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9月30日

un paese di miserabili (2)

Prima sono venuti a prendere gli zingari,

e noi non abbiamo protestato perché non eravamo zingari;

poi sono venuti a prendere gli ebrei,

e noi non abbiamo protestato perché non eravamo ebrei;

poi sono venuti a prendere i comunisti,

e noi non abbiamo protestato perché non eravamo comunisti;

poi sono venuti a prendere gli omosessuali,

e noi non abbiamo protestato perché non eravamo omosessuali;

infine sono venuti a prendere noi,

e non c’era più nessuno capace di protestare.

Martin Niemöller

....

Milano, vigili a caccia degli immigrati
il bus-galera imprigiona i clandestini

Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un bus con grate sui vetri: è il “bus-galera” usato per gli ultrà, utilizzato per bloccare i presunti clandestini e poi identificarli. A effettuare le operazioni sono i vigili del nucleo Trasporto pubblico, istituito per garantire la sicurezza su tram e bus, ma che di fatto si è specializzato in questi mesi nella caccia ai clandestini in città.

Al commissario questo lavoro piace: "Ragazzi, prendetemi anche quello nascosto nell’erba e mi avete fatto felice", dice ai suoi. Quello nascosto nell’erba è nordafricano, ha poco più di 20 anni. Si è liberato dalla presa di un vigile e si è imboscato dietro a un cespuglio. Da lì, è corso chissà dove. Al termine di un’intera mattinata di controlli, sarà l’unico straniero scappato al nucleo Trasporto pubblico dei vigili. La squadra, messa in piedi dal Comune nel 2000 per garantire la sicurezza su tram e bus, dallo scorso anno si è specializzata nel servizio "fermi e identificazioni". In pratica: chiudere in speciali autobus con grate ai finestrini, e poi identificare, gli stranieri trovati senza documenti durante i controlli dei biglietti sui mezzi pubblici.


Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul "bus-galera". È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano "Stranamore", "perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù", ride un agente.

Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la "tonnara" — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: "Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?". La risposta: "Sono clandestini, signora".

Tre dei dieci fermati, risulterà a sera dopo le verifiche, non lo sono affatto. Per sette scatta invece la denuncia per clandestinità, e uno solo è arrestato: ha già in tasca il decreto di espulsione ma non si è mosso dall’Italia. Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia. Si ferma un’altra signora, borsetta stretta al petto: "Fate bene — dice agli agenti — questi qua in galera devono stare". Una donna chiede ingenuamente ai vigili dove sia diretto lo strano bus con le reti alle finestre. Fa anche per salire, ma il vigile la ferma: "Signora, aspetti il tram che è meglio".

...


http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1734491

Sempre più mi viene in mente il nazismo. Oltre che per il fatto in sé (e per molti altri di cui si arrivano notizie) anche per i toni, a metà fra dileggio e disprezzo, e l'indifferenza della gente.

Un paese di miserabili.




9月28日

un paese di miserabili

E non intendo "miserevoli", cioè che desta compassione, ma proprio miserabili. Nell'accezione che è un insulto.
Un paese di gente vile, spregevole, meschina.

Dove per il profitto si è disposti a tutto, assolutamente tutto.



Non so se avete seguito sui giornali la vicenda delle navi affondate piene di rifiuti tossici.

Appena accennata, presa dalle confessioni di un pentito di n'drangheta (mi pare), è scivolata velocemente nelle pagine interne dei giornali, fino a scomparire. Nelle tv, se non sbaglio (me lo hanno detto perchè non la guardo) è passata qua e là la notizia di una nave affondata che avrebbe dovuto essere recuperata.

Ovviamente non dicono praticamente niente altro. Magari si rischia di rovinare il turismo.

La realtà è purtroppo un'altra.
La realtà è che il Mar Mediterraneo è pesantemente avvelenato.

Da questo blog prendo i dati che qui riassumo.

Una stima di minima prevede circa 30 navi affondate, contenenti mediamente 3000 tonnellate di rifiuti tossici.
Totale, 90.000 tonnellate di veleni che a poco a poco corrodendosi i contenitori si spargeranno ovunque distruggendo forme di vita, sconvolgendo il sistema biologico.

