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8月31日

elogio della pigrizia

Stavo facendo mentalmente un bilancio di questo periodo di vacanze e sono contento di come sono state.
Se cerco un tratto distintivo in esse direi che sono state all'insegna della pigrizia.
Una pigrizia consapevole, che mi ricaricava fra un viaggio e l'altro; fra arrampicate e camminate; belle serate con amici.
Una pigrizia a cui mi sono abbandonato, un dolce far niente, un dormire, leggere, dormire, ascoltare musica, senza rimpianti e senza soprattutto rimpiangere di star sprecando il tempo.
 
Forse qualcuno in questo atteggiamento mentale non vedrà niente di strano. Ma per me ha il dolce sapore della conquista. Erano anni che non riuscivo ad accettare di passare delle giornate in casa, semplicemente senza far nulla.
 
Invece in questo periodo ho accettato che non fosse necessario partire per posti lontani, come se le mie zone mi bruciassero; e che non fosse necessario stare tanto lontano da casa, come se la mia casa mi soffocasse; che non fosse necessario fare cose che normalmente non riesco a fare, come se tutto quello che faccio normalmente non mi piacesse.
Alla fine ho fatto quello che faccio sempre, ovviamente in vacanza, quindi con molta più tranquillità e rilassatezza.
La sensazione di un tempo liquido e cremoso, scorrevole come un fluido denso, ricco di elementi nutritivi.
La sensazione di stare bene dove stavo, perchè non avrei voluto essere altrove.
Qualunque fosse il posto in cui stavo era quello che avevo scelto io.
 
Questa riflessione mi ha fatto venire in mente che forse il correre sempre oltre il presente, essere sempre proiettati nel fare quasi compulsivamente qualcosa non è altro che una fuga da se stessi. Un proiettare il proprio corpo oltre la propria anima, in modo che questa sia costretta a raggiungerlo, in uno spostarsi ad elastico, in cui si corre avanti, si pensa ad arrivare, a sistemarsi, e quando si è lì si pensa già ad essere altrove.
Inquietudine è la parola. Ma star male con se stessi è il concetto.
 
Ecco, forse in questa pigra estate in cui non mi sono mai annoiato, anche stando solo a casa a leggere, scrivere, o dormire. O cercando gli amici per scalare, ma anche dividendo con loro una camminata, una mangiata di lamponi, un week end in tenda in una falesietta più chiacchierando che scalando... ecco forse, posso dire di aver ritrovato qualcosa che avevo perso.
 
La mia anima e il mio corpo si sono ricongiunte scoprendo di stare bene insieme.
Certi dolori restano, ma si possono sopportare. Insieme ai tanti altri di una vita segnata da cicatrici profonde.
L'importante è essersi fermati. Aver smesso di fuggire.
 
Riparto da me. Settembre, arrivo.
 
 
8月27日

per ridere

Dopo il triste post di ieri, per farlo passare in secondo piano, sono andato a ripescare nel forum in cui scrivo un post che feci tempo fa. Un racconto di una notte particolare: "la notte in cui il palazzo si allagò".
E' tutto assolutamente vero. Solo i nomi sono stati modificati leggermente per ovvi motivi di privacy.
::::::::::

Lo faccio perchè la memoria di certi avvenimenti non vada dispersa, come lacrime nella pioggia.

LA NOTTE IN CUI IL PALAZZO SI ALLAGO'


Da piccolo vivevo con la famiglia in una palazzina di 4 piani + terrazza. Nella terrazza c'era lo stenditoio, un locale fontane, dove andavano a lavare e un locale cassoni, dove ogni appartamente aveva un cassone ovviamente di eternit con la sua acqua.

Ad evitare manomissioni fraudolente per appropriarsi dell'acqua altrui il locale cassoni era chiuso a chiave. La chiave l'aveva l'amministratore.

Fatta questa doverosa premessa, passo a descrivere gli attori principali della notte in cui il palazzo si allagò in ordine di contiguità al nostro appartamento.

Il vicino prossimo era tale Poccero. Autista dell'atac era un omone alto e grosso dalle maniere decise. Sotto c'era Cuccillo, che per la somiglianza all'attore Carlo Dapporto e per il modo di parlare, era soprannominato Agostino. La maggior parte di voi non lo ricorderà, ma Agostino era un campagnolo che parlava con una esse sputacchiante, tarchiato, con i baffi e abbastanza tignoso. Praticamente il ritratto di Cuccillo.

Altra caratteristica di Cuccillo era andare a letto presto e venire a protestare spesso perchè io facevo casino con la chitarra elettrica.
Tipica frase d'esordio, in pigiama, sulla porta di casa era: "che vi credi che ci stanno i bestie di sotto?"

Poi c'erano altri baldi giovani, nel palazzo.
Quella notte era presente anche il fratello di Mancoccia, invitato a cena.

Verso le 22 circa sentiamo suonare alla porta.
Vado ad aprire e mi trovo davanti Agostino nel classico pigiama, con il volto solitamente stralunato.

Penso che stavolta non stavo facendo mica casino e inizio però tanto per riflesso condizionato a scusarmi.

Lui mi interrompe e mi dice:
"C'è un fatto grave! Dormivo e mi piove sul letto"

Come sarebbe?
La sua camera da letto era sotto il nostro salotto.

Apro la porta e vedo un fiotto d'acqua che esce più o meno dal buco dei fili del lampadario.

Non l'avevamo vista né sentita, fino a quel momento perchè avevamo la moquette e quella assorbiva tutto.

L'acqua in pratica entrava nei "tavelloni" dei soffitti e usciva dove trovava.

In più veniva a cascatella per le scale.

ALLARME GENERALE NEL PALAZZO.

Escono fuori tutti e Poccero (l'omone) prende in mano la situazione.

Si risale la catena degli allagati, appartamento per appartamento per individuare la perdita, e si scopre che l'acqua esce dal locale cassoni (chiuso).

Com'è come non è. L'amministratore non si trova. Quindi nemmeno le chiavi.
Poccero dice: l'apriamo noi. E inizia a menare calci alla porta, che era di ferro con una grata fittamente intrecciata.

La porta sembrava non avere la minima intenzione di cedere. Indifferente agli sforzi e alle contumelie.

L'acqua continuava a scendere.

Nel frattempo il palazzo si era animato dei commenti delle donne, delle madri delle donne, dei ragazzini che non volevano andare a letto, di quelli che davano consigli di ogni genere.

Uomo molto deciso doveva essere il fratello di Mancoccia. O forse aveva bevuto, non so.

Fatto è che esce con piglio determinato, scivola malamente per le scale bagnate e si fa male.

Si rompe una gamba o qualcosa del genere. Chiamano l'ambulanza per il fratello di Mancoccia che così giaceva fra il II e il III piano nell'acqua. Aspettando.

Nel frattempo Poccero e i suoi accoliti, fra cui credo di ricordare mio padre, poco convinto, dai e dai aveva provocato un cedimento nella struttura della porta.

Poccero prende la rincorsa: <<via tutti, ci penso io>>  mena un calcio risolutore e il piede entra nella grata metalliza che però si richiude come una tagliola sulla caviglia del malcapitato.

Dolore e bestemmie di Poccero che non riesce più a tirare fuori il piede.
E' costretto a sedersi davanti alla porta, con il sedere nell'acqua, e il piede incastrato a mezza altezza. Bloccando peraltro in questo modo ogni tipo d'intervento sulla porta.

A questo punto qualcuno, lungimirante, pensa di chiamare i pompieri.

Nel frattempo, nella confusione generale, si deve sapere, che alcuni giorni addietro si era rotto il vetro del portone, non so bene come ma mi pare di ricordare che era stato il figlio (mio coetaneo) di Bertullà.

Tale portone quindi era rimasto senza vetro per un pò.
In tale periodo tutti passavano attraverso la porta senza aprirla, dato che non c'era vetro.

Il vetro, ahimè era stato rimesso quel giorno.

Col figlio di Bertullà, eravamo cresciuti a chi saltava più gradini dell'ultima (a scendere) rampa di scale. Non ricordo se eravamo arrivati a 10 (il massimo) ma certo eravamo vicini. Nell'eccitazione del momento, correndo giù non so per quale motivo,  spiccò un salto di 7-8 gradini e con un successivo balzo passò attraverso la porta chiusa, purtroppo con il vetro appena rimesso.

