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日志


5月2日

Flok

Stanotte mi sono svegliato per un sogno. Tornavo da un viaggio e il mio cane non era in auto. Era sceso da qualche parte. Era perso chissà dove.
Mi svegliavo con un senso di perdita da farmi star male. Che si acuiva ancora di più quando diventavo abbastanza lucido da ricordare che il mio cane è morto, più di cinque anni fa. Nel novembre del 2002.
Dopo essere stato con me per oltre 14 anni.

Mio padre raccolse questo cane per strada, ad agosto, buttato fuori da una macchina. Abbandonato. Un cucciolo di qualche mese, magro da far paura. Impaurito e guardingo. Non riuscì a fare a meno di raccoglierlo e lo portò in una casa sul lago, dove avevo iniziato le vacanze.
"beh per ora lo teniamo qui, c'è il giardino, starà bene. intanto gli troviamo un padrone"
Era uguale al cane di un fumetto della mia infanzia. Flok, il cane di Gufo Triste, negli albi del Comandante Mark


Solo che era nero. Ma magro e dinoccolato come lui. Sempre pronto a rubare qualcosa da mangiare, a rovistare fra i rifiuti, a scappare a nascondersi se qualcuno gli si avvicinava. A pochi mesi Flok aveva già visto il peggio della vita. Conosceva la fame, la crudeltà, i sassi e i calci. Aveva imparato l'arte del fingere: bastava sfiorarlo per strappargli guaiti lancinanti. Flok si arrendeva subito. E appena poteva scappava. Non credeva alle carezze. I bocconi di cibo li ingurgitava rapidamente. Guardingo. Incredulo. Furbo.

Un mese passa presto. E un padrone per Flok non si era trovato. Io vivevo da solo in quel periodo, fuori Roma, e stavo fuori tutto il giorno.
Decisi di portarlo a casa mia inizialmente. E me lo portavo dietro il giorno.
E fu così che Flok restò con me. In pratica 24 ore al giorno, dal 1988 al 2002.
Lo portavo in ufficio con me, occupava la sua cuccia vicino alla mia scrivania. Praticamente invisibile. Se uscivo la sera stava in macchina. Se andavo in vacanza veniva con me. In montagna, al mare, in barca, sulla neve.
La mia vita iniziò a regolarsi su Flok. Se una cosa potevo farla con lui, la facevo. Altrimenti no.
E lui su di me. Ovviamente.
Lui preferiva stare con me. Sempre. Preferiva stare in macchina davanti ad una discoteca tutta la notte. Piuttosto che a casa.

Quando mi sposai e lei venne ad abitare da me, ci furono difficoltà iniziali, per stabilire le regole nel branco. Alla fine la accettò. E divenimmo tre.
Poi arrivò la bambina. Lui l'annusò un po'. Poi mosse la coda. E diventò il suo pelouche paziente.

E lo sapevo in quegli anni in cui era ancora forte che prima o poi mi avrebbe lasciato. E glielo dicevo.
Che farò senza di te?
E così. La vita passa. E una malattia lo ha portato via. Ora è nel giardino della casa al lago, dove lo vidi per la prima volta. E una parte di me è con lui.
Quattordici anni sono tanti. C'è un sacco di vita dentro quattordici anni. Un sacco di ricordi, di risate, di gioia, di amore.
Ma io lo  sapevo che sarebbe restato con me per sempre.
E infatti ecco. Sono qui a distanza di 5 anni con le lacrime agli occhi pensando a lui.
Certi amori non si dimenticano.




4月23日

la tv

Io non guardo la televisione. Da un bel pò di anni.
Me ne sono reso conto pienamente ieri sera, quando un amico mi manda un sms da aosta. Sta guardando romanzo criminale, e non si ritrova con certe frasi gergali romane. Mi metto a guardarlo pure io. Ma si.
Ieri sera ero senza internet. Avevo pensato di leggere. Sto leggendo "meridiani di sangue" di cormak mc carty (se si scrive così, non sono sicuro).
Di questo autore ho letto "la strada". Mi è piaciuto molto.
E' lo stesso di "non è un paese per vecchi" ma siccome sono un dannato snob, siccome ha vinto tutti sti premi oscar, e tutti sono andati a vederlo e tutti commentano eccetera eccetera ... allora io per ripicca non lo compro, per ora.
Ho comprato "meridiani di sangue" che parla del west. Si proprio del vecchio westr dei cow boy, degli indiani, delle deserto.
Solo che ne parla come probabilmente doveva essere a quel tempo veramente. Senza il minimo sentore di una legge di qualche tipo.
Dicono che il libro è crudo. Si forse lo è.
Prendere bambini apache per i piedi e sbatterli per terra per la testa fino a fargliela scoppiare è un'immagine un pò dura.
E gli apache prendevano i bambini bianchi e li infilavano ai rami degli alberi.
Nessun compiacimento per la violenza. Solo sano realismo.
Altro che mitico selvaggio old west dei film.
 
Grande autore, questo.
Ok. Ho smesso di leggere e ho acceso la televisione. Non ho nemmeno l'antenna vera, ho regolato quella che vendono ai supermercati. Vedevo tutta nebbiolina. Ma chi se ne frega.
Bello, "romanzo criminale", un bello spaccato di una certa roma.
Ma più bello ancora è stato cambiare canale durante la pubblicità.
Cavolo, quanto è che non lo facevo?
Mentana ha i capelli tutti bianchi! Io me lo ricordavo ricciolino nero.
 
Quanti soldi hai accumulato nel frattempo per ogni capello bianco che hai messo?
E anche altri. Come sono invecchiati.
Porca puttana sono invecchiato pure io sicuramente. Maledetti bastardi. Me lo ricordano.
 
Ma quanti anni sono che faccio a meno delle vostre baggianate?
Quanti anni sono che riesco a vivere senza i vostri consigli per gli acquisti? senza il vostro scandalizzarvi per quello che invece vi fa felice perchè vi fa vendere? Quanti anni senza quel viscido individuo di Bruno Vespa?
 
Beh sono stato contento. E' stato come guardare dentro un acquario e riconoscere pesci conosciuti per nome. E altri no. E sapere che non ho nulla a che fare con loro, mi ha fatto sentire bene.
 
Loro, con il loro fottuto sistema di controllo centralizzato.
 
 
State bene dove state. Dentro quella scatola nera.Spenta.
A vomitare inutili parole che a me non arrivano.
 
 
 
4月22日

La cosa giusta


Vi è mai capitato di avere la sensazione di aver perso definitivamente qualcosa d'importante, non dicendo o non facendo la cosa giusta, quella che in quel momento dovevate fare?

Se avete un po' di anni sicuramente si.

E' stata quella volta che non avete avuto tempo per una persona amata.
Oppure quando per uno stupido risentimento avete permesso che la polemica e l'orgoglio distruggessero un'amicizia.

O anche quando andavate troppo di fretta per ascoltare qualcuno, o per sforzarvi di capirlo, o per fare un carezza, un abbraccio.

E così, velocemente la vita avviene, e le cose passano come le luci di notte da un'autostrada: pensi che in ogni momento puoi fermarti a guardarle da vicino. E in effetti potresti. Ma non lo fai ed esse sono sempre più lontane.

Perdi le persone per sempre. O perdi i momenti della loro gioia, il loro dolore.
Non c'eri mentre soffrivano o erano felici.
Non c'eri mentre avrebbero voluto abbracciarti o chiederti perdono.
Non c'eri mentre se ne andavano. Per sempre.

Quanto pesa dentro di te questo?

Noi siamo sempre in fuga da qualcosa. Riempiamo la nostra vita di cose che le diano significato: le passioni, il lavoro, gli oggetti, i libri, la musica...

Tutte cose, anche belle, nelle quali ci impegnamo. E magari arriviamo anche a essere veramente bravi.
Oppure arriviamo a possedere. E in questa società in cui si è ciò che si possiede, questo può riempirci di sicurezza. O anche ci costruiamo, indagando su noi stessi, cercando risposte dentro di noi.

Eppure...
Spesso mentre corri, mentre le tue giornate passano e tu sei già rivolto verso quelle che debbono venire e consumi la vita come fosse un nastro d'asfalto e corri, corri...

eppure...
a volte ti giri guardi indietro, scopri abissi di anni in cui non c'è nulla da salvare.

Ma come?!
Era tutto così entusiasmante mentre lo si viveva, mentre lo si immaginava, mentre si sperava e lottava per esso?
Dov'è sparito tutto? Perchè una volta raggiunta la curva ce n'è subito un'altra e un'altra e un'altra...?

Perchè quello che raggiungiamo è così effimero da non essere quasi assaporabile e il suo gusto scompare presto lasciandoci una fame e una sete ... e non sappiamo di cosa...

Non riesci a guardare dietro. Non c'è quasi nulla.


Allora ricominci a correre. Fuggi. Non sai da cosa, e non sai verso che cosa.
Perchè impari presto che la strada che percorri ti scompare sotto i piedi ad ogni passo che fai.

Non lasci scie dietro di te. Come un viandante nell'acqua.

E così continui a correre. E correndo la vita passa. E ogni volta che ti guardi dietro vedi poco o niente. E più tempo passa e più inizi a pensare che alla fine, all'ultimo istante, quando guarderai indietro, vedrai lo stesso poco o niente.

E saprai del mondo della vita e di te, più o meno niente.

Te ne andrai come sei venuto.
E' possibile?

Ecco.
Ogni tanto ho avuto la sensazione di poter afferrare il bandolo della matassa.
Ma poi ogni volta mi è sfuggito.



Il bandolo aveva qualcosa a che vedere con il rimpianto.
Con quelle cose che non avevi fatto o detto e che mancavano all'appello.
Quelle cose che quando ci pensi senti che avresti dovuto rinunciare a tutto pur di viverle.

E, se ci pensi un po', ti rendi conto che a volte le hai vissute.
A volte, quei gesti li hai fatti e quelle parole le hai dette.
E sono quelle cose che guardando dietro, nella tua vita, ti danno serenità.

Quelle cose che sai di aver fatto la cosa giusta.

Ma allora...
la vita è fatta di istanti? In una carezza, in una parola, in un gesto... si concentra quello che conta?

E il resto?

Viviamo decenni, ma sono istanti quelli in cui la vita acquista, o no, senso?

Alla fine, forse che il senso della vita non è nel costruire, nel fare, nel sapere, nel conoscere...

Ogni cosa che si fa non è altro che contorno a delle singolarità.

Non importa ciò che si fa, come lo si fa, quanto si fa... ma importa non essere distratti quando è il momento in cui quel singolo istante può verificarsi.


Singoli istanti ineffabilmente perfetti: è tutto ciò che porti con te.

E si possono perdere, per nostra colpa.
Il punto è questo. Si possono perdere se non li riconosci. Se non fai la cosa giusta.

Non importa quello che facciamo nella vita. Come siamo.
Importa mantenere sufficiente flessibilità e attenzione da non perdere per sempre quegli istanti.

Chissà se mi sono fatto capire.

E' difficile.

Il fatto è che occorre essere sufficientemente forti da fermare la nostra quotidianeità, le nostre corse, quando è il momento di vivere quei momenti.

Bisogna saperli riconoscere e a quel punto, lasciare da parte tutto il resto.

Perchè il resto non è ...

niente.


So solo che quando li "manchi" te ne accorgi e ti resta un buco dentro.
Quando li cogli ti arricchiscono e li porti con te per sempre.

Come capire qual'è, la cosa giusta?

Non lo so.
Bisogna essere consapevoli. Non vivere per abbrivio. Non diventare ingranaggi. Non dare mai nulla per scontato. Non aver paura di essere diversi. Non temere di esprimere quello che senti dentro. Non avere preconcetti. Non farti ingabbiare nella routine. Non indossare maschere.
Non vivere perchè gli altri ti guardano.

In una parola, bisogna coltivare la propria libertà. Costi quel che costi.
Credo. Forse.
Ed essere pronti.

Stambecchi e momenti

Leggevo da qualche parte, giorni addietro: viviamo esclusivamente nel presente, il passato esiste nei ricordi, il futuro nell'immaginazione.
Eppure, il passato e il futuro ci condizionano ogni istante del presente.
Il simbolismo biblico dell'aver mangiato la mela dall'albero della conoscenza, ovvero l'aver perso lo stato animale, appare veramente una condanna senza appello.
Una volta in montagna ad una svolta del sentiero, a picco su una gola, mi fermai ad osservare dall'altro lato, su una parete alta più di un centinaio di metri, una famiglia di stambecchi: un grosso maschio, una femmina, due giovani e due piccoli. Si muovevano su quella parete verticale sfruttando esigui passaggi, con una sicurezza affascinante. Ad un certo punto i piccoli scoprirono un gioco: con un saltino colpivano qualche sasso posto sull'orlo del baratro facendolo precipitare e si affacciavano seguendolo nella caduta.
Inutile dire che ogni volta rischiavano di cadere insieme al sasso. Il resto del branco, fra cui la madre, erano assolutamente indifferenti, continuando a strappare ciuffi d'erba e masticare, sotto i primi raggi del sole che avevano raggiunto il costone su cui si trovavano.
Non è che stambecchi e camosci non cadano e non muoiano, in montagna. Certo hanno un'agilità e una sicurezza incredibile, ma anche a loro capita di sbagliare e di cadere. Pensavo: posso capire i piccoli, che sono incoscienti, ma gli adulti del branco?  Eppure erano completamente indifferenti. Fino a che i piccoli non si stancarono del gioco e si tolsero dalla situazione di pericolo nessuno fece nulla per richiamarli.

