusivamente di parole: pixel su uno schermo. E’ una cosa pazzesca della quale i danni che provocherà lo vedremo solo fra qualche tempo.

Ora ci sono dentro tutti e sottolineo tutti, fino al collo e non se ne rendono conto.

Dopo oltre dieci anni di frequentazioni virtuali, di tutti i generi, uso internet come un telefono. Rapporti veri, reali, gente con cui faccio cose a tre dimensioni tipo scalare, mangiare una pizza, andare al cinema, andare in palestra, camminare in giro, li “incontro” su internet e ci scherzo, mi ci metto d’accordo per la sera.

Altri non li vedo così spesso perchè sono lontani, ma sono comunque reali. Tengo comunque a loro, ma l’intensità dell’interazione è volutamente tenuta bassa, diluita.

Perchè la vita, non è qui.

E’ anche, qui. Così come non si può dire che quando parliamo al telefono non sia “vero” ciò che ci diciamo.

Ma va bene se ne riconosciamo i limiti e li accettiamo come tali. Altrimenti, tutto il resto, è assolutamente malsano, pericoloso, fuorviante, doloroso.

 

 



 
 
5月7日

Into the Wild

Ho visto questo film nelle sale, dato che avevo letto il libro "nelle terre estreme" di Jon Krakauer molti anni fa e non mi era piaciuto molto, mi incuriosiva ma ero abbastanza scettico.

Di Krakauer ho letto, oltre a "Nelle terre estreme" anche "Aria sottile" e "Il silenzio del vento". Ho sviluppato una certa antipatia verso di lui al tempo della polemica che attraversò la comunità alpinistica relativamente ad un certo suo modo di vedere la questione relativa a "everest 96" nella quale si trovò coinvolto nel tentativo di salire in vetta con una spedizione commerciale.

Quindi ero mal disposto.

Il libro "Nelle terre estreme" non mi era piaciuto forse perchè la scrittura analitica un po' pedante (ma riporto solo le sensazioni che mi restano dopo 7-8 anni... quindi sono molto parziale) contornava il protagonista di una razionalità nella quale lui risulta necessariamente essere un perdente un po' sciocco.
In un mondo razionale lui è uno che fugge e non gliela fa. Per poco, ma non importa. In un mondo in cui contano i risultati lui perde.
Anche se ricordo che Krakauer difendeva Chris McCandless, ma sul piano della razionalità: era stato solo sfortunato, per poco non gliela aveva fatta.
Questa impostazione di Krakauer mi aveva fuorviato. O meglio: essa metteva in luce un livello di interpretazione che a me interessava poco. Avevo faticato a finire il libro ed esso mi aveva lasciato poco.

Probabilmente non è colpa sua. Bisogna dargli atto di aver avuto interesse per una storia dimenticata. Di aver raccolto dati e aver fatto una bella inchiesta giornalistica sulle tracce di questo ragazzo. Insomma, non tanto di aver avuto fiuto giornalistico, quanto di aver colto dei simboli significativi, in questa storia. Anche se poi non ha saputo metterli in luce.

C'è riuscito Sean Penn nel film. C'è riuscito Ed Vedder con la colonna sonora che accompagna i momenti significativi.

Entrambi hanno colto e portato in evidenza aspetti essenziali che ti permettono di arrivare vicino al cuore delle emozioni, quelle che governano le scelte.
La vita di un uomo, le sue decisioni, la sua fine, non possono essere ridotte in due ore di racconto analitico.  Bravo chi ci riesce con rapide pennellate, come in un quadro impressionionista,  come fa Penn.

Sul libro la sua mi era parsa una fuga. Nel film invece è una scelta conseguente. Un rifiuto.

Il rifiuto è uno dei temi: sottolineato dalla canzone "Society"

 

testo: http://www.pearljamonline.it/intothewild/traduzioni.htm#10


E della rigenerazione:  Chris sta cambiando pelle. Come i serpenti. Infatti cambia il suo nome in Alexander Supertramp.