Qui si consumò la tragedia personale di Bertullà padre e figlio. Con il primo che, all'idea di dover pagare per la seconda volta in due giorni il vetro del portone,  manifestava tutte le intenzioni di ammazzare il secondo e gli astanti che cercavano, pur distratti dai loro problemi privati, di toglierlelo dalle mani.

Quando arrivarono i pompieri (prima dell'ambulanza) trovarono una situazione da guerra civile.

Il cristallo in mille pezzi e l'acqua che usciva a torrente.
Bertullà che inseguiva il figlio per i garage asserendo convinto che lo avrebbe tolto dal mondo e un paio di persone che inseguivano Bertullà cercando di calmarlo.

Un uomo che si lamentava fra il II e il III piano accudito dai famigliari
Decine di persone che dicevano la loro.

Alla fine capirono che il problema era sopra.
Liberarono Poccero con una tronchese e chiusero il rubinetto centrale dell'acqua.

Nel frattempo arrivarono anche i carabinieri, invitati o attirati dal trambusto.
E l'ambulanza.

I carabinieri stavano minacciarono di arrestare Bertullà. Che lasciò perdere il figlio (ma poi gliele diede dopo).

La confusione era al massimo. Indescrivibile.
Nei giorni successivi mille piccole tragedie personali vennero raccontate, intrecciandosi al tessuto saliente dei fatti... grosso modo quelli di cui sopra.

Un cane era scomparso.
Riapparve una settimana dopo.

Un furto sembra fosse stato consumato. Ma la vecchietta che lo lamentava non venne presa in considerazione in quanto nota ipocondriaca.
Vari milioni di danni anche ai negozi sottostanti.
Non so come è andata a finire, ero un tredicenne e di queste cose me ne fregai.

Però me lo ricordo bene.
Ancora rido, al pensiero di Poccero col piede incastrato e el figlio di Bertullà che passa attraverso il vetro.




8月26日

ho sognato che scrivevo questa cosa

Ecco. Ho rinunciato. Hai colto il segno? Quello della resa e del volgersi. Quello che recide. Ulteriormente.
Non sono venuto da te. Nei luoghi del nostro amore. Del mio amore.
Non sono venuto a guardare la tua casa di notte. A sfiorare con lo sguardo la tua macchina parcheggiata.
Col cuore in gola all'idea che tu improvvisamente uscissi o ti affacciassi alla finestra. Tremando all'idea di incontrare il tuo sguardo, dal buio del mio nascondiglio, pronto a voltarmi, ingobbirmi, perché tu non potessi riconoscermi.
Non sono venuto sulla montagna sopra di te, a sedermi al freddo del vento, sudato. Abbracciando le mie gambe nude, la testa fra le ginocchia a pensarti: eccomi sono qui, mi senti? ti sto chiamando, ci pensi a me? esisto io, per te?
Non sono passato e ripassato davanti al tuo lavoro, sentendomi mancare il fiato solo perchè eri così vicino a me. Proprio tu. Il tuo corpo, la tua voce, le tue movenze, le tue spalle da uomo, i tuoi occhi da elfo.

Quando sono morte le parole fra me e te è rimasto il ricordo. E' una cosa mia. Non ti riguarda. Parlo a te come sei nella mia mente e non a te come sei oggi. Parlo al ricordo.
Non c'è stato un solo giorno in questi anni che io non abbia pensato a te. A quello che facevi, a dove eri, a cosa pensavi, a cosa provavi. Non c'è stata una cosa che ho visto che non abbia pensato se ti sarebbe piaciuta, e cosa avresti detto, o cosa avresti fatto. Non c'è stata una sensazione che ho provato che non ti abbia raccontato, nella mia mente. Immaginando i tuoi commenti.
Non c'è stata emozione che non abbia misurato le emozioni che ho provato per te.

Ma ho accettatto la sospensione perpetua. va bene?
E' una contraddizione, dire "sospensione perpetua"? Forse. Ma è il solo concetto che possa esprimere quello che sento.
Che quel legame con te, per me, non è finito e, lo so, non finirà mai. Ma che non uscirà mai più da me. Resterà chiuso. Soffocato. Nascosto. Stretto. Cucito. Emanerà un che di triste, leggibile nei miei occhi, per chi li guarderà cercando di scoprire in essi chi sono e perchè i miei sorrisi appaiono e scompaiono tagliati nettamente, quasi mi vergognassi di essi e li nascondessi. Ma questo sarà tutto e tu non saprai nulla. Mai più.
Ecco. Ho messo una pietra pesante a imprigionare qualcosa che è ancora vivo e lo resterà. Ma nascosto.
Un amore all'ergastolo, si potrebbe dire. Senza permessi premio, senza sconti di pena.
Te lo dovevo. Dovevo tenerlo imprigionato. Dovevo far si che i suoi lamenti improvvisi, le sue rabbie voraci, la sua inquietudine scomparissero. E anche perché non divorasse se stesso, facendomi impazzire.
E' così e basta, ho detto. Non c'è risposta e non c'è possibilità di capire.
Non si può spiegare tutto.
Ti va bene così?
Hai capito? O pensi che semplicemente mi sia dimenticato di te?
Non lo so. Non importa. Le mie domande su di te sono chiuse in un cassetto, con le lettere che ti ho scritto, il male che ci siamo fatti, le parole come acido sull'anima che affiorava palpitante a cauterizzarla.
C'è un lucchetto e una catena, intorno a questo cassetto e ancora intorno una porta chiusa e poi un muro e poi terra a ricoprire tutto. Ci sono migliaia di passi che hanno calpestato quella terra in modo che non si vedesse nulla.
C'è che non cresce niente, da quella terra. C'è che sono irraggiungibile. C'è che affido i miei pensieri ai bit di un blog ma non agli occhi pure attenti di persone a cui rendo invece i miei silenzi. Il mio vuoto.
Ed è questo il prezzo che pago per aver incatenato quell'amore. Sono divenuto il suo guardiano.
Quel muro è intorno e insieme dentro di me. Non posso allontanarmi da esso. Sono una specie di tenente Drogo nella fortezza.
Te, o un'altra te, se esiste. O niente.



8月25日

bilal

Ho letto in questi giorni "Bilal" di Fabrizio Gatti
"il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi"

Fabrizio Gatti è un giornalista. Va a Dakar, in Senegal, e segue il percorso che seguono gli uomini che sognano l'europa.
E cerca di capire perchè.

Fino al mediterraneo.

Quindi va a lampedusa. Brucia la carta d'identità e si fa ripescare come clandestino. E vive il centro d'accoglienza.


Poi va nelle campagne pugliesi. E si fa assumere come bracciante a raccogliere i pomodori.




E' un libro bellissimo. Perchè Gatti oltre ad essere uno di quelli che con quello che fa nobilita al massimo grado il mestiere di Giornalista, sa anche scrivere.
Ti presenta un mondo terribile.
Un mondo che sembra uscito pari pari, ai nostri occhi occidentali, da un libro di fantascienza.
Perchè quello che descrive potrebbe essere ambientato in un pianeta da incubo. E invece è qui. Ora.

E quelli che incontriamo per le strade, nei ristoranti che vogliono venderci un pupazzo o un fiore, sono gli eroi che questo incubo hanno attraversato.

Leggetelo.
Forse li guarderete con occhi diversi.

Vi sorprenderà. Vi farà incazzare. Vi rattristerà. Vi farà sentire inutili.
Vi farà schifo il genere umano. Vi farà pena il genere umano.

Ma è un libro bello da leggere.

E' realtà. Ma superiore a qualsiasi romanzo.
Mi ha ricordato Conrad.
Non per il modo di scrivere, ma per il ritratto impietoso della miseria umana. Dei sogni e dei desideri degli uomini. Della loro forza e della immensa fiducia. Della morte possibile e della sofferenza certa. Della ingiustizia. Della sopraffazione.

Migliaia di uomini muoiono in questo viaggio.
Forse la storia un giorno li ricorderà. Forse un giorno tireranno su un monumento, a questi uomini. Per ora sono solo oggetto di una legge infame e della demagogia di politici insulsi quanto sporchi moralmente.

