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    November 02

    meglio che la suina…

    Venerdi scorso pensavo di essermi preso l’influenza. Quella che prima chiamavano “suina” e ora chiamano “A” o, tutti tecnici, H1N1.

    Quella per cui tutto il mondo sta producendo vaccini a vagonate e che sembra sia più leggera di una normale influenza.

    Quella per cui tutta la controinformazione del mondo ha accusato i governi di fare gli interessi dell’industria farmaceutica, o peggio, di volere diminuire la popolazione mondiale diffondendo proprio tramite il vaccino, un virus.

    Devo dire che la demenzialità dei complottisti a volte non ha limiti…

    Boh. A me sembra strano, che per un’influenza che non appare così pericolosa ci sia tutto questo allarme. Ma il fatto che l’allarme ci sia in Usa come in Europa, in Cina come in Russia, a Cuba come in Australia… ovvero paesi di differente collocazione nel mercato internazionale, mi fa pensare che qualcosa di pericoloso dietro debba esserci. Magari è un virus di cui temono le possibili mutazioni?

    (se la mutazione non è troppo distante dal ceppo originario, vaccinarsi può essere ancora utile, gli anticorpi prodotti ci mettono meno ad adattarsi che non a dover essere prodotti ex-novo come accade se non si è mai venuti in contatto col virus.

    Staremo a vedere.

    Intanto penso di esserci entrato in contatto, ma sembra che quelli della mia età abbiano probabilità di essere già sufficientemente immunizzati per via di altre epidemie avvenute in passato.

    Fatto sta che venerdi stavo male: mal di gola, sensazione di febbre incipiente, dolori ossei e muscolari. Ma alla fine me ne sono andato a scalare sia sabato che domenica.

    Certo non stavo al meglio, una sensazione di disagio l’avevo. Ma niente di che.

    Mi sono divertito a girare e montare un video della scalata di ieri a Sperlonga.

    Non è niente di che, ma era la prima volta che provavo a fare una cosa del genere. Oltretutto è girato con una digitale.

     

     

    Certo, meglio stare a scalare che a letto con la suina

    October 28

    ma che film la vita

         

     

    Non eri uno che chiacchierava molto, Daniele. Masticavi gomma americana e che sorridevi si vedeva dagli occhi.

    Io non ti ho mai visto perdere la calma. E questo, negli anni, era la cosa che più mi aveva sorpreso di te.

    Perchè a vederti e sentirti parlare, all’inizio...  veniva da pensare ad uno che se c’era da litigare non si tirava indietro.

    Ma forse una volta era così e col tempo eri diventato saggio. Non so.

    E avevo finito per apprezzare quel tuo modo quieto di accettare gli scherzi e le battute, che erano la cosa di cui era fatto il nostro rapporto, in palestra, o ad arrampicare: prese in giro, risate.

    Quel modo tranquillo di quello che parlava poco e faceva i fatti. E toccava darti ragione, quando in un modo o nell’altro i passaggi, i blocchi, li risolvevi. Meglio e prima di chi aveva 20-30 anni meno di te.

    E per fortuna che avevi iniziato solo da pochi anni, a scalare. Ma ti tenevi. E come se ti tenevi. Ti facevamo i blocchi morfologici ... lunghi... per fregarti. Ma niente. Trovavi sempre il modo.

    Ultimamente di meno. Pensavamo di essere diventati più forti noi, a giugno-luglio … quando riuscivamo a volte a chiudere i blocchi prima di te. E invece no. Ora l’ho capito. Eravamo sempre le solite pippe, noi.

    Eri te, che quell’infame malattia ti toglieva le forze, e nessuno, nemmeno te, lo immaginava.

    Ti ho sentito a fine settembre: a ottobre torno in palestra, hai detto. E invece: un susseguirsi di notizie, il non capire bene. In breve una diagnosi di quelle che ti lasciano senza parole.

    E da quel momento … non so… credo che tu ci abbia pensato un po’ e poi... ti ci vedo: un vaffanculo a fior di labbra, andargli incontro, a muso duro.

    Se così dev’essere, facciamola finita presto, devi aver pensato, perchè in dieci giorni te ne sei andato. Troppo presto persino per quella malattia: l'hai presa in contropiede. Hai deciso tu. Non ti sei fatto togliere la dignità.

    Ti rispetto moltissimo, per questo: sei stato un grande.

    Mi piace pensarti così Daniele…  “Danser”.

    Ciao


    Croce_Del_Sud___Passo_chiave_by_danser

    Vai Danser, il passo duro l’hai fatto...


    October 25

    nulla di nuovo


    "A chi mi chiede un commento rispondo: questa è la storia, continuamente ripetuta, del «calcio dell’asino»: il leone era morente, e allora l’asino si fece finalmente coraggio e lo scalciò.

