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7月29日
knockin' on heaven's door
Mama take this badge from me
I can't use it anymore
It's getting dark too dark to see
Feels like I'm knockin' on heaven's door
Knock-knock-knockin' on heaven's door
Knock-knock-knockin' on heaven's door
Knock-knock-knockin' on heaven's door
Knock-knock-knockin' on heaven's door
Mama put my guns in the ground
I can't shoot them anymore
That cold black cloud is comin' down
Feels like I'm knockin' on heaven's door
30 luglio . - Ieri
sera questa canzone, pur ascoltata migliaia di volte in questi anni nelle
sue innumerevoli bellissime cover, mi ha improvvisamente catapultato,
solo ieri sera, in un ricordo rimosso. Una persona a cui ho voluto
bene e che non c'è più. Con la sua chitarra, che cantava questa
canzone, una notte d'estate, seduta su una barca capovolta, un fuoco
acceso da cui le arrivava il fumo in faccia, facendola ogni tanto
tossire, ridere, lacrimare. Un sacco di capelli sul viso e la sua voce. E i suoi occhi ridenti. Un'emozione intensa, vivissima: come essere lì, in quel momento. La sensazione che il passato fosse a portata di mano. E poi ancora, questa mattina, ancora il passato che si riaffaccia, incombente.
Il valore della vita non sta nella lunghezza dei suoi giorni, ma
nell'uso che se ne fa: si può vivere molto a lungo, ma molto poco.
(Micheal De Montaigne) Ma se la vita, per caso o per predisposizione, la si è vissuta intensamente, il passato diventa un fardello che ti trascini dietro. Più che i rimpianti ... sono i rimorsi? Le parole non dette, le cose non fatte. I punti senza ritorno che hai superato. Cose che fanno di me quello che sono ora, e che pure sembrano appartenere ad un'altra persona. La sensazione di essere a credito ma anche di essere in debito. Cerchi non chiusi e che mai si chiuderanno.
L'inquietudine che mi accompagna da sempre è figlia della vita che mi insegue? Essere sempre oltre ... non fermarsi mai, per non essere raggiunto.
Nessuno può starmi accanto in questa fuga da me stesso. E quando mi sembrava di aver trovato un luogo dove stare, il fuoco del mio dolore ha bruciato tutto. Sono condannato ad andare. Sempre. ......... 31 luglio .- Tutta la giornata di ieri con questa sensazione di ansia, difficile da definire, apparentemente senza motivo altro che non fosse quell'improvviso pensare, la sera prima, ad un'amica che non c'è più. Un malessere, un'inquietudine, un rovistare nella mia anima alla ricerca del perché di questo dolore. E ieri sera ho capito, quando leggo che una persona che in qualche modo mi era cara è morta in montagna, ieri.
Ciao Roberto. Mi dispiace tantissimo. Eri una persona gentile. Le tante cose che mi verrebbe da scrivere vanno dalla testa alla punta delle dita, ma si fermano prima.
Un abbraccio ideale a chi ti ha voluto bene e a cui mancherai.
da un articolo su repubblicaVillaggio blog, vista sul mondo le nuove forme di dialogo
di MARINO NIOLA"Dovessi spiegarti che cos'è il mio blog ti direi che è un luogo,
riscaldato d'inverno ed areato d'estate, con un indirizzo e una buca
delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una
porta aperta per entrare se ti andrà. L'insieme dei blog che leggiamo e
di quelli che ci leggono è un villaggio particolarmente salubre fatto
di abitanti che si siano scelti fra loro e non paracadutati lì dal
caso". Parola di blogger. È evidente che il blog è molto più di un sistema di
comunicazione. È un angolo di mondo, avrebbe detto Herder. O una forma
di vita, per dirla con Wittgenstein. In entrambi i casi uno spazio di
condivisione simbolica caratterizzato dai suoi usi, costumi,
sensibilità, abitudini, codici sedimentati - ma prima ancora creati - e
da un linguaggio comune. I blog sono a tutti gli effetti le nuove forme
di vita prodotte dalla rete, degli autentici angoli di mondo virtuale.
Certo che il blog è un luogo di
confronto e di scambio di idee, informazioni, pareri, servizi, ma è
anche di più, molto di più. Questa forma di diario in rete - il termine
è la contrazione di web e di log che significa appunto diario ma anche
traccia - sta dando vita a una nuova cartografia sociale. Fatta di
punti di aggregazione fondati sulla circolazione delle opinioni.
Qualcuno li considera un po' come la
versione immateriale dello Speaker's Corner, letteralmente angolo
dell'oratore, di Hyde Park a Londra, dove chiunque può montare su una
cassetta di legno a mo' di palco e predicare sul mondo in assoluta
libertà. Occupando un angolo di spazio pubblico per dire la sua. Quella
minuscola cassetta garantisce una sorta di extraterritorialità che
consente a ciascuno di dire fino in fondo tutto ciò che pensa. A ben
vedere il blog è proprio una occupazione di immaginario pubblico, una
sorta di tribuna virtuale. E contribuisce a rivelare la forma dei nuovi
spazi collettivi di una società che ha profondamente mutato le sue
categorie spaziali e sta passando dalle divisioni alle condivisioni,
dai luoghi tradizionali - territori fisici delimitati, confinati, sul
modello delle nazioni - agli iperluoghi immateriali che ridisegnano le
mappe del presente.
Nuovo luogo della condivisione pubblica in un
tempo caratterizzato dalla scomparsa progressiva dello spazio pubblico
tradizionale: un po' circolo, un po' palcoscenico, un po' salotto, un
po' sezione di partito, un po' piazza, un po' caffè. I diari in rete
rappresentano modi diversi di sentirsi comunità. Non più comunità
locali, e localistiche, basate sulla prossimità geografica,
residenziale, cittadina, ma su forme inedite di appartenenza.
Ecco perché il blog non è solo uno
strumento del comunicare, ma è una potente metafora del nostro presente
in rapida trasformazione e un simbolo anticipatore del nostro futuro. A
farne un mito d'oggi è proprio la sua capacità di dirci qualcosa di
profondo su noi stessi, di mostrarci con estrema lungimiranza ciò che
stiamo per diventare anche se ancora non lo sappiamo con precisione.
Nei grandi cambiamenti epocali il mito, la metafora, il simbolo si
assumono proprio il compito di lanciare dei ponti verso quelle sponde
del reale che ancora non vediamo ma, appunto, intravediamo. Anche se
abbiamo già cominciato a viverci dentro istintivamente. In questo senso
i comportamenti del popolo dei blog ci aiutano a cogliere quanto stiano
di fatto mutando le stesse categorie di identità e di appartenenza:
sempre meno materiali, sostanziali, fisse e sempre più fluttuanti,
mobili, convenzionali.