Leggetelo.
8月22日

è tutto cucito troppo stretto

E il ragazzino non fece altro che aspettare. Presto qualcuno lo avrebbe aiutato.

La Mamma con lui si scusava in continuazione. Gli diceva che per anni la gente si era fatta in quattro per trasformare il mondo in un luogo sicuro e organizzato. Nessuno si era reso conto di che noia sarebbe stata. Una volta che il mondo fosse stato suddiviso in proprietà, sottoposto ai limiti di velocità e piani regolatori e tassato e irregimentato, una volta che tutti fossero stati esaminati e registrati e provvisti di un indirizzo e di documenti. Nessuno aveva lasciato spazio all'avventura, se non al tipo di avventura che si può comprare. Su un ottovolante. Al cinema. E anche così, sarebbero sempre state emozioni finte. Perchè uno lo sa benissimo che alla fine i dinosauri non mangeranno i bambini. Il pubblico delle proiezioni di prova si è espresso contro qualsiasi remota possibilità di catastrofe. E non esistendo la possibilità che si verifichi una catastrofe vera, un rischio vero, ci è preclusa anche ogni possibilità di salvezza vera. Ebbrezza vera. Eccitazione vera. Gioia. Scoperta. Invenzione.

Le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono  le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico, non avremo mai autentica pace. 
Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare, non miglioreranno.

Tutte cose che la Mamma gli raccontava. Gli diceva: "L'unica frontiera che ci rimane è il mondo dell'intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto".
Ingabbiato da troppe leggi.
Per intangibile la Mamma intendeva Internet, i film, la musica, le storie, l'arte, le voci che corrono, i programmi per computer, tutto ciò che non è reale. Le realtà virtuali. Le simulazioni. La cultura. L'irreale è più potente del reale.
Perchè la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l'immaginazione.
Perchè soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce.
La gente, beh ... la gente muore.
Ma le cose fragili, come un pensiero, un sogno, una leggenda, durano in eterno.
Se riesci a modificare il modo di pensare delle persone, diceva. Il modo che hanno di vedere se stessi. Il modo che hanno di vedere il mondo. Se riesci a fare questo, allora puoi cambiare il modo in cui vivono. Ed è questa l'unica cosa duratura che una persona può creare.
Tanto prima o poi, diceva sempre la Mamma, i ricordi, le storie e  le avventure saranno tutto ciò che rimarrà di te.

 ("soffocare" - Chuk Palahniuk)
8月21日

wywh

Allora, pensi di saper distinguere
il paradiso dall'inferno?
I cieli azzurri dal dolore?
Sai distinguere un campo verde
da una fredda rotaia d'acciaio?
Un sorriso da un pretesto?
Pensi di saperli distinguere?
E ti hanno portata a barattare
i tuoi eroi fantasmi?
Ceneri calde con gli alberi?
Aria calda con brezza fresca?
Un caldo benessere con un cambiamento?
e hai scambiato un ruolo di comparsa nella guerra
con il ruolo di protagonista
in una battaglia?
Come vorrei, come vorrei che fossi qui
Siamo solo due anime sperdute
Che nuotano in una boccia di pesci
Anno dopo anno
Corriamo sullo stesso vecchio terreno
E cosa abbiamo trovato?
Le solite vecchie paure
Vorrei che fossi qui
8月18日

al volo...

altri 4 giorni a scalare a camminare... notti di luna, di eclissi, di pioggia e di sole... e oggi di freddo...
difficile immaginare di avere freddo, tutto oggi, con due pile e una giacca addosso ... c'erano 7 gradi in parete.
 
e ora sono a casa e fa caldo... mi riposo, faccio due cose e poi riparto...
questo breve video è di oggi, la voce è la mia, che filmo
 
 
  
8月13日

saluti

Ciao a tutti
sono tornato oggi per rimettermi dal troppo sole, per lavarmi qualche maglietta e rifornire la cambusa della multipla..
si scala, si cammina, si scala, si cammina... la sera si guardano le stelle cadenti purtroppo da soli...
non è un bel periodo per la parte romantica della mia anima (che inopinatamente esiste... esiste) ... 
 
sarà la montagna che è possessiva o solo casualità?
 
chissà...
 
foto di oggi (se la carica)gs-ago08 io
8月7日

trekking

In queste serate che non ho niente da fare, mentre mia figlia bibi guarda la tv (oggi mi ha impegnato duramente a fare un puzzle complicatissimo) bevo troppo e scrivo. Alcune cose le metto sul blog, altre no. Per vari motivi.
Però mi è venuto in mente di recuperare un racconto che avevo scritto anni addietro un po' sbrigativamente.

S'intitolava "trekking lungo in autosufficienza". E' adatto a questo periodo, magari faccio ancora in tempo a salvare qualcuno.
::::

Nonostante le nostre montagne e le Dolomiti in particolare siano ad Agosto frequentate come spiagge, ogni anno si legge di persone che si sono perse in boschi o valli passando la notte al famoso "addiaccio" che un mio amico chiama più pertinentemente "agghiaccio" (caldeggio la sostituzione sui vocabolari perché agghiaccio mi sembra più appropriato, specie per chi si perde quando fa freddo).
 
Comunque io non mi sono perso in quel lontano luglio dei primi anni 90. Perlomeno, non sui sentieri.
Ma certo non ero presente a me stesso quando organizzai quel trekking.

Il fatto è che nella mente di un maschio adulto, si affollano una serie di miti difficili da controllare, che escono fuori quando meno li aspetti. Come una macchia sulla cravatta che a casa non c'era e che invece risalta sotto la luce del ristorante.

Certamente la responsabilità di questi accadimenti sarebbe da suddividere equamente con Jack London, Tex Willer, John Muir. Io e mio fratello possiamo prenderci la nostra ampia fetta di responsabilità ma vorrei si sapesse che non eravamo soli.

Non so da chi partì l'idea malsana di fare un trekking di 5-6 giorni in completa autosufficienza.
Forse, lo posso anche ammettere a distanza di tanti anni, il germe velenoso germogliò nella mia capa, abbondantemente innaffiato dall'insana lettura del noto "Manuale di sopravvivenza delle S.A.S." un libro dove si spiegava come ricucirsi se feriti o come pescare una trota con le mani, come bere la propria urina e mangiare in insetti.

Ovviamente non intendevo affatto avvalermi di tali tecniche. Pensavo a qualcosa di molto più soft.
E forse questo è stato l'errore principale: partimmo infatti per essere autosufficienti come una lumaca, ovvero portandosi la casa sulle spalle. E della lumaca, ahimé, avremmo avuto anche la velocità di spostamento.

Non avevamo alcuna esperienza del genere, ma, infatuati da cattive letture ci eravamo muniti di:

- vestiario per diversi cambi (rigorosamente non tecnico quindi pesante e difficile da asciugare);
- tenda
- sacco a pelo medi da 1800 gr.
- materassino;
- fornello a gas (con ricambio)
- lampada a gas;
- pronto soccorso - ero in grado di coprire una vasta gamma di accidenti, dalla distorsione alla bruciatura, dalla
dissenteria alla stitichezza, oltre ovviamente a febbri di varia natura, nevralgie e dolori vari... avevamo anche il
siero antivipera nella sua scatolotta in polistirolo, e dei profilattici (illusi);
- pentole e posate - non era la famosa pentola in acciaio con fondo di 2 centimetri ma certo non era iperleggera...
- vari indumenti impermeabili in puro nylon;
- acqua quanto basta (2 litri)
- ovviamente avevamo lampadine tascabili, fiammiferi antivento (credo di essere tutt'oggi uno dei pochi in italia che possiede i fiammiferi antivento nel loro apposito contenitore impermeabile)
e, dulcis in fundo, all'ultimo negozio utile avevamo fatto la spesa:
1 litro di latte; 3 scatole di tonno a testa; 2 scatole di fagioli (dannato Tex Willer!); 3/4 etti di formaggio a
testa, pane, biscotti

Insomma ci sarebbe servito un carretto, per portare tutto.
Mentre all'ultima pesata a casa lo zaino andava sui 27 kg , aggiungendo ACQUA e CIBARIE sicuramente superava
abbondantemente i 31/32 kg.