Io, a guardarli ero in tensione. Mi aspettavo da un momento all'altro la caduta mortale e tirai un sospiro di sollievo quando si allontanarono dalla stretta cengia su cui stavano giocando quel gioco mortale.
Non c'entra l'istinto paterno. Io mi preoccupavo per i piccoli di stambecco, gli stambecchi no.
Perché?

Penso che sia perché loro vivono assolutamente nel presente. Conoscono i pericoli, ma li accettano e ci convivono. La paura della morte non ne condiziona l'esistenza. Se possono la evitano nel momento in cui ne hanno la percezione. Ma non immaginano una situazione in cui potrebbero verificarsi condizioni mortali. Non prefigurano possibilità.
La conoscenza. Ovvero il chiedersi, il domandarsi, il rispondersi con un ventaglio di possibilità, l'esaminare le potenziali varianti. Imparare dall'esperienza (quindi rivolgersi al passato).
E' tipicamente, fortemente, umano.
Forse non solo umano, anche animali evoluti lo fanno, ma in misura molto molto minore.

Beh a volte vorrei essere come quegli stambecchi.
Non pensare al passato né al futuro. Vivere semplicemente il presente.
A volte ti arrivano cose dal passato che riescono a ferirti come se avvenissero nel presente. Anche se con il tuo presente non hanno nulla a che vedere.
A volte proietti nel futuro tue ipotesi che poi magari si riveleranno del tutto irrealistiche e che pure al momento ti fanno soffrire come fossero assolutamente vere.

Ma anche i bei ricordi, e i sogni belli, d'altro canto sono un dono di questa capacità. Lo so.
Ma questo è un periodo in cui non vorrei averla.


L'immagine è proprio di quel momento di cui scrivo. Oltre ai tre stambecchi adulti sopra, se ne intravede un quarto in basso. Un quinto è fuori campo. L'immagine tagliata non dà idea del salto di roccia sottostante. Ma se non l'avessi tagliata gli stambecchi non si sarebbero notati.

4月21日

weekend

Lunedi. Difficile riprendere il lavoro, con i muscoli doloranti, le mani gonfie, i lividi e i graffi sulle braccia. La testa ancora piena di sole, il corpo che ricorda i movimenti che lo hanno fatto salire con leggerezza ma anche quelli in cui si sentiva pesante, goffo e ingombrante.
Normale lunedì dopo arrampicata.
Amici, scherzi, parole, risate, tentativi di salire, alcuni riusciti, altri meno.
Sono contento di ieri. Ho chiuso un vecchio conto in sospeso, sto scalando bene. Anche se la mia dieta non sta funzionando e peso ancora troppo.
Una via che avevo trovato dura sotto e impossibile sopra, anche da secondo e che ieri mi è sembrata facile e divertente sotto e solo un po' faticosa sopra.
Come cambiano le percezioni delle difficoltà a seconda di come ti senti in forma.

Difficile spiegare anche, a chi non scala, cosa provi. E' nel cercare l'equilibrio, nel capire se un'asperità che senti sotto le dita basterà a sorreggerti mentre sposti il peso del corpo da un piede all'altro, salendo. Se la punta del piede che spinge su quella tacchetta piccola scivolerà prima che tu sia riuscito a scaricare il peso. E' adattarsi alle forme che ti offre la roccia, è nel muovertici sopra, tirando, spingendo, usando il minimo di forza possibile, aderenti alla parete quanto puoi, più che puoi. Non pensare che puoi cadere, ma sono a salire, riposare quando puoi, passare veloce quando stare fermo costa fatica. Respirare. Respirare. Interpretare il linguaggio della roccia. Capire. Capire velocemente. Fare. Agire. Si. Sei passato, sei oltre, sei in un altro punto in cui puoi riposare.
Alla fine la via, quei 15-20 metri che hai salito, sono una sequenza che ricordi, una grafia di movimenti disegnati sulla roccia attorno ad una linea. In qualche modo senti di aver disegnato con il tuo corpo un'effimera piccola opera d'arte. E una grande soddisfazione ti prende. Per così poco.

Siamo andati a Ferentillo. Che è un paesino in Umbria, in val Nerina, qualche chilometro dopo le cascate delle Marmore, andando verso Norcia.
Un sacco di pareti di calcare a due passi dal paese. Parcheggi e scali. Ti stanchi e hai un bel locale rustico per mangiare, bere, riscaldarsi d'inverno.
Ci siamo trovati più o meno casualmente un bel po' di gente. Alla fine eravamo una decina di persone. E sul posto c'erano già tante persone. Il pienone delle grandi occasioni. Dopo qualche weekend freddo e ventoso si sentiva il bisogno di una giornata veramente di primavera.

Fantastico. Abbiamo già programmato il prossimo fine settimana lungo un posto un poco più distante ma paesaggisticamente ancora più bello. La primavera in umbria è uno spettacolo. Decine di gradazioni di verde e tantissimo rosa, di certi alberi di cui non so il nome ma che in questo periodo sono uno spettacolo.

Se il tempo resterà bello, il prossimo week end a Gavelli, dove ci aspetta questo ambiente:



Intanto, buona settimana a tutti.

4月16日

Considerazioni

Per me Veltroni e Berlusconi non fanno differenza. Il secondo è più evidentemente squalo del primo, più gaglioffo, più rozzo. Indubbiamente è uno che ha fatto i soldi con la mafia e l'appoggio della P2. E' un personaggio spregevole. Il primo è un funzionario di partito che non è mai uscito dal sistema che lo ha prodotto. Un furbo che comunque perpetua il sistema di potere della sinistra tenendo ben salde nelle sue mani le leve delle occupazioni strategiche.
Sono il poliziotto buono e quello cattivo dei telefilm.
Una è la faccia presentabile per i sognatori e l'altro una faccia sporca per i cinici.

Sono entrambi pupazzi in mano al potere economico-finanziario che sta conducendo il pianeta verso un bagno di sangue.

Io non ho letto differenze nei programmi di PD e PdL.  Sono uno la fotocopia dell'altro.

Continuo a sentir parlare di "sviluppo sostenibile"  e di crescita della produzione. Qualcuno ha detto "solo gli economisti e gli imbecilli credono alla crescita infinita"
Qualcuno parla in questi giorni del gravissimo problema dell'aumento del prezzo dei cereali che insieme , e collegato, all'aumento del prezzo dei combustibili fossili sta conducendo il mondo sull'orlo di una crisi gravissima. Ma sembra che tale argomento non coinvolga i nostri politici.
Eppure:
http://www.corriere.it/economia/08_aprile_14/focus_cereali_e04346d4-09e7-11dd-bdc8-00144f486ba6.shtml

Eppure:
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_15/showXhtml.asp?highLight=0&idAtto=14193&stile=6
"Italia, primo paese importatore di grano, davanti alla Cina, acquista all'estero circa il 60 per cento del suo fabbisogno di grano tenero e il 30-35 per cento del suo fabbisogno di grano duro (con stime che prevedono il ricorso all'import fino al 50 per cento nei prossimi anni) e che si potrebbe trovare in una situazione di grave crisi nel prossimo futuro"

eppure diminuiamo le nostre colture di cereali
http://www.politicheagricole.gov.it/SettoriAgroalimentari/SeminativiColture/Cereali/Cereali_Situazione_Italia.htm

Su quanto dipendiamo dall'estero per il fabbisogno di energia e di combustibili è inutile soffermarsi. Praticamente viene quasi tutta dall'estero.

Ovviamente,
secondo il modello della crescita continua, dello sviluppo infinito,
non si parla di riconvertire le colture per l'allevamento da carne,

http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=482

che manderebbe in crisi un settore fiorente e una potente lobby; bensì di promuovere le coltivazioni OGM.

Non si parla di intervenire sulla distribuzione
leggere :
http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1077906,00.html
Proposta che vorrei sentire fare da un politico:
togliere l’agricoltura dalle mani della Wto, dominata da poche multinazionali globali, e spostare gli investimenti agricoli a sostegno della piccola agricoltura legata al territorio.
Ma a chi è in mano la produzione di carne? non sono gli stessi che hanno in mano la produzione di cereali OGM? non sono gli stessi che hanno in mano la produzione di cereali per la produzione di etanolo? non sono gli stessi che hanno uomini chiave nell'amministrazione americana?
Eh già:
http://www.disinformazione.it/monsanto.htm

E non parlo dello sfruttamento delle risorse marine, di quelle idriche e di quelle forestali.
http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/ambiente/fine-del-mondo/fine-del-mondo.html

Ma a nessun politico ho sentito accennare minimamente il problema della decrescita. Il problema di recedere da un sistema di sviluppo che sta conducendo il pianeta verso una catastrofe.
Non ne posso più di verdi la cui unica preoccupazione è la salvaguardia dell'uccello padulo nel parco di belfiore mentre le armate di mordor sono alle porte.
Non ne posso più di rossi i cui unici problemi sono il mantenimento di privilegi acquisiti e la generica difesa a parole degli interessi di classi sociali ormai inesistenti.
Per non parlare degli altri, ovviamente, che ispirano solo vomito.

Io non la conosco la soluzione
So quello che non può essere però.
Sicuramente non può essere tutto ciò che sa di vecchie e stantie ideologie, visto che non ci hanno portato da nessuna parte.
Sicuramente ha a che fare con un modo nuovo di considerare l'uomo in rapporto al pianeta.
Sicuramente occorrerà fare passi indietro e anche coraggiosamente, perché costeranno molto.
NON È IN VISTA ALCUNA COMBINAZIONE DI FONTI DI ENERGIA IN GRADO DI SUPPORTARE ANCHE SOLO UNA PICCOLA PARTE DELLO STILE DI VITA AL QUALE IL MONDO OCCIDENTALE ED OCCIDENTALIZZATO SI È ABITUATO

Non vedo alternative ad un drastico violento ridimensionamento della presenza dell'uomo sul pianeta, in altro modo.
Ed è questo che sposta i termini della questione e fa delle beghe da cortile della politica italiana questione ininfluente se berlusconi o veltroni. Semplici burattini in mano ai mercati

- più che dire agli altri che il mondo deve cambiare, devi cambiare tu.
- più che pretendere che gli altri facciano qualcosa, devi farla tu.

La cosiddetta politica è nata come arte di governo possibile.
Poi si è ammantata di ideali.
E gli idealismi, tutti, non sono dissimili dalla religioni.
E sono stati per l'umanità, allo stesso modo, solo la leva per milioni di morti.
Perché gli uomini sono infinitamente peggiori delle idee che sono in grado di produrre.
Oggi, ormai, la consapevolezza individuale è inscindibile dal benessere collettivo.
O meglio: non si ha e non si avrà benessere collettivo senza consapevolezza individuale.

Credo che il cambiamento possa avvenire solo con una profonda presa di coscienza, solo acquisendo consapevolezza.

Se non avessi timore delle mille strumentalizzazioni possibili in forza del connotato forzato per un verso o per un altro che ha assunto nel tempo questo termine, parlerei di rivoluzione spirituale.

Mi limito a ribadire che si tratta di una rivoluzione etica.

Bisogna avere dei princìpi, occorre avere dei valori.
Non abdicare ad essi. Vivere conseguentemente ad essi.
Questo è il minimo e insieme il massimo che possiamo fare.

Quella cosa che è sempre stata chiamata "politica" in qualsiasi momento storico, in qualsiasi forma aggregativa, di qualunque colore si ammantasse, ha sempre, sempre, sempre, sempre, e solo, prodotto un'altra forma di quello che intendeva eliminare.
Il fine non giustifica i mezzi.
I mezzi sono il fine.

Se aborro una società violenta non userò la violenza per cambiarla.
Se aborro una politica di furbizie non userò furbizie per prendere il potere.

Nessuna forma ne è stata esente.
Per il semplice fatto che erano uomini a portare avanti quelle idee.
E per le loro sporche motivazioni personali le hanno usate.
Producendo sopraffazione, potere, odio, rabbia, violenza, sopruso.
Conculcando diritti e reificando libertà.


