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日志


7月19日

ma si...

E' un po' che non scrivo. E' che non ne ho voglia. Mi sempra di ripetermi. E di esaurirmi in questo scrivere fine a se stesso.
Forse perché lo scrivere per me è prima di tutto un guardarmi dentro, per poi dire a me stesso, e agli altri, quello che vedo. Oppure è un guardare fuori, condividendo le sensazioni, siano essere rabbia, gioia, stupore, sdegno...

Beh, guardando "fuori" di motivi di sdegno ce ne sono sempre così tanti che passa la voglia di parlare.
Forse è meglio concentrarmi un po' su me stesso, allora.

Ho voglia di tornare in montagna.

In realtà è passato quasi un anno dall'ultima volta che sono andato.. A parte la breve parentesi, a novembre, in cui andai a fare un giro al Terminillo, appena nevicato, è da agosto, che non vedo il Gran Sasso.
E' la prima volta in questi ultimi anni, che non ho frequentato la montagna d'inverno. Ed è anche strano, ora, quasi ad agosto, che ancora non ci abbia messo piede.

Il meteo strano, certo. Sia d'inverno che questa estate. Si può dire.
Ma lo so che non è vero.
Il meteo strano non mi ha mai fermato, quando avevo voglia di montagna.
Non perché sia un alpinista che non guarda il meteo: tutt'altro.
Ma perchè basta ridimensionare i propri obiettivi, quasi sempre, per ritagliarsi quegli spazi che si cercano.
Ho sempre pensato che non importa quello che fai, ma il fatto di essere lì.
Ad ascoltare il silenzio. O meglio: i silenzi, perché possono essere diversi.

Ma ho cercato altro, in questi mesi. Ho cercato la leggerezza, la convivialità, il disimpegno.
La montagna non era più né un luogo nel quale fuggire, e nemmeno dove dimostrare qualcosa a qualcuno.
Ad un certo punto mi sono reso conto che era diventato un posto in cui andavo per abitudine.
E io, quando capisco questo, mi fermo. Non ha senso riempire le proprie giornate di abitudini.

Dovevo recuperare dentro di me la voglia di una montagna che è fatta di silenzi e di vuoto. Di voce interiore o di poche parole con il compagno di cordata.

Mi guardavo dentro e pensavo che non era il momento. Che quando lo sarebbe stato l'avrei sentito. Che non volevo fare le cose trascinato dall'abitudine o tanto per farle. Non avrebbe avuto senso.

E così ho aspettato e aspettato. Fino a che la voce è diventata forte. Allora ho deciso di ascoltarla.

E mi sono accorto giovedi sera, preparando lo zaino, che ero emozionato all'idea di questo incontro.
Sapevo che avrei avuto paura, mentre sarei andato da solo allontanandomi nell'ora in cui di solito si torna.
Sapevo che avrei sentito il silenzio, forte, lì alla Sella di Monte del Corno Grande, quando mi sarei fermato pensando a questo inverno. A chi non c'è più.

Mi spaventava, pensare di andare solo, lì.

C'ero stato in inverno da solo, ed è diverso. Ben più difficile, per molti motivi.
Ma in quel momento ero più "forte".
Ora dovevo capire se la montagna mi voleva ancora. Se mi avrebbe parlato.
E cosa mi avrebbe detto, la sera di venerdi, quando sarei andato, quando la luce scende a poco a poco, e sai che non c'è più nessuno attorno a te, e i passi che ti allontanano pesano il doppio.
...

Questo scrivevo venerdi.
Poi sono andato.

Ho visto subito che la dove avrei voluto andare non potevo. C'era ancora troppa neve e io non mi ero portato né piccozza né ramponi. E il meteo, malgrado le buone previsioni, non mi convinceva.
Così ho cambiato e sono andato a dormire nel locale invernale di un rifugio chiuso.

Mentre andavo pensavo, come se fosse passato molto più tempo: sono di nuovo qui. C'era vento forte. Mi sono fermato là dove un amico se ne è andato, questo inverno. Io so, come può essere d'inverno lì. Eppure mi sembrava così assurdo. Quell'erba verde, quei fiori. Non è un posto dove morire, quello.
Ma il mondo è indifferente a noi che lo percorriamo. E in fondo dove nasciamo e moriamo non ha importanza.

Il vento non mi ha fatto dormire, quasi. Fischiava infilandosi dove poteva infilarsi. Se mi addormentavo ruggiva rabbioso risvegliandomi di soprassalto, in quella confusione che ti viene nella testa per alcuni istanti nel buio totale quando non sai dove sei e cosa succede.

Ho provato a salire, all'alba, ma il vento sulla cresta era ancora più forte e certi momenti mi faceva perdere l'equilibrio.

Allora sono tornato indietro.

La montagna non mi ha accolto sorridendo. Se fosse una donna direi che se l'è tirata un po'. Ha fatto finta di non riconoscermi.
- chi sei tu? che volevi fare? ... ah no mi spiace... ho altri programmi... ripassa e ne riparliamo, forse...-

Sul sentiero di ritorno per ben due volte mi sono passati accanto grossi sassi.
Volevo fermarmi a mettere i guanti - avevo le mani insensibili per il freddo - e ho pensato... qui no, troppo esposto. E mentre pensavo un sasso mi è passato accanto.
Poi mi sono fermato al riparo. Il tempo di togliere lo zaino e davanti a me, sulla mia traiettoria se avessi continuato, due grossi blocchi e il contorno di piccoli che smuovevano rotolando, hanno attraversato il sentiero.

Strano... in quel punto. L'ho fatto decine di volte quel sentiero e non ho mai visto cadere un sasso.
Forse nella nebbia c'era qualche animale, sopra. Non so.

Ma questo, e non nelle ore prima, non il vento, non il dormire fuori, non il silenzio... questo è stato il saluto.

La montagna ha giocato con me. Rudemente... a modo suo ... che ti puoi aspettare da delle rocce?
Bonariamente però...

certo se mi fossi fatto colpire da quei sassi, che pure venivano giù rotolando allegramente e senza troppa convinzione (insomma non erano mortali... ma su uno stinco non sarebbe stato piacevole riceverli però...) voleva dire che ero proprio fuori sintonia ormai...

insomma mi ha dato un buffetto... una zampata affettuosa a modo suo...

- sei tornato eh? ihhihi tiè... beccati questo... -

In fondo non ho preso una goccia d'acqua, in fondo ho trovato da dormire. Mi vuole sempre bene.



7月5日

maledetto

Sono andato ad arrampicare a Pietrasecca, questi giorni, nonostante il tempo non propriamente bello. Pietrasecca è un paesino che sta poco dopo Carsoli, venendo da Roma, a metà strada circa per L’Aquila.

Sono rimasto impressionato dallo schieramento di militari e di forze dell’ordine incontrato lungo l’autostrada.

Ogni ponte, ogni galleria, ogni viadotto, ogni attraversamento anche di poderali era presidiato.

Carsoli era piena di militari: piena. Oggi pomeriggio attraversandola ho incontrato 3 gruppi di militari a piedi, due jeep, una pattuglia di ps, una di carabinieri.

Questo nello spazio di circa due km alle 3 del pomeriggio.

 

Un amico mi ha detto che per andare da Arischia a L’Aquila, percorso che di solito si fa in dieci minuti, ci ha messo un’ora. E’ stato fermato e controllato 3 volte.

Pensavo ai termini più corretti per esprimere quello che mi era rimasto dentro:
impressionato
schifato
nauseato
ma nessuno mi pareva adatto.
Poi alla fine ho capito: mi sono sentito umiliato.

Come cittadino nato e cresciuto in un paese libero mi sono sentito umiliato dal sapere che non potevo fare assolutamente nulla contro questa idiozia.

Ho provato pena, forte pena, al limite della commozione, per la gente de L'Aquila.
Ho pensato a quelli che conosco nelle tende, a quelli che si fanno centinaia di km ogni giorno, a quelli che da mesi e chissà per quanto ancora debbono sottostare a tutti i disagi post terremoto oggi sottoposti ad una specie di legge marziale.

Tutto per colpa del colpo di teatro di questa monumentale testa di cazzo che abbiamo come capo del governo,
e che ha avuto la bella pensata, dopo aver speso centinaia di milioni di euro per la maddalena, di fare il G8 a L’Aquila... del suo profondo disprezzo per la gente, della sua indifferenza totale per tutto ciò che non gli apporta vantaggi di qualche tipo.


Ha fatto del G8 a L'Aquila un palcoscenico, come al solito.
Così come del terremoto, così come del disastro di Viareggio. Così come in ogni altra occasione poteva avere un tornaconto d'immagine o di potere.


Fino a quando gli italiani riusciranno ad essere ciechi verso questo cancro?


Sono schifato da questa demagogia, da questo disprezzo della gente.

Io spero come non ho mai sperato in vita mia che quest’uomo schiatti. Muoia quanto prima. Che crepi. Che gli prenda un accidente. Che precipiti con il suo aereo o con l’elicottero.

Quel giorno mi ubriacherò di gioia e uscirò a ballare per le strade.




6月30日

al mare…ma a scalare…

Penso che abbiamo a disposizione un tot di energie fisico/intellettuali. Ci servono per vivere e quindi anche per comunicare. Perché la comunicazione, che sia tramite scrittura o altra forma, fa parte della nostra necessità di socializzare, di confrontarci con gli altri, di verificare chi siamo guardandoci nello specchio degli altri.