Forse, ad essere ottimisti, c'è da dire che non bisogna sottovalutare la quantità straordinariamente enorme di metri cubi di acqua in cui queste sostanze andranno a disciogliersi. Inoltre, c'è da considerare che per loro natura, i metalli pesanti tendono ad andare verso il basso e quindi a depositarsi sul fondo. Insomma il tono del blog mi sembra catastrofista senza la necessaria competenza scientifica.

Una breve ricerca in rete è bastata per sapere che vengono stimati, ogni anno:
85.000 tonnellate di metalli pesanti, 900.000 ton di fosforo, 200.000 di azoto, 47 di policiclici aromatici
di veleni riversati in mare.
Quindi il volume annuo di rifiuti che finiscono in mare per mille rivoli è pari a quello di cui si parla per le navi.

Non lo so.
Non credo esista qualcuno che abbia realmente chiaro l'impatto che potrà avere nell'immediato futuro questa cosa.

Mi chiedo tuttavia, se non sia il caso di assumere come punto fermo di un eventuale programma politico ideale, anche il rimettere mano al Codice Penale relativamente a questo tipo di reati.
Mi chiedo se non si tratti, inquinare a questi livelli, di un vero e proprio crimine contro l'umanità.
Se non possa essere equiparato, con tutto ciò che ne consegue, al reato di strage. Per esecutori, mandanti, complici.






9月21日

ho visto anche degli zingari felici

  

 

Ieri mattina alla radio ho risentito questa canzone.
La cantavo e suonavo, un sacco di anni fa.

Ne ho riascoltate le parole, scoprendo di non averle dimenticate.
Riaffluivano insieme a quelle cantate dalla radio, come un flusso da qualche parte del mio cervello.

E insieme alle parole, come vagoni di un treno, venivano ricordi ed emozioni.

E così mi è venuto in mente che siamo a settembre, e che c'era un clima grigio come questo, già un po' fresco, quando partimmo in cinque dentro una mini minor, per Bologna.

Bologna, con radio alice e pier francesco lo russo, era stato uno dei cuori pulsanti del movimento del 77.
Bologna città rossa.
Un luogo simbolo dove, come a roma con Lama, si sanciva la rottura definitiva delle speranze, vaghe e rissose, ingenue e contraddittorie, nate pochi anni prima, ma allora sembravano tanti, nel 68 studentesco, nel 69 dell'autunno caldo, fra movimento e sinistra storica.

Una sinistra che già iniziava a piegarsi nei meccanismi del potere, di gestione dello Stato,
alla cui fine abbiamo assistito negli anni successivi, e che allora bollavamo di tradimento.

Tradimento di non sapevamo cosa forse, di "ideali rivoluzionari" francamente irrealizzabili e, nella loro incarnazione storica, per fortuna anche lontani: qualche centinaia di km più ad est.

Eppure….abbiamo perso tutti, no?
Il movimento allora, consumato come una fiamma troppo luminosa e viva, fatta da vite bruciate nel nulla.
E la sinistra storica, consumata più lentamente, dinosauro senza speranze. Vuoto carrozzone tenuto insieme da interessi che nulla hanno a che vedere con sogni, ideali o utopie

Ma vabbè. Non avevamo il dono della preveggenza.
Andavamo a Bologna, nella città rossa, a ubriacarci di luna, di vendetta e di guerra.
E basta.

Il viaggio lungo. L'arrivo al Palasport dove c'era una mensa – il Pci ci dava da mangiare -
Polizia se ne vedeva poca.

Non si capiva molto bene quanti eravamo. Non si capiva, forse, cosa stavamo facendo lì, quel settembre.
Non mi ricordo niente dei discorsi degli interventi. Buttavo anche un occhio per rimorchiare qualche compagna.