    Nella Roma d’oggi, la parabola ha la variante descritta qui sopra: decine di asini fanno a gara a scalciare il leone, ora che possono farlo senza pericolo: Alemanno vuol essere il primo, il rettore Frati sgomita per scalciare, Piero Marrazzo non si vuol far superare in calci d’asino, e poi il presidente della Provincia Zingaretti, e giù anche quello della FGCI, e l’assessore capitolino Croppi, ed altri, ed altri. Nessuno può esimersi, tutti gli asini si producono in calci spaccaossa, perchè c’è Pacifici che guarda e prende nota degli asini più zelanti, di chi calcia più forte.

    Il fatto è che il leone scalciato, qui, non è un leone se non per inerme coraggio: Antonio Caracciolo, uno fra i massimi studiosi di Schmitt, a 58 anni, è ancora solo un ricercatore alla Sapienza. Facile perseguitarlo, togliergli il magro stipendio da precario, metterlo alla fame.

    Assistiamo così alla scena disgustosa: una serqua di asini strapagati, parassiti privilegiati ben accomodati al potere, con poltrone inamovibili e locupleti di emolumenti miliardari a spese del contribuente, sta spaccando le ossa a uno studioso povero e precario, che debolmente accampa il suo diritto di ricerca, povero ingenuo che crede di vivere in un regime di libertà.

    E’ esattamente il tipo di scene che, come ci hanno raccontato ad nauseam, avvenivano nella Germania degli anni ’30. Il che vuol dire che non abbiamo imparato mai nulla dalle continue visite ad Auschwitz.

    Ad ogni generazione, accade il calcio degli asini. Purchè ne sia data licenza dal potere, lo stesso tipo di persone ignobili perpetrano le stesse ignobili persecuzioni su deboli che non possono difendersi.

    Come già diceva Solgenitsin, in ogni momento storico c’è una quota di vili e di meschini, o di criminali assetati di sangue, su cui il Potere malvagio - qualunque sia - può contare per compiere atti ripugnanti: come delatori, aguzzini, kapò, linciatori, si offrono volontariamente. Non importa l’etichetta ideologica: ogni scusa è buona agli asini per scalciare, quando gli danno il permesso di farlo.

    Oggi, i nazisti di questa generazione sono Alemanno, Frati, Croppi, Zingaretti e Marrazzo, e il ripugnante nano morale della FGCI; e l’ebreo, oggi, è Antonio Caracciolo. Del resto, la frase del rettore Frati contro Caracciolo rivela più di quanto l’asino capisca: «Vada a Dachau».

    Sì, a Dachau, a Dachau! Sbattiamoli tutti a Dachau, quelli che non si adeguano al pensiero conforme!

    Di seguito la dignitosa autodifesa del Caracciolo: «Mi dicono che sono in prima pagina su Repubblica... Come un mostro?».

    Maurizio Blondet"

    :::::::::::::::::

    Leggo su un altro sito un intervento del professor Caracciolo:
    "È incredibile la letteratura che si è accumulata su me dalla sera alla mattina. La vado visionando poco a poco ed è tanto lavoro. Sempre la stessa falsità e strumentalizzazione, che non è facile da smontare. Pensano di aver trovato un nuovo Williamson da crocifiggere, ma io non mi chiamo Williamson e mi sono solo appellato agli articoli 21 e 33 della costituzione. Non mi sono mai occupato di camere a gas e non intendo occuparmene. Se altri vogliono farlo, devono pure averne il diritto di poterlo fare. Non mi sembra una cosa dell’altro mondo. Ringrazio quanti hanno avuto espressioni di solidarietà nei miei confronti."

    :::::::::::::::::


    Da parte mia, in vari luoghi in questi giorni, ho espresso solidarietà al Prof. Caracciolo.
    A prescindere da quali possano essere le sue idee. Che io possa condividerle o meno, non importa.
    Ma in realtà non le conosco nemmeno e quindi non posso pronunciarmi.

    Credo tuttavia che siano idee. E che le idee non debbano essere zittite per Legge.
    Credo nella libertà di opinione. Penso sia un diritto inalienabile, sacrosanto.

    Solo per aver espresso concetti del genere, qua e là,  io stesso ho sentito i calci degli asini.
    Ed è penoso, l'ottundimento mentale che ho potuto toccare con mano.

    E' triste, constatare che per molti, consapevolmente o meno, la libertà di pensiero degli altri finisce laddove essi non sono d'accordo.
    Senza se e senza ma. Chiudono occhi e orecchie e applaudono la forca.

    E, ovviamente, li ho sentiti arrivare soprattutto da "sinistra". Sia perché a questa area appartengono i miei naturali interlocutori, ma anche perché sono quelli cresciuti culturalmente nell'orrore del nazismo e fascismo.

    Ma io stesso vengo da quell'area. Ad una sinistra, di valori perlomeno, penso genericamente di appartenere.
    Ma soprattuto, cerco di pensare con la mia testa. E per questo, cerco di tenerla aperta a tutto.

    E come fate, mi chiedo, a fidarvi di un articolo di giornale?
    Non vi siete accorti, in questi anni, di quanto sia facile manovrare l'opinione pubblica?