 

Così a volte passiamo periodi in cui comunichiamo molto e altri meno. In genere quando siamo infelici abbiamo la necessità di comunicare molto. Non per tutti è così, c’è anche chi si chiude e non comunica per niente. Ma se si tende a voler modificare la nostra situazione nei riguardi degli altri allora comunichiamo.

Io questo periodo non ho molta voglia di scrivere. Ho voglia di leggerezza.

Non che non legga, non mi informi, non mi indigni come sempre. Non che non rifletta sul vicino e sul lontano che accade… più che altro però non sento la necessità di aggiungere parole a quelle di altri: la mia comunicazione è indirizzata verso la leggerezza, lo scherzo.

Come sempre sto scalando. Ieri però sono andato al mare. Ed erano 6 anni esatti che non andavo su una spiaggia a sdraiarmi al sole.

Non che ci sia restato molto: il tempo di fare un bagno e anche quello molto veloce. Non mi piace più nuotare, stare in acqua mi serve solo quel tanto che basta per rinfrescarmi.

Quindi mi sono rivestito ho preso le mie cose da arrampicata e sono andato nella grotta in riva al mare a scalare.

Un po’ umido. Strana sensazione di dovermi pulire bene i piedi dalla sabbia per farli entrare nelle scarpette. Ma insomma… qualche volta si può anche fare.

Purtroppo la leggerezza nel vivere non abbraccia anche il campo fisico e le pareti strapiombanti hanno massacrato le mie braccia…

 

che fatica….

 

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6月17日

ancora farfalle

Anche questo (il velo d'acqua sospeso) è suggestionato da Dalì.
Rimango spesso senza parole, guardando i suoi quadri: per i colori che usa, ma soprattutto per le idee.

Lungi da me il pensiero di fare cose ispirandomi a lui.
Però appunto... alla suggestione è impossibile sfuggire.

 

farfalle

 

E così, la mia collezione (di farfalle) aumenta… :-)

...
Edit 18.6
Stavo pensando che in effetti questo quadro ha una sua storia un po' particolare.
Ho iniziato come faccio ultimamente senza sapere cosa avrei fatto.
Punto fermo era l'acqua come velo che si alza, delle strutture colorate a sinistra, le farfalle che avrei messo da qualche parte.
Dopodichè, all'inizio non c'erano quasi montagne...solo leggeri rilievi a segnare l'orizzonte.
Poi c'erano delle strutture prismatiche a destra e, dietro di esse, degli alberi colorati. Le strutture erano ricoperte di fiori.

Martedi mi arriva una multa per un autovelox. Non sono solo i 165 euro e i -5 punti. E' anche che questa multa l'ho presa a metà gennaio sulla strada che da frosinone va a sperlonga, una superstrada che faccio in quel periodo tutti i weekend andata e ritorno. Quindi c'è un grandissimo rischio, per come è stato posizionato "a trappola" l'autovelox, che nei prossimi mesi mi arrivino molte multe. Insomma potrebbe essere un vero massacro, tenendo conto che la strada è dritta, larga, che a quell'ora c'è ampia visibilità e pochissimo traffico... trovarsi oltre il limite è quasi normale, anche non correndo veramente.. Io non ho mai saputo dell'esistenza di questo autovelox. Dal 17/1 a fine aprile avrò fatto quella strada più di 20 volte.

Insomma sono quasi angosciato.
Arrivo a casa prendo il quadro... e inizio a dare botte di bianco ovunque. copro i fiori, gli alberi colorati, lo sfondo...
le montagne si alzano, lo sfondo si scurisce, metto alberi neri, secchi, quasi bruciati.

Le farfalle il giorno dopo...
...
Un avvocato mi ha detto che tutti i ricorsi per quell'autovelox vengono accolti, e che è stato disattivato a febbraio su ordine della prefettura. Era veramente una trappola mangiasoldi.
Speriamo bene.

6月9日

se…

Poco fa in una e-mail scrivendo della libertà di scegliere last minute le cose che voglio fare, sensazione a cui sono abituato e che mi porta molto spesso ad isolarmi dagli altri, mi è tornata alla mente un’immagine emblematica.

Estate 2003, ero in Dolomiti da solo. Circa dieci giorni che girovagavo nei sentieri della Civetta e delle Pale. L’estate del 2003 fu caldissima. Ricordo che facevo il bagno in torrenti nei quali normalmente non riesci nemmeno a mettere i piedi. Dormivo dove capitava, in bivacchi all’aperto, in macchina quando ci tornavo, in quota a volte, mi lavavo appunto nei torrenti, scaldavo minestre sul fornelletto direttamente nel loro barattolo… gli unici contatti con la realtà erano i negozi in cui scendevo a comprare qualcosa da mangiare e il cellulare, con cui scambiavo sms, specie la sera, al buio quando non c’era più luce per leggere.

Uno scambio di sms mi portava verso la val d’aosta, in cui non ero mai stato. Un altro verso roma, anzi prima di roma, l’argentario: una barca. Due donne. Due acquario (strano eh!). Una di montagna, l’altra di mare. Una sconosciuta, l’altra no: anzi avevamo una storia.

Una mi invitava per andare in gruppo a scalare una cima del Monte Rosa. L’altra a una vacanza sulla sua barca.

Fra le dolomiti e la val d’aosta c’erano 500 km. Lo stesso per l’argentario più o meno.

Se dalle dolomiti fossi dovuto tornare a roma la decisione avrei dovuto prenderla a padova: per la val d’aosta verso milano, per roma invece verso bologna. Ma dovendo andare all’argentario, in caso potevo rimandare la decisione.

I chilometri correvano e io pensavo…  c’era qualche cosa di altro… che non era solo il pensare a due donne, di cui una peraltro assolutamente sconosciuta, non sapevo nemmeno se fosse fidanzata, insomma non pensavo a lei in quanto donna ma solo come punto di riferimento (simpatico) con cui andare in montagna. C’era un posto sconosciuto, la val d’aosta, c’era che si allontanava ulteriormente da casa mia, c’era la montagna; sull’altro polo c’era una persona con cui stavo bene, ma il mare, roma, le cose che già conoscevo.

Non mi decidevo. Arrivai a Milano, percorsi altri km, poi c’è un punto in cui l’autostrada si divide, a destra vai verso torino, a sinistra verso genova. All’ultimo istante andai a destra. La decisione era presa.

Quella decisione, quell’istante, quel piccolo colpo di sterzo a destra negli ultimi metri, ha influenzato la mia vita profondamente.

Da quel punto la mia vita si è dipanata per 6 anni nei quali ovviamente ho stratificato ricordi.

E se invece avessi voltato a sinistra? se avessi deciso per il mare, la barca…  posso immaginare la strada fino a genova, e poi dopo, la spezia, la fine dell’autostrada, l’aurelia, l’argentario, la barca in porto, io che parcheggio la macchina e lascio la roba di alpinismo nel cofano, salgo in barca, baci… < sono contenta che hai deciso così…> <sei abbronzatissima> <tu invece sembri un muratore hai i segni del calzettoni e dello zaino…>

e poi? gli altri sei anni?

mi spaventa pensare alle milioni di possibilità che esistono nella vita e alla casualità che a volte te la cambia profondamente.

mi viene in mente il film “donnie darko”

 

la nebbia

6月6日

vieni a vedere la mia collezione di farfalle…

Insomma… i francobolli mi sembrano una cosa insulsa, i “miei libri” vale solo per le intellettuali, i “miei quadri” si, funziona abbastanza ma è impegnativo…

la collezione di farfalle è un classico a cui non si può rinunciare.

Tenendo conto che cucino anche bene, quale donna potrebbe resistere al mio invito se possedessi anche una collezione di farfalle?

Però.

Ma l’idea di infilzare quei poveri esseri su uno spillone (che lo abbia fatto io o altri, poco importa) non è che mi piaccia molto.

Allora ho pensato: invece di dipingere incubi a colori (vedi post precedente) mi dipingo la mia collezione di farfalle.

Ho iniziato con questa, spero che vi piaccia :-)

 

farfalla


6月1日

In the name of god

  

 

Dato che vivo in un appartamento in cui la maggior parte dell’arredamento c’era già, sul muro sopra il letto c’era un quadro con un’immagine sacra: una madonna, credo, non ho guardato bene.

Della cosa me ne sono sempre fregato. Tanto più che se fosse per il mio gusto personale dovrei cambiare tutti i mobili di quella stanza, non certo solo quel quadro. Però giorni fa, non avendo nulla da fare, (… l’ozio è il padre dei vizi) ho pensato di dipingere qualcosa da mettere al posto del quadretto.

Da un po’ di tempo ho preso a dipingere senza avere in mente un soggetto, all’inizio. Lascio che siano i colori a suggerirmi cosa a cui dare forma.

Questo approccio ammetto che sta provocando un blocco nella mia produzione artistica, dato che quasi mai quello che io vorrei fare mi soddisfa in relazione a quello che poi le mani riescono effettivamente a dipingere… data la mia scarsissima tecnica.

Così a volte ho quadri fermi per settimane che mi guardano e mi pongono il problema di come continuarli. Ammesso che ci riesca.