Quindi il problema non sono le idee. Il problema sono gli uomini.
Quindi cambia te stesso. E lotta contro chi vuole impedirtelo. Questo sì.
Questa è l'unica rivoluzione possibile.

Allora la prima cosa da fare è essere consapevoli individualmente.
Rifiutare il sistema vigente e resistere individualmente.
Sperando che l'esempio serva a qualcosa, o comunque per non contribuire ulteriormente all'entropia.

Che possiamo fare in concreto?
Ridurre i consumi. Uscire dal sistema delle merci. Farci durare quello che abbiamo. Limitare l'utilizzo di oggetti e sostanze inquinanti.
Ridurre drasticamente i consumi di carne. Acquistare prodotti locali. Prodotti di stagione. Vivere con meno. Usare prodotti a basso consumo di risorse.
In una parola iniziare a concepire il concetto di DECRESCITA.

http://www.decrescita.it/



n Before It Is Too Late Aurelio Peccei e Daisaku Ikeda scrissero:
È giunto il tempo di rivedere completamente il nostro modo di intendere le cose, anche se ciò scuote alla base la nostra fiducia nella rivoluzione materiale e nei concetti di progresso, ricchezza, benessere e civiltà che abbiamo costruito in quest’epoca. Se vogliamo marciare in sicurezza e serenità verso il futuro, sono indispensabili nuove linee di pensiero ed azione. Tra esse è essenziale la considerazione che nessun problema può essere affrontato adeguatamente (figuriamoci risolto), nessuno sviluppo economico o sociale è possibile, nessun piano può essere realizzato e nessuna eredità può essere efficacemente lasciata ai nostri figli, assolutamente nulla può durare fino a quando e a meno che non riusciremo a ristabilire la pace e l’armonia con la Natura. Insieme allo sviluppo umano, questo è l’imperativo fondamentale della nostra epoca e una delle principali conclusioni da trarre dalle nostre riflessoni sull’ascesa dell’uomo moderno ad una posizione di potere e responsabilità senza precedenti su questo nostro piccolo e vulnerabile pianeta. Tutte le altre considerazioni possono essere solo secondarie.
http://www.oilcrash.com/italia/wilson04.htm



4月15日

copio e incollo dato che condivido completamente

Brutti risultati? secondo me no

di Gianluca Bifolchi
http://achtungbanditen.splinder.com/

"Nihil admirari", diceva Orazio, non ti stupire di niente. Massima fatta oggi propria da quanti vogliono esibire la nonchalance dell'uomo di mondo, e che ha un equivalente nazional-popolare nella gag "Ho fatto tre anni di militare a Cuneo".

Anch'io ho fatto tre anni di militare a Cuneo, ma non posso evitare sorpresa ed "admiratio" all'atmosfera di smobilitazione e avvilimento che ho colto ieri sera in molti ambienti di sinistra, in reazione ai risultati elettorali.

Non parlo qui soltanto della stolta inclinazione che ha condotto molti nelle settimane passate a confondere i desideri con la realtà, e a ignorare pervicacemente i sondaggi che consegnavano assai chiaramente la vittoria nelle mani di Berlusconi.

Mi riferisco piuttosto alla stupefazione mentale con cui molti, a sinistra, hanno vissuto i due anni di governo Prodi, mancando di cogliere tutti i significati di quell'esperienza e temendo ora il peggio senza essersi accorti che il peggio era già arrivato.

Nei due anni del governo Prodi abbiamo assistito alla più forte impennata delle spese militari della storia repubblicana, e al rifinanziamento di tutte le missioni di guerra col voto della sinistra "pacifista". Abbiamo assistito all'assalto ai servizi pubblici affidato alla Lanzillotta, per l'ultima orgia di liberalizzazioni e privatizzazioni sulla scia della direttiva Bolkestein, di cui Prodi era stato ostetrico a Bruxelles ai tempi della presidenza della commissione dell'UE . Abbiamo assistito al Protocollo del Welfare e all'assoluzione della Legge Biagi contro cui nella precedente legislatura tutto il centrosinistra, dai banchi dell'opposizione, aveva votato contro.

Ora ci si straccia le vesti perché dei due blocchi neoliberisti ha vinto il più sdrucito e caciarone. In fondo non è questo la politica: una passerella su cui sfilano contendenti da giudicare per bon ton, disinvoltura, look, bella presenza e cultura generale?

Si dice: ma la Lega razzista e xenofoba è andata avanti!

Ma che ci si poteva aspettare in un paese in cui il sindaco di Roma, che aveva annunciato di ritirarsi dalla vita politica per andarsi ad occupare dei bambini poveri dell'Africa, approfitta dell'omicidio di Giovanna Reggiani per lanciare la sua candidatura a Primo Ministro soffiando sulle braci di un'atmosfera da pogrom anti-rom e anti-romeno che provoca addirittura un incidente diplomatico con Bucarest?

Ma Berlusconi candida Ciarrapico. Allarmi son fascisti...

E perché mai Ciarrapico fa scandalo quando è candidato nelle liste di Berlusconi, e non quando si scambia affettuosità e piacevolezze a Roma col regista della campagna elettorale di Veltroni, Goffredo Bettini?

I più queruli di tutti sono quelli che da sinistra hanno avvilito la propria dignità di cittadini piegandosi al ricatto del "voto utile" e mettendo la crocetta sul simbolo del PD, accettando ancora una volta come proprio motto il "no pasaran" contro le falangi berlusconiane. Come se Veltroni fosse un anti-berlusconiano! Come se l'esperienza delle politiche del 1996 e del 2006, vinte dal centrosinistra, non illustri ad abundantiam che non esiste alcuna volontà politica in quei lidi di affrontare il nodo del conflitto di interessi e che non una sola delle leggi ad personam fatte per salvare dalla galera Berlusconi sarebbe stata toccata nel caso improbabilissimo di una vittoria del PD.

Annah Arendt diceva che la scelta del meno peggio è la via che porta al peggio, ma sembra che in Italia quella del meno peggio continui ad essere una formidabile esca per imbecilli. E no, non mi scuserò con quelli che stanno leggendo e che hanno per l'appunto fatto, una volta ancora, la scelta del meno peggio. Se io mi do tanto spesso dell'imbecille da solo per una volta posso darlo anche voi: imbecilli.

Ma la mia esasperazione per i piagnistei di sinistra ha qualcosa di più fondamentale, che è il succo di osservazioni come quelle che precedono ed altre ancora che si potrebbero fare.

Quello che mi fa infuriare è la stoltezza di non voler capire che il sistema politico italiano che si è presentato alle urne, per le regole che negli anni si è dato, e per le forze politiche a cui aveva permesso di svilupparsi e prosperare, non è affatto l'arena in cui si manifesta e si esercita la sovranità popolare - se mai lo è stato in passato-, è solo la casa degli specchi necessaria a crearne e perpetuarne l'illusione.

Guardate un po' le preoccupazioni che ora si manifestano a destra e a sinistra perché i manigoldi della Sinistra Arcobaleno sono stati buttati fuori dal parlamento. Berlusconi ha detto di temere che ora la "sinistra radicale" si riversi nelle piazze. E ne ha ben donde. Venuta meno la funzione di oppiaceo istituzionale che Bertinotti & C. hanno esercitato finora, c'è il "rischio" che le istanze sociali espresse dai conflitti reali del paese si manifestino nella loro vera urgenza e drammaticità. Come li si prenderà in giro ora? Come gli si darà l'illusione che il piatto di lenticchie dato ai loro rappresentanti parlamentari (venduti!) sia una risposta alle loro rivendicazioni?

La risposta peggiore che si potrebbe dare - e qui smetto di occuparmi della processione di flagellanti che si disperano per il ritorno di Berlusconi, per parlare solo di chi ha un interesse nel futuro della sinistra italiana - sarebbe quella che, essendoci felicemente liberati dalla coorte di parassiti della Sinistra Arcobaleno, cominciamo a preoccuparci di chi mettere al loro posto. Questa dipendenza psicologica dai leader di partito e dai gruppi parlamentari è una stolta coazione a ripetere gli errori del passato senza voler indagare le cause degli inciampi e prendere provvedimenti perché non si ripetano in futuro.

Ho letto ieri un formidabile saggio della sociologa spagnola Angeles Diez, che meriterebbe davvero di essere tradotto. L'autrice dice che siamo condizionati a chiamare democrazia il sistema politico in cui viviamo, quando la sua definizione più acconcia sarebbe piuttosto "sistema di governo a base rappresentantiva". In realtà la democrazia rappresentativa non è nata per dare corpo ai principi della democrazia, ma al contrario per contenere le spinte popolari che si manifestavano nel corpo del morente ancien regime, e permettere un ordinato passaggio di poteri alle elite borghesi. Il movimento liberale delle origini - inventore del concetto di rappresentanza politica - era in realtà ferocemente antidemocratico, e sarebbe facile fare una silloge di citazioni dagli autori del pensiero liberale che mettano in evidenza il loro odio e la loro paura per un ruolo politico attivo del popolo. Agli albori dei sistemi rappresentativi il termine democrazia, derivato dalla dottrina classica che vedeva appunto nel popolo la fonte della sovranità, era profondamente detestato ed usato quasi come un insulto.

Il recupero in senso elogiativo del vocabolo è più tardo, coincidente con il superamento degli steccati censitari nell'elettorato attivo e l'avvento del suffragio universale. Ma tale passaggio di fase non cambiava la sostanza del problema, dato che l'allargamento del suffragio si manifestava nel contesto di un potenziamento dei mezzi di comunicazione di massa e del loro totale controllo da parte del Capitale, che si assicurava così una manipolazione quasi completa dell'opinione pubblica. Citando Chomsky l'autrice dice che i mass media stanno alla democrazia come il manganello sta alla dittatura. In questa cornice la parola "democrazia" è un vestito nuovo che si mette su un corpo vecchio che ha assai poco di democratico, e che storicamente è addirittura antagonistico al principio classico di democrazia.

E' per questo che l'idea di sostituire la Sinistra Arcobaleno con qualcosa di "meglio" è un'autentica presa per i fondelli, senza una chiara presa di coscienza che in questo sistema una vera sinistra non può che soccombere.

Le "rifondazioni comuniste" portano solo a un nuovo clero del cretinismo parlamentare (espressione leniniana, e non mussoliniana). Ciò di cui c'è bisogno è piuttosto una "rifondazione democratica" che contesti dal basso tutte le stenosi e le distorsioni del sistema istituzionale vigente che rendono illusoria la sovranità popolare, e denunci l'uso manipolatorio che si fa del termine democrazia.

I processi di revisione costituzionale in atto in paesi dell'America latina come il Venezuela e la Bolivia sono interessanti esperienze pilota che dovrebbero fornire ispirazione per la sinistra europea. Organismi di democrazia diretta e autogestione nelle comunità locali o formule di referendum revocatorio che interrompano a metà termine il mandato rappresentativo di chi ha tradito la sua base elettorale - tutte cose attualmente sperimentate in America Latina - , sono indicazioni dello sforzo che andrebbe compiuto per restituire alla parola democrazia il suo significato originario, e liberarlo dalle interpretazioni spurie e interessate di trecento anni di pensiero politico liberal-borghese.

Ma il compiersi di questi esperimenti in America Latina non è un frutto caduto dall'alto. E' al contrario il risultato di imponenti movimenti popolari di contestazione del neoliberismo sorti nel corso degli anni 90, in reazione alla consegna della nazione alla predazione di multinazionali europee e statunitensi. La "Sinistra radicale" che scende in piazza paventata da Berlusconi sarebbe, per l'appunto, un'analoga liberazione di energie popolari nel contesto italiano ed europeo da utilizzare in una lotta di conquista di una vera democrazia, intesa come potere del popolo e per il popolo.

L'umiliante decesso del bertinottismo e dei suoi annessi e connessi è la condizione provvidenziale perché le energie antagonistiche necessarie ad una rigenerazione democratica del paese - ma sarebbe meglio dire per la costruzione di una democrazia autentica, che non ha veri precedenti nel nostro paese - non vengano prosciugate nelle tattiche dilatorie del parassitismo burocratico-professionale che non ha altra mira che costruirsi un confortevole nido nelle istituzioni.

E' per questo che a me i risultati di ieri non dispiacciono. Già, proprio così, a me non dispiacciono affatto.

Viaggio nel ricordo e in un sogno

Avevo undici anni ed ero in campeggio al mare, vicino Sperlonga, con mia madre e mia zia.
C'erano dei barconi che ogni giorno si avvicinavano alla spiaggia e per qualche centinaio di lire portavano i turisti a fare un giro al largo.
Mia madre non sapeva nuotare e mai sarebbe salita su una barca. Mia zia era come lei ma si fece convincere ad accompagnarmi.
<< Non ti preoccupare zia >> le dissi convinto, << se la barca affonda ti salvo io che so nuotare >>.