E come sia cambiata la stessa nozione
di luogo di cui viene oggi revocato in questione il fondamento primo,
ovvero l'idea di confine naturale, in favore di quella di confine
digitale. Il blog anticipa una realtà che non è più quella del paese,
della città, del quartiere, della classe d'età, della famiglia, della
parrocchia, del circolo. I bloggers si rappresentano come una comunità
di persone che si scelgono liberamente e su scala planetaria. E in
questa dimensione extraterritoriale intessono un nuovo legame sociale. Comunità senza luogo? Niente affatto. È la vecchia
nozione di luogo ad essere inadeguata. E assieme a lei quella
apparentemente nuova di non-luogo che della prima non è che la figlia
degenere. Perché è fondata su una idea pesante, solida, ottocentesca
del luogo e della persona.
Un'idea che ha l'immobile solidità
del ferro e non la mutevole fluidità dei cristalli liquidi. In realtà a
costituire il tessuto spaziale, ieri come oggi, sono sempre le
relazioni, mai semplicemente le persone fisiche. E oggi le relazioni
sono sempre meno incarnate, sempre meno materializzate, ma non per
questo scompaiono.
La liquidità della rete è la vera
materia sottile della trama sociale contemporanea, e perfino di quella
spaziale se è vero che oggi l'iperconnessione è il principio vitale che
circola come sangue nel corpo del villaggio globale. I cosiddetti
non-luoghi sono in realtà più-che-luoghi, super-luoghi, sono luoghi
all'ennesima potenza, acceleratori di contatti, incroci ad alta
densità, moltiplicatori di collegamenti tra bande larghe di umanità. È
questa la cartografia wi-fi della nuova territorialità, la cosmografia
del presente di cui Internet è il dio e Google è il primo motore
immobile. Una rivoluzione recente ma che sta già cambiando il
vocabolario dell'essere: dal to be al to google e, sopratutto, al to
blog.
Non a caso bloggare è diventato un
verbo. Il terzo ausiliare per chi è in cerca di casa, di lavoro, di
visibilità, di posizione insomma. È la terra promessa degli homeless
digitali, la nuova frontiera dei migranti interinali in cerca di hot
spots, di porte wireless, di ambienti interconnessi. Un nuovo paesaggio
fatto di camere con vista sul web. Proprio così una blogger definisce
il suo miniappartamento virtuale. O un villaggio di villette
monofamiliari dove si lascia sempre aperta la porta di casa perché chi
ne ha voglia possa entrare a prendere un caffè. Altro che fine del
legame sociale. La blogosfera è la traduzione della mitologia
comunitaria nella lingua del web, la declinazione immateriale della
società faccia a faccia: la nostalgia del paese a misura d'uomo in un
download.
Frequentare i blog serve, fra
l'altro, a smontare molti dei luoghi comuni sugli effetti nefasti della
digitalizzazione della realtà e sull'apocalisse culturale che essa
comporterebbe. Fine della lettura, tramonto dell'italiano, declino
dello spirito collettivo. In realtà questo sguardo luttuoso sul
cambiamento lamenta sempre la scomparsa delle vecchie forme e proprio
per questo fa fatica a riconoscere l'intelligenza del presente.
A parte quelli specializzati,
espressamente attrezzati a luoghi di cultura, palestre di discussione
critica, gabinetti di lettura, atelier di scrittura, i blog sono in
generale delle officine stilistiche e retoriche in continua attività,
dove la capacità di persuasione e l'estetizzazione della comunicazione
hanno spesso un ruolo fondamentale. "Qui sul blog è tutta un'altra
cosa. Scrivo in modo molto diverso da come scriverei su un diario. Le
persone che mi conoscono commentano e dicono la loro, e i pensieri
pubblicati sono molto più profondi".
Per
quanto diversi fra loro, i blogger nascono dal linguaggio e vivono di
linguaggio. Un regime democratico, dove ciascuno è opinionista nel
libero mercato delle opinioni, senza gerarchie di posizione, senza
ruoli, senza il peso dell'autorità. Dove ognuno è quel che scrive, dove
tutti hanno pari facoltà d'interlocuzione. È la nuova utopia della
libertà e dell'eguaglianza. Compensazione simbolica al malessere
attuale della democrazia in carne e ossa. 7月28日 Allora, venerdi sera bella festa a casa di amici (festa di arrampicatori però, con la conseguenza che tutta la sera parli di vie, di passaggi, di tipi di roccia ... ) e sono tornato a casa alle 3, quindi al mattino dormo. Che strana sensazione... dormire fino alle 10... con molta calma mi alzo... metto un po' a posto in casa (che ne ha sempre bisogno) e poi me ne vado ad arrampicare in una falesia sopra Frosinone, che nel pomeriggio va in ombra. Arrampichiamo fino a quando fa scuro e torno giù bello stanco. L'idea per il giorno dopo era andare in montagna a fare una passeggiata, ma non se ne parla. Faccio di nuovo tardi, mi addormento che sono le 2. Ieri mattina tre ore di bicicletta e poi dormo nel pomeriggio. A cena da un'amica e torno all'una. Oggi sono più rinco che negli altri fine settimana quando fatico in montagna...
Nun ciò più er fisico... nun so più er ghepardo de na vorta... (cit) :-(((
Chi c'è ancora che non è partito? Che avete fatto di bello?
7月25日 Nel senso che per me il sesso non ha una
trascendenza sul piano morale.
È un’attività tanto importante quanto il
sonno e l’alimentazione. Rientra dunque nelle funzioni della vita
vegetativa ma senza peso morale, senza significato. Allora non può
un’attività moralmente banale definire l’identità. Ecco perché dico che
l’omosessualità non esiste.
Per me sì è trascendente la vita degli
affetti, ma nessuno è identificato per la sua vita affettiva, molto di
più per la sua attività sessuale. Si dice che dare un significato
morale al sesso derivi da un errore commesso tanti secoli fa da un
patriarca nel creare due tipi di donne: la santa a casa e la prostituta
nella strada. Per così controllarle. Se lei vede, il peso morale del
sesso è sempre stato portato dalle donne. È di una donna che si dice
promiscua mentre di un uomo non lo si dice mai e non lo si vede male
per un eccesso di attività sessuale, purché non faccia la parte
femminile. In tal caso sì. Sia nell’omosessualità maschile che in
quella femminile se c’è uno di chiara posizione passiva, che fa insomma
il ruolo della donna, viene degradato automaticamente. È la parte del
penetrato, della penetrata, che viene sempre degradata. Il peso morale
non riguarda mai il penetratore. È, come ripeto, dando trascendenza
all’attività sessuale che vengono definiti i ruoli sessuali, altrimenti
essi non esisterebbero.