Questo è iniziato in un modo e finito poi a rappresentare un’immagine che in qualche modo evidentemente s’ispira a tematiche sacre. Un angelo? Un demone? Dei dannati? Dei supplicanti? Il giudizio? L’inferno?  Boh.

Non lo so. Di evidente c’è la dolente indifferenza della figura alata e il caos. Nonché l’insignificanza e il dolore delle figure alla base.

Ovviamente non me lo sono messo in camera da letto… quest’incubo. Però è pieno di colori e quindi non mi dispiace.

In camera da letto c’è una riproduzione di un van gogh.

Il pezzo dei Dream Theater “In the name of god” penso si adatti.

 

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5月25日

samba pa ti

Gironzolando su youtube cercando ispirazione per la mia attività di blogdj mi è tornata in mente samba pa ti, il pezzo di carlos santana.

      

Beh… ho pensato che tutti i ricordi che mi rievoca questa canzone non possono essere riassunti in una frase.

Quante ore passate a suonarla, dallo spartito, nel quale avevo scoperto con sgomento che il pezzo più bello, l’assolo, era definito “improvvisazione” e non era segnato. Ma tanto a malapena allora riuscivo a fare la parte iniziale, quindi poco male..

Una canzone unificante a livello generazionale, piaceva a me che avevo 12 anni ed ero già fissato con l’hard rock e piaceva a mia madre.

Una canzone che si poteva fare con gli amici, due chitarre e i bongos e metteva tutti in silenzio, a pensare, o forse, già allora a ricordare.

Si perchè era la canzone delle feste, dei balli a casa da ragazzini, quando si spegneva la luce. Quando c’erano i lenti e con le note di santana ti ci perdevi.

A samba pa ti è legato un ricordo vivissimo. Era l’estate di boh… ma non avevo la macchina, quindici anni credo… ero in tenda su un lago, c’era la discoteca dall’altra parte e noi non sapevamo come andarci.

Prendemmo in prestito la barchetta del padre di un amico. Una vera bagnarola di due metri con un motorino da 4 hp. Ci acchittammo per la disco e salimmo in barca, le scarpe legate al collo, i pantaloni tirati su al ginocchio. Traversammo il lago in un’oretta o forse più. Dall’altra parte non sapevamo dove sbarcare. Dovevamo lasciare la barca legata a qualche metro dalla riva per paura che la rubassero. Allora tre scesero portando i vestiti del quarto (io), questo legò la barca a venti metri dalla riva e poi a nuoto.

Quindi c’erano da fare 2 chilomentri per arrivare alla discoteca. Ovviamente orario pomeridiano. Due chilometri nei campi, strade bianche polverose. Due chilometri sotto il sole del pomeriggio di agosto. Ma alla fine arrivammo, per fortuna dentro era buio e le nostre scarpe impolverate non si vedevano, i risvolti dei pantaloni infangati nemmeno. Le mia mani puzzavano di benzina, io le sentivo. Speravo che non le sentissero anche gli altri. Ma mi sa tanto che di qualcosa puzzavamo. Perlomeno di sudore. Vabbè... ci mettemmo a ballare e dopo poco eravamo sudati uguale uguale agli altri.

Tentativi di rimorchio a raffica…. ma che… non andava. Giornata negativissima. Alcune ragazze che avevamo conosciuto ci avevano guardato strano quando avevamo detto che eravamo con la barca. Prima interessate dalla stranezza, poi perplesse (a dir poco) scoprendo i particolari.

Ormai avevamo quasi deciso di andar via quando mettono samba pa ti. Io ero in mezzo alla pista, dove avevo ballato i balli “svelti” che perlomeno avevano il vantaggio di poterli ballare fra maschi o anche da solo. Mettevano 4 lenti e 4 svelti.

Insomma, mettono samba pa ti e io me ne stavo tornando a bordo pista da vero sfigato quando una ragazza, una biondina, mi fa: balli?

Non faccio in tempo a dire si e nemmeno a considerare come una cosa del genere fosse possibile che mi si avvinghia addosso.

Avvinghia è la parola esatta. Appiccicata stretta! Lei stringeva e io stringevo ad un certo punto ero senza fiato. Non diceva una parola. Guancia contro guancia, sentivo il suo respiro nel collo, il suo odore, il calore del suo corpo addosso. Ricordo bene il caldo della sua guancia sulla mia e come mi stringeva.

Oddio... stavo diventando stupido. Ero in paradiso. Non potevo credere a quello che mi stava accadendo. E samba pa ti che avrei voluto non finisse mai, mai. Per tutto il tempo non dissi una parola, e nemmeno lei. Io non sapevo che dire, lei non so.

Alla fine del pezzo se ne va: occhi bassi, si stacca, dice ciao e scompare. E io rimango li imbambolato.  Non mi escono le parole di bocca. Non riesco nemmeno a dire aspetta, ferma... Niente. Aveva qualcosa di rosso addosso, capelli biondi lisci ma non sapevo che viso avesse. Si, mi ricordo al primo sguardo che era carina, ma per tutto il tempo della canzone non ci eravamo guardati in faccia, appiccicati com’eravamo.

Sparisce. Sparisce come un sogno.

E io lì a pensare. Potevo darle un bacio. Potevo chiederle come si chiama. Potevo fermarla. Niente. Sono rimasto così come uno scemo. Perchè non l'ho baciata, perchè? Magari se l'avessi baciata sarebbe rimasta. Non avevo avuto il coraggio. Magari se n'è andata perchè ha capito che ero un tonto, un imbranato.

Dopo, più esperto della vita, ho pensato che chissà, forse voleva far ingelosire qualcuno. Ha trovato me davanti e mi ha usato a quello scopo. Vai a sapere che passa per la testa di una ragazzina...

Ma insomma l'ho persa. Colmo della sfiga fu che nessuno dei miei amici mi aveva visto ballare con lei e quando raccontai mi presero per un cazzaro.

Uscimmo che erano le 20 passate, arrivammo al lago che era buio. Uno (non io stavolta) si spogliò e andò a prendere la barca. E per tutto il viaggio di ritorno tremava di freddo.

Ricordo il lago di notte, e la mancanza di punti di riferimento verso cui dirigersi sulla riva. Ma bene o male arrivammo alla nostra spiaggia.

E io sognavo la ragazza di samba pa ti. Ero innamorato.






5月21日

l’insostenibile pesantezza del dopo pranzo

A scalare nella mia amata Pietrasecca, dove le pareti vanno in ombra nel pomeriggio, e questo periodo si sta benissimo…

 

pietra

ma le melanzane sono pesantucce…. uff… ci vuole riposo, fra una via e l’altra…

un salutino a tutti gli amici :-)))

 

pietras

5月18日

message in a bottle

Perché scrivo in questo blog, mi domandavo oggi.
Mi è venuta in mente l'analogia del "messaggio nella bottiglia". Non è mia, l'ho orecchiata da qualche parte, non ricordo dove. Forse è patrimonio comune.
Quando scrivo un messaggio e lo metto nella bottiglia e quindi la butto in mare... lo perdo.
Non so se la bottiglia verrà portata ad infrangersi sugli scogli; non so se verrà mai vista; non so chi potrebbe recuperarla; non so se chi la recuperà vorrà e saprà leggerlo, comprenderne il significato. Non so nemmeno se ne farà quello che io mi aspetto.

Io non ho altro che incognite.
L'unica cosa certa è che ho fatto quanto era in mio potere perché quello che volevo comunicare avesse una minima possibilità di essere comunicato.

Questa analogia si basa su due presupposti.
Il primo è che esista un messaggio che sia possibile scrivere.
Il secondo che questo messaggio meriti di essere ascoltato da qualcuno, compreso, adottato.

In questo caso, è preferibile questa indefinizione che procrastina nel tempo e nello spazio affidandosi ad un lettore sconosciuto piuttosto che avere la certezza di non essere compreso da coloro che ti sono più vicini.

Quindi: scrivo questo blog per mancanza (o carenza) di interlocutori in sintonia con quello che voglio esprimere.

Queste bottiglie che lancio vengono raccolte da un po' di persone. Alcune leggono il messaggio, ne sono interessate. Altre no. Ogni filo che mi collega a qualcuno però è prezioso. Perché a quel punto la comunicazione diventa bidirezionale. In un modo o nell'altro mi arricchisce.




5月12日

L’insostenibile ambiguità delle relazioni virtuali.

Il mio primo accesso a internet avvenne nel 97. Se non ricordo male era dopo l’estate, quindi sono quasi dodici anni.

Posso senza dubbio dire che senza internet la mia esistenza sarebbe stata diversa. Migliore o peggiore, non so, non importa, ma sicuramente diversa.

Iniziai a frequentare i newsgroup in cui di discuteva di linguaggi di programmazione. Le regole della netiquette, fra cui il non essere Off Topic (fuori argomento) erano molto rispettate: la banda era poca e non si doveva sprecare.

Però dopo qualche tempo di interazione, scoprivi che in qualche modo, la persona che era dietro usciva fuori. Una risposta, anche su argomenti tecnici, poteva essere pacata e gentile, nervosa o intollerante, ironica o sarcastica, pedante o leggera. Così, nel tempo, i nick andavano caratterizzandosi, in simpatici (affini) e antipatici.