Il motore diesel batteva regolare la barca navigava tranquilla nel mare calmo a poche centinaia di metri dalla costa.
Le spiagge si susseguivano agli scogli, ma io più che alla costa ero interessato a quel blu così scuro dell'acqua e alla schiuma bianca che la barca sollevava solcando le onde appena accennate.
Mi tenevo forte e indossavo il salvagente.

Ogni tanto la musica, che si sentiva forte a sovrastare il rumore del motore, s'interrompeva e il "capobarca" ci diceva qualcosa.
Non mi ricordo nulla di prima, ma, ad un certo punto...

<<Guardate che spettacolo ! Guardate ....
chista è 'a famosa muntagna spaccata...
...  quanno moritte a gesucristo... che venne nu grandissimo terramuoto e la montagnà si spaccò accussì.
.. su nu sasso incastrato ci facittero la chiesa, lassù in cima. >>

Le parole terremoto, gesucristo, la montagna che si spacca... attirarono la mia attenzione.

Da un megafono il capobarca sciorinava la sua storia:
<< Li nella grotta c'è la mano do turco.... No turco che un ci credette ao terramuoto e rideva, rideva...
S'appoggiò alla roccia e la mano s'affonnette into a essa.
Stà ancora li o segno. Tutti o possono vedere. >>

Storia impressionantissima alle orecchie di un bambino, di terremoti ed eventi soprannaturali.

E impressionante la scogliera lo era davvero.
Enorme.
Un muro giallastro che saliva dal mare.


Mura altissime con su in alto, della stessa roccia, il santuario, distinguibile solo per la fila ordinata delle finestrelle, unico segno umano nel caos di linee e macchie di colore della bastionata.
Ancora più grande dei suoi 120 metri, agli occhi spalancati di un bambino.


Passano gli anni.
Il ricordo non svanisce. Sedimenta.
Quando sento parlare della Montagna Spaccata esso riaffiora. Sorrido dentro di me. Rivedo quei colori, sento l'odore del mare e il vento, il battito profondo del motore diesel del barcone, la voce stentorea dal megafono, e rivedo quel muro!

Eventi storici, la morte di cristo, confusi con eventi geologici di qualche era precedente... che importa? le leggende sono favole a cui la gente crede perchè vuole credere... e io credevo, nel mio ricordo, ad un muro di cui non riuscivo a vedere la fine, diretto dal mare al cielo.


E quando comincio a parlare di montagna, di alpinismo e arrampicata qualcuno mi dice che li, proprio su quella parete, qualcuno si arrampica.
Penso che siano dei pazzi!
E come fanno ad arrivarci? e soprattutto come è possibile salire quel muro esposto al vento e agli spruzzi del mare, contendendolo ai gabbiani.
Come fanno a stare attaccati li?

Passano ancora gli anni.
Comincio ad arrampicare. Si parla di Gaeta e la sua montagna spaccata.

E i miei miti personali si accavallano...a quelli degli arrampicatori.

"La calata in doppia è impressionante, 110 metri ! " ..... "Se non gliela fai non c'è ritorno... a nuoto o chiami una barca !"... "L'esposizione è totale, il vuoto ti rivolta lo stomaco ! " ...
"Anche a gente brava ed esperta Gaeta fa impressione. Sarà perchè c'è il mare sotto...? Tanti non hanno il coraggio di scendere..."

Cose sentite... frammenti presi al volo.

Quella parete che sorge dalla mia infanzia, gialla grigiastra, enorme e repulsiva, mi affascina moltissimo.

Mi ammalia e mi spaventa.

E come molte cose della mia vita, ciò che mi spaventa inesorabilmente mi attira. E inizio l'assedio.

La razionalizzo.
Studio le vie, sulla carta e scopro che i gradi di alcune di esse sono alla mia portata.
Lo so. Pareti apparentemente inviolabili nascondono sulla loro superficie percorsi navigabili.

Come nella vita, è con piccoli passi che si percorrono lunghi cammini. Quei cento metri di parete sono fatti di sequenze di appigli e di appoggi di protezioni e di soste, di tiri di corda. Un "cammino che si fa camminando"...

Il mito si addolcisce. Non è più il muro ciclopico e inavvicinabile della mia infanzia.
Diventa più accogliente e... affrontabile.

Prima o poi...
.......

Luigi mi dice: "Andiamo a Gaeta, domani?"
Cavolo. Certo che ci vengo!    Si che voglio venirci!

Non me ne accorgo, non ci penso, ma entro nel mio piccolo personale sogno.
Penso di essere nella realtà, ma è un sogno che continua invece.

Quando è arrivato il momento di andare a fare una cosa che progetto da tempo, la sera prima, inevitabilmente ci penso. Mi preparo facendo mente locale sulla lista delle cose da portare.
Per vedere se sto dimenticando qualcosa cerco di immaginare quello che sarà il giorno dopo.

A volte tutto si ingarbuglia nella testa. Non riesco a concentrarmi. Non *visualizzo* quello che devo fare. Quasi certamente allora la cosa non andrà a buon fine.
Per il tempo o per altri inconvenienti, il giorno che viene non sarà quello giusto.

Altre volte invece, seguo una linea magica. Tutto è semplice. Ogni piccolo particolare va a posto con facilità. Allora so che è il giorno giusto, e che tutto sarà perfetto.

Questa volta è così.

Il mattino dopo il tempo è bellissimo. C'è il sole, ma l'aria è fresca e limpida.
Da Gaeta si staglia sull'orizzonte, simile ad un isola, la grande rupe del Circeo.

Poi, loro si perse nel mare, le isole Pontine, distanti buoni 50 chilometri.
Palmarola, Ponza, Zannone, più giù verso sud, Ventotene, e ancora, lontana, la grande sagoma di Ischia e la linea del golfo di Napoli, il Vesuvio.
Il mare è calmo, di un blu intenso.

Lasciamo la macchina a 100 metri dal santuario. Ci prepariamo e saliamo verso la sommità della scogliera.

Luigi prepara per la discesa. Ha una corda statica da 100 metri, che lascerà attaccata. Ci eviterà il tempo perso per attrezzare le tre doppie da 35 metri necessarie alla calata.
Temo un pò la mia reazione al momento di affacciarmi.
Razionalizzo, mi calmo...

Sparisce Luigi oltre l'orlo. Attendiamo, io e Antonio, il suo comando di corda libera,
che arriva dopo minuti, lontanissimo e quasi inavvertibile. Parte Antonio.
Resto solo.

Controllo la chiusura dell'imbrago. Scelgo il cordino per il nodo autobloccante. La piastrina, la ghiera, il moschettone. La macchina fotografica. Meglio far passare il moschettone dietro la corda.

La corda si è allentata. Monto il freno, il nodo e vado. Guardo sotto. Vedo il pozzo blu del mare. E' lontano. Mi concentro nella discesa.
Venti, trenta metri, la parete si allontana dal filo a piombo della corda.
Sono appeso a 4 metri dalla parete, a 60-70 metri dalla linea leggera di schiuma delle piccole onde che si infrangono sugli scogli.

Faccio bloccare il nodo e mi fermo, comincio a ruotare, pian piano.
Prendo la macchinetta fotografica e scatto. E' bellissimo!

Un attimo, il dubbio... E se la corda si spezza? e se l'anello dell'imbrago si stacca?
Un pazzo che da sopra taglia la corda?
Alcuni secondi, il volo, l'impatto con la roccia. Chissà a che pensi in quel momento?

Ma dai! ... figurati. Non si rompe nulla. Non può.
E non c'era nessuno, sopra. E Luigi ha fatto fare un'asola alla corda alcuni metri sotto il bordo e noi ci stiamo calando su questa. Il pazzo dovrebbe prima calarsi fino all'asola per poter tagliare...

Ecco, i fantasmi se ne vanno.
I tarli sono venuti allo scoperto e li ho cacciati. In alcuni istanti.

Continuo a scendere piano, godendomi la roccia, l'aria fresca, l'odore del mare.

Arrivo in fondo, alla fine, ad alcuni metri dal mare.
Luigi è già partito per il primo tiro della via dello spigolo. Mi lego e aspetto.

Sento il respiro del mare, i gabbiani, infilo le mani sudate nel sacchetto della magnesite.




Luigi è arrivato in sosta. Possiamo andare. Ok, salgo da terzo, recupero il materiale.


I muscoli sono ancora intorpiditi e l'impatto con questa roccia nuova, piena di appigli ma, specie lì in basso, arrotondati dal vento e dal mare, viscidi per la  salsedine, mi crea un momento di difficoltà.
Supero un traverso un pò titubante. Poi la via diventa più facile e arrivo alla prima sosta. Respiro.
Va da primo Antonio, arriviamo alla seconda sosta.

Mi sono sciolto. La roccia mi piace. La via è entusiasmante. Verticale, esposta, ma sempre ben appigliata e ben protetta.
Il sole è caldo ma l'aria è fresca e si sta bene.
I compagni vanno su sicuri. Non penso nemmeno ad andare da primo, sono preso dai miei pensieri, mi godo la salita.
Siamo a metà parete e dalla sosta guardo il mare.

Uno spettacolo incredibile !  Sono in spaccata in un camino, guardo in basso, attraverso le mie gambe e vedo il mare, scuro.
Sotto di me, il sole si riverbera in mille brillantissime luci, come stelle, nel blu scuro dell'acqua.
"Guarda..." dico a Luigi...

E' di una bellezza da restare in silenzio.

Arriva una barca, si ferma più o meno sotto di noi.
Uno cerca di farci vedere dall'altro, che non riesce a scorgerci.

"Li vedi .." dice al suo compagno, "vicino a quella roccia grigia ce n'è uno, e altri due più sotto..." .
E l'altro non riesce a vederci.

Eppure noi li sentiamo e vediamo benissimo. Mi viene da salutarli.

Provo a guardarmi coi suoi occhi e miei occhi allora sono quelli di un bambino di undici anni che guarda la parete e mi vedo perso in essa.

E' un attimo.
Sogno e realtà si sovrappongono. E' pura magia.  Sono attore e spettatore nello stesso istante. Provo insieme l'emozione dell'adesso e quella di tanti anni prima.

Gli istanti di felicità sono come le piccole stelline luccicanti che si formano per il riverbero sulla superficie del mare scuro. Difficili da cogliere e da fermare. Ma la sensazione resta impressa dentro per sempre.



4月14日

un bel fine settimana

Chissà perché è più facile che i pensieri fluiscano dalla coscienza alla parola scritta quando uno sta male. La sofferenza è come aver un mare in tempesta che si agita dentro di te, gli schizzi delle onde arrivano fuori, la marea monta e tracima. La serenità è un lago calmo che contieni facilmente. Anzi, tendi a trattenere dentro di te.
Questo weekend sono stato bene. Ho scalato entrambi i giorni. Sabato a Pietrasecca, sbagliando completamente le previsioni del tempo e trovando pioggia, grandine, freddo e vento. Ero andato a correre la mattina e avevo preso la pioggia. Poca, ma secondo le mie previsioni non avrebbe dovuto piovere a roma in mattinata. E il cielo avrebbe dovuto aprirsi anche nelle zone interne. Invece niente da fare. Un freddo che nemmeno quest'inverno.
Nelle poche vie che sono riuscito a fare avevo le mani insensibili. Non capivo la grandezza dell'appiglio e nemmeno se era doloroso. Infatti ho preso una cosa che non vedevo, mi sembrava buona ma quando sono andato a tirarmi su sono schizzato via dalla parete. Avevo schiacciato dell'erba e questa aveva reso la rpesa scivolosa. Per fortuna mi sono tenuto con l'altra mano, ma un paio di lividi la sera li ho contati.
Ma che importa.
La sera è stata comunque speciale. Sorriso
Ieri invece sono andato a Sperlonga. Speravo di trovare il sole e il caldo. C'era un po' di vento ma in fondo non si stava male. Speravo di scalare meglio, ma alla fine non posso lamentarmi. Ho incontrato parecchi amici, arrampicato in piacevole compagnia. Abbiamo smesso che era quasi buio. Una di quelle giornate piacevoli, con alcuni momenti veramente belli.
C'è una via in particolare, che pur avendola fatta molte volte continua a piacermi e darmi sempre una piacevole sensazione. Sarà per il nome anche: "L'Isola del Tonal" che mi ricorda Carlos Castaneda. E qualcosa di magico quella via ce l'ha.
Sul terzo tiro, c'è una roccia gialla, molto abrasiva, dolorosa, sotto uno strapiombo arancione. A seconda dell'inclinazione della luce la roccia assume dei toni dorati arancio. Verso il tramonto, con una luce radente, è fantastico.
La scalata è delicata, su cose piccole, bisogna muoversi piano, concentrati. Poi arrivi in cima esci e ti trovi su un praticello, un po' nascosto. Il sole tramontava sul mare. Belle sensazioni.