    E' bastato un articolo ben confezionato: alcune frasi estrapolate qua e là, qualche concetto ben concatenato artatamente, ovviamente nessuna intervista, nessun modo alla parte coinvolta di spiegare e dire la sua. Ed ecco il mostro sbattuto in prima pagina.
    Perchè?

    Io lo so il perchè. E' evidente.
    Ma non importa. Non è questo il punto.

    Il punto è la libertà di opinione.

    Non importa, non ha la minima importanza, quale sia l'idea e chi la esprima.
    Finché resta un'idea ha diritto di essere pensata ed espressa.

    Oppure non siamo in uno Stato di Diritto.




    October 19

    Homo homini lupus

    Homo homini lupus è una delle massime che meglio si attagliano alla morale eterna.

    In ciascuno di quanti ci circondano temiamo si nasconda un lupo. […] Siamo così poveri, così deboli, così facili da rovinare e distruggere. […] Questo è un mondo duro, fatto per uomini duri: un mondo di individui che possono contare soltanto sulla propria astuzia, che tentano reciprocamente di superarsi in scaltrezza. Quando incontri un estraneo devi essere in primo luogo vigile, e anche in secondo e in terzo luogo. Allearsi, stare spalla a spalla e lavorare in squadra vanno benissimo fino a quando gli altri ti aiutano a perseguire il tuo obiettivo, ma non c’è motivo di continuare a farlo allorché smettono di arrecare benefici o quelli che arrecano sono inferiori a quanto si spera di ottenere (o semplicemente si potrebbe forse ottenere) revocando gli impegni e annullando gli obblighi.

     

    Un lupo. Quante volte mi sono sentito e/o descritto così. Un lupo che ha scelto di non essere lupo, e a volte ci riesce a malapena a controllarsi, ma che tuttavia conosce le leggi e le regole dei lupi e che ringhia e alza i denti non appena qualcuno potrebbe scambiare la non aggressività per debolezza.

    Forse troppo.

    E sono sempre stato così, ci sono nato, oppure ci sono diventato, ho imparato a essere lupo, ho rafforzato i muscoli le unghie e i denti per essere temibile e tenere gli altri lontani.

    La mia concezione delle amicizie come alleanze: amicizie che scompaiono nel passato quando cessa l’oggetto delle alleanze. Apparentemente anaffettive. E che pure io guardo con amarezza, a volte, ma soprattutto con disincanto. Non può essere altrimenti, mi dico. E’ così che va la vita.

    E chi dice di no, io penso che semplicemente si illuda:  che siamo soli, che siamo lupi.  Che ci alleiamo per predare, per tenerci il territorio, per difenderci… ma è perchè ci fa comodo e finché ci fa comodo.

    E non mi piace certo. Alla mia etica non piace che questa sia la lezione della vita: solo il più forte, il più adatto, sopravvive. O meglio: la sopravvivenza è la prova ultima di adattabilità.

    Non riesco ad accettarla come filosofia aggressiva su cui impostare la mia esistenza. Me ne sto in disparte a guardare le grandi e piccole ruote del mondo che tutte girano secondo questa legge. Cerco solo di evitare che l’ingranaggio mi stritoli.

    Ma forse esiste un altro modo e io non lo vedo?

    La “relazione pura” tende oggigiorno ad essere la forma prevalente di aggregazione umana, instaurata “per quanto ne può derivare a ciascuna persona” e “continuata solo nella misura in cui entrambi i partner ritengono che dia a ciascuno di essi abbastanza soddisfazioni da indurre a proseguirla”.

    Una delle caratteristiche della relazione pura è che può essere troncata, più o meno a proprio piacimento e in qualsiasi momento, da ciascuno dei due partner. Perché una relazione abbia chanche di durare, è necessario l’impegno, ma chiunque si impegni senza riserve rischia di soffrire molto in futuro qualore la relazione dovesse dissolversi.

     

    L’impegno, da una parte, che crea “dipendenza”. Termine che viene sempre più visto in termini negativi. il sapere che niente è per sempre, d’altro canto, non invita certo a far crescere la fiducia. E quindi si resta a guardarsi da lontano. Attenti a non condere altro che il minimo indispensabile per far si che ci ritorni abbastanza. E pronti a ritirare ogni impegno in ogni momento.

    E questo vale in ogni tipo di relazioni. Meno avvertito in quelle di amicizia, più evidente in quelle amorose, il disimpegno è il segno del nostro tempo o del mio tempo. Del mio tempo di oggi, della mia età, della mia vita?

    Domande…

    October 12

    un sogno

    Non sono umani. Ho imparato a riconoscerli. Sono alti, si assomigliano tutti fra loro. Hanno dei volti anonimi, ovali, capelli corti chiari un po’ stempiati. Quando arrivano in un posto si guardano attorno e scelgono chi prendere.