Crescendo la banda e le possibilità di accesso (si andava con i modem a 28 kbyte sulla normale linea telefonica) presi a frequentare newsgroup tematici su argomenti non proprio di lavoro. Uno in particolare, it.sport.montagna, su cui scrivevano (scrivono, io non lo frequento più) persone da tutta italia con la passione comune per la montagna. Anche qui stessa situazione, i nick andavano caratterizzandosi nel tempo e c’erano quelli che correvi a leggere appena scrivevano e altri no. Insomma ti facevi degli amici virtuali. Persone che riuscivano a strapparti un sorriso, o proprio una risata. Oppure con le quali condividevi delle sensazioni, magari belle, provate in montagna, o anche d’indignazione, per fatti che potevano essere accaduti. Nascevano le prime incazzature, i primi flames, scontri virtuali durissimi.

La voglia di dare un volto ad alcuni nick era forte. I primi raduni. Le uscite.

Così si scopriva che dietro a questi nick c’erano persone normali, diverse ma in fondo uguali a come apparivano su internet, con la loro vita ma con lo stesso umorismo, le stesse idee. Spesso anzi erano migliori di come apparivano.

Inevitabilmente arrivò anche il primo innamoramento.

Questo necessitò di banda larga e connessione flat, perché bisognava chattare a lungo, raccontarsi la vita, scambiarsi canzoni e poesie, brani e racconti. Trovare affinità elettive.

Iniziai anche ad avere idea che qualcosa non andasse.

Sempre in contatto quasi in ogni ora della giornata. Sempre in chat (irc all’inizio, poi arrivò msn o simili). Ci si “vedeva” alle 7 del mattino e fra computer accesi dell’ufficio o di casa, fino a mezzanotte quel nick o quel pupazzetto verde era lì.

Un controllo totale sulla vita dell’altro. Le latenze alle risposte non giustificate: stai chattando con altri?

Come ben sa chi usa questi strumenti da tempo, dopo un po’ si è in grado di percepire esattamente se hai o non hai l’attenzione completa dell’interlocutore. Se ti sta “gestendo” fra altre 2-3 finestre aperte. Se ti sta guardando ogni minuto o poco meno.

Quindi le gelosie. Le litigate in chat, su msn, con i messaggi che si accavallano e spariscono (il sistema non è perfetto) con la necessità di essere sintetici che va a scapito della chiarezza, specie se si discute di argomenti così facilmente fraintesi come i sentimenti e le emozioni.

Una cosa assurda.

Ho provato la sensazione di stare da entrambe le parti. Quello che dava all’altro la percezione di controllare; quello che sentiva il peso di quel controllo.

Insopportabile.

Ad un certo punto ho capito una cosa importante, la prima legge della chat.

Non importa quanto tu sia sincero e trasparente nelle cose che dici. Quello che passerà di te sarà sempre l’immagine che tu hai di te, che nella maggior parte dei casi non coincide affatto con l’immagine che mediamente hanno gli altri di te.

Se io sono in un periodo in cui il mio lavoro non mi soddisfa può succedere che metterò in luce, cercherò di parlare, solo delle cose che mi piacciono. Parlerò della musica, o dello sport, o, a seconda ognuno della propria natura, dei propri sogni o delle proprie aspirazioni. Ma in ogni caso, verrà fuori un quadro non oggettivo di me. Perchè me è anche quello che non mi piace, anche le ore di lavoro, anche dei difetti che non so di avere e che invece appaiono tali agli occhi degli altri.

Se succhi la minestra mentre mangi, è probabile che tu non lo sappia nemmeno (conosco insigni professionisti, uomini di cultura, che hanno questa sgradevole abitudine); poi ci sarà chi non ci fa caso, abbagliato da altre tue qualità, e ci sarà chi non lo sopporta e ti darebbe una bottigliata in testa, dopo un po’.

Se dico “per me il denaro non ha importanza” certo dividiamo il mondo in due parti, quelli per cui ha importanza e quelli no. Ma questa frase assume un valore completamente diverso se a dirla è uno che sale sulla sua barca da 500.000 euro e uno che esce dalla sua baracca di cartone sotto ponte garibaldi… e senza arrivare a questi eccessi… s’intuisce come sia difficile riconoscersi in dei valori comuni e perchè il detto “moglie e buoi dei paesi tuoi” in fondo continui a funzionare.

E’ un problema di appartenza agli stessi ceppi culturali.

Internet ci avvicina. Annulla le distanze geografiche e culturali. Che importa se siamo uno a roma e l’altro a torino? o a berlino, o a pechino? Abbiamo un sacco di cose in comune… e qui compresi l’esistenza di una seconda legge.

Quando si cerca qualcuno che ci è affine, si troverà un interlocutore con la stessa necessità e si tenderà automaticamente quasi a parlare solo di ciò che si ha in comune.

Ovvero degli argomenti che entrambi trovano interessanti e su cui si ha da dire. (si tende a interloquire, non ad ascoltare e basta). E così uno può avere interessi e abitudini insopportabili per l’altro ma di cui non si è mai parlato. Semplicemente perchè argomento su cui uno dei due avrebbe avuto poco da dire. Nel mio caso ad esempio ho la passione dell’arrampicata, della montagna. Quando ne parlo con persone conosciute via web spesso tendono a considerare la cosa come uno che dice “a me piace il cinema” oppure “ a me piace andare al mare”. Si rischia di essere inutilmente pedanti, o apparire scostanti, quando dici: no meglio che mi spiego, io sono uno che appena può, intendendo ogni weekend, ogni giorno di festa possibile, va ad arrampicare. Sono uno che parla con i suoi amici solo di quello. Sono uno che se rinuncia un giorno lo fa con il magone dentro. Sono come un drogato, capito?

Ma a dirlo non è molto carino. Sembra che tu voglia allontanare le persone. Ma è la vita che scava un solco. E nella vita reale, a me non capita di incontrare persone fuori dall’ambito in cui sono addicted (l’arrampicata) semplicemente perchè frequento solo quello, perchè i miei amici fanno quello, perchè vado in una palestra in cui si fa quello… per cui insomma parliamo di tutto e non solo di quello, ma quello è ciò che abbiamo in comune: la base.

ma su internet si. su internet mi capita di incrociare persone diverse che hanno abitudini diverse, e con loro trovare campi di interesse sovrapponibili su altre aree della vita. Ma lo sono solo qui.

Ammessa e non concessa la possibilità geografica di frequentarsi, mi manca il tempo di farlo, senza la condivisione della mia passione (droga) chiamamola come volete, per l’arrampicata/alpinismo.

 

Da cui la necessità di spostare ogni interazione interessante, in cui appare un’affinità elettiva, immediatamente, nella vita reale. Altrimenti si prendono degli abbagli pazzeschi. Si perde la propria esistenza in estenuanti scambi di parole che alla fine non ti lasciano nulla, perché noi non siamo essere fatti solo di comprensione intellettuale e raziocinante. Siamo fatti di sensi: di sguardi espressioni sorrisi carezze. Veniamo da milioni di anni in cui le relazioni umane sono state questo. E da altri milioni di anni in cui la parola non c’era nemmeno, c’erano solo i segni.

E ora ci troviamo in situazioni in cui sostituiamo tutto ciò, tutta l’esperienza di milioni di anni di evoluzione, trasformata dagli ultimi anni di internet, in relazioni solo ed esclusivamente di parole: pixel su uno schermo. E’ una cosa pazzesca della quale i danni che provocherà lo vedremo solo fra qualche tempo.

Ora ci sono dentro tutti e sottolineo tutti, fino al collo e non se ne rendono conto.

Dopo oltre dieci anni di frequentazioni virtuali, di tutti i generi, uso internet come un telefono. Rapporti veri, reali, gente con cui faccio cose a tre dimensioni tipo scalare, mangiare una pizza, andare al cinema, andare in palestra, camminare in giro, li “incontro” su internet e ci scherzo, mi ci metto d’accordo per la sera.

Altri non li vedo così spesso perchè sono lontani, ma sono comunque reali. Tengo comunque a loro, ma l’intensità dell’interazione è volutamente tenuta bassa, diluita.

Perchè la vita, non è qui.

E’ anche, qui. Così come non si può dire che quando parliamo al telefono non sia “vero” ciò che ci diciamo.

Ma va bene se ne riconosciamo i limiti e li accettiamo come tali. Altrimenti, tutto il resto, è assolutamente malsano, pericoloso, fuorviante, doloroso.

 

 



 
 
5月7日

Into the Wild

Ho visto questo film nelle sale, dato che avevo letto il libro "nelle terre estreme" di Jon Krakauer molti anni fa e non mi era piaciuto molto, mi incuriosiva ma ero abbastanza scettico.

Di Krakauer ho letto, oltre a "Nelle terre estreme" anche "Aria sottile" e "Il silenzio del vento". Ho sviluppato una certa antipatia verso di lui al tempo della polemica che attraversò la comunità alpinistica relativamente ad un certo suo modo di vedere la questione relativa a "everest 96" nella quale si trovò coinvolto nel tentativo di salire in vetta con una spedizione commerciale.

Quindi ero mal disposto.

Il libro "Nelle terre estreme" non mi era piaciuto forse perchè la scrittura analitica un po' pedante (ma riporto solo le sensazioni che mi restano dopo 7-8 anni... quindi sono molto parziale) contornava il protagonista di una razionalità nella quale lui risulta necessariamente essere un perdente un po' sciocco.
In un mondo razionale lui è uno che fugge e non gliela fa. Per poco, ma non importa. In un mondo in cui contano i risultati lui perde.
Anche se ricordo che Krakauer difendeva Chris McCandless, ma sul piano della razionalità: era stato solo sfortunato, per poco non gliela aveva fatta.
Questa impostazione di Krakauer mi aveva fuorviato. O meglio: essa metteva in luce un livello di interpretazione che a me interessava poco. Avevo faticato a finire il libro ed esso mi aveva lasciato poco.