Sperlonga, "L'Isola del Tonal"
4月11日

Ancora sulla montagna

Mi portavano in montagna da ragazzino.
Mio padre è bellunese e io ho passato le estati della mia infanzia in quelle zone. La montagna che ho conosciuto allora non era la montagna degli alpinisti, ma quella di chi ci viveva. Si andava a far legna, a cercare funghi, a fare fieno. A volte si facevano passeggiate. I sentieri erano quelli dei cacciatori, oppure quelli che portavano a una chiesetta, una cappella, un luogo sacro. Al massimo a volte si raggiungeva una malga.
Non si andava per cime e nemmeno per crode (rocce). Non era roba da bambini e nemmeno per gli adulti che si spaccavano la schiena lavorando in settimana e la sera nei campi e curando gli animali, e la domenica volevano solo sedersi e riposarsi.
Oggi lo fanno davanti la televisione.
Io sono cresciuto in quelle zone. Le pendici del monte Pizzocco, la Val Corpassa in Civetta, i prati attorno Passo Duran.
Poi quando avevo 16-17 anni volevo stare con i miei amici. L'estate non andavo più su, me ne restavo diviso fra mare e lago, spesso con la tenda, perchè il rapporto con la natura, i boschi, non l'ho mai interrotto, ma pensavo alle ragazze, suonavo in un gruppo. Insomma facevo altre cose.
A 19 anni con la prima macchina portai tre miei amici in montagna, nelle "mie" zone. Campeggio libero e escursioni. Le nostre mete erano i rifugi. Si faceva a chi arrivava prima o a chi si andava a mettere nei guai più grossi.


Questa è una foto di allora, sulla strada che conduce al rifugio Vazzoler, in Civetta. Io mi rendevo conto di essere "a casa". Rispetto ai miei amici, sempre vissuti in città, mi muovevo con naturalezza sulle roccette. Sceglievo i percorsi più giusti, valutavo le distanze con precisione. Insomma: era il mio ambiente. Ero felice. Come spesso accade a quell'età si è portati a strafare e mi andai a cacciare nei guai. Mentre i miei amici facevano il giro sul sentiero io mi arrampicai su una paretina che non era né così facile né così breve come sembrava da sotto. Ad un certo punto ebbi veramente paura. Fui preso dal panico: ero a 10 metri di altezza e salire ancora sembrava impossibile. Scendere ancora di più. Le mani mi sudavano, i muscoli tremavano. Non so come riuscii a scendere e giurai a me stesso che mai più.
Accadde a me quello che capita a molti: scambiare il panico per le vertigini.
Ma il panico, la paura è una cosa naturale che ci capita quando i sensi ci avvertono che siamo in una situazione pericolosa; le vertigini invece sono una patologia precisa, di cui soffre una percentuale irrisoria della popolazione e che nulla ha a che vedere con la paura del vuoto che ci prende quando ci si affaccia da un balcone alto (per esempio).
Ma non sapendo queste cose, da quel momento pensai che io e la verticalità ci escludessimo a vicenda.
Il mio rapporto con la montagna, negli anni successivi, era improntato alle escursioni, al trekking anche di più giorni, anche all'attraversamento di ghiacciai. Mai alle pareti.
Ero allenatissimo. Erano anni in cui facevo moltissimo sport. Sapevo, da altre cose della vita, di non essere uno senza coraggio. Incontravo nei sentieri gli alpinisti e mi chiedevo cosa avessero più di me. Mi ricordo una volta nella zona delle Tofane un gruppo con una ragazza che nemmeno lontanamente mi dava l'idea di essere una superwoman. Eppure dopo un po' io arrancavo sul sentiero col mio zaino e lei era appesa su quella enorme parete.


Restai a guardarli per un'ora. A chiedermi cosa avessero più di me. Cosa permettesse loro di andare sorridendo a fare una cosa che vista da sotto mi terrorizzava.

Quella enorme parete incombeva impossibile. E loro piccolissimi erano in quel mare di roccia e scherzavano pure.

Mi sudavano le mani a guardarli.


Che stupido!
Nemmeno per un attimo mi passò per la mente che tutto si può imparare. Nemmeno per un momento ebbi l'umiltà di pensare che potevo semplicemente chiedere a qualcuno che ne sapesse qualcosa. Mi chiudevo nel mio: io non posso, faccio altro.


Andavo e facevo. Niente di verticale, ma le montagne le attraversavo in lungo e in largo, d'estate e d'inverno, nei boschi e sul ghiaccio. Tutto con tecnica approssimata. Tutto rischiando molto di più del lecito.

Fino a che qualcuno non me lo disse e pensai di fare un corso, almeno per imparare a fare i nodi, visto che anche quelli improvvisavo.

E facendo quel corso divenne evidente che se sai quello che stai facendo, la paura si controlla. Se hai fiducia nei materiali e nelle tecniche che stai usando, se sei consapevole, la paura sparisce.


Si è vero, quando sei su una parete con 500 metri di aria sotto i piedi sei in una situazione potenzialmente mortale.
Ma quando sei in auto, su un'autostrada a 130 kmh non è la stessa cosa?
Perché a quasi nessuno fa paura la seconda situazione mentre quasi a tutti la prima si?
Semplicemente perchè ci fidiamo:
dei materiali con cui è costruita la macchina. Sappiamo che se premiamo il pedale del freno si chiude un circuito che aziona una pompa che spinge olio in dei cilindri che si aprono e premono delle pastiglie su dei dischi.... insomma LA MACCHINA FRENA e si FERMA.
Sappiamo che se giriamo lo sterzo la macchina esegue.
Che se acceleriamo la macchina esegue.
E ci fidiamo di noi perchè sappiamo quello che dobbiamo fare.


Se non avessimo questa consapevolezza. Se ci trovassimo improvvisamente da soli su una macchina lanciata a velocità mortale e non sapessimo niente... avremmo, giustamente, paura, panico.

E così nell'alpinismo.
Tutto s'impara. E una volta imparato è un bellissimo gioco. Pericoloso solo se tu vuoi che lo sia. Fai le cose che puoi permetterti di fare, ne sei consapevole. Ma è così per tutto, nella vita, no?
I veri limiti che abbiamo sono quelli che mettiamo noi nella nostra testa.
It's all in your mind (cit)



4月10日

Pensieri

A volte qualcuno mi chiede perché vado in montagna. Io, invariabilmente, non so rispondere altro che un beh, mi piace. Se l'interlocutore insiste  pesco a caso nella vasta riserva di considerazioni precotte e in genere bastano quelle. Ma se la risposta vorrebbe essere più articolata è difficile... perché sento che dovrei considerare le cose da più punti di vista. Soprattutto perché, quello che trovi, dipende da quello che cerchi; e a volte, lo trovi anche se non sapevi quello che stavi cercando.

A volte mi prende una necessità di solitudine che esclude gli altri quasi violentemente. Me ne vado in posti dove realmente non verrà nessuno e a far cose in cui l'essere solo è una forma di catarsi. Altre volte la solitudine è più una forma di autocommiserazione. Allora vado in posti in cui so che incontrerò qualcuno. Non cerco nessuno ma mi metto nelle condizioni di farmi trovare.
Invece ci sono momenti in cui l'essere con gli altri è importante. L'emozioni vanno condivise.
"La felicità non è reale se non è condivisa" scrive Chris McCandless "Supertramp" poco prima di morire in "Into the wild".
Penso sia vero, ma non in senso assoluto. Come sempre le parole sono ambigue. La condivisione può anche arrivare dopo, a volte.
Ma a parte questa considerazione è vero che alcune emozioni si rafforzano, acquistano valore e importanza se condivise.

Ma anche il silenzio ha un valore. Si ascoltano i propri pensieri. Come si può ascoltare la propria voce interiore se si chiacchiera?
Svogliato e impigrito. Apatico. Lunatico. Scontroso. Mi ritrovo quando non me lo aspettavo neppure. Semplicemente sto bene, e il tempo si ferma.
Ecco, ho dormito in tenda, mi sono cucinato con il fornelletto le mie minestre in tetrapack, ho mangiato in piedi direttamente nella pentola dando anche un morso al pane e uno al formaggio appoggiati su un sasso; ho bevuto una birra e non ho bisogno di altro. Solo di stare li e di andare, il giorno dopo, a camminare, arrampicare... ovunque... non importa.

Mi piace la sensazione di partire all'ora in cui voglio, decidendo proprio all'ultimo istante la direzione in cui andrò, e momento per momento cosa fare.
Mi piace sentire quella presenza a se stesso che provi quando devi curare con attenzione ogni movimento che fai perché sei fuori dai percorsi abituali della gente, una dimensione di cui abbiamo un po' dimenticato il significato.
Mi piace passare senza lasciar traccia individuando un percorso possibile, su un prato scosceso come una parete verticale.

E forse tutto ciò mi piacerebbe condividerlo. Ma forse la mia necessità di condivisione non è rivolta realmente ad un altro, diverso da me, quanto invece ad una proiezione di me stesso. Un qualcuno ideale che mi accompagni nei miei capricciosi balzi d'umore, cambiando percorso a seconda del sole o vento, in senso letterale. E allora lo condivido scrivendo.

Ma tutta questa libertà intossica. Paradossalmente questo tipo di libertà rende schiavi ed esige il sacrificio di ciò che è più complesso da costruire.
E' in un certo qual modo l'avvicinarsi ad uno stato animale di non programmazione. E' essere, semplicemente, a seconda degli stati d'animo. Rifiutando il dover essere in relazione ad uno scopo.
 
E allora, se trovo compagni di strada sono felice di condividere con loro il mio tempo e i miei pensieri. Qualche volta. E ho i miei compagni preferiti. Quelli con cui mi trovo bene e di cui mi fido. Ma la condizione indispensabile è il sentirsi liberi. Per me, ma anche per loro. Se ci siamo trovati.


Ma se mi chiedete di spiegare perché scalo le montagne, vuol dire che non potreste mai capire la risposta. (cit Pete Boardman)

4月9日

Pioggia

Pesci, ascendente gemelli. Io.
L'essere non doppi, ma quadrupli. Il sentirsi tirare da un'altra parte. il prendere impegni e poi pentirsi. La voce che dice ma chi me lo fa fare, non vale la pena
ma anche: il non sapere quello che si vuole, fra le cose possibili. E invece sentire vagamente la necessità di qualcosa: d'impossibile?

La sera. E' un po' che non mi va di uscire. Quando viene sera ho voglia di andare a casa. Di un posto caldo, accogliente. Ho voglia di intimità, di casa mia, di una tana.
Poi quando sono a casa faccio le cose che devo fare. Un libro. Il Pc acceso. La musica. Mangio di corsa.
Perché di corsa? Non devo andare da nessuna parte, non ho niente da fare d'importante.
Ieri sera ho aperto una bottiglia di vino rosso, buono. Ne ho versato un bicchiere. L'ho bevuto come se fosse cocacola. Ho mangiato una minestra avanzata da domenica, in piedi, ho acceso un bastoncino alla vaniglia. E ora?
Potrei fare altre cose, perché non le faccio?
Potrei scrivere. Potrei uscire. Potrei andare al cinema. Potrei cercare un'amica che mi consoli.

Avevo iniziato una storia. E' durata più o meno tre settimane, molto diluita peraltro. Mi sento liberato all'idea di averla chiusa. E già avevo tentato due volte.
E dire che all'inizio lei mi piaceva. Ma ogni volta è così. Continuamente.
Lei voleva fare l'amore con me le ultime due volte che ci siamo visti. Non ho voluto. Non sentivo niente. Niente.
Domenica sera dovevamo vederci. Ma dopo dieci minuti che ero uscito da casa, nel traffico, la voce che mi diceva lascia stare ha avuto il sopravvento. Sono tornato a casa: nella tana.

Ci metto poco a ritrarmi, a sentirmi ferito, inadeguato. Ci metto pochissimo.
Una frase detta pur non riferita a me; oppure qualcosa di non detto.

Lei non ha detto mai: si mi va di venire a casa tua. Io glielo avevo accennato qualche volta: mi va di cucinare per te. Mi sono sentito come se lei avesse stabilito che la sua vita fosse migliore della mia, che fossi io a dover andare verso di lei. Lei vive in centro io in una fottuta sperduta periferia. Difficile anche da spiegare dov'è.

Piccoli clausole su cui si contratta la sostanza del rapporto da costruire. Segnali minimali ma significativi.
No. Non lo farò più. Mai più. Non lascerò mai più quello che ho, anche se è poco, niente, per andare verso qualcuno. L'ho fatto: mi hanno lasciato per strada. Ci ho messo tre anni per tornare da me. Non sono migliore peggiore. Tutto quello che ho è dentro di me. Non contratto nulla.