È in un’età in cui si definiscono i gusti sessuali (quindi diciamo tra
pubertà e adolescenza) che molti, in seguito alla pressione esercitata
dalla società per definire i ruoli, forzano la propria personalità per
adeguarsi ad un certo personaggio sessuale già definito a priori. Così
io credo che ci sia molta infelicità al mondo per via di questa
pressione, culturale, storica, ma artificiale. Suppongo che la verità
sia in un indefinito, per tutta la vita. Ciò non vuol dire che io non
veda come una grande e bella cosa la monogamia, la coppia che dura
tutta la vita, ma forse questa coppia non dovrebbe essere definita
necessariamente in base ad un affiatamento sessuale. Potrebbero esserci
dei matrimoni che non hanno a che vedere col sesso ma contratti da due
persone che si vogliono bene, che stanno bene insieme… Mi si può dire:
come è possibile che l’atto che dà la vita sia banale? Ma dà la vita –
speriamo – quando si vuol dare la vita. Non è che si dia la vita per
caso. Che il figlio venga da una mossa affettiva, non da una mossa
sessuale…
da un'intervista a Manuel Puig (scrittore)
http://www.riflessioni.it/conversazioni_fasoli/manuel-puig.htm
7月24日 Nel senso che avanza. Cioè è da buttare. Quando un paio di settimane fa sono caduto, in montagna, gli unici danni li ha riportati la macchina fotografica che avevo addosso. All'inizio sembrava aver resistito anche lei, poi all'uscita successiva, dopo un paio di scatti di è bloccata ed è morta. Una volta le cose si riparavano. Oggi non conviene più. Io sono cresciuto in un epoca in cui le cose venivano riparate. Le radio, i televisori, i giradischi, le macchine fotografiche... tutto poteva essere riparato. La frase "non conviene ripararlo, costa di più che a comprarlo" arrivò sul mercato negli anni ottanta. Le prime volte che me la dissero, al centro assistenza di una stampante, credo, non ci volevo credere e insistevo. Finché non mi dimostrarono, dati alla mano, che non conveniva. La mano d'opera specializzata, in grado di mettere mano su certi strumenti, costa molto. Il trasporto ad hoc o lo stoccaggio delle parti di ricambio, idem. Senza considerare che l'oggetto in genere nell'arco di un due-tre anni è invecchiato abbastanza da diventare obsoleto e quindi "che ce li spendi a fare i soldi per avere qualcosa di vecchio e dalle prestazioni vecchie quando puoi avere allo stesso prezzo qualcosa di nuovo con prestazioni doppie?"
Eh. Il ragionamento non fa una piega. Sembra. O no? Ora io ho questa macchinetta digitale. 5 megapixels, me l'hanno regalata nel 2004. E' anche un ricordo. E un ricordo mica da poco. Me l'ha regalata una donna che ho amato. Era una delle poche cose che mi restano di lei. Ora le macchinette se non hanno 10/12 megapixels sembrano cessi. Che ci devi fare con tutta quella definizione non si sa. Si potrebbero stampare foto formato poster. Ma tutti si accontentano di vederle sullo schermo del pc. Ridotte ovviamente. Perché altrimenti per guardarle ci devi viaggiare dentro con il cursore come marco polo nella via della seta. Però, della serie io ce l'ho più lungo, come per i telefonini e altri ammennicoli del genere, c'è la corsa al megapixel. Va beh.
Insomma. Mi sono ricomprato la macchinetta. Me ne sono fregato dei megapixels e ho cercato semplicemente quella che costasse meno fra quelle con la batteria ricaricabile. Punto. Che tanto per me, spingitore di tasti di digitali, va benissimo così.
E allora è arrivato il momento di buttare via l'altra. Ma mi dispiace. Ovviamente avevo telefonato alla Pentax e mi hanno detto "guardi non conviene ripararla". Mi sono detto: va beh, perso per perso, provo a ripararla io. Ma non ho i microcacciavite che servirebbero. E poi sono sicuro che non riuscirei a ripararla in realtà. Però non avrei la sensazione di buttare una cosa ancora viva. E' che quando provo ad accenderla quella fa beep beep beep... insomma segnala che ha un problema. E' come un grido di aiuto. A me pare brutto abbandonarla.
Ma non sono neanche il tipo che si tiene le cose inutili in casa. Che fare? Che fareste al posto mio?
7月23日 la frase del titolo è di James Joyce. Mi sembra appropriata ai rimuginamenti che faccio da ieri, dalla notizia dell'arresto di Karadzic. L'ex presidente serbo-bosniaco accusato di crimini di guerra dal tribunale dell'aja. Avevo come tutti un'idea un po' confusa di quello che è accaduto nella ex Jugoslavia negli anni 90. Ci hanno presentato stragi e genocidi condotti sai Serbi contro ogni anelito di indipendenza. L'assedio di Sarajevo; Srebrenica.... prendi queste informazioni e le metti lì. Poi c'è una guerra "giusta"; una guerra umanitaria. Necessaria per fermare i massacri. Il governo D'Alema, il primo governo della storia di questo paese con a capo un ex comunista, che manda i nostri Tornado su Belgrado. A bombardare. Un senso di orrore per questa guerra a pochi km di distanza dai nostri confini. Un senso di sgomento nel leggere i racconti da Belgrado. Belgrado non è medio oriente, non è africa, non è un posto del mondo dove vestono strani e adorano strani dei. Belgrado è una città in cui sono stato. E' Europa. La gente è come me, pensa come , scrive come me. Mi fa uno strano effetto vedere la notte di Belgrado squarciata dalle esplosioni. Poi passa. Tutto si dimentica e da lontano è facilissimo dimenticare. Qualche settimana fa prendo in mano un libro: "Sappiano le mie parole di sangue" di Babsi Jones ed è uno schiaffo in piena faccia. Stupido! Quante volte devi dirti stupido per aver creduto a quello che ti hanno detto? Quando imparerai che niente di quello che ti dicono è vero? E' uno spicchio di guerra vista dalla parte dei Serbi. E' la storia vista dalla parte dei Serbi. Quel libro mi apre gli occhi e mi fa cercare su internet tutto quello che posso trovare. Non è facile, perché in italiano non c'è molto oltre il coro che si conforma alla verità ufficiale. Quella che i vincitori hanno costruito, confezionato e presentato. Pronta per i libri di storia. In questa Storia, Karadzic è uno dei capri espiatori. Consegnato come pegno per l'integrazione europea della Serbia. Non più criminale di guerra di tutti gli altri attori di questa sporchissima guerra civile. Non più colpevole di tanti altri. Anzi. E' una delle ingiustizie della Storia. Quelle che saranno scritte (se ci sarà ancora una storia scritta dell'umanità) fra un centinaio d'anni, forse. L'idea che io mi sono fatto è questa. La metto giù semplice, senza riferimenti, links, dati. Come se la dovessi spiegare a mia figlia. Non voglio elaborare una tesi, non voglio dimostrare nulla. Ho solo cercato di capire e ora vi dico quello che ho capito.