Probabilmente non è colpa sua. Bisogna dargli atto di aver avuto interesse per una storia dimenticata. Di aver raccolto dati e aver fatto una bella inchiesta giornalistica sulle tracce di questo ragazzo. Insomma, non tanto di aver avuto fiuto giornalistico, quanto di aver colto dei simboli significativi, in questa storia. Anche se poi non ha saputo metterli in luce.

C'è riuscito Sean Penn nel film. C'è riuscito Ed Vedder con la colonna sonora che accompagna i momenti significativi.

Entrambi hanno colto e portato in evidenza aspetti essenziali che ti permettono di arrivare vicino al cuore delle emozioni, quelle che governano le scelte.
La vita di un uomo, le sue decisioni, la sua fine, non possono essere ridotte in due ore di racconto analitico.  Bravo chi ci riesce con rapide pennellate, come in un quadro impressionionista,  come fa Penn.

Sul libro la sua mi era parsa una fuga. Nel film invece è una scelta conseguente. Un rifiuto.

Il rifiuto è uno dei temi: sottolineato dalla canzone "Society"

 

testo: http://www.pearljamonline.it/intothewild/traduzioni.htm#10


E della rigenerazione:  Chris sta cambiando pelle. Come i serpenti. Infatti cambia il suo nome in Alexander Supertramp.


Ed ha un coraggio, determinazione, caparbietà. Caratteristiche che probabilmente ha preso dal padre, con cui si scontra. Il conflitto familiare emerge, ma resta sull sfondo. D'altro canto, chi non ha, più o meno forte, un conflitto familiare alle spalle? Quello è il substrato, lo sfondo appunto, poi le scelte sono nostre e vengono da mille altre suggestioni.
La vita di un uomo, quello che fa e compie, ha sempre radici nella sua famiglia, nell'infanzia, in quello che ha ricevuto, sofferto. Le voglie di riscatto, di emancipazione, di rivalsa e di affermazione... prendono molti colori, si vestono di idee, ma in fondo in fondo, la materia nuda è quell'essere bambino e le sue Necessità.
Ma questo vale per tutti. E di quello che poi facciamo si guardano le radici solo se le si può guardare da molto vicino.
Altrimenti ci si relaziona - si giudica - con i fatti. Con l'evidenza.


Quello che penso è che conta poco in fondo perchè si facciano certe cose.
Si fanno e basta. Perchè si ha necessità di farle.
E per fortuna che esiste chi ha capacità di farle.
Cambio idea rispetto a quella che mi aveva ispirato il libro.
Alex vuole vivere la sua vita. La vive fino in fondo.
Poteva andargli male o bene, ma la vive. E' conseguente. Non ha paura.
Per fortuna, dico, esistono uomini che decidono di percorrere la propria strada fino in fondo. Non curandosi della ragione.
A volte il peggio che può capitare non è morire.
Ma sopravvivere a se stessi. A volte occorre passare delle strettoie dolorose per rinascere, diversi. A volte si muore nel tentativo.
La felicità non è reale se non è condivisa.
Scrive alex come ultima frase nel suo diario. Alla fine del suo viaggio ritrova gli uomini.
Forse sarebbe stato un Alex diverso, tornando dal suo isolamento.


Dalla sua "prova iniziatica".
Perchè Alex è un cavaliere antico. Ci sono vari "segni" in questo senso:
la castità.
Chi ricerca la Verità non può essere distolto dall'Amore.
Chi guarda dentro di Se non può essere distolto dall'Altro da Se.

Non avvicinarti di più o dovrò andarmene
Certi posti mi attraggono come la gravità
Se mai ci fosse qualcuno per cui restare a casa
Saresti tu...


Non è per caso che i Cavalieri Erranti, i Parsifal dei miti, non possano amare. Pena la perdita dei propri poteri spirituali.


In questa chiave di lettura, quella dei poteri spirituali, l'uccisione dell'alce rappresenta (e credo che Alex l'abbia vissuta come tale) una irreparabile perdita. Fino a quel momento aveva vissuto nella natura. Aveva ucciso per mangiare. Aveva cacciato e raccolto. Non aveva sprecato risorse. Tutto era stato tenuto sotto il controllo di una etica ferrea: Thoreau, Tolstoj, London...
Aveva gettato i soldi, aveva scelto di non possedere nulla.
Non solo perchè le cose che possiedi alla lunga possiedono te; ma, anche, perchè la logica dell'accumulo è una delle basi strutturali della società in cui vive, che lui vuole allontanare da sé.
Al momento dell'incontro con l'alce è la sua natura umana a prendere il sopravvento. Il miraggio dell'accumulo, del possedere, del molto, della sicurezza, delle scorte.
Alla fine avrà distrutto molto per avere molto poco. Non riuscirà a conservare la carne.
Ed è quello che facciamo come uomini sulla terra.
Ed questa la tragedia che sente. Quella di non riuscire a staccarsi dal suo essere umano, nonostante i suoi forzi.
E in una chiave di lettura spirituale in quel momento perde il suo potere. La morte e lo SPRECO dell'alce lo rendono improvvisamente estraneo a quella natura di cui aveva voluto essere parte integrante. Lo rendono nuovamente e ineludibilmente uomo.
E forse è la tragedia dell'alce che uccidendo il guerriero in lui lo priva della forza animale necessaria a sopravvivere. Lo priva dell'istinto.
La sua mente è già oltre il fiume, per tornare da quello che ha lasciato.
la felicità non è reale se non è condivisa.
In questa frase, che lo recupera come uomo, c'è lperò a sua sconfitta come cavaliere/guerriero e la sua fine.


Come sa chi ha avuto la mente a contatto con la nuda pietra... se si è soli, pensare agli altri ti perde.

 

...

Insomma: un bel film. Ne scrivo solo oggi perché ho avuto occasione di riparlarne con diverse persone, ultimamente. E perché avevo postato nei giorni scorsi un paio di pezzi della colonna sonora.

E, comunque, le cose belle, non scadono.

5月1日

Primo maggio

Il Primo maggio 1867 a Chicago scesero in piazza più di 10.000 manifestanti per il primo grande sciopero per le otto ore. Nel ricordo di questo sciopero, la mozione del 1884 recitava: "Decidiamo che le otto ore costituiranno la giornata lavorativa legale da e dopo il Primo Maggio 1886 e raccomandiamo le organizzazioni del lavoro di conformare le loro leggi a questa risoluzione entro il tempo fissato".

Era il giorno in cui l'edilizia tornava in attività; il giorno prima erano rescissi i contratti di affitto cittadini e agricoli; e questa festa diventava una contro pasqua, una pasqua dei lavoratori, ricordo operaio dei riti pagani della primavera.

Ci voleva una bella fiducia a chiedere le otto ore nell'inverno del 1884 , in piena recessione, con folle di disoccupati, famiglie sul lastrico. I giornali dell'epoca lanciavano l'allarme: le otto ore erano "comunismo, sinistro e rampante", avrebbero incoraggiato "l'ozio e il gioco d'azzardo, la crapula e l'ubriachezza" e avrebbero portato solo salari più bassi, più povertà e degrado sociale fra i lavoratori americani.

E in un clima di scontro, di scioperi, licenziamenti, mitragliate su cortei, morti e arresti...

il Primo maggio giunse. Quel giorno in tutto il paese scioperarono 350.000 operai in 11.562 stabilimenti. Solo a Chicago gli scioperanti furono 40.000 e in 80.000 scesero in piazza. In 11.000 manifestarono a Detroit, in 25.000 a New York. La giornata si era svolta pacificamente, la partita sembrava vinta, in quel giorno a Chicago, una giornata lavorativa più corta fu concessa a 45.000 operai senza che scioperassero. Si calcola che negli USA in 180.000 su 350.000 scioperanti ottennero allora le otto ore. Ma alla McCormick..

Il 2 maggio 1886 fu un giorno calmo. Solo poche manifestazioni. Il 3, August Spies, direttore del giornale "Die Arbeiter Zeitung" parlò a circa 6000 legnaioli in sciopero dall'alto di un vagone merci vicino alla fabbrica della McCormick. Alle tre e mezzo suonò la sirena della fabbrica e circa 200 ascoltatori andarono ai cancelli per aiutare gli operai a dare una strigliata ai crumiri. Subito arrivarono circa 200 poliziotti che caricarono. Il frastuono attirò ancora più ascoltatori finché giunse lo stesso Spies, seguito da tutta la folla. Furono accolti dal fuoco della polizia. 4 manifestanti furono uccisi e parecchi feriti.

Fu indetta per il giorno dopo il 4 maggio sera, ad Haymarket, una manifestazione che fu autorizzata. Spies parlò, con altri capi dei lavoratori, presente il sindaco della città Harrison. Poco prima delle dieci scoppiò un temporale e la folla si ridusse a circa 300 astanti infradiciati. Allora il sindaco se ne andò e ordinò che i 176 agenti di polizia presenti fossero rimandati a casa.