Era da due settimane ormai che facevamo le prove di carico a casa. Ogni volta, con grande
spasso dei famigliari o di occasionali astanti, appena caricavo sulle spalle l'informe fardello lo rimettevo giù
sgomento e lo svuotavo alla ricerca di qualcosa di superfluo da togliere e invariabilmente finivo per escludere purtroppo,  niente più che un paio di calzini, un paio di mutande, una scatola di fiammiferi...

Lunga discussione su "cosa mettiamo in fondo che useremo solo dopo?" con accurate argomentazioni che si riveleranno assolutamente inappropriate.
E' una delle Leggi Imperscrutabili dell'esistenza quella per cui la cosa che ti servirà per prima sarà quella che hai
messo nel fondo ( e se non ce l'hai messa ci sarà finita da sola!).

Quindi partiamo alle 13 da Passo Duran (versante Sud della Moiazza).
Prima notizia ferale: l'idea era di lasciare l'auto al passo e di tornarci poi con il pullman (ricordavo di aver visto,
l'anno precedente i cartelli delle fermate).

Alla domanda, il simpatico gestore del rifugio: "scusi, più o meno... ogni quanto passa l'autobus? "
lui rispondeva, ineffabile: "bè, direi parecchio.... l'ultimo è passato 4 anni fa...".
Qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul tipico umorismo bellunese, un po' understatement, difficile da apprezzare specialmente quando si è coinvolti nella situazione.
Ricordo un mio cugino che chiedendo al gentile albergatore di Arabba, indicando un cane che si avvicinava minaccioso: "com'è quel cane, è buono?" la ancorché corretta eppure indisponente risposta: "è buono si, però morde";
oppure il gestore del rifugio pordoi che rispondendo a specifica domanda su come fosse la discesa con gli sci di un certo canalone...:"aaahhh è facile... si si facile. però ogni tanto..." e faceva il tipico segno di croce con faccia di circostanza.

Insomma. Sono così. Apparentemente non ti prendono per il culo, sono molto seri. Però, tu hai la sensazione che lo stiano facendo e non sai bene come comportarti.
Pur perplessi dal tipico understatement bellunese, entusiasti come siamo della nostra avventura riteniamo
l'informazione inessenziale.
Siamo determinati e partiamo lo stesso!

Perdiamo tempo nel sistemare il carico, onde evitare pericolosi ingavonamenti.
Pochi metri e ci accorgiamo subito di una colossale sottovalutazione del meteo.

Verso l'una, a luglio, su un versante sud, a 1700 metri, fa un caldo micidiale!
Dopo circa 50 metri mi fermai a riposare.

La tenda, appesa sotto lo zaino, oscillava all'altezza delle ginocchia, dando dei colpetti maligni alle stesse,
con risultati nefasti per l'equilibrio e la tenuta. (La tenda ovviamente era con paleria del tipo ultrapesante in ghisa
e telo in moplen)

Per arrivare al rif. Carestiato, (cai 45') ci impiegai 1 h e 40' ed ero come trasfigurato dal sudore e dal caldo. Mi
sentivo seriamente preoccupato.
Lo zaino pesava orribilmente.

Più o meno dopo altra oretta di cammino, fra i pini mughi, decidiamo di consumare il nostro primo pasto: tonno e fagioli con un pezzo di mozzarella!
Uno sciagurato menu che mi costerà un'esofagite da reflusso che durò mesi !
E' incredibile pensare che già allora in palestra mi nutrivo con proteine in polvere e aminoacidi ramificati.
Quale micidiale corto circuito mentale abbia compromesso le mie facoltà intellettuali non lo so: tonno, fagioli e mozzarella...

Il "picnic" avvenne a circa un quarto d'ora dalla piccola salita che, fatta con quel peso e quel cibo leggero nello stomaco divenne una vera piaga biblica.
Avevo dei rigurgiti acidi che la bava di Alien era Chanel n°5.


Inopinatamente andò via il sole, che fino a poco prima ci aveva martellato,
e cominciò a piovere, proprio all'inizio della salita.

Indumenti tecnici? Maddechè.
Classica mantella Camp con copertura totale dello zaino, che ti dava quell'aria gibbosa, e sotto condensa almeno pari alla quantità d'acqua trattenuta all'esterno.

La mantella Camp merita una considerazione a parte!  L'escursionista zainato sotto mantella, è una delle cose più
brutte che è dato da vedersi in montagna. Oltretutto queste mantelle le avessero fatte mimetiche!! No. Hanno dei colori come delle botte di evidenziatori.... 

La prima volta che incontri un "mantellato" non la scordi. Vedi, da lontano, fra i tenui colori del bosco o sul grigio
delle pietraie, una macchia di un verde o giallo... fosforescente che si muove apparentemente a mezz'aria. Come
un'ectoplasma. Metti a fuoco la vista fra le gocce di pioggia (se quello porta la mantella in effetti è probabile che
stia piovendo) ma non riesci a capire cosa diavolo sia quella cosa informe e luminescente che si avvicina ondeggiando senza toccare il terreno. Inizi a pensare ai fuochi di sant'elmo, ma, per quanto ne sai, non dovrebbero essere così...
Dopo un pò che continui a guardare, con crescente sospetto, capisci che sotto la macchia ci sono un paio di gambe, perlopiù nude (insomma... in calzoncini) e ti tranquillizzi. Riconoscendo un tuo simile. Tuttavia la struttura in
avvicinamento è veramente curiosa... sembra di più un televisore su carrello di quelli che si vedevano nei
salotti delle vecchie zie, quei carrelli dalle zampe fini... che ti viene incontro ondeggiando lungo il sentiero.

Comunque... torniamo al nostro trekking:
Disperatamente, lanciando una tale litania di bestemmioni da far si che il mio compare di sventura (benché di orecchio ateo ed avvezzo) si allontanasse a distanza da non sentirmi, arriviamo in cima al colle: sono le 16,45.
Smette di piovere e si alza un vento micidiale.
Un freddo boia che ci asciuga addosso gli indumenti bagnati e ci costringe a caracollare velocemente giù per la discesa.

Qui caddi una prima volta: con gran clangore di stoviglie e terribile bestemmione echeggiante. Un osservatore attento avrebbe colto nella mia voce i primi segni della disperazione. Con ragione.
Infangato e contuso continuai però stoicamente.
Ma non appena stiamo per entrare nel bosco riesce il sole.
La terra, gli alberi, l'erba... tutto fumava.
Anche noi.
Di nuovo fradici. Totalmente. Gli occhiali appannati. Non vedevo nulla.
Scivolai di nuovo, questa volta all'indietro, con effetto, per via dello zaino, simil tartaruga (quando rovesciata sul
dorso non riesce più a raddrizzarsi).

Attraversiamo il bosco, e un torrente.
In quest'ultimo infilo un piede, protetto da scarpone impermeabile, nell'acqua.
Sorpresa: lo scarpone non era poi così impermeabile!

Si erano fatte le 20.
Uso il poco fiato rimasto per chiamare a raccolta tutti i santi di cui ricordo il nome (appellandoli non benevolmente) in un salmodiare che fa pressapoco così:
tumpscc-mannagg-sciac-cazz-tumpscc-porcacc-sciac-bastar-tumpscc-.....
dove tumpscc è un passo strascicato; sciac è un passo con l'acqua nella scarpa; il resto è la liturgia...

Ricominciamo a salire sulla mulattiera che conduce al rif. Vazzoler.
Sono sull'orlo di una crisi isterica.
Mi chiama mia moglie da Roma e si becca un vaffanculo di quelli cattivi quando mi dice "aaahh voi vi state a divertire e noi qui a lavorare!"

Il mio orgoglio di maschio mi impedisce di abbandonarmi al pianto, ma le lacrime sono li...appena dietro le palpebre.

Arriviamo al rifugio alle 21:45 --- 9 ORE DI CAMMINO!!! ---- (anni dopo per lo stesso percorso ce ne ho messe 2:45')

La tenda? il sacco a pelo? e chi gliela fa a montarla o a rovistare nello zaino?
Prendiamo un letto al rifugio, mi butto su una branda...non riesco nemmeno a mettermi a posto le coperte tanto sono stanco, mi sento malissimo. Cado in un sonno senza sogni.
Mi sveglio al mattino ed come se non avessi dormito: sono distrutto dalla
fatica.