    Stavo scendendo le scale della metropolitana e c’era la gente che andava e veniva. Ho visto uno di loro avvicinarsi ad un ragazzo. Gli ha parlato per quache istante. Gli ha fatto delle domande. Quello rispondeva. Immagino che gli abbia chiesto cose banali, sui treni o sul tempo. Poi gli ha parlato in un certo modo, la sua voce ha preso quel tono, quella frequenza, mentre lo guardava negli occhi e lo ha preso. Poi se ne è andato. Per prendere un altro.

    Sono molti. Ogni giorno ne vedo qualcuno di più in giro.

    E sempre di più vedo persone che hanno preso. Sono assenti, gli sguardi fissi, se gli parli non ti capiscono.

     

    Volevano prendere anche me qualche giorno fa. Ero in un supermercato. Ancora non mi ero accorto di nulla. Ho visto questo avvicinarmisi sorridente, mi sembrava di conoscerlo. Mi guardava fisso negli occhi mentre parlava, i suoi occhi sembravano pulsare di una luce blu. Poi la sua voce era come un ronzio che sentivo nel collo, sotto la nuca e lui era entrato nella mia testa con i suoi pensieri.

    E i suoi pensieri non potevano essere pensati dal mio cervello. Erano troppo per me. Erano un noi che non riesco nemmeno a concepire. Mi risucchiavano in un luogo in cui la mia identità non esisteva più. Ho avuto la netta disperata sensazione di essere preso in un vortice da cui non potevo tornare.

    Poi quel suono nella mia testa era come un’onda che risaliva la corrente del vortice. Io potevo seguirla se avessi vibrato con essa. La suoneria del mio cellulare. Mi tirava fuori. Ero fuori. Ero io. I suoi occhi pulsavano senza più darsi la pena di nascondersi. Rimasi a guardarlo fissamente. Se ne andò, era convinto di avermi preso.

     

    Non lo sanno ancora che le note di quella musica annullano la frequenza con la quale entrano nella nostra mente.

    Ho provato a mandare mms ai miei amici che capivo erano già stati presi. Ascoltano il pezzo e funziona. Si risvegliano ma non ricordano nulla. E allora devo spiegargli, però mi guardano diffidenti. All’inizio non mi credono. E' snervante, faticoso. Devo portarli in giro, fargli vedere come operano, mentre prendono qualcuno. Poi mi credono, ma è difficile. Per ognuno che ne risveglio loro chissà quanti ne prendono.

     

    Ogni giorno che passa aumenta la gente che riconosco che è presa. In metropolitana ho azionato la suoneria, e vicino a me si sono risvegliati in parecchi. Ma era presente uno di loro. Ha capito che era accaduto qualcosa, ha iniziato a cercarmi. Mi sono confuso fra la gente, lo sguardo fisso. Ma sentivo il suo sguardo che voleva incrociare i miei occhi. Li tenevo bassi. Mi è passato vicino ma si è diretto verso una ragazza. L’ha presa in un istante, quella ha avuto come un mancamento.

     

    Sono forti e non si nascondono più. Non so cosa vogliono, che intendono fare con noi. Vogliono controllarci questo è certo, ma perchè? Vogliono ridurci a esseri ciechi, senza pensieri propri, oscuri terminali.

    Devo fare qualcosa, organizzare una resistenza, smascherarli. Penso di mandare per radio le note che risvegliano. Ma se capiscono e cambiano qualcosa nel loro modo di agire non ho più la minima speranza di poter resistere. La scoperta di questo “antidoto” è stata assolutamente casuale.

    Devo essere cauto.

    Ma ormai hanno preso quasi tutti. Li vedo girare fra la gente come pastori.

    Si, ecco quello che sono: pastori. Si guardano attorno, controllano, si avvicinano a qualcuno e lo prendono.

    Inizio a capire. Hanno un progetto e vogliono che lavoriamo per loro.

    Ieri ho risvegliato un tipo mentre eravamo alla fermata dell’autobus. Eravamo soli e ho pensato che non avrei rischiato. Ho azionato la suoneria. Lui si è risvegliato terrorizzato. Ricordava qualcosa, ma vagamente. Aveva paura.. Bisogna scavare, diceva. Bisogna scavare sotto, sotto, sotto. Andare giù. “Loro”,  li chiamava. Dove sono "loro"? Se ne è andato correndo.


    Ci sono scale che scendono sotto terra. Ascensori.

    Siamo diventati una civiltà di formiche controllata da “loro”. Viviamo per lavorare per “loro” che mettono nel nostro cervello i pensieri che vogliono.

    Che posso fare?

    Nulla. Quando li vedo tengo gli occhi fissi a terra. Mi muovo secondo i flussi di tutti gli altri. Cerco di non farmi notare. Ogni tanto risveglio qualcuno. Poi magari lo riprendono. Ma non sembrano preoccuparsene più di tanto.

    Sono libero ma è come se mi avessero preso. Perchè sono costretto ad essere come tutti gli altri che sono stati presi per non farmi riconoscere.

    Sono un prigioniero volontario. Fino al giorno in cui la mia suoneria non funzionerà più e mi prenderanno veramente. E forse sarà meglio. Forse è meglio non sapere, da schiavi, che esiste la libertà.