Ma alle dieci e mezzo, il capitanto Bonfield (lo stesso che comandava la piazza il giorno precedente) ordinò ai suoi agenti di sciogliere la manifestazione con la forza.

In quel momento, una bomba lanciata da una traversa scoppiò fra i poliziotti. Ne uccise sei e ne ferì più di 50. La polizia aprì il fuoco.

Non si è mai saputo quanti manifestanti furono uccisi. Si sa solo che i feriti furono 200.

Né si sa chi gettò la bomba. O perché il capitano Bonfield aspettasse che il sindaco fosse andato a letto per caricare. O perché uno degli organizzatori del comizio vivesse da allora in poi con i soldi della polizia e divenisse testimone contro gli anarchici.

Fatto sta che era il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti e che esso avvenne mentre la lotta per le otto ore stava vincendo. La notizià dilagò per il paese gonfiandosi a dismisura: "le bombe degli anarchici a chicago, 100 poliziotti uccisi".

Il 5 maggio mattina il sindaco ordinò lo "stato di guerra" a chicago.

Migliaia di abitazioni furono perquisite senza mandato. Centinaia di anarchici arrestati. La polizia dichiarò di aver trovato arsenali di bombe e di armi. Era facile accusare di violenza gli anarchici, soprattutto quando le polizie - pubblica e privata - non facevano altro che sparare sulla folla.

Anni dopo, il capo della polizia di Chicago, capitano Frederick Ebersold ammise che la polizia aveva posto deliberatamente armi e bombe nelle sedi degli anarchici.

Delle centinaia di arrestati, solo trentuno furono accusati, e tra loro, solo undici vennero incriminati: due divennero testimoni, uno non fu mai trovato. Alla fine furono processati in otto:

August Spies, Louis Lingg, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Oskar Neebe, Michael Schwab e Albert Parsons.

La lista di questi arrestati è notevole perché 1) comprende tutti i massimi dirigenti anarchici a Chicago, non erano persone qualunque, erano direttori di giornali, oratori famosi, leader; 2) sette su otto erano stranieri (solo Parsons era statunitense) Fielden era nato in inghilterra e tutti gli altri erano tedeschi.

La nazione era in preda alla più totale isteria. Le chiese erano scatenate contro questi atei. Il padronato chiedeva una punizione esemplare contro i sovversivi. L'indicazione più lapidaria venne dal Chicago Herald "hanno cercato di distruggere la società. la società deve distruggerli".

Nell'arringa finale, il procuratore chiarì il problema in modo inequivocabile: "La legge è sotto processo. L'anarchia è sotto processo. Questi uomini sono stati scelti e incriminati dal Gran Jury perché loro sono i leader. Non sono più colpevoli delle migliaia che li seguono. Gentiluomini della giuria, condannateli, fatene un esempio, impiccateli e avrete salvato le nostre istituzioni, la nostra società."

Il 20 agosto la sentenza. Colpevoli tutti gli imputati. Sette furono condannati a morte. Neebe fu condannato a 15 anni. Sotto le pressioni della comunità internazionale (manifestazioni si tennero in italia, francia, spagna, olanda, russia... Oscar Wilde fece circolare una petizione...) la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo.

Louis Lingg, che al processo aveva detto: "Vi disprezzo. Disprezzo il vostro ordine, le vostre leggi, la vostra autorità basata sulla forza. Impiccatemi per questo." si suicidò.

Gli altri quattro, August Spies, Albert Parsons, George Engel e Adoph Fischer furono impiccati, l'11 novembre 1887.

Il 13 novembre mezzo milione di persone assistette ai funerali su Milwaukee Avenue costellata di bandiere nere sulle case di polacchi, tedeschi, boemi.

La battaglia delle otto ore subì una battuta d'arresto formidabile.

La AFL mandò a Parigi un delegato al congresso internazionale del lavoro del 14 luglio 1889 perchè proponesse il Primo maggio come festa mondiale del lavoro e in ricordo dei martiri di Haymarket.

Da allora, tranne negli Usa e dopo la Tatcher, in inghilterra, il Primo maggio è festeggiato in tutto il mondo come festa dei lavoratori.




(liberamente tratto, sunteggiando, da "Il maiale e il grattacielo" di Marco D'Eramo.)

Perchè quando non sai dove stai andando è bene ricordare da dove vieni.


4月28日

de-scriversi

Il Libro di Milan Kundera mi sta facendo uno strano effetto.
Ho tre libri aperti per casa, in questi giorni. Uno è "l'insostenibile leggerezza dell'essere", appunto.
L'altro è "lo straniero" di Camus. L'altro è "afrodita" della Allende.
Quest'ultimo è scritto piccolo. Come direbbe mia madre: da sguerciarsi (cecarsi ndr). E' un libro diurno. Anche perché parla di sensi, di profumi, di ebbrezze, di cibo, di sensualità ed erotismo. E, dopo una cena spizzicata a base di granetti del mulino bianco (non avevo pane) e scaglie di pecorino, pur aiutate ad andar giù da un barbaresco di buona fattura, certe raffinatezze, oltretutto da solo, fanno un po' girare le balle, devo ammettere.
Lo Straniero è destinato a lettura pre sonno.
Ogni tanto prendo in mano il libro di kundera. Lo apro a caso, seguo il filo dei pensieri. Raccolgo delle frasi.
Ho rinunciato a sottolineare, se no dovrei farlo per ogni riga del libro e la cosa perderebbe di significato.
Anche ieri ho trovato cose che alle prime letture non ero assolutamente in grado di apprezzare.
Mi mancava proprio l'esperienza di vita per capire.

Ma, a parte questo, quel suo interloquire parlando dei personaggi in terza persona, l'autore come deus ex-machina, mi ha fatto iniziare uno strano esperimento: il guardarmi e il raccontarmi.
Lo scrivere di me in terza persona, in momenti significativi.

Questa spersonalizzazione, per quanto possibile, ho visto che mi aiuta a guardarmi scrollandomi di dosso parte della soggettività.
Una parte, almeno. E' proprio nella costruzione delle frasi che alcune emozioni possono essere raccontate senza l'imbarazzo della confessione.

Certi concetti se usati in prima persona possono apparire anche un filo sopra le righe; in terza persona il distacco di chi racconta che non è coinvolto emotivamente permette una minuziosa analisi dei gesti e delle emozioni.
E' un artifizio, lo so. Ma può risultare utile, ho constatato, nell'introspezione.




Ma non è il caso, per ora, che riporti questi scritti sul blog.
Troppo personali e attuali.

4月23日

ricomporre

Siamo abituati a pensarci "uno".
Ci definiamo "io".

Ma in realtà in noi convivono molte personalità, tenute insieme a forza da quella maschera che è il come ci hanno detto che avremmo dovuto essere. 
Che a volte è d'accordo a volte no, in chi più, in chi meno, con quello che noi pensiamo dovremmo essere.
Che non è, comunque, quello che siamo.

Quello che siamo ci passiamo una vita, a cercare di capirlo. Se siamo fra quelli che hanno questo vizio: il guardarsi dentro.
E non so se ci si riesce.

In noi ci sono tanti io. Più o meno importanti. Più o meno presenti nella quotidianeità.
Alcuni sembra che dormano. Escono fuori e fanno sentire la loro voce solo se sollecitati.

Una parola, un gesto... ed ecco che un io si sveglia e riesce ad imporsi sugli altri. E abbiamo delle reazioni che non capiamo. Oppure alcune emozioni decidono i nostri comportamenti. Oppure stiamo male anche se non dovremmo. Siamo gelosi anche se non ne abbiamo motivo, o è comunque inutile.

Le chiamano pulsioni inconscie. Io preferisco chiamarle io.
Perché sono me. A volte è un bambino spaventato, quello che fa sentire la sua voce. Che ha paura di essere abbandonato.
A volte è un io furioso, arrabbiato col mondo. Svegliato da una frase o un modo di fare.

Ci sono momenti in cui alcuni io vanno avanti, continuano a lavorare, a mangiare, a dormire, a bere, a ridere, insomma a vivere.
E altri rimangono dietro, da qualche parte. Si fermano in un punto della vita ed è come se rimanessero incatenati.

Allora tu apparentemente vai avanti, perché il mondo attorno a te non si ferma e tu ci sei sopra: non puoi scendere.
Però è come se ti mancasse l'anima.
Sei molto simile a uno zombie.

Perché sorridi con la bocca ma i tuoi occhi no. Perché le cose belle ti passano sopra e nemmeno te ne accorgi. Perchè sei lì che cerchi di capire cosa si è rotto dentro di te.

Non sei più tu. Sei una parte di te. E l'altra non c'è. Si è persa e tu non sai dov'è.

E questi io perduti, senza voce, ti chiamano indietro, ti urlano che la tua vita è finita lì, in quel momento.
Tu dici no. Non è finita. Devo andare avanti. Ma loro niente. Restano lì, impuntati, come asini recalcitranti e non c'è verso di smuoverli.
Non si fanno fregare da nessun trucco.

L'unica cosa da fare è andare da loro, riconoscerli, capire perché sono voluti restare lì.
Perché hanno deciso ad un certo punto che tu saresti diventato due.
Devi andare a prenderli e riportarli con te.
Devi ridiventare un qualcosa che assomiglia a uno.