Nei balcani convivono etnie e religioni diverse da secoli. Questa
convivenza non è mai stata facile. Durante la seconda guerra mondiale
si sono acuiti oltremodo i motivi di odio. I veri e propri genocidi (evito di postare racconti mostruosi dei massacri di centinaia di migliaia di persone)
- Ante Pavelic e i suoi ustascia con la complicità fattiva della chiesa cattolica di
monsignor Stepinac, (beatificato da woityla) (cattolici-fascisti) sui
serbi ortodossi (poi comunisti);
- la divisione Handzar bosniaca (musulmani-nazisti) sui serbi ortodossi
- i serbi ortodossi e comunisti (titoisti) poi per ovvia vendetta sui primi...
per non contare albanesi, macedoni, kosovari, sloveni, montenegrini
Tito riesce con il suo carisma e anche con la sua polizia, negli anni della ricostruzione, incredibilmente, a tenere compressi questi odi profondi
il potere centrale è in mano ai serbi, che stavano dalla parte di
chi la guerra l'ha vinta (i russi nello specifico di quella zona).
Per immaginare quanto debba essere stato difficile, basti pensare all'italia, dove gli effetti della guerra civile fra
fascisti e partigiani si sentono ancora oggi, e non c'erano a
rafforzarle né territorialità né aspetti religiosi.
Alla morte di Tito la situazione in breve esplode, ogni fazione tende a proclamare la propria indipendenza
il potere centrale, l'esercito, è praticamente tutto in mano ai serbi.
Nelle regioni che proclamano indipendenza iniziano i progrom antiserbi.
<< 1992-1993. Ti hanno fatto credere che Srebrenica sia un
episodio sui generis, che tutto accada semplicemente l'11 luglio del
95. Ti hanno mentito. Ascolta: è un guazzabuglio di nomi, di località e
di assassini, quello che sto per disporti in elenco. Non perderne una
sillaba, perchè l'ho imparato, per te, a memoria.
Cominciamo il 20 aprile 1992, Potocari. Quindi Zulazje, Kravica,
Bratunac, Bljeceva, Gniona, Osmace, Brezani, Ratkovici, Jezestica,
Krnjici. Siamoa fine giugno 1992. Nella stessa estate, Oricevi e
Podravanje, Nedeljsta e Rogosija. Nell'inverno del '92, Loznica Rijeka
e Rupovo Brdo. Tutti villaggi serbi rasi al suolo. Questa è la
ricostruzione operativa della Difesa Territoriale della Municipalità di
Srebrenica, coadiuvata dalle forze paramilitari islamiche e dalla 28a
Divisione dell'esercito musulmano, di stanza a Tuzla.
In quelle che la stampa occidentale ha denominato azioni, terminologia
igienica ed eufemistica, sono morti duemila e ottocento civili di etnia
serba, in due anni di anni di carneficine sistematiche.
E' scomparsa una valle di uomini e donne. Ecco: questo è quello
che vendicava l'esercito comandato da Ratko Mladic. Di quei morto dal
92 al 93 la stampa raramente ha fatto menzione. Gli uomini che Mladic
passò per le armi nel luglio del 95 erano gli aggressori di un biennio
precedente. Mladic andava a riacquisire militarmente un territorio di
rovine, e a far pagare a chi di dovere i suoi morti civili. Qualsiasi
generale lo avrebbe fatto. Qualsiasi generale, italiano, americano,
francese. Sei in grado di capire cosa sto dicendo? E' la
guerra.>>
da "Sappiano le mie parole di sangue"
In croazia e bosnia soprattutto, ma anche in kosovo e l'esercito di belgrado interviene.
Gli odi antichi, le faide, i massacri, gli orrori indicibili che chiedevano vendetta da 50 anni riesplodono
L'europa e gli usa per un po' stanno a guardare, avendo comunque
entrambi vantaggio dalla disgregazione della jugoslavia, potendo
contrattare con nuovi poteri locali anziché un vecchio potere centrale,
aprendosi spazi agli insediamenti industriali, al commercio e,
comunque, nello scacchiere post guerra fredda, significa avanzare il
confine occidentale verso est.
L'europa, forte di antichi rapporti, stabilisce contatti diretti:
la Germania è la prima a riconoscere l'indipendenza della Croazia;
l'italia come sempre tiene il piede in due staffe, avendo ottimi
rapporti con la Serbia, ma non volendo perdere alcuna possibilità si
accoda al carro europeo dei riconoscimenti
Nel frattempo i massacri continuano, da tutte le parti, senza
esclusione di colpi: è una guerra civile vera e propria, sporca quanto
può esserlo una guerra civile. senza dignità, né pietà, né alcuna
convenzione. Non risparmia nessuno. Si appendono bambini spellati vivi
agli alberi.
Gli Usa si accorgono che saranno tagliati fuori dalla spartizione
che l'europa sta facendo dei resti iugoslavi e decidono che è
necessario intervenire.
L'europa non aveva necessità di intervenire.
Perchè sporcarsi le mani in questo pantano di sangue?
Basta aspettare che si scannino e tutto ci cadrà in mano.
Gli usa no.
Se vogliono avere benefici devono sporcarsi le mani.
Andare lì.
Avere titolo per starci.
"Per gli americani la migliore Europa possibile deve essere
sufficientemente unita ma sotto il dominio USA e, quindi, agiscono per
renderla sufficientemente divisa per impedirne l’affermazione come
superpotenza concorrente.
Gli Usa, dunque, temono oggi più di ieri una moneta destinata a
favorire nel tempo le esportazioni europee e nel tempo, a minacciare il
rango del biglietto verde come valuta di riserva mondiale. La
subordinazione UE agli USA è chiara anche durante e dopo la guerra NATO
in Jugoslavia, basta vedere come l’Euro perde sul dollaro (circa il
12%) e come la guerra incide in modo decisamente negativo sull’economia
dell’Europa dei 15, mentre la crescita in USA nel periodo bellico è del
4,5% seguendo un forte andamento di crescita già avuto negli ultimi
mesi del 1998 in cui l’economia americana si preparava ai nuovi
conflitti in Iraq e in Jugoslavia.
E’ con tali premesse che gli USA passano nei confronti dell’UE
dalla guerra economica anche alla guerra guerreggiata, vedi la guerra
in Jugoslavia, sfruttando il fatto che in Europa va avanti la
centralizzazione economica ma manca del tutto quella politica, e
quindi, militare, contando su questi temi anche sul ruolo di
“guastatore europeo” della Gran Bretagna.
" da http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=57
E così s'inventano la guerra umanitaria
e all'europa riottosamente tocca sporcarsi le mani, per non rimanere tagliata fuori.
Fra tutti le parti in causa, quella ancora con una parvenza di
stato, con un esercito, è la Serbia: il nucleo della ex Iugoslavia.
E' ovvio che il nemico dovrà essere la Serbia
Peraltro, da sempre, una buona guerra rappresenta un bell'impulso all'economia di un paese, e gli USA ne hanno bisogno.
(e ne avranno sempre più bisogno, negli anni successivi)
E allora si costruiscono i casus belli.