Non importa poi molto, in realtà, se magari il suo non fosse un senso di superiorità, magari era solo anzi timore. Non di me, ma di uscire anche lei dal ventre protettivo della sua tana.
Può darsi. Ma due paure non necessariamente avvicinano, possono anche allontanare.
Per avvicinare deve esserci qualcosa di comune da difendere. Un territorio fisico o ideale. Una cosa da fare insieme.

Io in questo momento non esco dal mio territorio a conquistare spazi. Non sono in fase espansiva. Anzi. Mi sento come se la mia vita si riducesse sempre più attorno me. Il territorio da difendere diventasse sempre più esiguo. Come se dovessi resistere.
Mi rendo conto che posso accogliere. Molto difficilmente andare.
E così, dalla mia lontana periferia, guardo la città che si affolla nei centri commerciali. Il suo rumore mi arriva attutito. Fate pure.
Io sto bene qui. Ai margini. Mentre fuori piove.

E mi risuona in testa "Trial of tears" dei Dream Theater

Still awake
I continue to move along
Cultivating my own nonsense
Welcome to the wasteland
Where you'll find ashes, nothing but ashes
Still awake
Bringing change, bringing movement,
bringing life
A silent prayer thrown away,
Disappearing in the air
Rising, sinking,
raining deep inside me
Nowhere to turn,
I look for a way back home
It's raining, raining,
raining deep in heaven

4月8日

Il gelo dentro

Mi capita d'incontrare delle persone, di trovarle simpatiche, interessanti, anche carine. Poi, al minimo incomodo, mi rendo conto che non mi va di far nulla per loro. Nemmeno di affrontare mezz'ora di traffico; lo sbattimento di trovare un parcheggio in centro; per non parlare dell'idea di dover contrattare un giorno del weekend. Mi guardo dentro e mi rendo conto che non provo nulla e che il mio avvicinarmi a loro è stato all'inizio una speranza, e poi semplicemente, il non saper dire di no perché non avevo un vero motivo per dirlo.
Si può dire ad una persona: non provo nulla per te, dopo una-due volte che l'hai vista? No. Non ha molto senso.
Si potrebbe dire, più realisticamente, non mi susciti alcuna emozione. Ma è brutto da dirsi, no? Anche se oggettivamente non è né un merito né una colpa, suscitare emozioni; si tende a farsene carico. A me dispiace dire ad una persona carina mi sei indifferente.

Fra tante persone oggettivamente piacevoli e che possono essere considerate belle e attraenti, ne posso incontrare una che è il mio tipo. Non c'è nulla di strano in questo. E' fatta da tante cose, l'attrazione fisica. Un modo di sorridere, di guardare, di fare un gesto con le mani, o le spalle... e mille altre cose: odori, toni... Sono patterns che ricalcano schemi neuronali "salvati" nel nostro cervello chissà quando e che sovrapposti a quello che stai vedendo/sentendo richiamano senzazioni positive/negative/neutre. E li nasce l'attrazione: basata in genere più su nostre proiezioni che sulla realtà.
(La disgressione pseudoscientifica è perché mi sono stufato di dire e sentire dire "la chimica" come se fosse qualcosa di non troppo dissimile dalla magia)

Insomma... mi capita di non provare nulla. Mi è rimasto il vuoto dentro, il senso di mancanza di quel pieno che è l'essere innamorati. Lo cerco, ma non provo niente.
Che si può fare, oltre continuare a cercare, senza buttarsi via nel frattempo in storie in cui lasci che siano gli ormoni, stanchi e poco convinti a guidare le tue scelte?

Mi sento un gelo dentro a volte. Viene da un punto che non so, da qualche pensiero, dal grigiore di un palazzone di periferia, da un senso di disagio. Si espande piano piano e arriva alla testa, al cuore, e anche a quelle parti che i maschi sono conosciuti per usare spesso al posto del cervello.
Nemmeno l'idea del sesso mi attira. Io che il sesso nella vita è stato in certi momenti uno scopo e un mezzo di conoscenza. Mi prende un senso di freddezza al pensare ai riti del sesso. Il corteggiamento, il farsi venire un desiderio proiettando tuoi pensieri su una sostanziale sconosciuta. La tecnica, a gratificare lei di un'attenzione quasi professionale. La soddisfazione di un lavoro ben fatto. (?)
Questo mi nausea. Non mi interessa. Questo sesso non può darmi più niente.

Vorrei avere ancora desiderio per una persona.
Desiderio di confidenza fisica. Quel senso di conoscenza reciproca che viene a due persone che hanno fatto l'amore, che si conoscono, che possono scherzare su e con il proprio corpo. Che guardano la tv, o ascoltano musica, o leggono un libro sul divano, stravaccati uno addosso all'altra.
Confidenza da costruire, con un po' di tempo insieme.
Desiderio di sentire il suo corpo sul mio, il suo odore e il suo sapore. Sentire voglia di mangiarla di farla entrare dentro e e io dentro lei. Desiderio di intensità.
Desiderio di ridere e scherzare. Desiderio di vedere il mondo con i suoi occhi. Desiderio di dirle come io vedo il mondo. Sogni, progetti, desideri. Piccoli e grandi.

Tutto ciò è dentro di me, ma questa persona è solo nella mia mente.

E non basta incontrare qualcuno e mettere decine di paletti, basati sull'onestà, sulla cautela, sul non farsi male, sull'avvicinarsi piano. Non c'è un metodo. C'è che o ti desideri oppure no.


4月7日

Il libri e le coincidenze

Il Monte Rosa, dalla Cresta Sud 25.09.2005

(2006)

Un libro non può cambiarti la vita, no. Però casualmente può innescare delle catene di avvenimenti che magari in qualche modo, si, forse cambiano la tua esistenza. Oppure, semplicemente,  poi possiamo dire: "è tutto iniziato da quel libro".

Da una bancarella sulla via Appia, presi anni fa, casualmente, un libro che parlava di un alpinista: Ettore Castiglioni.  Lo comprai pensando ad un elenco di salite dolomitiche, in Civetta, in Brenta. Insomma racconti di alpinismo. Ogni tanto lo vedo, con la sua copertina azzurra, ancora lì, nella mia libreria: "Il vuoto alle spalle".

Invece parlava del Castiglioni alpinista solo di sfuggita, perché raccontava gli ultimi anni della sua vita, quando dopo l'8 settembre il Capitano Castiglioni divenne partigiano, fino a morire di questa scelta.

Avevo appena iniziato a leggerlo ed ero un po' deluso, perché avevo capito che non era quello che mi aspettavo.  Poi, per una serie di circostanze mi capita d'incontrare e fare una lunga chiacchierata con una persona che fu una figura importante nella resistenza e poi, dopo di allora, della sinistra italiana. Una persona che stimo moltissimo.
E parlandoci, scopro che è il nipote di Ettore Castiglioni. Che da ragazzino andava in montagna con lo zio. E mi racconta degli aneddoti.

Che strana coincidenza.

Allora riprendo in mano il libro e continuo a leggerlo con altro spirito.
Parla di Castiglioni partigiano, parla di luoghi che io assolutamente non conosco: Valpelline, Ollomont, Glacier, Fenetre Durand, il Monte Berio.
Me li cerco sulla cartina. Sono in Valle d'Aosta, dove non sono mai stato. Allora mi prende la curiosità di vedere quei luoghi descritti nel libro.

A me capita, a volte, di ripercorrere fisicamente i luoghi dei libri che amo. Cercando di riconoscere dalle descrizioni una casa, una chiesa, una curva o una collina. E' una strana emozione.
Ecco. Avrei voluto fare questo. Ma chissà come e quando. Sono quelle cose che pensi e metti là, in un angolo della tua testa.

Cercando quei nomi sulle carte, mi tornava davanti il nome di una montagna: il Grand Combin. Una montagna che io non avevo mai sentito nominare. Scopro che è una montagna alta oltre 4300 metri. Uno dei giganti delle Alpi, eppure  molto poco noto. La cui salita, dal versante italiano, quello di Ollomont, è anche lunga. E, per questo, assai poco frequentata.

Ne leggo un po' e mi affascina, quella montagna. Mi pare come di averla scoperta io. Per strade del tutto mie.
Su internet non c'è praticamente niente. La prima pagina che ne parla è la mia. Quella che faccio raccogliendo tutto quello che posso su di essa.

Poi conosco una persona. E' di quelle parti.
Le parlo del mio progetto di salire quella montagna che però non ho mai visto.
Mi dice: "che coincidenza! quando esco da casa, al mattino, vedo il Grand Combin".
E per me lei diventa immediatamente "diversa".

Già. Le coincidenze. Quelle che Milan Kundera indicava con una frase che ricordo a memoria, dopo tanti anni: "gli uccelli delle coincidenze si erano posati sulle sue spalle" quando Teresa incontra Tomas, nel libro "L'insostenibile leggerezza dell'essere."

C'è un altro anello della catena davanti a me.
Un passo avanti in una storia che quando sembra stia per finire scopro improvvisamente, casualmente, che esiste un altro capitolo, da qualche parte.

E mi innamoro di questa persona.
No, non per il Combin certo. Ma perché  non potevo che innamorarmene e basta. Perché c'era qualcosa, dentro me e lei, che si riconobbe e si strinse forte.

Ci sono cose che incontri mentre vivi,  che sono come metafore.
Quasi segni del cielo che abbiamo perso la capacità d’interpretare perché andiamo sempre troppo di fretta.

Io mi ricordo una strada. Ma ero troppo preso da quella meraviglia che avevo accanto per capire. Chi se ne è accorto del segno?
L’autostrada. Un lungo tratto diritto in discesa, un viadotto e poi in salita. In fondo alla discesa, a coprire il viadotto, una nuvola. Un grosso banco di nebbia in cui la strada sembrava finire dentro, per poi uscire risalendo dall'altra parte.


La macchina continuava a correre, verso la nebbia, accompagnata dalle nostre esclamazioni di meraviglia.

E’ così che ci capita nella vita a volte. Mentre ne parliamo lei avviene.  E noi non ce ne accorgiamo.
E così quel giorno mentre ci dicevamo, guarda che spettacolo, eravamo già dentro la nebbia e non facemmo in tempo nemmeno a scattare una fotografia.
Perché la vita quando meno te lo aspetti è veloce, ti tira dentro e tu solo quando ricordi hai il tempo per capire.

Ci siamo entrati in quella nebbia.
Abbiamo respirato quella nebbia. E quando ne siamo usciti l’abbiamo messa nei ricordi. Eppure dopo ho capito che era un segno.

Chissà se lei la ricorda, la nebbia, quella mattina?
Stavamo andando a Finale, a scalare. Era la prima volta ed eravamo senza guida e non conoscevamo nessuno. Ci prese il sole, il caldo, il colore del mare. Andammo a caso su una parete, alla scoperta. E poi in giro per il paese, a guardare.
E chi ci pensava alla nebbia, a Finale. Eppure c'eravamo entrati.

E l'albergo. Lo ricorderà lei, l’albergo?
Quella stanza dalla luce gialla, il bagno ricavato, forzato in quel poco spazio. Il letto alto, con quei materassi duri a tenere le reti buone ormai per i muratori, per vagliare sabbia. Io e lei sul letto a guardarci e non sapere cosa fare. Per la paura di rovinare qualcosa che sembrava troppo grande per noi.
Ma con nessuna intenzione di andarsene da lì, finché un po’ di coraggio non fosse venuto, dalla nostra testa alle nostre mani. Per toccarci e stringerci.
E scoprire che eravamo fatti per stare abbracciati.

Lei fra le mie braccia, stretta, protetta. Quasi nascosta. Quieta. In attesa di niente.
E il niente arrivava, con i baci. Ché non sapevi quanto tempo fosse passato, in quel bacio.
Sembrava che altre vite, altre esistenze, si ritrovassero in quei baci. Non capivamo.
Ma era tutto quello che volevamo.


Insieme a lei andrò a camminare per Ollomont, a Glacier, a vedere i posti del libro, a guardare negli occhi i vecchi che forse erano giovani allora, ai tempi della storia.

E insieme proveremo a scalare il Combin.
E non ci riusciremo.
Una metafora, ancora una volta.
Perché non riusciremo nemmeno a restare insieme.


sul ghiacciaio 24.09.2005

Allora ci proverò da solo, dopo. E rinuncerò ancora, quasi in vetta.
Forse non aveva senso per me, senza di lei.

Per questo mi rimane un po' la sensazione di qualcosa che ancora deve compiersi.

Mi chiedo se debba continuare a scorrere gli anelli di quella catena.
Mi chiedo se debba pensare ancora a scalare il Combin, oppure no.
E se la storia fra me e lei è finita. Oppure no. In altre forme, forse.

Non sono più uscito da quella nebbia. Mi ci sono perso. E la montagna è ancora là.

Ho un dubbio: io mi sento in pace, con quella montagna. Anche se ho rinunciato a salirla.
Mentre al buio, da solo, su una sua parete a quasi quattromila metri aspettavo l'alba... sono stato felice. E questo forse mi basta.
Che può darti di più, una montagna, di un momento di felicità?