Vado a lavarmi.
Ignoro che al Vazzoler hanno le docce con l'acqua calda e mi lavo alla fontanella esterna. Gelida. Sotto lo sguardo
perplesso di certi tedeschi che, loro, avevano appena approfittato delle comodità e profumavano come neonati.
Facciamo colazione ed è ora di ripartire.
Non riesco nemmeno a sollevare lo zaino.
Veramente!
Per metterlo in spalla devo farmi aiutare.
Faccio circa 50 metri, poi me lo tolgo dalle spalle, lo butto per terra ed esplodo in un liberatorio "MA

VAFFANCULOOOOOOO"...
Ho preso una decisione definitiva, di quelle che poche volte nella vita senti con così tanta chiarezza!
BASTA. SCENDO. CHIAMO UN TAXI E ME NE TORNO ALLA MACCHINA.

Non appena maturata questa decisione mi rimetto lo zaino in spalla, faccio
4/5 metri e CRACK ...stortone micidiale al piede destro.

aahhhhahhha grrrrrrrrrrrrrrr porcac#ù* mar][à
per farla breve, fasciato e zoppicante, scendo a Capanna Trieste, chiamo il
taxi e ci facciamo portare a passo duran dove riprendiamo la macchina.
Fine del trekking in autosufficienza.

achim

Achim fa il lavavetri ai semafori. Anzi, ha un paio di semafori fissi. Uno sulla Cristoforo Colombo, ci va la mattina. L'altro verso San Giovanni. Questo periodo estivo che la gente esce di più a volte la sera gira per vendere oggetti nei ristoranti. Ma ha difficoltà per via della mano che non ha. Riesce a portare meno cose. Meno scelta per il cliente.
La mano è per via della sharia. Al suo paese Achim ha rubato una capra ma lo hanno riconosciuto, il padrone è andato con dei suoi cugini, si è ripreso la capra e ha chiamato la polizia. Dopo qualche giorno dei poliziotti lo hanno portato in un ospedale, c'era un'inferniera e un dottore. Gli hanno tagliato la mano.
Chiedo ma non ti hanno fatto un processo?
Si, hanno parlato, hanno chiamato il padrone della capra, lui ha detto, io ho detto: "capra affezionata, seguire me, io accarezzare e lei seguire me". Achim ride mentre dice della capra. Il sorriso diventa solo un po' più triste quando dice "non sapevo che tagliavano mano".
Eh tanto, Achim, anche se lo avessi saputo...
Ora dice che sta bene in Italia, ma vuole andare in america. In america sono i suoi amici che lavorano e studiano anche, sono aiutati dalla chiesa americana. Aspetta il visto, dice.
Ha i suoi clienti per lavare i vetri della macchina e guadagna anche bene.
Non chiedo cosa sia per lui guadagnare bene. Sono curioso ma non chiedo.
Hai una ragazza, Achim? Chiede Anna, la donna che sta con me.
Si ce l'avevo, ride lui. Ma è partita. Scuote la testa. E' un discorso difficile. Cose complicate da spiegare o forse indelicate da dire. Rinuncia ad andare avanti.
Si gingilla con la sua roba che ha appoggiato sul tavolo. Gli offriamo da bere e prende una birra. Non sono musulmano, dice. Viene dal Sudan. Dice che da anni c'è una guerra. Gli altri, sono musulmani.
Non so niente e mi vergogno un po'. Penso che il Darfur sia in Sudan, ma non sono sicuro di niente. E' una di quelle guerre che interessano poco al mondo.
Vorrei sapere di più della sua vita. Vorrei anche sapere come vede gli italiani. Ma chiedere mi sembra morboso. E' come se quei pochi euro con cui alla fine compreremo una delle sue chincaglierie attestassero il diritto di conoscere la sua storia, di fare domande su di lui.
Magari avrebbe voglia di parlare, o forse no.
A che pro chiedere della sua vita? Gli dico forse della mia?
Ti racconti quando vuoi stabilire un'amicizia.  Quando Achim si alzerà da questo tavolo diventerà per me indistinguibile. Scomparirà, sarà di nuovo invisibile. Le nostre vite sono una realtà separata, due bolle che per un istante sono entrate in contatto.

Anna compra un elefantino di legno. Non trattiamo sui 15 euro che ci ha chiesto all'inizio e lui sembra in imbarazzo. Forse vorrebbe dirci che è troppo. Noi gli diciamo che va bene così. Lui ci regala un ciondolo. Per te, dice ad Anna.
Poi raccoglie le sue cose in qualche modo e si allontana sorridendo.
8月5日

saluti

riesco molto poco ad interagire, con questa connessione...
magari scrivo e poi posto, ma non riesco ad andare a leggere i vostri blog e commentare...
mi spiace...

un saluto dal lago di vico (foto di questa mattina dalla canoa)



8月4日

o-dio

Gabriele era magrissimo. Leggermente curvo, sembrava volersi fare ancora più piccolo di quello che era. Quando l'ho conosciuto gestiva un'agenzia di autonoleggio. Se ne stava seduto dietro la scrivania e rollava una canna dietro l'altra. Quando telefonava qualche potenziale cliente non è che lo mandasse a quel paese, ma certo non faceva assolutamente nulla per vendergli il suo prodotto. Anzi a volte faticava non poco per convincerli che non conveniva che prendessero la macchina da lui.
Ogni complicazione gli sembrava un ostacolo insormontabile e cercava in tutti i modi di evitarle. Quando finiva la telfonata faceva un sospiro di sollievo. Si riaccendeva la canna o ne rollava un'altra.

Credo che a un certo punto avesse perso di vista il senso del suo lavoro. Credo che questo gli appariva come uno stare lì a rispondere al telefono cercando di evitare di fare altro.
ogni tanto però gli toccava andare a prendere delle macchine che dei clienti avevano lasciato in aereoporto, o in qualche albergo. Questa attività lo sfiancava per via del traffico e di tutte le complicazioni burocratiche come dover pagare i parcheggi o compilare i moduli di ritiro. Quando tornava in ufficio era affranto. Chiudeva la porta, rollava una canna e staccava il telefono.

In genere mangiava pochissimo, ma si animava abbastanza all'ora dell'aperitivo.
Chiudeva il negozio e veniva al pub. Lì rimanevamo fino alla sera. Prima con gli aperitivi, poi con birre e altro.

Anche io quel periodo non è che mi ammazzassi di lavoro. Giravo per cantieri, aspettavo per un'ora di essere ricevuto dall'impresario che mi diceva che non aveva da comprare nulla, si lamentava che non si incassava niente e che non aveva soldi. Giravo giorni per vendere roba che mi avrebbe dato una provvigione di 30.000 lire.
Per fortuna non lavoravo a provvigione. Ci si aspettava da me che portassi depliants nei cantieri, che facessi conoscere l'azienda. Niente di più.
Era un lavoro alienante. Avevo a che fare con gente con cui non avevo nulla in comune.
Per fortuna coprivo una zona vicino al mare e quel periodo mi piaceva andare sulle spiagge ancora deserte.

Passavo il tempo a rimorchiare donne. Sulle spiagge, nei bar, nei supermercati. Avevo sempre qualche appuntamento o una storia dalla quale districarmi. In realtà mi annoiavo e rimorchiare qualcuna era un modo per passare il tempo. Vedere se ci riuscivo una sfida con me stesso. Per cui evitavo le situazioni troppo facili e lavoravo su quelle complicate. Oppure mi fissavo su dei particolari. Mi veniva voglia di andare a letto con una che avevo visto per strada perchè aveva il collo lungo. Più lungo del normale. O con quella molto alta. Quella con le tette molto grosse. O i capelli lunghissimi. 
Certo se avessi impiegato tutte queste energie per lavorare e se avessi ottenuto la metà dei successi che ottenevo con le donne sarei stato ricco. Ma, come Gabriele, non ci pensavo proprio.

Gabriele però, a differenza mia, era completamente indifferente alle donne. Al massimo poteva venirgli un "bella manza" riferito a qualcuna che vedeva passare o di cui si stava parlando, ma questo era il massimo del suo interesse.
A lui interessava avere sempre del fumo buono e da bere sottomano.