Ed ha un coraggio, determinazione, caparbietà. Caratteristiche che probabilmente ha preso dal padre, con cui si scontra. Il conflitto familiare emerge, ma resta sull sfondo. D'altro canto, chi non ha, più o meno forte, un conflitto familiare alle spalle? Quello è il substrato, lo sfondo appunto, poi le scelte sono nostre e vengono da mille altre suggestioni.
La vita di un uomo, quello che fa e compie, ha sempre radici nella sua famiglia, nell'infanzia, in quello che ha ricevuto, sofferto. Le voglie di riscatto, di emancipazione, di rivalsa e di affermazione... prendono molti colori, si vestono di idee, ma in fondo in fondo, la materia nuda è quell'essere bambino e le sue Necessità.
Ma questo vale per tutti. E di quello che poi facciamo si guardano le radici solo se le si può guardare da molto vicino.
Altrimenti ci si relaziona - si giudica - con i fatti. Con l'evidenza.


Quello che penso è che conta poco in fondo perchè si facciano certe cose.
Si fanno e basta. Perchè si ha necessità di farle.
E per fortuna che esiste chi ha capacità di farle.
Cambio idea rispetto a quella che mi aveva ispirato il libro.
Alex vuole vivere la sua vita. La vive fino in fondo.
Poteva andargli male o bene, ma la vive. E' conseguente. Non ha paura.
Per fortuna, dico, esistono uomini che decidono di percorrere la propria strada fino in fondo. Non curandosi della ragione.
A volte il peggio che può capitare non è morire.
Ma sopravvivere a se stessi. A volte occorre passare delle strettoie dolorose per rinascere, diversi. A volte si muore nel tentativo.
La felicità non è reale se non è condivisa.
Scrive alex come ultima frase nel suo diario. Alla fine del suo viaggio ritrova gli uomini.
Forse sarebbe stato un Alex diverso, tornando dal suo isolamento.


Dalla sua "prova iniziatica".
Perchè Alex è un cavaliere antico. Ci sono vari "segni" in questo senso:
la castità.
Chi ricerca la Verità non può essere distolto dall'Amore.
Chi guarda dentro di Se non può essere distolto dall'Altro da Se.

Non avvicinarti di più o dovrò andarmene
Certi posti mi attraggono come la gravità
Se mai ci fosse qualcuno per cui restare a casa
Saresti tu...


Non è per caso che i Cavalieri Erranti, i Parsifal dei miti, non possano amare. Pena la perdita dei propri poteri spirituali.


In questa chiave di lettura, quella dei poteri spirituali, l'uccisione dell'alce rappresenta (e credo che Alex l'abbia vissuta come tale) una irreparabile perdita. Fino a quel momento aveva vissuto nella natura. Aveva ucciso per mangiare. Aveva cacciato e raccolto. Non aveva sprecato risorse. Tutto era stato tenuto sotto il controllo di una etica ferrea: Thoreau, Tolstoj, London...
Aveva gettato i soldi, aveva scelto di non possedere nulla.
Non solo perchè le cose che possiedi alla lunga possiedono te; ma, anche, perchè la logica dell'accumulo è una delle basi strutturali della società in cui vive, che lui vuole allontanare da sé.
Al momento dell'incontro con l'alce è la sua natura umana a prendere il sopravvento. Il miraggio dell'accumulo, del possedere, del molto, della sicurezza, delle scorte.
Alla fine avrà distrutto molto per avere molto poco. Non riuscirà a conservare la carne.
Ed è quello che facciamo come uomini sulla terra.
Ed questa la tragedia che sente. Quella di non riuscire a staccarsi dal suo essere umano, nonostante i suoi forzi.
E in una chiave di lettura spirituale in quel momento perde il suo potere. La morte e lo SPRECO dell'alce lo rendono improvvisamente estraneo a quella natura di cui aveva voluto essere parte integrante. Lo rendono nuovamente e ineludibilmente uomo.
E forse è la tragedia dell'alce che uccidendo il guerriero in lui lo priva della forza animale necessaria a sopravvivere. Lo priva dell'istinto.
La sua mente è già oltre il fiume, per tornare da quello che ha lasciato.
la felicità non è reale se non è condivisa.
In questa frase, che lo recupera come uomo, c'è lperò a sua sconfitta come cavaliere/guerriero e la sua fine.