    :::::::

    è un sogno che ho fatto stanotte. scusate se non è particolarmente originale. non voleva essere una metafora né didascalico. è veramente un sogno da cui mi sono svegliato angosciato. senza nemmeno un numerino da giocarmi al lotto, peraltro.


    un libro che leggo da solo

    Ogni tanto mi è assolutamente necessaria la solitudine. Mi serve proprio la sensazione di sentirmi solo, di non avere nulla da dire a nessuno su ciò che farò, di poter decidere all’ultimo istante.

    La libertà di andare dove voglio è l’evocativo titolo di un libro di Reinhold Messner. Prendo in prestito solo questa frase, aldilà dei contenuti del libro, ma sono così tenacemente attaccato a questa sensazione, che quando ne faccio a meno per un po’ mi sento soffocare.

    L’andare senza sapere dove, con una meta che prima prende forma e poi cambia, poi torna, e cambia di nuovo.

    Il dialogo interiore che ha tutto lo spazio possibile a sua disposizione, nelle pause frequenti proprie del non avere obiettivi da raggiungere né tempi da rispettare.

    Sabato notte mi sveglio senza orologio e penso che voglio andare. Preparo le cose, vado in montagna, il tempo non sarà bello, le previsioni davano temporali in arrivo da nord. Non importa, vado lo stesso. Esco da casa poco dopo le 5, il cielo verso nord è illuminato da lampi, senza soluzione di continuità. E’ il temporale che è in anticipo. Speriamo che resti sulla costa tirrenica, io me ne vado sull’altro versante, con gli Appennini a far da baluardo.

    L’autostrada di notte, la musica in sottofondo di un cd, i pensieri che si accavallano. Quelli che fanno l’inventario delle cose che mi sono portato; se ho preso tutto, che condizioni troverò… beh vedremo… aspettiamo che arrivi la luce intanto. E quelli della mia vita privata, l’impossibilità di essere normale, qualunque cosa significhi essere normale. L’idiosincrasia per i legami che aumenta con l’età, un passato senza speranze davanti agli occhi.

    La sensazione di essere passato, di stare passando, nella mia vita come in un libro che leggo solo io, che mentre vado avanti strappo le pagine lette, e che ora... quanto manca alla fine? Lo vedo davanti a me, questo libro. Oltre la metà. Provo la sensazione che hai quando un romanzo che ti ha preso ormai hai capito come va a finire e vuoi leggere le ultime pagine velocemente.

    Mi mette malinconia questo pensiero. Ma cosa cambia? Il tempo non va né più veloce né più lento.


    Fosse dipeso da me, non sarei venuto nel Mondo,
    e se da me dipendesse l'andarmene, non me ne andrei.
    E meglio di tutto stato sarebbe se in questo diroccato Convento
    non fossi venuto, né andato, né stato, giammai. (*)

    (*)Omar Khayyam


    Ma ora, di quel libro, sono su una pagina, e devo scrivere quelle righe di oggi. Lo vedo, quello spazio bianco che devo riempire. Mi racconto a me stesso i miei pensieri ma li dimentico presto e quando arriva la prima luce sono già sulla strada che da Fonte Cerreto porta a Campo imperatore.

    Il temporale non lancia più i suoi bagliori da un bel pezzo, forse è rimasto davvero di là. E infatti verso l’adriatico la luce metallica dell’alba rischiara un cielo con ampi spazi di sereno.

    campo imperatore IO-ott-09

    Ma poi quando arrivo in vista del piazzale degli alberghi vedo nuvole nere gonfie. Di quelle che portano pioggia a breve e anche nebbia fitta, che ti ci perdi dentro.

    Allora decido che niente giro in vetta, magari passando per percorsi strani. Meglio starsene bassi e non rischiare. E’ un tempo da starsene a casa, ma se vai…meglio saperlo, che c’è la nebbia in cui ti perdi, e che non puoi seguire canali perchè grandine e pioggia torrenziale, a restare nei canali possono farti brutti scherzi; e non puoi seguire le creste perché ai fulmini piacciono le creste; e che se tagli sui prati ripidi, sull'erba bagnata si scivola;  che la pioggia fa cadere i sassi....

    E così in background penso… a che giro vado a fare, a cosa mi porto nello zaino. Poi vado.

    La stradina sale dolcemente, Campo Imperatore è immerso in una penombra accentuata dai miei occhiali da sole. Non fa freddo, non c’è vento, ora. E' attesa. Le nuvole nere sono a 500 metri da me, un 300 metri sopra. Non si muovono.

    Ho deciso: seguo la strada fino al passo, voglio vedere che c’è dall’altra parte.

    La vita in fondo non è un continuo cercare di vedere cosa c’è dall’altra parte? Anche quando lo sai, basta poco, un piccola cambio di prospettiva ed è tutto diverso. E dietro ogni curva del sentiero, oltre ogni cresta, quando pensi di essere arrivato e che finalmente vedrai, invece scopri che no, ancora no. C’è un’altra curva, c’è un altro dosso da salire. E poi, un punto di vista migliore, e poi un altro. E continui.