Quando non avevo qualche appuntamento con una tipa o dopo che questa se ne era andata da casa mia Gabriele era il mio punto di riferimento. Ci vedevamo al pub, a casa sua o mia. E andavamo avanti a bere e farsi canne fino a tramortirsi.
A volte, le sere d'estate andavamo ai capanni sulla spiaggia di capocotta. Ci sono state volte che ero così ubriaco da svegliarmi sotto il sole, fra le dune, pieno di sabbia.
Poi andavo a lavorare così. Ma non è che avessi grande successo di vendite.

La vita costava poco credo, quel periodo, perchè nonostante guadagnassimo entrambi il minimo garantito avevamo abbastanza da mangiare, da bere, e da girare. Ci pagavamo anche casa.

Poi conobbi Julia.
Quel periodo ero abbastanza nauseato dal sesso. Cercavo storie strane, da album delle figurine. più che altro.
Ma Julia era talmente bella e appariscente che vista a un semaforo iniziai a lampeggiare e fare gesti finché non accettò di fermarsi. Spagnola di Barcellona, in italia da qualche anno, mora bellissima occhi verdi. Ma soprattutto mi fu subito chiaro che era simile a me.
Oddio, si tende a cercare quelli simili a noi, ma quelli simili a me poi non si trovano bene con quelli simili a loro. Ma allora non lo sapevo ancora.
Mi disse che le piaceva la decisione con cui l'avevo abbordata; che aveva un uomo che la manteneva ma che cercava un amante e che io gli sembravo quello giusto.

Questo me lo disse dopo si e no altre tre o quattro frasi di circostanza tipo come ti chiami eccetera.

Julia era un predatore. Andava oltre la mentalità da maschio, aveva la ricettività della femmina e l'avidità sessuale del maschio. Io mi sentivo un gran figo quel periodo, ma dopo aver fatto sesso con Julia mi resi conto che aveva molto da insegnarmi.
Rischiammo di innamorarci, nelle settimane successive, ma lei disse meglio di no. Io mi voglio far mantenere, tu non puoi, io mi voglio divertire. Per parte mia mi piaceva tutto di lei, ma non come cercava di gestirmi.
Come dicevo sopra, con le persone troppo simili a me, non vado d'accordo.
Io sono uno che quando tutti cominciano ad essere d'accordo con me io tendo a cambiare idea. Io coltivo la mia solitudine. La qualità della mia solitudine. Non sopporto che qualcuno voglia gestire i miei tempi.
E lei era così. Mi chiamava per organizzare la sua settimana.
Ovviamente io ero libero, lei aveva il suo amante ufficiale e doveva dargli conto del suo tempo credo. Per cui doveva sapere quando io potevo scoparla: vengo giovedi alle 3 di pomeriggio, vado via dopo mezzanotte, va bene?

Questo mi dava fastidio, ma in fondo era sopportabile. La tenevo sulla corda un po' però.
Insieme andavamo nei locali più trasgressivi, nei privée, mi faceva conoscere sue amiche. Avemmo storie di gruppo e via così. Ci divertivamo. Eravamo due lupi. Famelici, assetati di vita e di sensazioni, belli e feroci.
Poi ci stancammo di quella vita. Io dovevo mettermi a lavorare sul serio. lei doveva stringere un po' di più col suo uomo. Voleva farsi sposare.

Poi passano gli anni e ci perdiamo di vista. Qualche tempo fa la cerco su internet, vedo che ha scritto un paio di libri. Era psicologa/sessuologa. La rintraccio, è tornata a barcellona. Dopo le prime e-mail mi attacca un bottone micidiale su cristo e la sua infinità bontà. Io cerco di svicolare, ma che... continua. E-mail lunghissime su come dio abbia cambiato la sua vita.

Lascio cadere l'interazione.

Giorni fa incontro Gabriele. Erano anni che non lo vedevo. Mi parla pure lui di dio.

Ora sono preoccupato. Che sia un'epidemia?


8月3日

malindi

Nano quando lo conobbi aveva superato i 60 anni.E da un bel po'. Nano aveva un viso quadrato e una voce roca. Da fumatore di sigarette catramose. Le dita con cui le teneva erano gialle di nicotina. E aveva accessi di tosse cavernosa. Forse un enfisema. Sedeva sulle sedie mettendole al contrario, a gambe larghe, coi gomiti appoggiati alla spalliera. Diceva che si era rotto la schiena una volta e solo così riusciva a non sentire dolore quando sedeva.
Aveva sei mogli. Una in somalia con cui aveva due figli. Una in kenia. Una in barbados. Altre non so. Nano era un capitano di nave mercantile. Aveva navigato per 45 anni in tutti i mari del mondo e comandato navi. Fatto contrabbando e trasportato droga, armi, clandestini. Ogni genere di merce, legale e illegale.
Era nato in sicilia mi pare, ma non sono sicuro. Aveva una scheggia di bomba nella testa e una pallottola nella spalla. Ma non diceva chi gliela aveva sparata. Si metteva a ridere. Diceva eh la guerra i tedeschi. Ma una volta disse gli inglesi e ad un altro amico aveva detto i guerriglieri comunisti...
Gli piaceva raccontare storie. A me piaceva ascoltarlo. Non sapevo mai se quello che diceva fosse vero. Sembrava un libro di avventure. Mi faceva venire in mente "cuore di tenebra"  di Conrad.
Eppure penso che buona parte di quello che diceva fosse vero. E se inventava qualcosa, beh... compensava con quello che non diceva... e di cose che non diceva ce n'erano. Dietro i suoi baffi grigi e i suoi occhi furbi... c'era una luce. E non capivi che dicesse quella luce.
Ma non era un tipo da prendere per il culo, nano. Forse uno stupido poteva farlo. Io no. Qualcosa mi induceva a rispettarlo. E lui lo capiva.

Mi diceva: fra un paio di mesi vado a Malindi e mi trasferisco lì. Vienimi a trovare, ti trovi una moglie. Per gli italiani c'è sempre qualcosa da fare in quel paese. Si vive con poco e si guadagna bene. Ti trovi una negra che ti tiene apposto casa e le fai fare figli. A quelle devi fargli fare figli e tenerle occupate, se no si trovano altri uomini.

Io gli dicevo, nano, ma come mai sei qui?
La nave me l'hanno sequestrata. Ma devono ridarmela. E quando me la ridanno posso partire. No, non con la nave. La nave l'affitto. Ma non posso andarmene se non sistemo le cose. Guarda, ti dò il numero di telefono di mia sorella. Quando sono giù lei lo sa dove trovarmi. Tu gli dici che sei amico mio, gli dici che te l'ho detto io. Digli sono Roberto, l'amico di Fiumicino, ha detto nano che mi dai il suo numero di Malindi.

Io ci avevo pensato un po'.
Una volta chiamai la sorella di nano e lei mi diede il suo numero di Malindi. Disse che stava bene.
Lo chiamai. Non avevo intenzione di andare in kenia. La vita di nano non faceva per me. Troppi punti di non ritorno, nella sua vita. Era un periodo che volevo fare lo skipper ma non volevo andarmene dall'italia.
Era felice di sentirmi. Forse nano era un criminale ma per me era un amico. Gli chiesi delle sue mogli. Disse beh... scriveva e mandava soldi a tutte. Avevano i figli da mandare a scuola. Per fortuna la vita costava poco, in certi posti, mica come in italia.