La macchina della propaganda si mette in moto,
gli specialisti entrano in azione:
Racak. Un nome che resterà per sempre associato alla guerra etnica che
ha insanguinato il Kosovo dopo che il 15 gennaio 1999 gli osservatori
dell'OSCE vi trovarono i corpi di 45 civili albanesi, frettolosamente
definiti vittime di un eccidio perpetrato trucidati dalle milizie serbe
nel corso di una rappresaglia. L'orrore sollevato da quella che venne
definita una strage, nonostante le perplessità di molti tecnici, medici
e giornalisti, contribuì in modo decisivo a indurre l'opinione pubblica
occidentale a sposare la tesi della "guerra umanitaria" contro Belgrado
giustificata dalla necessità di impedire altri massacri di civili. Due
anni dopo la vicenda tre patologi legali finlandesi che hanno avuto
occasione di esaminare a lungo i cadaveri recuperati nelle fosse comuni
e i reperti portati ad Helsinki per esami approfonditi concordano nel
ritenere il massacro di Racak una clamorosa montatura. La notizia,
diffusa giorni or sono dalle agenzie di stampa e dal quotidiano
Berliner Zeitung, conferma che i tre specialisti finnici hanno
riscontrato la totale assenza di elementi balistici e medico-legali che
possano confermare l'esecuzione sommaria quali la presenza di
proiettili sparati a bruciapelo e dalle stesse armi. Al contrario, i 40
corpi sfigurati e mutilati sui quali vennero effettuate le autopsie
secondo i referti appartenevano a persone nel 90% dei casi uccise con
proiettili esplosi da distanze elevate, con diverse angolazioni di tiro
e da armi molto diverse tra loro.
Le esperienze maturate negli ultimi anni in Bosnia, Croazia e nello
stesso Kosovo permettono ormai di stabilire le caratteristiche medico
legali delle esecuzioni di massa e a quanto pare Racak non rientra in
questa categoria. A dire il vero la vicenda non convinse fin
dall'inizio gli osservatori più smaliziati e neutrali. Troppe le
coincidenze che avevano portato alla scoperta dei corpi e troppo
frettolose le conclusione del capo della missione dell'OSCE, lo
statunitense William Walker, che non esitò a condannare Belgrado prima
ancora che venissero effettuate le autopsie. Il "diplomatico"americano,
ex ambasciatore in El Salvador, è del resto un esperto in
disinformazione e attività clandestine. Negli anni '80 fece parte dello
staff incaricato del supporto ai "contras" nicaraguensi organizzando un
ponte aereo che sotto la falsa copertura di una missione umanitaria
permise di rifornire i guerriglieri antisandinisti. Coinvolto nel
processo a Oliver North, Walker venne accusato di aver organizzato
l'impiego segreto di migliaia di militari statunitensi in Centro
America. Considerati gli stretti rapporti tra i guerriglieri kosovari e
il Dipartimento di Stato di Washington è possibile ritenere che la
"strage" di Racak sia stata messa in scena dalla CIA e dall'UCK con la
complicità di Walker, raccogliendo in un unico luogo
cadaveri provenienti da diverse zone del Kosovo e appartenenti a
guerriglieri (le prove effettuate da medici serbi e bielorussi
riscontrarono tracce di polvere da sparo sulle mani della gran parte
dei cadaveri) o persone uccise in circostanze diverse, sfigurate e
mutilate per rendere più difficili i rilievi medico-legali e più
efficace la messa in scena utile a suscitare orrore e indignazione
nell'opinione pubblica occidentale per preparare il terreno
all'intervento militare della NATO. Non è certo la prima volta che
tragedie umane e massacri vengono costruiti o ingigantiti per
giustificare un intervento militare ma non è chiaro se i partners
europei della NATO fossero tutti d'accordo con gli statunitensi nel
simulare un massacro per scatenare la guerra oppure se i giochi siano
stati fatti dagli USA e dall'UCK con gli europei relegati al ruolo di
comparse, vittime anch'essi degli inganni dell'alleato
d'oltreatlantico? La differenza è tra l'essere co-protagonisti di una
montatura che aveva obiettivi politico-strategici precisi, comuni o
condivisi (seppur discutibili) e l'essersi prestati da ingenui
dilettanti a una scaltra truffa orchestrata dallo "Zio Sam".
Gianandrea Gaiani (direttore "Analisi Difesa") http://blackandwhite.blogosfere.it/2006/06/kosovo-la-strag.html
La serbia viene minacciata e quindi aggredita.
Ovviamente sconfitta.
Gli uomini che non si sono arresi immediatamente continuano a pagare:
milosevic, karadzic, mladic ... diventano "criminali di guerra".
Degli altri massacratori, nessuno.
O ben pochi. Naser Oric. Il Che Guevara di Bosnia lo
chiamano. Nipote di un ufficiale ustascia arruolato nella divisione
handzar, e il cerchio un attimo si chiude. Nella sua abitazione, a
detta di Cohen e Rohde, che pubblicarono le loro testimonianze sul New
York Times e sul Christian Science Monitor, oric adorava mostrare ai
giornalisti, su un televisore Sony a 21 pollici, le sue imprese
belliche. Corpi carbonizzati, teste decapitate. Su pellicola. (da "Sappiano le mie parole di sangue" http://slmpds.net Naser Oric è stato assolto dal Tribunale dell'Aja.
Il che ha portato molto recentemente (10/7/08 ) la russia a chiedere la
chiusura del tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra
dell'Aia.
http://it.reuters.com/article/topNews/idITPOL02811520080710
La Russia dice che questo tribunale è di parte.
La macchina della propaganda una volta messa in moto in una direzione non si può fermare.
Non è che si può dire: signori abbiamo scherzato, era tutta una cazzata.
Imotivi per intervenire con la guerra umanitaria li abbiamo creati noi, ve li abbiamo fatti credere, ora lasciamo stare.
No. Si va avanti. Fino a che l'ultimo testimone non sarà seppellito in una prigione o morto.
E sui libri di storia finirà una verità, una delle tante costruite dai vincitori, quella che faceva comodo ai vincitori.
http://www.pane-rose.it/utilities/download_rtf.php?id=11337
7月14日 Solito weekend in montagna. Partenza venerdi sera tardi con un amico, qualche ora di sonno nel bozzolo del sacco a pelo e poi al mattino via a scalare. Avevo dubbi su me stesso. Pensavo che il volo della settimana precedente mi avrebbe condizionato. Insomma che sarei stato insicuro, tremebondo, non appena messe le mani sulla roccia. Invece no. Più o meno è stato come sempre. Forse ero così concentrato nel combattere un possibile effetto di rimbalzo, quello più evidente, da non far caso ad uno meno esplicito ma non meno significativo. Mi pare infatti, mano mano che salivo la via, di aver progressivamente perso la voglia di scalare. Di essere in montagna.
Non ho ben capito se la cosa riguardi solo lo scalare, o per niente lo scalare, o anche, o solo, tutto il contorno. Ovvero il partire, dormire nel sacco a pelo, mangiare per strada seduti per terra, puzzare di sudore dopo il primo giorno, sentire i capelli appiccicati dall'umidità la mattina quando ti svegli che è ancora notte, la fatica dello zaino pesante pieno di attrezzatura, le ginocchia che fanno male...