    Vado avanti, scendo, risalgo. Silenzio e solitudine. Gli alberi che guardo da sopra sono già rossi di un autunno che aspetta la neve, le foglie il vento che le porterà via.

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    La montagna con le nuvole che le corrono attorno, cercando di risalirla e di coprirla, attende la neve. Il ghiaccio.

    Io salgo e cadono delle gocce. Anche se a sprazzi arriva qualche raggio di sole a illuminare la parete che si staglia ponderosa, davanti a me.

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    Sono poche e rade, continuo. Lascio il sentiero e salgo per canalini, terrazze erbose. Sempre a cercare quel punto di vista diverso, quel particolare che prima non c’era. Mi fanno compagnia solo i gracchi, lontani. E sopra, forse, un’aquila. La pioggia aumenta, metto la giacca e continuo. Il vento aumenta e pulisce la montagna.

    1500 metri di parete davanti a me, che guardo nei particolari, immagino i sentieri percorsi, e laddove invece non sono mai andato penso con desiderio che mi piacerebbe andare. Riconosco i piccoli segni, quasi invisibili ad occhio nudo, che indicano punti noti. I tratti così insignificanti in questo sguardo che pure mi ricordo di averci passato ore e ore per attraversarli, in salita, in discesa, in traverso.

    est corno grande I0 ott 09

    La pioggia aumenta e io continuo. Sono su un terreno tranquillo. D’estate è un posto in cui portarci i bambini, una passeggiata insomma. Ma ora mi prendo dei riferimenti con la bussola. La conosco questa montagna.

    E all’improvviso il vento aumenta di intensità, le nuvole nere si gonfiano su se stesse e come una marea che monta ingoiano ogni cosa davanti a me, superano le crestine che le tenevano a bada, le discendono e risalgono ancora, come mani si aggrappano al crinale, lo superano e sono oltre, e io ci sono dentro. Non vedo ad un metro e piove forte.

    Me lo aspettavo e cambio direzione, salgo, arrivo in cresta e qui mi attende un vento che pare spostarmi, pioggia e grandine orizzontali, violente. Devo restare in cresta però, la cresta mi porta al sentiero più facilmente. Non è aria da fulmini. E’ solo vento e freddo. La grandine pizzica sulla pelle del viso, quando mi volto a cercare segni. Il vento vuole spostarmi. Il vento, la nebbia. la cresta... una cosa che scrissi qualche anno fa, ma non era così. Non c'era memoria in quelle sensazioni. E' diverso.

    Ho i guanti ma non li metto. Voglio sentire le mani intirizzite. Voglio non sentirle più. Gonfie e insensibili. Che mi ricordino l’inverno che sta arrivando. Amo il vento che mi soffia addosso, ma abbandono la cresta, arrivo al sentiero e il vento non lo sento più, lo lascio a soffiare in alto, anche lui come me, a fare, inutilmente, senza lasciar traccia altra oltre il rumore del momento.

    Non ho messo i sovrapantaloni impermeabili. Voglio sentire la pioggia addosso. Portami via. Penso vedendo un rigagnolo formarsi e scendere scavando la terra smossa. Entrami dentro, vento. Scavami. Svuotami. Pioggia. Odore di terra.

    Cammino, un passo dietro l'altro, arrivo alla macchina. Per la prima volta guardo l’ora: sono le 10,30

    Avrei potuto stare ancora a letto a dormire. Chi avrebbe notato la differenza, se non io, nel mio libro che leggo solo io?

    October 06

    pietà l'è morta

    Mi rendo conto di avere sviluppato, ormai da tempo, una tale acrimonia nei confronti di buona parte di questo paese, che oltre a non provare la minima pietà quando muiono i nostri soldati all'estero (ribadisco il concetto), quando capitano certe tragedie annunciate tipo quelle di Messina, non me ne frega un cazzo.

    Lo so. E' una generalizzazione e come in tutte le generalizzazioni esistono ottime possibilità di sbagliarsi.
    Ma mi sono stancato di empatizzare per queste vittime che sono nella grande maggioranza dei casi corresponsabili dei loro disastri.

    Quando avviene, il disastro, vediamo che qualcuno paga duramente.
    Ma quelle stesse persone, con buona anzi ottima probabilità, non sono le stesse che consapevolmente hanno compiuto catene di scelte, tali che le hanno portate in quella situazione?

    E' incolpevole quello che ha costruito sulle falde del vesuvio? che ha corrotto qualcuno per poterlo fare? che ha votato tizio e caio sapendo che glielo avrebbe permesso?

    Parlo del Vesuvio perchè è un'altra tragedia annunciata. Lo dico ora. Sperando ovviamente di non essere profeta di sventura.
    Ma oggettivamente, sono incolpevoli quelli che hanno colonizzato le falde di un vulcano che si sa essere attivo?