E poi non l'ho più sentito. Gli anni passano così veloci.
Lo skipper non l'ho mai fatto. Io e il mare ... si, mi piace... ma i miei geni vengono dalla montagna.
Ma non si può dire che non ci abbia provato. 

doping II

Quella fu l'estate che me ne andavo in giro con mia figlia piccola seduta sullo zaino per ore. Non potevo usare quei portabambini che si mettono sulle spalle, perchè avevo bisogno di uno zaino per tutte le cose da portare, dato che ero solo. Lo zaino era pieno, sopra ci mettevo degli asciugamani piegati e diventavano un comodo cuscino per la bambina, che tenevo per i piedi. Escursioni di ore. Scherzando gli amici mi chiamavano terminator. Ero in gran forma. A settembre ricominciai ad andare in palestra ma avevo perso lo stimolo delle gare. Ripresi ad allenarmi ma passate le prime settimane mettendo mano alla programmazione mi resi conto che non avevo obiettivi.
VOglio dire: un obiettivo può essere dimagrire, oppure mettere su muscoli, definire gli addominali, ma poi devi darti delle scadenze. Le gare in genere servono a questo.
Visto che io avevo sempre corso un amico mi disse di andare a fare uno sport un po' particolare, il biathlon atletico.
A fine settembre c'era il campionato italiano, con la filpjk, (federazione italiana lotta pesi judo karate) a ostia e andai a provare. La gara consiste nel provare tre distensioni su panca (quelle con il bilanciere, per i pettorali, per capirsi) e fare 3200 metri di corsa. Si deve dichiarare al momento in cui ci si pesa con quale peso di bilanciere s'intende entrare in gara. Io pesavo 77 kili e dichiarai che entravo con 100 kg
Hai tre tentativi per fare il peso dichiarato. Se lo fai puoi aumentare, con passi di 2,5 kg. Se non lo fai prendi 0 punti.
I punti vengono dati secondo una tabella che considera peso corporeo e peso sollevato.
Quello che poi sarà campione italiano pesava 80 kg e ne alzava 190.
Io riuscii a fare il peso dichiarato, poi al turno successivo feci 102,5 e invece sbagliai la prova a 107,5
Sulla corsa feci 12'40"
All'esordio mi piazzai intorno al 25 posto assoluto e settimo di categoria.

E così mi prese la fissa per il biathlon.
Avevo finalmente qualcosa per farmi diventare matto con gli allenamenti.
Infatti allenare la forza massimale e la corsa, contemporaneamente, è veramente complicato. Oltretutto, non so adesso, ma in quegli anni non c'era che pochissimo materiale elativo agli effetti incrociati di allenamento per la forza e per la resistenza. Uno studio giapponese indicava che mentre lo stimolo anabolico dell'allenamento per la forza è localizzato ai muscoli specifici quello catabolico indotto dalla corsa è sistemico, ovvero ha effetto su tutto il fisico.
In pratica mentre ti alleni per la corsa ti "mangi" il lavoro fatto per la forza.
La mia personale esperienza mi confermò abbastanza questa teoria. Infatti mi allenavo quasi esclusivamente per la forza fino a natale, poi iniziavo a spingere anche sulla corsa per arrivare alle prime gare a fine marzo in buono stato di forma e al top per le gare importanti di giugno. Fra natale e giugno perdevo un buon 7-8% della forza massimale.

Mi piaceva il biathlon anche perché era uno sport in cui pensavo fosse difficile doparsi. Nell'allenamento per la forza ovviamente il testosterone poteva essere utile. Il testosterone infatti non fa aumentare la massa come gli anabolizzanti. E nel biathlon non aveva senso aumentare la massa, perchè si sarebbe stati penalizzati sia nell'attribuzione dei punteggi all'alzata su panca e anche ovviamente nella corsa, diventando goffi e pesanti. Però poi il testosterone nella corsa non era molto utile, anzi, in qualche modo avevo constatato che rendesse poco flessibili e aumentavano problemi come crampi e di smaltimento dell'acido lattico.
Non lo so perchè. Quelle erano cose che avevo visto su di me quell'estate.

Poi mi resi conto che veniva utilizzato eccome. Ma insomma... meno che in altri sport. Perlomeno allora.


Il biathlon mi diede comunque delle belle soddisfazioni. Qualche secondo-terzo posto a livello centroitalia riuscii a portarlo a casa. E quello che mi batteva lo conoscevo: era uno pulito. Un amico.
Poi mollai completamente la palestra e continuai solo con la corsa. Mi ero messo in testa di fare una maratona. Ma questa è un'altra storia.

8月2日

doping

C'è stato un periodo in cui ero andato in fissa con la palestra.
Oddio è stato un periodo piuttosto lungo. Quasi 8 anni.
Avevo deciso di cambiare vita. Mi stavo facendo sempre più male bevendo e con altra roba.
Fumavo anche troppo.
Allora dissi basta. E per cominciare mi iscrissi in una palestra.

Scelsi quella più vicina al lavoro, in modo da poterci andare all'ora di pranzo, e, come diceva l'amico che mi accompagnava, era bella ignorante. Nel senso che era rozza, senza troppi fronzoli. Sala pesi, macchine, e spogliatoio. Niente altro. I frequentatori erano adeguati all'ambiente. Donne quasi niente.

Il padrone della palestra era un ex culturista. Aveva fatto gare e c'erano delle coppe in esposizione.
Nel body building però ci sono decine di federazioni e prima o poi la gara giusta per portarti a casa qualche coppa la trovi. Ma questo allora non lo sapevo e lui mi sembrava veramente uno tosto. Anche se sarà stato alto poco più di un metro e mezzo, aveva un bel fisico.

Quando si allenava stavamo a guardarlo di sottecchi. I muscoli che guizzavano. Lui lo sapeva che lo guardavamo. ma faceva finta di niente. Assumeva un aria concentrata e assente, indifferente e falsamente inconsapevole.
Anni dopo l'avrei riconosciuta in me, ma allora non lo sapevo.    

Nelle palestre la frequentazione dipende dai periodi dell'anno.
Dopo natale ci sono quelli che vogliono dimagrire. Sono impiegati 30-40 enni. La bilancia è da tempo che gli manda segnali preoccupanti, la cinta dei pantaloni ribadisce il concetto. Hanno posticipato fino a dopo le feste ed eccoli qui. Arrivano in palestra l'8-9 gennaio, con la tuta abbinata, e girano con la scheda in mano come pretini col breviario. Vengono da soli.

Verso marzo invece arrivano in palestra i 20-25 enni. Vogliono andare al mare con i muscoli belli gonfi. Vengono almeno in 2-3. Si fomentano a vicenda. Sono pronti a tutto per guadagnare tempo. Sono quelli che se gli dici di mettersi un cactus su per il culo uno su tre lo fa. Dopo due settimane cercano di usare pesi che non sono in grado di usare, non si riscaldano, cercano di sapere "cosa si può prendere..." Stanno sempre davanti allo specchio anche se non c'è nulla da guardare.

Poi ci sono quelli che si allenano tutto l'anno. I fissi. Si conoscono fra loro. Sanno tutto della palestra, a volte aprono o chiudono. Mostrano familiarità con gli istruttori. Parlano di metodi di allenamento e di alimentazione con grande competenza apparente. Ovviamente usano pesi notevoli. Enormi, relativamente altre due categorie. Parlano solo fra loro. Ignorano o sono molto distaccati con gli occasionali. Al massimo dispensano qualche consiglio, ma solo se sono in vena. L'incipit di solito è: "scusa se non ti offendi, ti posso dire una cosa?"

I fissi non sono nessuno. A parte qualcuno che inizia a far gare, gli altri sono solo gente che si allena da più tempo.
Insomma un po' più esperti. Però agli occhi degli occasionali sono elite.
Sono invidiati. Ammirati. Sono quelli "forti". Molti sono affetti dalla sindrome televisore sul carrello: grossi sopra e con le gambette fine.
Sono pochi quelli che nel bb si allenano con criterio. Il genere passano almeno tre anni e qualche incidente, prima di arrivare ad allenarsi secondo una logica.

Non mi ricordo quando mi iscrissi. Credo che fosse verso febbraio.
All'inizio rimasi male perché ci stavo mettendo non poco a andare in forma.
Ero abituato, anni prima, a rimettermi in un mese in uno stato accettabile. Invece capii ben presto che quella volta ci avrei messo non poco per tornare ai vecchi livelli. Il mio fisico aveva addosso tutti i segni di quegli ultimi anni.

Un anno dopo ero un'altra persona, rispetto a quello che era arrivato in palestra.
Il mio corpo rispondeva e i muscoli si gonfiavano. Iniziavo ad usare pesi seri. Mi piaceva e continuai.
Nelle palestre c'è poco da fare, quello che conta è quanto sei grosso e che pesi sollevi. Se non fai gare non si cerca l'armonicità, la flessibilità, e nemmeno la precisione né tantomeno l'eleganza del gesto.
Si cerca solo di sollevare più peso possibile e diventare sempre più grossi. Si misurano le braccia, il giro ai pettorali, le coscie. Poi si misura la percentuale di grasso e si guarda la definizione.
Si mangia come animali per mettere su massa.