Per cosa? Ossessivamente una via, e il giorno dopo un'altra via, per poi progettare ... un'altra via... niente altro. Va beh la passione, mi dico; ma così mi sembro un forzato. Mi sembra un'ossessione vera e propria.
Mi sa che mi prendo un momento di respiro. Così non va.
O forse sono solo in un momento di depressione, per cose della mia vita che vorrei andassero in modo diverso; per persone che ho amato e che mi hanno deluso e ferito, e continuano a farlo anche da lontano, e non riesco a vivere bene anche le cose che andrebbero bene, dato che le vedo come un sostitutivo, un qualcosa che prende molto spazio nella mia vita per mancanza di altro e prepotentemente impedisce a qualsiasi altro di entrare a farne parte. Forse per paura di cambiare. E' che a volte tornano zone della nostra esistenza passata, come i peperoni si ripropongono. Cose non risolte, con cui non si è in pace, di cui ci si chiede ancora perché. E queste cose influiscono sul presente, lo determinano, in qualche modo. Basta poco per mettere in moto catene di riflessioni. Sarà un momento così.
7月9日 Qualche foto di montagna della scorsa settimana. Non le carico qui sul blog perché preferisco l'impaginazione che ho sempre usato nel mio sito web e perché ci collego la relazione della via (per quelli che frequentano il mio sito e a cui può interessare). http://robuzz2.altervista.org/spigologuide/
 7月8日 Ho imparato da ragazzo a considerare le donne prima di tutto esseri pensanti.
Sembra poco, e scontato. Ma è dura da scartavetrare la patina culturale per cui le donne agli occhi di un maschio sono prima di tutto, altro.
Siamo diversi biologicamente e questa diversità biologica ha prodotto quella culturale.
Gli assetti economici poi cambiano e quelli culturali si adeguano, disegnandosi sulle strutture socio-economiche. Ma ci vuole tempo. E comunque resta la diversità biologica.
Ma questo, in fondo, basta saperlo, no?
Maschi, femmine... diversi ma necessari, reciprocamente. Un po' consapevoli e un po' strumenti di meccanismi biologici, ma anche cercando di essere ironici e distaccati quando vediamo come certa cultura ci condizioni.
Non ho mai sofferto di complessi d'inferiorità verso il femminismo. E nemmeno di aggressività.
Non devo dimostrare niente a nessuno, e nulla da una donna deve essermi dimostrato.
Il mio rapporto è con le persone. Con gli esseri senzienti.
Però devo dire che preferisco rapportarmi alle donne.
Sono più disposte a pensare. Sono più attratte, in genere, e come me, dalle riflessioni sui sentimenti. Più attente al significato delle emozioni.
Spesso, fra maschi, si instaura un meccanismo competitivo, consapevolmente o meno.
Con le donne c'è magari la battuta maliziosa, l'attrazione fisica anche, il gioco dei sessi è sempre presente, anche quando solo in sottofondo, una specie di trama su cui vanno a intessersi discorsi che nulla hanno di corteggiatorio, anzi.
C'è una similitudine nel ricercare dialoghi che vanno dalla politica alle emozioni passando per la tecnica ma anche per il semplice estetismo.
I maschi in genere sono più trattenuti. Quasi temessero fra loro di scoprirsi, ognuno considerando l'altro un pericolso rivale a cui confidando proprie debolezze si scopre il fianco a futuri attacchi.
Io non sono così.
Non sono così forte da essere indifferente alla perdita di amicizie.
Ma non mi spaventa, se questo deve essere.
Non mi tengo nulla per paura di...perderlo. Ogni rapporto che ho ce l'ho perchè nella reciproca trasparenza ci troviamo interessanti, stimolanti, affidabili...
Ecco. Con le donne mi è più facile.
Con gli uomini molto meno.
Questo è vero soprattutto nel web, dove l'interazione rimane nell'ambito dello scambio virtuale. Senza commistioni di altro genere, a cui si può essere tentati, quando ci si trova interessanti, stimolanti, e, magari, anche molto attraenti.
Ma è vero anche nella vita reale. Dove ho un sacco di amiche, amiche. Veramente amiche.
Ecco.
Secondo me le donne sono (mediamente, è chiaro) interlocutori molto più interessanti e completi dei maschi.
A qualsiasi età.
I maschi molto, molto meno.
Non è che non siano intelligenti, i maschi. Ma spesso la loro intelligenza è settoriale. E' indirizzata verso qualcosa di specifico.
Sono incapaci, quando posseggono intelligenza, di spaziare dall'ambito razionale a quello emotivo (mediamente, sempre).
Insomma, ripeto, perché odio le generalizzazioni... mediamente più femmine dei maschi sanno essere multiformi, ricche dal punto di vista emozionale e capaci di esternarlo in una comunicazione che non sia fra intimi.
E poi, come maschio, le preferisco :-) perché sono (per me) piacevoli da guardare. E non è poco ...  Insomma, lungi da me l'idea di essere esaustivo su questo argomento. E' solo uno spunto di riflessione. 7月7日 “…Questa esigenza nasce dalla consapevolezza che occorre dare un senso e uno scopo a quella politica di austerità che è una scelta obbligata e duratura, e che, al tempo stesso, è una condizione di salvezza per i popoli dell'occidente, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano. L'austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l'austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi. Per noi l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell'individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L'austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata…” “…L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (...) La politica di austerità … può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura.” :::::::::::::::::: Enrico Berlinguer
.... alcuni passaggi dei suoi interventi al Teatro Eliseo di Roma (1977) e al Teatro Lirico di Milano (1979) che
delineavano la cosiddetta politica dell’austerità:
Non apprezzavo Berlinguer in quegli anni (ero molto giovane ed evidentemente molto stupido) e non mi sono mai dato pena di trovare motivi per cambiare opinione.
Ma questi scritti, a 30 anni di distanza, fanno riflettere
:::::
trovo su http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4792&mode=&order=0&thold=0 7月6日 Ritorno dal Gran Sasso ancora un po' incredulo di quello che mi è capitato: il mio primo (e spero ultimo) volo in montagna.
Per chi non lo sapesse, per "volo" s'intende cadere mentre stai scalando.
Ci sono molti modi di cadere, su protezioni che reggono un camion o su cose aleatorie; nel vuoto (che non ti fai nulla) o su rocce rotte (pericolosissimo); ti puoi far niente oppure ammazzarti.
Io non mi sono fatto niente. E ancora non ho capito bene perché. Ma certo ne sono contento.
La via che siamo andati a fare era una via che si è rivelata bella dura, su protezioni tradizionali, ovvero chiodi messi nel corso del tempo, alcuni belli arruginiti da integrare con altre cose che si usano, tipo dadi da incastrare nelle fessure e i cosiddetti friends, cioè dei meccanismo a cammes e molla che se tiri tendono ad aprirsi. Insomma vabbè senza farla troppo lunga: sali e metti queste protezioni, con dei moschettoni in cui passi la corda che ti tiene il compagno, queste protezioni se terranno una tua caduta dipende da come le hai messe... non sempre trovi da metterle e non sempre si possono mettere a regola d'arte: dipende dalla conformazione della roccia che sali.