Non sapevamo dove andare a dormire. Ma trovammo posto a casa di gente a modena. Solo che la conosceva un amico e questo non si sapeva dov'era. Mica c'erano i telefonini allora.
Alla fine ci beccammo: appuntamento alle 22 a modena, non so dove.
Ma questo non arrivava, a portarci in quella casa.
All'una ci sveglia una luce puntata in faccia e la canna di un M12. Controllo di polizia.
- che fate qui? -
- niente, che non si può stare qui?
Ce l'avevamo scritto in faccia che eravamo quelli del convegno di bologna. Mi sa che oggi ci avrebbero arrestati, tanto per non sbagliarsi.
Ma allora si limitarono a controllare i nomi.

Alla fine questo arriva e ci porta in quella casa. A dormire per terra ovviamente. Eravamo una trentina.

Il giorno dopo c'era il corteo. Temevamo scontri.
Ma non ci furono, perchè nessuno dei gruppi venuti da ogni parte d'italia conosceva abbastanza bene bologna per decidere di cercare gli scontri con la polizia.

Alla fine dalle parti della stazione ci staccammo dal corteo e in due ce ne tornammo a roma col treno.
L'amico con la mini restava un altro giorno.

Ebbi la sensazione di un nulla di fatto.
La città di Bologna ci aveva accolto con diffidenza, ma ci aveva lasciato spazio.
Ce l'eravamo raccontata fra noi, ma già le parole mostravano la ripetitività e l'impossibilità di trasformarsi in altro che non fosse riflusso nel personale o la scelta armata.
Il movimento del 77 aveva celebrato la sua fine, il suo isolamento.

Il volo era finito.
Gli zingari tornavano a casa. Chi per piangere la fine di un sogno, chi per prendere le armi, chi per distruggersi con l’ero.

 

Una delle cose che mi hanno insegnato quegli anni, una delle poche certezze che mi accompagna da allora, è che non modificherai la società dell'uomo senza cambiare prima l'uomo.
L'utopia per cui bastasse modificare i meccanismi di produzione per cambiare quasi automaticamente l'uomo, si è rivelata abominevole, con la rieducazione forzata di massa, i gulag, le fosse comuni, l'annientamento delle libertà individuali.
Ogni cambiamento, anche profondo, nella società, non apporterà altro, alla fine, che un cambio degli uomini al potere, se la rivoluzione, quella vera, non è già avvenuta negli uomini che la compiono.
E la rivoluzione di cui c'è bisogno nell'umanità, non può essere un atto violento, un atto di sopraffazione, un atto di rottura.
Nessuna società nuova basata sull'uguaglianza e il rispetto può nascere dal suo opposto.
Il cambiamento o è dentro di noi e si allarga agli altri per consenso, o non sarà.
Anche perché, peraltro, i mezzi di controllo del potere sono talmente radicali e potenti, da rendere l'idea di una rivoluzione armata assolutamente risibile.
La logica rivoluzionaria ottocentesca, di marxiana memoria (e dei vari epigoni), oggi più che mai, è sbagliata nel merito e nella sostanza.
Il fine non ha mai giustificato i mezzi. E la storia ce ne ha date decine di prove: si è solo, sempre, sostituito un potere con un altro uguale.
E oggi il potere possiede mezzi di controllo talmente sofisticati e pervasivi da essere nella sua essenza sostanzialmente invincibile sul suo terreno.
Io di questo sono convinto: il cambiamento della società può nascere solo come moto collettivo di cambiamento individuale. Cambiamento di valori, di stile di vita, di interessi, di scopi.
La sopraffazione dell'uomo sull'uomo non si elimina per legge: ma per convinzione spontanea, per esigenza etica.
La logica capitalista non si abbatte passando allo stato la proprietà dei mezzi di produzione, ma rifiutando di essere colui che è in quanto consuma.
Il potere non si abbatte con le armi, ma ignorandolo. Con una risata.
"Una risata vi seppellirà"
In questa frase c'è molta più verità rivoluzionaria di quanto ci sia mai stato in "lo stato borghese si abbatte e non si cambia".
Perchè contiene in nuce la sottrazione alla logica del potere.
Rifiutando anche il suo stesso linguaggio.
E sarà una mia fissa, ma se chiudi le orecchie a TV e Media oggi, con una gran RISATA, il potere è una tigre di carta.