Come sa chi ha avuto la mente a contatto con la nuda pietra... se si è soli, pensare agli altri ti perde.

 

...

Insomma: un bel film. Ne scrivo solo oggi perché ho avuto occasione di riparlarne con diverse persone, ultimamente. E perché avevo postato nei giorni scorsi un paio di pezzi della colonna sonora.

E, comunque, le cose belle, non scadono.

5月1日

Primo maggio

Il Primo maggio 1867 a Chicago scesero in piazza più di 10.000 manifestanti per il primo grande sciopero per le otto ore. Nel ricordo di questo sciopero, la mozione del 1884 recitava: "Decidiamo che le otto ore costituiranno la giornata lavorativa legale da e dopo il Primo Maggio 1886 e raccomandiamo le organizzazioni del lavoro di conformare le loro leggi a questa risoluzione entro il tempo fissato".

Era il giorno in cui l'edilizia tornava in attività; il giorno prima erano rescissi i contratti di affitto cittadini e agricoli; e questa festa diventava una contro pasqua, una pasqua dei lavoratori, ricordo operaio dei riti pagani della primavera.

Ci voleva una bella fiducia a chiedere le otto ore nell'inverno del 1884 , in piena recessione, con folle di disoccupati, famiglie sul lastrico. I giornali dell'epoca lanciavano l'allarme: le otto ore erano "comunismo, sinistro e rampante", avrebbero incoraggiato "l'ozio e il gioco d'azzardo, la crapula e l'ubriachezza" e avrebbero portato solo salari più bassi, più povertà e degrado sociale fra i lavoratori americani.

E in un clima di scontro, di scioperi, licenziamenti, mitragliate su cortei, morti e arresti...

il Primo maggio giunse. Quel giorno in tutto il paese scioperarono 350.000 operai in 11.562 stabilimenti. Solo a Chicago gli scioperanti furono 40.000 e in 80.000 scesero in piazza. In 11.000 manifestarono a Detroit, in 25.000 a New York. La giornata si era svolta pacificamente, la partita sembrava vinta, in quel giorno a Chicago, una giornata lavorativa più corta fu concessa a 45.000 operai senza che scioperassero. Si calcola che negli USA in 180.000 su 350.000 scioperanti ottennero allora le otto ore. Ma alla McCormick..

Il 2 maggio 1886 fu un giorno calmo. Solo poche manifestazioni. Il 3, August Spies, direttore del giornale "Die Arbeiter Zeitung" parlò a circa 6000 legnaioli in sciopero dall'alto di un vagone merci vicino alla fabbrica della McCormick. Alle tre e mezzo suonò la sirena della fabbrica e circa 200 ascoltatori andarono ai cancelli per aiutare gli operai a dare una strigliata ai crumiri. Subito arrivarono circa 200 poliziotti che caricarono. Il frastuono attirò ancora più ascoltatori finché giunse lo stesso Spies, seguito da tutta la folla. Furono accolti dal fuoco della polizia. 4 manifestanti furono uccisi e parecchi feriti.

Fu indetta per il giorno dopo il 4 maggio sera, ad Haymarket, una manifestazione che fu autorizzata. Spies parlò, con altri capi dei lavoratori, presente il sindaco della città Harrison. Poco prima delle dieci scoppiò un temporale e la folla si ridusse a circa 300 astanti infradiciati. Allora il sindaco se ne andò e ordinò che i 176 agenti di polizia presenti fossero rimandati a casa.

Ma alle dieci e mezzo, il capitanto Bonfield (lo stesso che comandava la piazza il giorno precedente) ordinò ai suoi agenti di sciogliere la manifestazione con la forza.

In quel momento, una bomba lanciata da una traversa scoppiò fra i poliziotti. Ne uccise sei e ne ferì più di 50. La polizia aprì il fuoco.