Quando ci riesci allora la tua bocca sorride insieme agli occhi.
Quando ci riesci quello che fai e che dici non è più una fuga ma una scelta.





Scrivevo, nel giugno del 2006:

Sono stati anni in cui ho nulla di ciò che ho fatto ha lasciato traccia. Le strade che ho percorso si sono chiuse dietro di me come scie sul mare: mi guardo dietro e oltre ad un certo movimento nelle vicinanze tutto è come era prima. Persone che ho amato mi hanno dimenticato, amici che ho incontrato scomparsi. Ma i segni sono rimasti solo in me, profondi. Si, piaghe.

Ho riflettuto su quali tracce fossero rimaste in me di questi anni. E su quali tracce avessi lasciato io. E non ne vedo. Sento invece le piaghe. Cose irrisolte pur se mi apparivano ineludibili, sfuggite come sabbia fra le dita. Mondi interi che non esistono più, fino a farmi dubitare siano mai esistiti se non nella mia fantasia speranzosa. Su tutto la montagna come luogo in cui rifugiarsi a sacrificare ad un dio insensibile il mio tempo, per non pensare, per fuggire l'altro tempo, quello vuoto.

Penso che le piaghe si siano chiuse. Le tracce siano rimaste, in me. E di averle lasciate lungo il mio cammino. Penso di essere di nuovo uno. E il mio posto è con me e con chi amo.

::::::::

Il quadro l'ho quasi finito. E' ovviamente ispirato da qualcosa di simile di Dalì. Ma molto alla lontana... :-)






4月22日

un po' di musica

    

Un viaggio ad Amsterdam nel 92 in macchina da Roma passando per Verona a prendere degli amici e poi diretti su. In macchina la cassetta di "king of bongo" che conteneva fra l'altro questa canzone.

Quanto mi piaceva questo gruppo. Ero in fissa.
Mano Negra

Che parco dei divertimenti, Amsterdam. Passavamo pomeriggi interi nei coffee shop studiando modi per riportare indietro qualcosa. Alla fine ci riuscii comprando dei formaggi con la cera attorno, svuotandoli e riempiendoli... ma a momenti nemmeno arriva in italia. Al ritorno passando per la germania ogni tre ore ci fermavamo.
Mi ricordo anche che giocai alle slot machines e non so come cavolo feci perchè non ci capivo niente ma vinsi qualcosa come 300.000 lire al cambio. Una delle poche vincite della mia vita: me la ricordo si.

Stasera li ho risentiti e mi andava di condividerli.

E il video è bello. Mi fa pensare a Cuba.
Si gli si può dire quello che si vuole a Fidel, la dittatura... la mancanza di democrazia... tutto vero.
Ma anche tutto relativo.
Cuba era il paese della mafia. Ne ha fatto un paese orgoglioso. Nonostante l'embargo commerciale. Nonostante la "guerra" prima vera e segreta poi "fredda" del potentissimo vicino Usa.
Al mondo per fortuna esiste anche gente che non ha paura di portare avanti le proprie battaglie fino in fondo.

Agli "altri" dedico questo pezzo. Sempre della Mano Negra.
Meglio non tradurlo.




 
4月18日

il libro

Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?

... Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contario, l'assenza assoluta di un fardello fa sì che l'uomo diventi più leggero dell'aria, si allontani dalla terra, dall'essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.

Ero su una spiaggia, credo fossero gli inizi di maggio, nel 1986, e avevo appena iniziato "L'insostenibile leggerezza dell'essere". Da solo. Mi godevo il sole già caldo e la relativa solitudine di un giorno feriale su una spiaggia libera.

Avevo comprato questo libro attirato dallo strano titolo. Mi capita spesso che una copertina o un titolo influenzino le mie scelte. In genere ne sono contento e non credo che questo sia casuale.

Ero alla terza pagina e questa frase mi costrinse a fermarmi. Rilessi le due pagine precedenti: la teoria dell'eterno ritorno. In un mondo in cui ogni atto avviene una volta sola tutto è effimero, tutto è già perdonato e cinicamente permesso. Viceversa:

Se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte siamo inchiodati all'eternità come Gesù Cristo alla croce. E' un'idea terribile. Nel mondo dell'eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità.

Con poche righe, questo libro dallo strano titolo aveva già stimolato una ridda di pensieri nella mia testa. "e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato". Questa frase mi atterriva.

Agognavo la libertà. Desideravo sopra ogni altra cosa la leggerezza. Venivo da un periodo della mia vita pesante e grigio, gravato dal peso dell'ideologia. Per la prima volta si insinuò nella mia mente il tarlo che la libertà assoluta non sia affatto uno scopo assoluto. E che in qualche modo la pesantezza - il dovere, la conseguenza, hanno un loro perché. E una loro necessità.

La domanda a quel punto aleggiava anche nella mia testa. Parmenide aveva ragione oppure no, dicendo il leggero è positivo il pesante è negativo?

E la mia non era più curiosità di lettore, ma di uomo. Entravo in un libro che mi investì di risonanze e ancora oggi mi sorprende per la sua intensità. Ogni frase, ogni concetto mi impone una riflessione.

Un capolavoro assoluto. Il libro, per me, più importante della mia vita. Se così posso dire.

Tomas e Tereza. Per la struttura narrativa del libro riuscivo a sentire dentro di me le figure di entrambi. Ma mi sentivo terribilmente simile a Tomas e così mi innamorai di Tereza, allo stesso suo modo. Non potevo non amarla per la sua fragilità e la sua tenacia. Non potevo non avere la necessità di proteggerla. E come Tomas ne sentivo il peso.

Le chiese dove stava, per accompagnarla in macchina. Lei gli rispose imbarazzata che doveva ancora trovare un albergo e che aveva la valigia al deposito bagagli della stazione. Ancora il giorno prima lui aveva paura che se l'avesse invitata a casa sua a Praga, lei sarebbe venuta ad offrirgli la propria vita. Adesso, sentendo che aveva la valigia al deposito bagagli, si disse che in quella valigia c'era la sua vita e che lei l'aveva lasciata in deposito in attesa di potergliela offrire.

Di queste metafore suggestive è pieno, il libro. E ogni volta mi colpiscono allo stomaco. Ancora oggi dopo molte letture. Perché è così che funziona la mia testa: analogie e metafore. Hanno una potenza incredibile su di me.

Tomas allora non si rendeva conto che le metafore sono una cosa pericolosa. Con le metafore è meglio non scherzare. Da una sola metafora può nascere l'amore.

Ecco. Ne sono convinto. La metafora è un pattern che riscontra forme presenti nella nostra testa. Le trova e... clac : si adatta perfettamente. E siamo prigionieri. A volte ancora non lo sai. Ma qualcosa è scattato e ti ha legato.

Ma la figura di Tomas mi era così simile da spaventarmi. Con le sue amicizie erotiche. E la sua paura.

Tu mi piaci perché sei l'esatto contrario del kitsch. Nel regno del kitsch saresti un mostro. Non esiste nessuna sceneggiatura di film americano o russo nella quale tu potresti esistere altrimenti che come esempio negativo. Dice Sabina a Tomas.

Tomas si diceva: (...) l'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore  (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica ad un'unica donna)

E poi, in una pagina, tratteggia il meccanismo della compassione. Esamina l'etimo. Specifica il concetto di vivere insieme a qualcuno qualsiasi sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva , l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.

E' il meccanismo per cui capendo, provando la stessa sofferenza che induce l'altro anche ad aggredirti tu ti senta solidale con lui e quindi gli perdoni quello che a nessun altro perdoneresti mai. E' il meccanismo per cui nell'amore si perde l'orgoglio e la dignità. A volte.

Avevo solo letto 30 pagine. Avevo voglia di alzarmi e andare per la spiaggia. Fermare la gente. Parlare con qualcuno. Dire che avevo in mano qualcosa di meraviglioso. Che questo libro era ... era... ... io non riuscivo nemmeno a pensare quello che provavo, tante erano le cose che mi venivano in mente.

 

Mi fermo da commentarlo. Perchè se continuassi mi verrebbe voglia di citarlo tutto. Perchè continua con la stessa intensità, con la stessa forza, con la stessa suggestività, fino alla fine. E tocca fili diversi fra loro, così come nella vita tutto si collega e si influenza: l'amore, il lavoro, le aspirazioni, i desideri, le paure.

Ho amato e amo questo libro in modo viscerale.  Quanto, mi è tornato in mente giorni fa. Altra metafora suggestiva: "Nesnesitelná lehkost bytí" sembra sia il titolo originale. 

L'insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kundera.

Ci sono altre mille cose di cui potrei parlare, in questo libro. Le coincidenze. I fraintendimenti. L'idillio. Un pensiero pazzo che mi viene in mente è dedicare un intero sito alla discussione su questo libro. Anche se mi basterebbe, in fondo, leggerlo e commentarlo, stimolato anche da altrui riflessioni. Condividerlo.
Come ogni libro importante, ogni volta che lo rileggo, ci trovo altro. Oppure, come con Gibran, mi rendo conto di capire meglio, essendo passati anni della mia vita e vissuto, le cose di cui parla.
I temi di questo libro sono i temi della mia vita. Questo mi dona una dolcezza strana, malinconica, perché non ci sono risposte. Nessuna rivelazione conclusiva. Nessuna comprensione. Solo domande e considerazioni.