Insomma, siamo partiti a comando alternato. La prima lunghezza di corda la salgo io, recupero il mio compagno e parte lui, e così via. Ovviamente, lo dico sempre per chi non sa come funziona la progressione in cordata, mentre chi viene da secondo, con la corda sopra, non rischia quasi mai nulla, perché se cade rimane appeso senza caduta, dato che la corda è sempre tesa; chi rischia maggiormente è quello che scala da primo, il quale rischia una caduta pari al doppio della distanza dall'ultima protezione che ha messo.
Vabbè. Per farla breve... saliamo a tiri alterni, prima io, poi il mio compagno, poi io, poi lui...in breve siamo quasi alla fine della via. Siamo partiti prestissimo: ci siamo svegliati alle 5,30, abbiamo iniziato a camminare alle 6 con degli zaini belli pesanti e alle 8,30 abbiamo attaccato la via, in completa solitudine. Giornata perfetta si stava benissimo.
Tocca a me l'ultimo tiro della via. Poi si raccorda con un altra via che conosciamo, per averla fatta, come facile.
Salgo e trovo subito abbastanza difficile. E' una fessura svasa, la roccia intorno è liscia, e diventa sempre più verticale.
Rinvio due chiodi di via ma non mi fido troppo, sono vecchi. Nella fessura metto un mio friend che mi apre buono, mi da fiducia. Salgo qualche centimetro ma è sempre dura. Faccio diversi tentativi, metto un altro friend sopra, ma non mi pare molto buono, vedo che lavora male, nella fessura, una delle camme non prende bene. Salgo ancora, tiro molto e alla fine arrivo ad un chiodo, lo rinvio.
Su in altro, a circa 2 metri vedo un altro chiodo, la fessura è finita e sembra più facile, mi tiro molto delicatamente ma non trovo le buone prese che speravo di trovare.
Il piede sinistro è su un appoggio buonino, la mano sinistra tiene una sporgenza verticale tirando con la spalla per tenere dentro il corpo, la destra una buona tacca e il piede destro è sul niente: solo appoggiato alla parete sfruttando la rugosità della roccia.
Se mi allungo arrivo al chiodo e lo posso rinviare, ma sono scomodo. Mi devo mettere meglio con i piedi, altrimenti rischio di perdere l'equilibrio mentre mi allungo. Guardo e non vedo niente, ma dopo mezzora che combatto per salire poco più di I0 metri sono stufo. Vedo il chiodo sotto i miei piedi che sporge e mi dico ..ma sì, ma chi se ne frega dell'etica (non si dovrebbero usare le protezioni per la progressione) insomma ci appoggio la punta del piede per stare su due buone appoggi.
Appena stacco la mano destra dalla roccia per prendere il rinvio da mettere sul chiodo in alto mi ritrovo a che vengo giù.
Non c'è tempo di aver paura. L'unica cosa che riesco a pensare è che sto cadendo "troppo". In un istante capisco che qualche protezione non ha tenuto, mentre cado guardo verso la linea che avevo salito: penso di stare strappando le protezioni. Poi sento lo strappo della corda. Rotolo sulla roccia che più in basso non è verticale ma appoggiata, leggermente.
Sono fermo. Sono vivo. Col pensiero scorro sul mio corpo. Sembra che nessun grande dolore mandi segnali preoccupanti. Ho del sangue sulle mani. Cerco di mettermi in piedi, mentre la corda mi tiene. Il mio compagno mi ha tenuto. Nemmeno per un istante ho mai dubitato che non mi tenesse. Mi chiede come va. Gli dico bene, mi fa male un tallone, il pollice. Il sangue viene dal mignolo. Ma è una roba superficiale.
Guardo su. Sono rimasto appeso ad un friend, quello che sembrava messo male. Il chiodo è venuto via.
Sono volato per I0 metri circa. Non mi sono fatto niente, ma quando il compagno mi cala fino alla sosta tremo. E' un problema nervoso perchè sono calmo, so di non essermi fatto nulla. Ci scambiamo le corde, il mio compagno parte, sale il tiro, rimette il chiodo che era uscito, (era lungo 3 cm) finiamo la via.
Sono frastornato, stranamente rilassato, diciamo pure un pò rincoglionito. Come frastornato.
Deve essere un effetto della tempesta chimica che mi sono autoprodotto.
Volo di I0 metri in montagna, su un friend e non mi sono fatto niente. Diciamo che ho giocato un jolly.
Questo nella foto è il mio compagno di cordata nel tiro appena sotto. Poi, praticamente da quel punto sono partito io e sono caduto. 7月4日    ebbene si: in montagna, sul gran sasso. Domani voglio scalare questa via:
 Il meteo dovrebbe essere buono, ma parto prestissimo lo stesso. Preparo lo zaino con le cose da scalata stasera, cena e scherzi con gli amici e a dormire presto nel sacco a pelo. Come al solito prima di addormentarmi penserò alla via, se sto dimenticando qualcosa, se sto portando le cose giuste. Del mio compagno di cordata ho piena fiducia e mi sento tranquillo. Cercherò di fare qualche foto, stavolta. E anche di farmele fare, se possibile. Ciao
7月2日 DON JUAN:«Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall'ambizione.» «Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Questa è una domanda posta solo da un uomo molto vecchio. Il mio benefattore me l'ha detta una volta quando ero giovane, e il mio sangue era troppo vigoroso perché la comprendessi. Ora la comprendo. Ti dirò che cosa è: Questa strada ha un cuore? Tutte le strade sono uguali; non portano da alcuna parte. Sono strade che passano attraverso la boscaglia o che vanno nella boscaglia. Nella mia vita posso dire di aver percorso strade lunghe, molto lunghe, ma io non sono da nessuna parte. La domanda del mio benefattore ha adesso un significato." Questa strada ha un cuore? Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce.» (...) Carlos Castaneda, A Scuola dallo Stregone
Quanto ci ho messo... a capire il concetto: "tutte le strade sono uguali, non portano da nessuna parte" e "io non sono da nessuna parte".
Che poi ritrovo anche nei versi di Machado:
Viandante, sono le tue orme
il cammino e niente di più;...
Viandante non c’è una strada
ma solo scie sul mare
Non c'è un modo giusto da cercare per arrivare da qualche parte. C'è il modo giusto per sé, che non condurrà da nessuna parte, ma darà un senso al tuo andare. E quello che lascerai dietro di te, sono solo scie sul mare. Conta il presente; non da dove vieni, non dove vai. Ma conta riempire l'istante presente della consapevolezza di essere dove dovresti essere, ed essere quello che vorresti essere.