Non si è mai saputo quanti manifestanti furono uccisi. Si sa solo che i feriti furono 200.

Né si sa chi gettò la bomba. O perché il capitano Bonfield aspettasse che il sindaco fosse andato a letto per caricare. O perché uno degli organizzatori del comizio vivesse da allora in poi con i soldi della polizia e divenisse testimone contro gli anarchici.

Fatto sta che era il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti e che esso avvenne mentre la lotta per le otto ore stava vincendo. La notizià dilagò per il paese gonfiandosi a dismisura: "le bombe degli anarchici a chicago, 100 poliziotti uccisi".

Il 5 maggio mattina il sindaco ordinò lo "stato di guerra" a chicago.

Migliaia di abitazioni furono perquisite senza mandato. Centinaia di anarchici arrestati. La polizia dichiarò di aver trovato arsenali di bombe e di armi. Era facile accusare di violenza gli anarchici, soprattutto quando le polizie - pubblica e privata - non facevano altro che sparare sulla folla.

Anni dopo, il capo della polizia di Chicago, capitano Frederick Ebersold ammise che la polizia aveva posto deliberatamente armi e bombe nelle sedi degli anarchici.

Delle centinaia di arrestati, solo trentuno furono accusati, e tra loro, solo undici vennero incriminati: due divennero testimoni, uno non fu mai trovato. Alla fine furono processati in otto:

August Spies, Louis Lingg, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Oskar Neebe, Michael Schwab e Albert Parsons.

La lista di questi arrestati è notevole perché 1) comprende tutti i massimi dirigenti anarchici a Chicago, non erano persone qualunque, erano direttori di giornali, oratori famosi, leader; 2) sette su otto erano stranieri (solo Parsons era statunitense) Fielden era nato in inghilterra e tutti gli altri erano tedeschi.

La nazione era in preda alla più totale isteria. Le chiese erano scatenate contro questi atei. Il padronato chiedeva una punizione esemplare contro i sovversivi. L'indicazione più lapidaria venne dal Chicago Herald "hanno cercato di distruggere la società. la società deve distruggerli".

Nell'arringa finale, il procuratore chiarì il problema in modo inequivocabile: "La legge è sotto processo. L'anarchia è sotto processo. Questi uomini sono stati scelti e incriminati dal Gran Jury perché loro sono i leader. Non sono più colpevoli delle migliaia che li seguono. Gentiluomini della giuria, condannateli, fatene un esempio, impiccateli e avrete salvato le nostre istituzioni, la nostra società."

Il 20 agosto la sentenza. Colpevoli tutti gli imputati. Sette furono condannati a morte. Neebe fu condannato a 15 anni. Sotto le pressioni della comunità internazionale (manifestazioni si tennero in italia, francia, spagna, olanda, russia... Oscar Wilde fece circolare una petizione...) la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo.

Louis Lingg, che al processo aveva detto: "Vi disprezzo. Disprezzo il vostro ordine, le vostre leggi, la vostra autorità basata sulla forza. Impiccatemi per questo." si suicidò.

Gli altri quattro, August Spies, Albert Parsons, George Engel e Adoph Fischer furono impiccati, l'11 novembre 1887.

Il 13 novembre mezzo milione di persone assistette ai funerali su Milwaukee Avenue costellata di bandiere nere sulle case di polacchi, tedeschi, boemi.

La battaglia delle otto ore subì una battuta d'arresto formidabile.

La AFL mandò a Parigi un delegato al congresso internazionale del lavoro del 14 luglio 1889 perchè proponesse il Primo maggio come festa mondiale del lavoro e in ricordo dei martiri di Haymarket.

Da allora, tranne negli Usa e dopo la Tatcher, in inghilterra, il Primo maggio è festeggiato in tutto il mondo come festa dei lavoratori.




(liberamente tratto, sunteggiando, da "Il maiale e il grattacielo" di Marco D'Eramo.)

Perchè quando non sai dove stai andando è bene ricordare da dove vieni.