Per questo ci si allena in modo sempre più pesante. Si comincia con un'ora tre giorni a settimana, poi si passa a cinque giorni, poi a due ore, o ad allenamenti frazionati due volte al giorno.

Due anni dopo arrivai al punto di scappare dal lavoro alle dieci di mattina, venire in palestra per fare cinque serie di bicipiti, e tornare al lavoro. Tornarci alle 2 per l'allenamento principale, tornarci la sera per la sessione di aerobica.
dodici-quindici sessioni di allenamento settimanale.
Mi segnavo tutto, programmavo microcicli e macrocicli, periodi di carico e scarico, periodi per l'accrescimento della massa, quelli per la forza, quelli per la definizione.
Mangiavo quantità industriali di tonno senz'olio e di petti di pollo ai ferri. Compravo litri di bianchi d'uovo per farci delle frittate o per i frullati. Pesavo 75 chili e ingurgitavo 250-300 grammi di proteine al giorno.
I pesi sollevati aumentavano. Gli addominali erano a tartaruga, i dorsali avevano le dita.
Sentivo gli occhi addosso degli "stagionali" quando usavo per le alzate laterali manubri da 40 kg o per le distensioni su panca 130-140.

Chi lo nega dice cazzate. Ti alleni per farti guardare. Sapere che ti stanno guardando ti dà la carica. Ti fa fare due ripetizioni in più, altre serie sempre più dure.
Tu arrivi in palestra e saluti con una certa studiata indifferenza, molto concentrato sui tuoi tempi. Dai un'occhiata alla scheda che conosci e memoria, controlli l'orologio e inizi. Non guardi nessuno. Ma sai che ti stanno seguendo ogni cosa che fai, sai che qualcuno in quella stanza pagherebbe per allenarsi con te.
Ti riscaldi coscienziosamente.
La differenza vera fra uno serio, uno che si crede una specie di professionista, o si comporta come tale, e gli altri, non è nell'allenamento, ma nel riscaldamento, nell'alimentazione, nella vita che conduce. Nel tempo che dedica all'allenamento anche mentre non si allena.
Mi riscaldo con cura maniacale. Poi una o due serie in crescendo e quindi una a esaurimento, con carichi vicino al massimale. Chiedo anche una mano se ci sono delle serie con negative o aiutate, alle ultime ripetizioni.
Spingo al massimo, emetto suoni gutturali, i muscoli e le vene gonfie.

Dopo tre anni ero pronto per le gare. Ero arrivato a 95 kg.
Sono alto 183, se scendevo a 83 kg potevo fare le gare "natural" che mettendo un limite di peso corporeo cercano di evitare il ricorso al doping. Fino a quel momento non avevo preso niente.
Mi dissero che se volevo fare le gare era inevitabile prendere qualcosa.
Un amico mi disse che non c'era bisogno, essendo uno che tendeva a mettere su muscoli abbastanza naturalmente, di prendere steroidi, a quel tempo prendevano tutti il Dianabol, o il Decadurabolin...  mi bastava il testosterone.
Il Gh, il famigerato ormone della crescita costava troppo, era pericoloso, e insomma era roba per veri professinionisti, ma il testosterone potevo prenderlo tranquillamente.
Rimediai delle ricette e comprai delle confezioni di Testovis, in compresse. Iniziai cautamente.
5 milligrammi i primi 3 giorni, 10 gli altri tre, quindi 15, 20, 25, 30... eccetera. Non arrivai a 20 che iniziarono a venirmi foruncoli in faccia e addosso. Ero in uno stato di erezione quasi permamente. Ero incazzato continuamente. Mi veniva da digrignare i denti. La sensazione di un chiodo infilato nel cervello.
Mi dissero che mi faceva male al fegato, se preso via orale.
Allora presi delle fiale di testoviron depot: 100 mg. Ti fai un intramuscolo e per un mese il testosterone viene rilasciato continuamente. Il mio amico mi disse che 100 mg non erano niente. Che lui nel periodo in cui spiengeva per le gare del campionato mondiale Nabba faceva 1000 mg al giorno. Ma lui pesava 130 kg off season e arrivava ai 110 circa in gara, con il grasso al 4-5%
Quando ti fai di testosterone sei maschio all'ennesima potenza. E lo dico in senso negativo sia chiaro.
Sei un concentrato di aggressività.
Sei seduto ad un tavolo e pensi di alzarti e di tirarlo addosso alla parete, urlando e battendoti i pugni sul petto.
Non scherzo. Ti senti una bestia. Arrivi in palestra e quando prendi i pesi e inizi a spingere provi una specie di orgasmo. Lo provi nei muscoli, nelle braccia, nelle coscie, nel petto. Ti senti gonfiare, esplodere.
Le donne le guardi come un animale da preda. Ti viene sul serio da prenderle per i capelli e trascinartele da qualche parte.
Sei completamente concentrato su te stesso. Sulle sensazioni del tuo corpo.

Dopo un mese mi fu chiaro che se avessi continuato non avrei più smesso.
Sapevo che ci si fa male. Avevo conosciuto gente con ginecomastie. In cura da andrologi. Operati. Grassi come capponi.
Ora capivo perchè.
Il testosterone ti da una dipendenza psicologica che è peggio della cocaina. Se lo usi non riesci più a farne a meno.
Tornare a guardare il mondo in bianco e nero dopo averlo visto a colori è dura. Ti resta sempre la nostalgia di quando eri un dio.

I prof quando lo smettevano facevano cicli di gonadotropine, per stimolare la produzione naturale.

Smisi, non continuai il ciclo. Venne l'estate. Non andai a fare le gare. Non feci diuretici per eliminare liquidi prima delle gare. Non bevevo acqua distillata. Guardavo gli altri che continuavano, gli occhi gialli degli anabolizzanti. La pupilla fissa. I crampi dolorosissimi che li facevano urlare contorcendosi a terra.


Due mesi così mi sono bastati. Avevo ripreso a fare sport per smettere di maltrattare il mio corpo e c'ero ricascato di nuovo. Il motivo di fondo non era quello di vincere, o di essere il migliore in qualche ambito, anche ristretto. Era che volevo sentirmi io, sempre più forte, sempre più determinato, più duro, più concentrato, più rabbioso, più cattivo, più veloce, più grosso, più, più, più... io volevo essere come dio.
Chi è che voleva essere come dio? Lucifero... la vanità.
Ed è precipato all'inferno.
Bella metafora.

E' così che va. Con tutte le droghe credo. Ma il motivo è quello.
Non si fa per i soldi, e nemmeno per vincere, all'inizio. Lo fai per te. Per essere migliore.Di te.
E' una spinta talmente umana... lo facciamo perchè siamo uomini.
E' la stessa molla che ci spinge oltre i confini geografici del conosciuto, sulle cime o nelle profondità degli abissi.
Non lo facciamo per l'umanità, lo facciamo per noi stessi. Per superare i nostri limiti.
E magari capita che ogni tanto qualcuno, spostando i propri limiti sposti quelli dell'umanità. Ma è casuale.

Come tante altre cose che si fanno, ci si può far male facendole.
Poi, se si sopravvive, lo si capisce. E se no... sei un tentativo andato male. Un ramo secco nell'evoluzione della specie.

E'stata un'avventura. Io ho sempre cercato le avventure. Non potevo, non posso vivere senza quelle emozioni.
Ma se hai buon senso capisci quando l'avventura è un buco nero che ti ammazza prima o poi. E se ci tieni alla pelle una volta che hai capito come funziona molli.
Devi essere tu che governi il gioco, e non il gioco che governa te.

Certo. Se a quel punto inizi a farci soldi non so. Forse diventa diverso.
Ma a me i soldi non hanno mai interessato. Non lo so come avrei reagito. Probabilmente avrei mollato lo stesso.
E nemmeno mi interessa vincere. Non sono uno che vuole vincere. Mi basta vedere che si prova a competere.
Per questo è stato sempre facile per me, smettere ogni gioco pericoloso, anche se mi piaceva.