9月20日

altri giochi con tele e pennelli

Chissà perché periodicamente ho bisogno di dipingere alberi. I boschi mi affascinano. Quelle file di fusti a chiudere l’orizzonte rappresentano benissimo la mia visione della vita: un percorso nell’intrico per arrivare dove non sai.

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Questa volta però sono partito dai colori. Il giallo, il rosso, il bianco.

Non sapevo nemmeno cosa ci avrei fatto, mi andava solo di vederli stesi sulla tela. Poi gli alberi sono venuti dopo.

 

Questo invece è un gioco di luce. Adoro i colori del tramonto. La foto fa schifo ma nonostante ne abbia fatte molte nessuna è venuta bene. Il giallo col flash spara che è una bellezza, e il resto sparisce.

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e altro aggiunto il 3 ottobre

 

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another 2 novembre 09

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9月18日

indifferenza

Ieri sera pensavo, in macchina, che ognuno di noi intrattiene un tot di relazioni.
Mi pareva di leggere tempo fa da qualche parte, che mediamente, le persone con cui si intrattengono relazioni fisiche, più o meno sporadiche sono circa 150.
Pensavo, in caso di morte, che di queste quelle che veramente sono addolorate al punto di portare con se per lungo tempo questo dolore quante saranno... 5-10-15?

Poi c'è un gruppo sinceramente addolorato, ma questo sinceramente addolorato vuol dire che parteciperà emotivamente per qualche minuto, magari anche qualche mezzora nella situazione appropriata (il funerale ad esempio) e magari, nel tempo, quando si parlerà di te, ti ricorderà con affetto e dolore per la tua dipartita. quanti saranno questi? altri 20-30?

Dopodiché, il resto, sarà dispiaciuto per qualche istante, al ricevimento della tragica notizia dell'evento che ha posto fine alla tua esistenza terrena, e quindi, tempo alcuni secondi, tornerà ad occuparsi di quello che stava facendo poc'anzi.

Questa, più o meno, è la realtà delle cose. (non è che faccio riferimento a statistiche o quant'altro... sono mie ipotesi... posso sbagliare... ma insomma... più o meno... )

Ci sono poi eventi che, per usare un linguaggio mutuato dall'informatica, stabiliscono relazioni uno a molti.
Per cui, mentre quell'uno non sa nulla dei molti, molti sanno tutto dell'uno, al punto di considerarlo per loro una stretta relazione specifica.

E questo è il caso di personaggi pubblici.

Non è specifico dei nostri tempi questo tipo di evento, ma certo il numero di casi simili è enormemente amplificato dai media i quali ci portano in famiglia perfetti sconosciuti e ce li fanno passare per amici.

Tutto ciò è molto innaturale, ovviamente. Ma tant'è.

Poi ci sono casi in cui viene costruita la relazione addirittura post-mortem, tramite un processo di identificazione di gruppo.
E' il caso di sconosciuti che qualcuno ha interesse a promuovere come vicini emotivamente.
L'interesse può essere politico, o anche semplicemente, la commozione fa vendere (audience, share, eccetera).

Quindi ci viene chiesta la commozione e la partecipazione emotiva sulla base di alcuni assiomi, che vanno a colmare il vuoto relazionale, esistente fra noi e la vittima, di cose buone e positive.

E' un meccanismo che è addirittura in grado di sovrapporsi a relazioni d'inimicizia pregresse e farle dimenticare, sostituendole.
Mi ricordo, in passato, il caso di emeriti figli di puttana, riconosciuti tali, che dopo morti hanno sfiorato la santità, dopo martellante campagna in questo senso.

Non mi piace, questo processo di manipolazione delle coscienze.
Sono estremamente vigile in questo, e so riconoscerlo, per cui non mi lascio trascinare da questi meccanismi.

Sto facendo riferimento, ovviamente, ai militare italiani morti in afghanistan.