    E questo discorso sui dissesti idrogeologici... ogni santa volta che avvengono tragedie di questo tipo veniamo a sapere che avevano costruito dove la logica e l'esperienza negavano assolutamente si potesse costruire. Ma la "colpa" di chi è?
    L'impresa? chi ha lottizzato? chi ha dato le autorizzazioni?
    la colpa è di tutti. Ma anche e soprattutto di chi è andato ad abitarci.
    Che non eri in grado di far funzionare il cervello? Non avevi scelta?
    ABBIAMO SEMPRE, UNA SCELTA e se non preme a te la tua vita, e quella dei tuoi figli o delle persone che ami... a chi deve premere?


    Perchè se non sei ingrado di capire che stai foraggiando un sistema che ti porterà con buone probabilità a crepare, beh peggio per te, maledetto idiota.

    E questo vale per le discariche di diossina a cielo aperto, per i rifiuti  insabbiati, per le case costruite sul fango, sulle rive dei fiumi, sotto prati dissestati, sulle rive di un mare avvelenato, distrutto dalla pesca a strascico e dai rifiuti tossici.

    E' incolpevole chi vota quella massa di delinquenti che abbiamo al governo (e all'opposizione in buona parte) sperando in condoni edilizi, condoni fiscali, indulti e quant'altro?  Sono decenni che produciamo questa classe dirigente, più attenti che ci permettano di fare i nostri porci comodi piuttosto che amministrino con rigore le cose di tutti.

    Leggo su La Repubblica uno stralcio d'intervista:
    Ma non ha paura del fiume che l'altra sera ha investito anche la sua casa? "L'acqua non ci ha fatto mai paura, quello che mi spaventa è la collina che è appoggiata proprio sulla nostra palazzina, quella sì che potrebbe fare danno". E le sembra normale costruire in una posizione così terribile, tra il torrente e la collina che si appoggia alla sua casa? "Certo che è normale, io ho sanato tutto, prima pagavo una percentuale più bassa dell'Ici ma con le sanatorie ed i condoni ho regolarizzato tutto anche se adesso pago una quota di Ici un po' più alta"

    Quanta imbecillità senza speranza può esistere in un sistema che è così autoreferenziale da espungere da esso anche il buon senso più elementare?

    La casa è a posto perché legalmente è a posto. Punto.

    E' evidente, è lampante... che stiamo andando sempre di più verso disastri di tutti i tipi.
    E mi rode immensamente sapere che da questa idiozia non c'è difesa, a certi livelli.
    Ma perlomeno in quelle situazioni in cui dovresti guardarti i tuoi fottuti affari personalmente, allora no. Allora guardateli.
    Non lo fai? Allora vaffanculo.

    Questa italia di cialtroni, approfittatori, corruttori, conniventi, furbi del quartierino poi pronti a piangere e pietire quando le cose gli vanno male...  mi spiace, ma non riesco a provare solidarietà umana, non riesco a provare pietà.
    Hanno gli amministratori che si meritano, i politici che si meritano, le città che si meritano.

    Mi viene da dire: che cazzo volete?
    Avete voluto la bicicletta? pedalate.

    Tutti incolpevoli di questo scempio in cui stiamo precipitando?  Tutti diventano incolpevoli quando passano nel ruolo di vittime?
    Eh no.

    lLho scritto: "lo so è una generalizzazione e come in tutte le generalizzazioni esistono ottime possibilità di sbagliarsi"
    Ma forte, sempre più forte, è la tentazione di sparare nel mucchio, consapevole che su tre almeno due se lo meritano.

    Francamente mi sono rotto i coglioni di fare la cassandra e vedere che le cose "scritte sui muri" poi vanno come è logico che vadano.

    E' con sgomento che mi rendo conto di essere diventato immune ai processi empatici.
    Faccio un esempio banale: sto nel traffico e vedo sfrecciarmi accanto un testa di minchia con uno scooterone, che rischia di venire addosso a me o altri vicino a me.
    Poi qualche centinaio di metri più avanti lo vedo per terra.
    Passo e penso: vaffanculo. restaci. crepaci. non me ne frega un cazzo.

    Si è duro eh. difficile da confessare. Ci hanno insegnato che certe cose non si dicono. Si reprimono. Ma così è.

    Non vedo più l'uomo, le sue debolezze, il suo universo di affetti. Vedo un nemico.
    Metto in atto lo stesso processo che in guerra ti porta disumanizzare il nemico, rendendolo oggetto, qualcosa che non ti riguarda, la cui sorte non ti tange.

    Guardo questo meccanismo che avviene dentro di me e penso che vivo in una società di nemici.

    E' normale?
    Mi chiedo se sono solo io, indurito, che provo queste cose o se sono sentimenti comuni. E dove ci stanno portando.



    October 05

    bufale e pantere

    Un post dell’amica Virginia, sulle Bufale e come nascono, mi ha fatto venire in mente un … chiamiamolo esperimento ….che feci anni fa, al lavoro.

    Più che altro fu uno scherzaccio di notevole cattivo gusto :-))) ma vestendolo della dignità scientifica di esperimento sociologico, la mia coscienza rimase integra, come non l’avessi mai usata.