4月17日

buon weekend

 

 

oh well i love you pretty baby
you’re the only love i’ve ever known
just as long as you stay with me
the whole world is my throne


down here lies nothing
nothing we could call our own
well, i’m moving after midnight
down boulevards of broken cars
don’t know what i’d do about it
without this love that we call ours
down here lies nothing
nothing but the moon and stars

down in the street there’s a window
and it a window made of glass
we’ll keep on loving pretty baby
for as long as love will last
down here lies nothing
but the mountains of the past

well my ship is in the harbour
and the sails are spread
now listen to me pretty baby
lay your hand upon my head
beyond here lies nothing
nothing done and nothing said

oh bene... ti amo dolcezza
sei l'unico amore che abbia mai conosciuto
fino a quando tu starai con me
il mondo intero è il mio trono


qui c'è il nulla
niente che potremmo chiamare nostro
bene, mi muoverò dopo mezzanotte
per viali di automobili rotte
non so cosa ci sto a fare
senza questo amore che chiamiamo nostro
qui c'è il nulla
nulla oltre la luna e le stelle

giù in strada c'è una finestra
ed è una finestra di vetro
noi continuiamo ad amarci dolcezza
per tutto il tempo che l'amore durerà
qui non c'è nulla,
oltre le montagne del passato

bene, la mia nave è in porto
e le vele sono spiegate
ora ascoltami, dolcezza
metti la tua mano sul mio capo
più avanti c'è il nulla
nulla fatto e nulla detto.

 

ho la sensazione che la traduzione faccia acqua... :-))

ciao ciao

l'ignoranza la fa da padrona

A volte nei blog, nei forum, viene da chiedersi perché appaia una evidente sproporzione fra il volume apparente, nella rete, dell'elettorato berlusconiano e quello che poi effettivamente lo vota.

Qualcuno dice che chi vota berlusconi è un po' come quelli che votavano una volta la DC: lo fanno ma non lo dicono.  Questa cosa non mi ha mai convinto. L'elettorato del mediaduce è aggressivo. Molto più di quello degli altri. Col cavolo che si nasconde.

Io ho sempre pensato che invece esista un gap culturale. Una stratificazione orizzontale.

Purtroppo, la base berlusconiana la trovi laddove si parla a grugniti e frasi monche. Si inveisce e si sbraita. Dove anziché il cervello si usa la pa nza e l'uccello per formare concetti complessi (soggetto, verbo, predicato al massimo).

Quindi non la trovi nei nostri circoli, che certo non sono iniziatici... non è che ci riuniamo per celebrare i misteri eleusini... e però... magari abbiamo letto qualche libro? magari comunichiamo con concetti che usano anche il condizionale e, a volte, il congiuntivo?

 

Fateci caso: in rete è più facile incontrare quello propriamente di destra. Che ha comunque una sua specifica cultura, piuttosto che il berlusconiano sui generis. Quello che comunque, ricordiamocelo, lo vota entusiasticamente.

 

Provate a guardare questo grafico:

analf

E' indicativo più di qualsiasi sondaggio.

Da http://linguaditerra.blogspot.com/2009/03/alphabetical-divide.html

Si parla spesso del digital divide italiano, ma non a sufficienza dell’alphabetical divide, cioè del fatto che il 65% della popolazione non possiede competenze alfabetiche sufficienti a comprendere un articolo di giornale o ad interpretare un diagramma come quello qui sotto. L’alphabetical divide spiega molto del digital divide, perché un computer è fatto per metà di una tastiera alfabetica, e perché Internet è un luogo a cui si accede digitando parole scritte (anche perché in fondo è fatto di scritture: 001010, IF, body, etc.).

Ovviamente, la quota di popolazione funzionalmente analfabeta o semianalfabeta è raggiunta solo dai media “non alfabetici”, come la radio, il telefonino e la televisione, che nella maggioranza dei casi è l’unica fonte di informazione. L’alphabetical divide permette forse di capire meglio perché certi scandali politici, che tutte le persone colte conoscono, non “pesano” elettoralmente. Il grafico sopra è stato ottenuto incrociando i dati OCSE (2001) sull’analfabetismo funzionale con i dati Censis (2006) sull’uso dei diversi media da parte della popolazione.

e da: http://www.ilprimoamore.com/testo_1441.html

Che l'ignoranza del popolo sia una delle condizioni migliori per il prosperare dei potenti è storia vecchia quanto l'umanità. La cattiva informazione — o meglio, l'informazione superficiale e volutamente distorta — è un momento chiave del controllo sulle masse.
L'era Berlusconi è stata edificata in gran parte grazie a una televisione populista, che tende a privilegiare la macchietta e il divertimento, e a diffondere un livello informativo superficiale o addirittura deviato.
(...)

La cosa più inquietante è che a questo livello il discorso non riguarda la libertà di espressione, ma uno stadio molto basso di possibilità cognitiva. Gran parte del Paese è impossibilitata a farsi un'idea completa di un frammento di testo scritto. Gran parte del Paese è incapace di verificare una notizia risalendo alle fonti tramite un motore di ricerca. Siamo abituati a indignarci per la carenza di alfabetizzazione dei paesi meno sviluppati, ma la verità è che il problema dell'analfabetismo cresce e si evolve di pari passo allo sviluppo delle società. Si fa più nascosto e insidioso.


E qui il cerchio si chiude. L'istruzione gratuita e libera è una delle conquiste più straordinarie dell'epoca contemporanea. Tendiamo a sottovalutarla perché ci sembra un fattore scontato, ma non lo è affatto. Soprattutto, è grazie a essa che siamo in grado di rapportarci a una realtà sempre più complicata e in continua evoluzione. Dove non arriva la specializzazione tecnica, può arrivare almeno la comprensione: ma entrambe si fondano su un livello di alfabetizzazione non scontato.
A questo punto, anche la pessima gestione ministeriale dell'istruzione italiana appare come un tassello di un puzzle molto più grande. Senz'altro questo dipende da una cattiva distribuzione della ricchezza, che provoca tagli a un settore già di per sé piuttosto martoriato. Ma perché nessuno si prende davvero a cuore il problema? Perché, a voler pensare male, il totale disinteresse verso l'istruzione media potrebbe essere frutto di cattiva fede. Dopotutto, un popolo che non è in grado nemmeno di interagire con la società dell'informazione, è un popolo eccellente per essere preso in giro.

........

Il problema, politico, è che questi due strati, quello più alfabetizzato e quello meno, fra loro non comunicano. Usano mezzi espressivi diversi. Il secondo però, facilmenta manovrabile, produce i propri leaders, selezionandoli secondo le leggi dell'evoluzione fra quelli più capaci di emergere nel proprio contesto.

Ecco allora che la democrazia diventa la dittatura dell'ignoranza, del superficialismo, dell'analfabeta emozionale e funzionale. E questo non può non riflettersi sulle scelte in qualsiasi campo della formazione economico-sociale.

4月16日

dedica

  

Maria - Blondie

She moves like she don't care
Smooth as silk, cool as air
Ooh it makes you wanna cry
She doesn't know your name
And your heart beats like a subway train

Ooh it makes you wanna die
Ooh, don't you wanna take her?
Ooh, wanna make her all your own?
Maria, you've gotta see her
Go insane and out of your mind.

 
Regina, Ave Maria
A million and one candle lights
I've seen this thing before
In my best friend and the boy next door
Fool for love and fool on fire
Won't come in from the rain
She's oceans running down the drain

Blue as ice and desire
Don't you wanna make her?
Ooh, don't you wanna take her home?
Maria, you've gotta see her
Go insane and out of your mind
Regina, Ave Maria
A million and one candle lights
Ooh, don't you wanna break her?
Ooh, don't you wanna take her home?

She walks like she don't care
Walkin' on imported air
Ooh, it makes you wanna die
Maria, you've gotta see her
Go insane and out of your mind
Regina, Ave Maria
A million and one candle lights
Maria, you've gotta see her
Go insane and out of your mind
Regina, Ave Maria
A million and one candle lights

Lei si muove come se non le importasse.
Liscia come la seta, fresca come l’aria
Ooh, questo ti fa venir voglia di piangere.
Lei non sa il tuo nome
e il tuo cuore batte come un metrò.

Oo, questo ti fa venir voglia di morire.
Ooh, non vuoi prenderla?
Vuoi conquistarla da solo?
Maria... devi vederla!
Diventi matto e vai fuori di testa.


Regina Ave Maria!
Un milione e una candele.
Ho visto questa cosa prima d’ora.
Nel mio migliore amico e nel ragazzo della porta accanto.
Sciocchi per amore sciocchi innamorati.
Non vorrai entrare dalla pioggia.
Vede gli oceani correre giù nello scarico.

Azzurro come il ghiaccio e il desiderio.
Ooh, non vuoi prenderla?
Vuoi conquistarla da solo?
Maria. Devi vederla!
Diventi matto e vai fuori di testa.
Regina Ave Maria!
Un milione e una candele.
Ooh, non vuoi spezzarla?
Ooh, non vuoi riportala a casa?

Lei cammina come se non le importasse.
Cammina sull’aria importata.
Ooh, questo ti fa venir voglia di morire.
Maria.Devi vederla!
Diventi matto e vai fuori di testa.
Regina Ave Maria!
Un milione e una candele.
Maria.Devi vederla!
Diventi matto e vai fuori di testa.
Regina Ave Maria!
Un milione e una candele.