7月1日 Picco del petrolio? si/no/forse molti esperti concordano ormai sul fatto che sia già avvenuto, nel 2005. Aldilà delle speculazioni finanziarie, ci sarebbe un solo modo per saperlo con certezza. Aspettare qualche anno e guardare il prezzo alla pompa. Ma non sarà così facile, in realtà. Perché non stiamo parlando del picco nel pescato del tonno atlantico, che comporta gravi ripercussioni nell'economia locale che si reggeva su pesca e lavorazione del suddetto ma che è sostanzialmente ininfluente nelle nostre abitudini di vita a livello globale. Stiamo parlando del petrolio, ovvero dell'energia.
Il petrolio è quella cosa che ci ha permesso negli ultimi 80 anni di moltiplicare la produzione agricola e gli allevamenti animali; di produrre oggetti che prima non esistevano; di trasportare noi e le merci in ogni parte del mondo; di arrivare sulla luna; di costruire città sempre più grandi; di scaldarci d'inverno e rinfrescarci d'estate, di estrarre ogni tipo di materia prima, di lavorarla negli altoforni...
Tra l'85 e il 90% dell'energia usata sulla terra proviene dal petrolio.
Non è l'oro il motore dell'umanità; non sono i soldi: è l'energia.
Non sarà possibile quindi stare semplicemente a guardare come di fronte ad un abbassamento della qualità del prodotto estratto e gli aumentati costi di estrazione ci sarà un aumento progressivo del costo del greggio. Perché intorno al petrolio sono fatte tali e tante manovre politiche e finanziarie da rendere quasi impossibile, e non solo ad un profano, disaggregare i dati per capire come e quanto una certa pressione politica possa influire piuttosto che una serie di manovre speculative o magari politiche protezioniste delle banche centrali.
Alla fine, come nel gioco delle tre carte, la carta buona sarà sempre da un'altra parte: resterà il prezzo del petrolio che fra poco inizierà ad avere serie ripercussioni sul nostro stile di vita.
L'industria dell'auto è in crisi. Non ci vuole molto a capire che molti ci stanno pensando non poco prima di acquistare un'auto nuova pensando che la useranno sempre meno, che magari a breve ne uscirà una che consuma di meno, o ibrida, o magari con incentivazioni, o comunque c'è un certo irrigidimento nel credito al consumo... E certo: se qualche mese fa le famiglie avevano problemi ad arrivare alla fine del mese, ora con gli aumenti ulteriori della benzina, i giorni saranno ancora diminuiti, no?
Ovviamente di questo però non si parla più, essendo altri i problemi sbandierati dai media asserviti: la sicurezza, le intercettazioni, l'intangibilità delle alte cariche (una in particolare)...
Ma crisi del mercato dell'auto vuol dire prospettive nere per centinaia di migliaia di persone che lavorano impiegate in quel settore o nell'indotto. Le quali apportano comunque reddito ad altre centinaia di migliaia di persone, commercianti, che vivono grazie ai consumi di chi trae il proprio reddito dall'industria dell'auto.
Il governo ha messo una toppa (estremamente provvisoria) alle proteste dei pescatori per il caro gasolio: là... 150 milioni di euro per contributi.
Il governo ha messo una toppa (estremamente provvisoria) alle proteste degli autotrasportatori per il caro gasolio: là... 200 milioni di euro per contributi.
Promesse. Dio provvede.
La confocommercio si aspetta interventi urgenti da parte del governo.
Ma da dove tirerà fuori sti soldi (e tutti quelli che dovrà promettere nei prossimi mesi) il governo? E il prestito ponte per l'Alitalia? (con tanto d'infrazione EU) per tenere in piedi un'azienda decotta, proprio nel momento in cui il prezzo del carburante sta mandando in crisi (e lo farà sempre di più) tutta l'industria dei trasporti di persone e merci.
Ma vabbè, sto divagando.
Torniamo al picco del petrolio. Che sarà possibile capire solo a posteriori, dopo qualche anno, quando metteremo una data simbolica: ecco, il picco del petrolio ci fu nel 20xx... da quel momento la nostra vita iniziò a cambiare.
Sarà un problema per gli storici. O per i curiosi. Ma non cambierà di una virgola la nostra esistenza saperlo.
Dopo.
Oggi forse qualcosa ancora potrebbe cambiare. Quantomeno potremmo prepararci. Avremmo più tempo per impostare la nostra vita in vista del collasso. Si perché di questo si tratta.
Se non è già avvenuto nel 2005, come dicono, il picco avverrà nei prossimi anni. Il fatto che fino ad oggi siano stati consumati mille miliardi di barili e che ne restino altrettanti non vuol dire che ci restino altrettanti anni quanto quelli passati dalla prima estrazione. Il consumo è aumentato in progressione geometrica. La richiesta attuale di paesi emergenti come cina e india è enorme. La qualità del greggio estratto è comunque considerevolmente inferiore e comporta costi di raffinazione molto alti. Questo, anche ad essere ottimisti sta comportando speculazioni e il vacillare delle politiche protezioniste USA. Siamo vicini al punto di svolta: nel momento in cui qualche paese cercherà di bypassare il dollaro, che gli americani hanno imposto negli anni 70 come moneta per gli acquisti di petrolio, per l'economia USA sarà uno shock pesantissimo. Superiore alla crisi del '29. Cosa farà l'impero?
E' difficile immaginare che scenari si apriranno a quel punto. Ma non è difficile supporre che non sarà indolore per le economie collegate.
Esiste la tendenza di risolvere il problema con la guerra. In un modo o nell'altro le guerre accellerano la soluzione delle crisi. Non a caso il nuovo nemico, lo stato canaglia Iran è oggetto di continue attenzioni. Ma l'Iran non è l'Irak indebolito da 10 anni di embargo. Sono 70 milioni di persone con una buona marina, un'ottima aviazione, un notevole esercito e, soprattutto, un buon asse di alleanze internazionali: il cosiddetto Patto di Shangai, che comprende fra gli altri, Cina, India, Russia...
Per cui occorre un notevole pelo sullo stomaco, e una notevole disperazione oserei dire, nella testa degli strateghi USA per pensare di attaccare l'Iran. Un allargamento del conflitto sarebbe inevitabile. E oggi gli USA sono in grado di sopportarlo? Molti dubitano di ciò.
Ma ci sono alternative? L'impero crollerà su se stesso senza che la sua potente macchina di guerra che lo porta ad avere basi in 130 paesi nel mondo si metta in movimento?
E' una situazione questa che stiamo vivendo in cui la crisi economica e finanziaria va ad innestarsi su una crisi di risorse e di modo di produzione, in un mondo che è sovrappopolato.
Chi ha letto "Collasso" il libro di Dereck Diamond, ha idea di quali elementi siano quelli fondamentali nel provocare il collasso delle civiltà. - crisi di risorse (impoverimento dei suoli, taglio dei boschi) nel nostro caso il petrolio ha sostituito tutto questo - crisi di sistema (incapacità di prendere decisioni lungimiranti) - crollo del sistema centralizzato, localizzazioni, guerre
Gli elementi ci sono tutti. E anche qualcuno in più. Ognuno pensi a come prepararsi.
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