Forse era questo e basta, quello che doveva darmi. Così come quell'amore: un attimo di felicità.

Però... forse non è così.
Chissà se l'anello si è ormai definitivamente aperto. O chiuso.
Attendo un segno, che forse non arriverà mai.
Un segno che forse un giorno troverò in un altro libro. O chissà...
forse la nebbia si alzerà, forse.



lungo la salita 25.09.2005



4月5日

Pachamama

Ero solo con i miei pensieri. Quanta calma in questo luogo, lontano dal frastuono della città. Tutto era pace, quiete e silenzio.
Per alcune ore proseguii lungo un pendio dal quale potevo vedere la pianura e la montagna. Dopo diverse ore di cammino, ero riuscito a percorrrerne una buona parte, nonostante i miei passi non conducessero verso la cima. In questa solitudine sentii che andavo incontro a me stesso: lontano dalle ambizioni, dalla passione e dai desideri di tutto ciò che corrompe il corpo, il cuore e la mente.
A queste altitudini mi sentivo libero da tutto, mi sentivo fluttuare in un ambiente di pace e quiete. L'unico suono che percepivo era il sova scricchiolio della neve sotto i miei piedi.
 
Il silenzio era solenne. Da qui si potevano vedere i confini del mondo: montagna nere, lontane e vicine. Alla mia sinistra, a una certa distanza, si vedeva un precipizio solcato da una cascata che, come un filo d'argento, tracciava un sentiero. In alto, un condor maestoso volava, meglio, planava immobile sospeso nell'aria. Era così lontano da sembrare una rondine. Più avanti c'erano nubi bianche e nera che si sollevavano in alto dal suolo o corpivano i picchi; alcune cime erano coperte di neve, altre ne erano sgombre, come picchi ombrosi. In questo deserto immane mi sentivo come un'insignificante formica. Chi ero io di fronte a questa immensità? Cos'è un uomo di fronte all agrandezza della terra? Non è niente, è più piccolo di un niente. Nonostante ciò, l'uomo, che è un microbo di fronte all'immensità, si crede il signore e padrone della terra. Siamo davvero i proprietari della terra?
 
Avevo lasciato la città e con essa tutto quello che chiamiamo civiltà: luoghi saturi di fumo, chiasso, sirene, campane, fischi, ruggiti di motori. Il frastuono di un'umanità che odia il silenzio, o meglio lo teme, ed è per questo che riempie tutto con i rumori. Normalmente si vive in mezzo a dubbi, panico, scetticismo, sempre schiavi del tempo, correndo per guadagnare tempo, per non perdere tempo, vivendo quotidianeamente in stato di stress.
"Sacrifichiamo tutto per un pò di denaro" pensai.
Ma qui mi sentivo libero, riuscivo a vedere chiaramente, nulla si sottraeva al mio sguardo.
Tornai a prende contatto con la natura, a comprendere la grandezza e la bellezza della terra; mi chiesi se la città non fosse altro che una prigione per uomini oppure un oceano di umanità naufragata, costretta a vivere un'esistenza in solitudine. Che cosa importava qui, se non potevo pagare la bolletta del telefono, o l'affitto della casa in cui abitavo, o le spese di tutti i giorni? Che perdita sarebbe stata per il mondo se fossi morto qui? Avevo vissuto interamente la mia vita o mi ero fatto travolgere dalla routine quotidiana?
 
La solitudine, il silenzio e la quiete invitavano a meditare. Per prima cosa, pensai a me stesso come ad un essere vivente. Cosa stavo facendo della mia vita? La stavo usando bene o male? Che senso aveva lavorare come un matto tentando di guadagnare denaro? Pensai a me stesso pensai agli altri.
Tutto sembrava illusorio, puerile, a quel punto molte preoccupazioni cominciarono ad allontanarsi.
Avevo lottato per costruire il mio futuro, che per me si traduceva nel riuscire ad essere un professionista e avere risultati concreti. Avevo pensato ai beni materiali senza badare al fatto che l'autentica ricchezza dell'uomo risiede nella sua serenità interiore.  
...
Ricordai ciò che disse mio padre, quando gli chiesi perchè non volesse vivere in città: <<Diventerai un materialista. Sarai obbligato ad avere molte cose che, invece, è molto meglio lasciar perdere>>.
Aveva ragione ; il possesso materiale genera il panico: più cose possiedi, più crescono i motivi per aver paura e si finisce per vivere solo per ciò che si ha.
 
da "Negli occhi dello sciamano" di Hernan Huarache Mamami

4月4日

Racconto - Il Vento

IL VENTO (2005)

Non ricordo da quanto cammino su questa cresta. C'è il bianco della neve e quello della nebbia.  Non c'è un sotto e un sopra.  E' un tutto uguale in cui mi sembra di nuotare. La cresta sale, scende, risale, ora sottile, affilata, poi ampia...
C'è il bianco e c'è il vento.
Ma il terreno è facile, basta seguire il filo della cresta e mettere un passo dopo l'altro. Anche se ho freddo. Sono stanco.

Ma questo vento che non cala mai d'intensità e la pressione del suo soffio addosso, che mi romba nelle orecchie. Vorrei che cessasse. Non mi fa pensare.

Non so dove mi trovo. Non riconosco la zona. Il vento mi soffia alle spalle, mi sospinge.
Io vengo da dove soffia il vento. Solo questo mi pare di sapere, ora.


Vorrei scendere un po’ sotto, dove il vento è meno forte. Vorrei sedere. Riposare.
Ma non posso. Non c'è tempo. E se lascio il filo di cresta potrei perdermi, in tutto questo bianco.
Devo pensare. Devo restare concentrato. C’è qualcosa che mi sfugge, che devo ricordare. Ma questo maledetto vento mi svuota la testa.

Casa mia.
Oggi non c'è più il bosco. E poco distante passa l'autostrada.
Ma una volta, vicino casa, c'erano gli alberi. E la pietraia. E sopra, a perdersi, grigia, nelle nuvole, la montagna. Oppure bianca, abbagliante, nel cielo blu, quasi nero.

La montagna.
Indistinta e azzurrina da lontano. Quando partivo era l'ultima cosa che vedevo, quando tornavo, sapevo che lì c’era casa.

Mia moglie era bellissima quando la sposai e venimmo ad abitare nella casa.
Lei era così bella e io mi sentivo così fortunato.

Oggi non c'è più il bosco.
Ma prima c'erano gli alberi. E il paese, fra il bosco e la pietraia. E sopra tutto, la montagna. 
Era casa, quella montagna.



Maledetto vento. Non mi da tregua.
E' un muro liquido. Mi entra nella testa. Mi rallenta i pensieri.

Non sono mai stato bravo con le parole, io. E le mie mani erano grandi e dure. Era così difficile per le mie mani accarezzare.

Attento qui. Devo stare attento, su queste rocce.

C’è qualcosa che devo ricordare. Ma intanto non devo fermarmi.
Questo vento mi spinge giù dalla cresta
E’ potente. Non ho mai sentito un vento così. Non smette mai, mai.


Io lavoravo. C'era sempre tanto da fare.  Come ero stanco a volte.
Per la casa, per la macchina, per le cose, i vestiti. I soldi non bastavano mai.
Per vederla sorridere. Mi piaceva quando sorrideva.


Manca poco. Forse si. Forse ci siamo. Dall’altra parte il vento calerà. E potrò riposare. Ancora uno sforzo.


La piccolina, la mia bambina… cresceva bene. Agile e forte come i maschi. Mi guardava con i suoi occhi blu che le ridevano quando la carezzavo e le scompigliavo i capelli.

Cresceva. E i suoi occhi a volte erano tristi. Allora la accarezzavo e lei si accoccolava. Che bello ricordare il suo sorriso, quando i suoi occhi non erano più tristi.

Ma come crescono in fretta i figli. C'è il caldo nell'aria e un ricordo di sole. E un bambino che appena cammina. E poi il freddo, e la neve. E poi di nuovo il caldo. E poi perdi il conto. E tuo figlia è una donna.

Se solo smettesse questo vento!
Solo un attimo. Per poter ricordare qualcosa che ha a che fare con casa, qualcosa della mia bambina.

E’ una donna.
La mia bambina diventò donna che sembrava ancora una bambina.
E i suoi occhi, sempre più spesso tristi. E non poterla consolare.
Io non sapevo come fare per dirle che avrei voluto farle una carezza.
Non sono mai stato buono con le parole io. E nemmeno con le mani. Per carezzare.

E i figli se ne vanno.
Li prendi in braccio e sono leggeri. E il giorno dopo vanno via. In altre città.
Ad inseguire i loro sogni.
Andò via e quando tornò non era più una bambina. Era una donna adulta.

E nei suoi occhi c'era la libertà e la gioia di chi si scopre forte. E finalmente ha la vita in mano.
Ero felice di vederla così. Avrei voluto abbracciarla come quando era bambina e dirle, piccola, ce l'hai fatta, ora possiamo, ora puoi...
Ma non è mai finita. Si corre sempre. Si corre.

Si. Ormai manca poco. Il pendio si addolcisce, intravedo la sommità.
Ma il vento non diminuisce. Ora mi sta spingendo di spalle però. Mi aiuta a salire. Ma sono stanco e ho freddo. Vorrei solo sedere un poco.
Dopo. Dall’altra parte potrò riposare. Cesserà il vento. Lo so.

Ma quante parole restano dentro. Quante parole si congelano nella tua anima.
Io non lo sapevo, bambina mia. Non mi sono accorto di nulla.
C’è stato un rumore forte. Tutto intorno a me. Non lo so cosa...

Il rumore. Un lampo. Il buio. Io non ho capito. Ero sorpreso. Nessun dolore. Così improvviso. Così...
Se solo avessi saputo. Se solo…

E ora pesano,  quei grumi di parole gelate dentro di me.
Le parole. E le carezze.
Pesano. Ecco cos’è il freddo che ho addosso.

Ecco cosa dovevo ricordare.
Dovevo abbracciarti, bambina mia, e farle sciogliere fra noi, quelle parole. Ma, è tardi. Ora.

Ma eravamo sempre così presi, da tutto. E tu correvi. Incontro alla vita, di corsa.
La bevevi tu, la vita.
E così, io ti ho insegnato quello che sapevo fare. A lavorare duramente.
Ma non era questo quello che avrei voluto. Io, volevo riempire la tua vita di cose belle. Ma non c'era mai tempo. Mai.

Io, per una carezza.
Cambierei tutto, per una carezza.

Ecco cosa dovevo ricordare.
Una carezza. Tutto il resto non vale una carezza.

Si. Era questo che volevo ricordare. E dirtelo. Ora che è cessato il vento. Finalmente. Ti voglio bene, piccola.

Tracked

È perché siamo intrappolati nella nostra cultura, nel fatto che siamo esseri umani su questo pianeta con i cervelli che abbiamo, e due braccia e due gambe come tutti. Siamo così intrappolati che qualsiasi via d'uscita riusciamo a immaginare è solo un'altra parte della trappola. Qualsiasi cosa vogliamo, siamo ammaestrati a volerla.  Chuck Palahniuk


Leggevo tempo addietro, su Repubblica mi pare, di villaggi inglesi i cui abitanti protestavano perché i navigatori satellitari portano lungo le loro strade una grande quantità di traffico, leggero e pesante. E' strano. Perché una volta il problema delle piccole comunità sembra fosse quello di farsi conoscere. Di promuoversi. Ora è il contrario.

In pratica, la gente comincia a rendersi conto, avendo perso la tranquillità, che essere isolati è un valore aggiunto alla propria esistenza.
E per fortuna non siamo nemmeno pienamente consapevoli di quanto siamo praticamente sempre raggiungibili (e raggiunti), individuabili, identificabili.

Interessiamo poco, la maggior parte di noi, a meno che non commettiamo qualche reato, come singoli individui. Ma interessiamo molto invece come individui facenti parte di gruppi.
Non importa se seguiamo il flusso maggioritario o uno di quelli secondari. Non importa se le nostre scelte possono essere ricondotte a maggioranze silenziose (ma esiste ancora?) o minoranze urlanti.
Quello che conta è che la produzione possa essere ottimizzata in relazione all'ampiezza della nicchia di mercato che occupiamo, che la comunicazione possa raggiungerci e che l'offerta sia allettante.

Il principio di diversificare l'offerta è basato sull'identificazione quanto più precisa possibile del potenziale compratore.

Ovviamente il sogno della produzione sarebbe quello di un mercato omologato al compratore tipo, il che consentirebbe un abbattimento dei costi massimale grazie all'economia di scala. E a questo si tende con tutti i mezzi a disposizione. Però, visto che in qualche modo qualcuno riesce a sfuggire, allora alletta quel qualcuno con proposte alternative.