Dal punto di vista politico, il mio dissenso da operazioni tipo quella irakena o afghana è totale.
La mia completa sfiducia e disistima nei confronti della nostra classe politica, anche.
Inoltre diffido, a prescindere, di persone che hanno scelto di fare il soldato professionista.

Quindi, nulla, assolutamente nulla mi lega a queste persone. In nulla mi identifico.

Quindi, alieno come sono ai condizionamente dei media, sono indifferente, a quello che è accaduto.

Il can can mediatico mi infastidisce e lo trovo nauseabondo.
La retorica della commozione di gruppo mi da l'orticaria.
I nazionalisti che tifano per i soldati come per l'italia allo stadio li metterei nella gabbia delle scimmie allo zoo (e le scimmie libere fuori).

Molto onestamente, non sento più compassione per questi morti di quanta non possa averne per persone di altra nazionalità, fede, o motivazioni.

Perché mi sono estranei, e non mi identifico in loro.


La compartecipazione al dolore nasce dalla possibilità di individuare dei tratti comuni, fra te e le vittime.
Io, oltre a quella di essere nati in Italia entrambi, non ne vedo altri.

E questo non mi basta.

Assisto al solito cliché: ora scaveranno nella vita di questi esseri umani, nelle loro storie, nel dolore delle loro famiglie, delle mogli, delle madri, dei figli.  E allora di fronte a queste cose, che ci accomunano a tutti, e dico a tutti, anche quelli di altra nazionalità, fede e credo politico, gli esseri umani, si tenderà alla identificazione e alla partecipazione emotiva, come se avessero colpito qualcuno a noi caro.

Perchè se solo ogni vittima, di qualsiasi, nazionalità fede e credo politico, venisse presentata come uomo, nel suo universo di affetti e speranze, ci identificheremmo in ogni modo.

Ma non è così. E' uno sporco gioco. Ben noto alla propaganda di ogni regime:

"È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.

Hermann Göring"

E così battono la grancassa su alcuni concetti base, per farci identificare in loro e sentirci tutti feriti e colpiti. Immediata nasce quindi la difesa per risentimento e l'odio per il nemico.

Ma anche quelli che sono saltati in aria con l'autobomba, per quanto io sia consapevole che probabilmente avrò molti più valori in comune con i militari italiani morti che con i talebani, sono uomini.

E sono uomini che hanno scelto di compiere un atto di guerra in cui sapevano che avrebbero perso la vita contro quello che vedono come un esercito invasore nel proprio paese.
E se entrassimo nelle loro vita, se qualcuno si prendesse la briga di portarci nelle loro storie umane, proveremmo pietà per loro, per chi li piange, compartecipazione e anche forse stima e ammirazione.

Ma il punto è che stanno dall'altra parte.

Loro non sono più essere umani. Sono alieni: mostri chitinosi eterodiretti.
Loro nemmeno muoiono, quando saltano in aria, perchè poi dai pezzi si riformano interi.
Loro non nascono figli, non hanno madri né padri.
Loro vengono coltivati in baccelli e al momento opportuno estratti e data loro parvenza di vita inviati a uccidere.

La solita disumanazione del nemico.

E questa è la terribile forza della guerra: disumanare i "nemici" e schiacciarci tutti con gli "amici".
In questo contesto, anche i civili che sono morti nell'esplosione, sono uomini. Eppure ci si accenna solo di sfuggita.
I soliti danni collaterali delle missioni di pace.  A chi gliene frega dei milioni di irakeni uccisi per portare loro la democrazia?

Ognuno si piange i suoi morti?
Beh questi non sono i miei morti. Non semplicemente perchè sono italiani sono i miei morti.

Non gioisco. Trovo stupido farlo.
Ma non piango, non mi commuovo, sono indifferente.
Non me ne frega niente.





9月6日

tramonto

tramonto

 

Anche un paesaggio visto cento volte, davanti a cui passi distrattamente, riesce a volte a stupirti e lasciarti senza parole.

(tramonto sulla Catena orientale del Gran Sasso)