Insomma: sarebbe meglio se si vendessero tutte bibbie, costerebbe meno produrle. Ma se proprio non vuoi essere cristiano, allora ti vendo pure il corano, pure i veda, pure i manuali sullo sciamanesimo o il satanismo.
Basta che possa programmare la produzione in base alle potenziali richieste.

E questo vale per TUTTO. A qualsiasi livello.

Per questo è necessario tracciare. Bel verbo, bel concetto, quello del tracciare. Si poteva anche usare seguire per tradurre il concetto di tracking ma tracciare è sicuramente meglio.
Dà l'idea di una serie di bip su uno schermo radar. Siamo noi, quei bip.
Siamo uno ma facciamo parte di un tutto in un tutto ancora più grande.

A noi sembra che la nostra vita sia fatta da scelte più o meno casuali. Eppure il caso, apparente principio ordinatore del caos, come mi diceva un'amica domenica scorsa, osservando il volo di storni, visto da lontano può dare la sensazione di ordine.
E in base a questo che veniamo tracciati, come singoli storni, o bip su uno schermo, in modo da poter predirre come ci muoveremo, in quanti lo faremo, in che direzione andremo.

E tutto ciò, anche non rendendocene conto appieno, ci fa sentire addosso una pressione continua. E qualcuno comincia a sentire questa pressione come insopportabile e il confondere i tracciatori come unica possibile risorsa per mantenere nella propria vita quantomeno la parvenza del controllo sulle proprie scelte.

Chiedere di sparire dai nav-sat è sintomatico. E' un primo passo.

Spegnere i meccanismi di controllo è quello successivo. Mandare messaggi contraddittori e che confondono i tracciatori è quello ulteriore. Ci tornerò.



4月2日

ieri non ho scalato

Ieri in valle dell'Orco non ho scalato.
Era tutto bagnato, anche l'aria era bagnata. E le nuvole basse nascondevano la roccia.
Abbiamo aspettato un pò, nel bar, se improvvisamente si fosse aperto e si fosse visto un pò di azzurro.
E dall'azzurro il sole ad asciugare le pareti. E le pareti a far venire voglia di scalare.
Ma non era il giorno giusto. E quando il bar è stato troppo pieno di gente e di parole.
Come se aleggiassero i fantasmi di quelle nuvole di fumo denso che fino a qualche anno fa lo riempivano, in giornate come queste. Nebbia dentro come quella fuori.
Quando non si respirava più, ce ne siamo andati.
Senza rimpianto. E senza fretta.
E lungo la strada un gregge di pecore, verso valle, a sfuggire il freddo e l'umido. E noi dietro, al loro passo.
I cani.
I cani corrono gioiosi e feroci attorno alle pecore. Le mordono con malizia, sulle cosce, quasi casualmente, quelle che cercando percorsi migliori escono dalla massa in movimento.
Si dividono i compiti: uno attento alla sinistra, l'altro spazza la coda muovendosi come un metronomo, trasversale alla strada, inesorabile con le ritardatarie.
Quello davanti si congiunge per un attimo a quello dietro, sembra che comunichino e torna avanti. A guidare il gregge.
Mi affascina guardare il loro andirivieni. La loro attenzione ai padroni, che li lasciano fare. La loro frenesia, comunicata al gregge, che si muove sotto la spinta di un'urgenza, contrapposta alla calma dei pastori.
Io conosco i cani. So quando ridono, quando sono felici, quando sono orgogliosi di quello che fanno.
Non conosco le pecore. A guardarle sembra che il loro unico scopo sia quello di strappare un boccone di verde ove possibile, nella fretta del trasferimento, senza curarsi d'altro che di questo. Mangiare.
O forse anch'io, come i cani, le guardo come massa. E per una che fa una cosa qualsiasi generalizzo e prendo la parte per il tutto.
E se una di quelle pecore fosse dottore in filosofia, chi se ne accorgerebbe?
Troverebbe modo, con i suoi occhi da pecora, di comunicarmi le sue riflessioni?
La vedrei sempre come gregge, macchia informe di giallino in una massa brulicante, su una strada bagnata, fra la gente che ha fretta.
Ieri non ho scalato, ma non importa in fondo.
Ho visto le pecore e i cani. Dopo mille volte che li avevo visti. E per la prima volta li ho guardati sul serio.
Ma anche le pozze d'acqua scura, di quel colore che mi ricorda il kerosene, quel blu odoroso della mia infanzia di stufe e di taniche, e i colori dell'autunno.
Ieri non ho scalato. Ma non importa molto, in fondo.

Scelte

Nella foga della mia forza
Maledissi Dio, ma Egli non mi badò:
fu come se avessi maledetto le stelle.
Nella mia malattia agonizzavo, ma fui risoluto
e maledissi Dio per la mia sofferenza;
ancora egli non mi badò:
mi lasciò dire, come aveva sempre fatto.
Fu come se avessi maledetto il campanile.
 
E allora, mentre mancavo, un terrore m’invase:
forse maledicendolo, mi ero alienato Dio.
 
Lydia Humphrey un giorno mi portò un mazzo di fiori
e mi venne l’idea di fare amicizia con Dio,
così cercai di farmelo amico;
fu come se avessi cercato di farmi amico coi fiori.
 
Ero adesso vicino al segreto,
perché davvero potevo farmi amico coi fiori
stringendo a me l’amore che sentivo per loro,
e così m’appressavo al segreto, ma…
 
(John Ballard – Antologia di Spoon River – E.L.Masters)
 
 
Nei boschi, soprattutto, ma anche fra le rocce, ho trovato spesso dei posti magici. Non so se sia necessaria una particolare predisposizione d'animo, quel giorno, per accorgersi di essere in un luogo diverso. Sinceramente non so nemmeno se sia solo suggestione. Non è che abbia poi in fin dei conti molta importanza. Semplicemente percepisco un'anomalia. Forse è solo dentro di me. Non so come definirla altrimenti. Non è una vibrazione. Non è qualcosa che raggiunge i sensi così da essere definibile. Il posto è spesso diverso, dal resto dei luoghi circostanti. A volte è una radura di erba verde in un bosco fitto. A volte è come una nota più alta di silenzio. Uno strano senso di quiete. Di attesa.
Ho la sensazione di una presenza. Non di essere guardato da un punto di preciso. Ma di essere nella "presenza", proprio. Come se essa permeasse il luogo. Mi mette a disagio. La presenza non è benevola, nemmeno malvagia, neppure indifferente. Semplicemente è. Ma io non so rapportarmici. Non comunico e questo mi mette a disagio. Capisco che un luogo come questo gli uomini possano averlo trovato sacro. Possano avervi eretto altari, celebrato riti, cercato la protezione di quel dio che sembra dimorare lì, da sempre. Capisco che nei secoli quel luogo possa essere stato dimenticato, ma il dio che lo abita è rimasto. Ad attendere.
Deve essere bello vivere vicino ad un posto del genere. Penso che mi ci recherei spesso, forse ogni giorno. Cercherei di comunicare in qualche modo con quella entità. Ne cercherei la comprensione. Vorrei che mi svelasse il segreto della sua pazienza.
Un giorno pensavo, se avere un figlio oppure no. Avevo paura. Cosa sarebbe stata la mia vita con la responsabilità di un figlio? Quante cose mi sarei dovuto negare? E poi, perchè avere un figlio? Il mondo non è certo un posto bello in cui invitare qualcuno a cui vorrai bene. E poi, come sarei diventato? Avrei avuto paura per lui/lei, avrei avuto paura per me. Sarei mai più stato libero?
Questi pensieri mi ballavano nella testa senza che si formasse una decisione di nessun tipo. Andai a cercare aiuto in un posto di quelli in cui avevo incontrato quel dio antico. Ma quando arrivai li, facendomi strada fra i rovi, mi resi conto che non c'era più. Non c'era più nessuno in quel posto. Io non lo sentivo. Mi sedetti su una roccia. Smisi di pensare al figlio. Iniziai a pensare al perchè non sentivo più la presenza. Mi guardavo attorno cercando dei segni. Mi fissai su un grande albero, al centro della radura. Una quercia. Grande.
Mi venne da pensare al suo tempo in quel posto. Al vento che ne scuoteva i rami. Al caldo e la siccità estive. Al freddo d'inverno. Alla neve che ne piegava e spezzava i rami. Alle innumerevoli forme di vita che lo percorrevano. Al tempo che gli correva attorno come il vento, alla sua immobilità. E l'albero fermo. Prendeva tutto. Vento.Caldo.Pioggia.Freddo.Sole. Tutto quello che veniva. Non sceglieva. Non cercava di modificare la sua esistenza in nessun modo. Si limitava a far fluire la vita. Si limitava ad essere. E un giorno sarebbe morto. Poteva essere distrutto da fuoco o abbattuto dal vento. Avrebbe atteso le fiamme. Si sarebbe piegato al vento fino a schiantarsi. Ma non per questo la sua esistenza sarebbe cambiata oggi di un nulla.
Improvvisamente ero l'albero. Sentivo la mia pelle rugosa. Sentivo il tempo come un vuoto. Sentivo la vita come un fiume silenzioso che mi fluiva attorno e dentro. E sentivo gli oltraggi degli elementi come inevitabili e necessari. Come l'acqua che mi dava forza e nutrimento. Come il sole con il suo calore e la luce. Tutto attorno a me semplicemente era.
Il dio mi si era rivelato. Aveva passato le mie ristrette categorie mentali mettendomi in grado di vivere la risposta alla mia domanda. Di sapere senza parole.
Scegliere.
La vita non si sceglie. La vita non si aspetta. La vita si vive. La vita la si lascia correre sulla pelle.
 
Mia figlia è nata qualche mese dopo.
 

Togliere

Togliere. Ci sono momenti della vita in cui si aggiunge e altri in cui si toglie. Si aggiungono o tolgono persone, cose, emozioni, rimpianti e rimorsi. Si aggiungono amori, amicizie, conoscenze; oggetti necessari e non. Ma prima o poi s'impara che si può fare a meno di tutto. Quasi di tutto. All'inizio fa male. Sembra impossibile togliere ancora. Siamo attaccati alle cose, alle persone. Sono la nostra sicurezza. Poi inizi a togliere. E più togli e più sotto scopri di essere duro. Anche quando sembra che non c'è più nulla da togliere riesci a togliere.
Lo so. L'ho vissuto ancora. Molti anni fa. Puoi togliere fino a restare solo un corpo che tiene in vita un pensiero. Un corpo ligneo. Essenziale. Una specie di cristo scolpito.
E più togli più ti sembra inutile aggiungere. Ti sembra che gli orpelli appesantiscano. E più togli più accetti la compagnia solo di altri esseri altrettanto essenziali. Con cui le parole servono poco.
E più togli meno accetti di chiedere. E diventi ascetico nel desiderare sempre meno, nel poter vivere senza.
E vuoi sempre più chiudere te stesso agli altri. E dire: io non voglio nulla da voi. E non voglio che mi prendiate nulla.
Quando arrampico da solo non penso, all'inizio, guardando la parete, che da lì non cadrò. Anzi se la guardo mi spaventa. E parto sempre con la corda appesa, pronta ad assicurarmi. Come andare in acqua alta con il salvagente a portata di mano. Ma mentre arrampico, per ogni movimento che faccio, per ogni passo, per ogni appiglio che stringo, so che in quell'istante, in quel preciso istante, non cadrò.
E così alla fine, avrò percorso un lungo tratto, in cui mai, in ogni istante, sarei potuto cadere. Eppure guardandomi dietro avrò paura e mi chiederò perchè.
Essere soli ti dona la consapevolezza. In ogni istante, di ogni istante. Vivi nei particolari: un silenzio; un colore; una storia raccontata dai tuoi occhi; un profumo, uno sguardo, un sorriso, una piega delle labbra.
Particolari che il tuo cervello ha tempo di fissare, analizzare, pensare e supporre. Intensamente.
Sarebbe bello poter condividere le proprie solitudini con altri esseri. Ma gli esseri umani sono diffidenti. E questo sembra proprio non sia possibile. Ci preoccupiamo troppo per l'esistenza dell'altro snaturando noi stessi.
Una notte stellata. Passata in un prato, da solo. In un vorticare di pensieri e di sonno. Immerso in un silenzio avvolgente come un liquido scuro.
Un sorriso appena accennato, due labbra che s'increspano, un lampo di luce negli occhi di una sconosciuta che non ricorderei, sopra un seno generoso. E un rimpianto: perchè un incontro debba durare solo un istante. Cos'è un istante in una vita?
Una storia di cavalli. Raccontata dai cavalli. Incuranti della mia presenza.
Ricchezza dell'essere soli. Tesori da non raccontare, o da raccontare solo ad chi chiede di sapere di te e non a chi fa dei tuoi pensieri, di te, parte della paccottiglia che la vita ti spamma tutti i giorni.