    Come tutti sanno, in Italia, in modo ricorrente, appare una pantera. Se è la stessa che da anni imperversa nelle campagne pugliesi piuttosto che nel beneventano, nelle periferie romane, in quelle torinesi o nei boschi dell’umbria, fotografata, ripresa, raccontata, che ha lasciato segni di unghioni e impronte, che ha ammazzato pecore e quant’altro… non si sa. Probabilmente non lo si saprà mai, perchè comunque non è mai stata catturata, né viva, né morta.

    Correva l’anno non mi ricordo quale, e la pantera era nelle periferie romane. Se ne parlava parecchio.

    Senonché avevo che lavorava con me, uno zio noto per essere piuttosto chiacchierone e approssimativo (ed è un eufemismo) nelle sue argomentazioni.

    Una mattina che un elicottero della polizia girava insistentemente a bassa quota, sopra la zona dove sono i nostri uffici, ebbi l’idea di buttare là… per vedere l’effetto che fa… un paio di frasette.

    “dice che cercano la pantera…” “dice che l’hanno vista in zona … sembra che ha ammazzato il cane di marietta…”

    Ora in queste due frasi (ed è questo che ne fa esperimento scientifico e non già mero scherzo) ci sono due elementi fondamentali:

    il “dice” che lascia intendere che la voce arrivi da qualche parte

    e il “cane di marietta ammazzato” che introduce un elemento tragico che catalizza l’attenzione su di sé in modo da far passare in secondo piano l’indagare sulla provenienza del “dice”.

    Peraltro “il cane di marietta” un botolo fastidioso come la Marietta, una vecchia acida che si aggirava nei parcheggi protestando per un’infinità di cose, oltre a rendere giustamente truculenta la cosa, metteva chi ascoltava la cosa in uno stato di malcelata soddisfazione visto che quel cane era un vero rompicoglioni.

    “Ma come? dove…” disse mio zio.

    “Maa non so… lo stavano a dire… boh… sai come sono ste cose…” e me ne andai assumendo l’aria di quello che ci crede poco.

    Tempo un’ora, entra in ufficio un rappresentante e mi dice: ho saputo che avete la polizia in zona per via della pantera.

    E io: “ah si? non so niente…”

    E lui: “si, dice che ha ammazzato un cane e una pecora. L’hanno vista diverse persone e ci sono le impronte.”

    Io, sempre scettico: “ah ma chi lo ha detto?”

    “Eh… lo stavano a dire giù al bar. L’hanno vista. Ora la polizia sta interrogando la padrona del cane.”

    Dopo un po’ torna mio zio e dice che al ne stavano parlando anche da xxxxxx (esercizio commerciale a 3 km di distanza dove lui andava ad acquistarecose che occorrono per il nostro lavoro) e che quindi la cosa era confermata.

    Casualità volle che Marietta, interrogata sull’evento: “a Mariè, la pantera t’ha magnato er cane?” e non vedendo attorno il botolo, e prendendo la domanda per un’affermazione, iniziasse a piangere e a dar di strepiti, confermando la cosa, giacchè rincoglionita com’era non è che nessuno si prendesse la briga di mettere ordine nelle sue lamentazioni.

    Qualcuno non si sa perchè, un po’ per le voci, un pò magari vedendo un’ombra o chissà cosa… chiamò la polizia. Che arrivò con grande strepito di sirene.

    A quel punto ovviamente la cosa era evidentemente vera agli occhi di tutti. E tutti ripetevano alla polizia ciò di cui erano assolutamente certi: la pantera era stata vista da molti, aveva attaccato e ucciso il cane di una vecchia, e ora (e lì le versioni divergevano) era:

    a) chiusa nel garage di un certo Alvaro (ignoro come fosse nata tale versione, anche successivamente non riuscii a capirlo)

    b) scappata per i campi con il cane in bocca che guaiva pietosamente (qui uno giurava che era stata vista)

    c) ancora in zona perchè col cane non ci aveva mangiato niente (versione logica)

    La polizia perlustrò la zona con i mitra in mano e con voce stentorea diceva alla gente di chiudersi in casa e/o sul lavoro e non girare per strada.

    L'aria che tirava era da attacco aereo incombente. La gente bisbigliava e c'era chi si era armato di tutto quello che avrebbe potuto essere utile alla bisogna. Imperversavano discussioni su dove colpire la pantera. Se era meglio scappare in alto oppure no.

    C'erano esimi conoscitori di pantere che discettavano sulle loro abitudini venatorie terrorizzando i più.

    C'è sempre chi la sa più lunga degli altri.

    Ovviamente Marietta che nel frattempo aveva ritrovato il botolo, che non si era mai mosso da casa, vedendo dalla finestra tutto quello strepito non aveva nessuna intenzione di uscire a dirimere la faccenda di cui peraltro era all’oscuro. Quindi poco dopo, non si sa come, iniziò a circolare la voce che la pantera avesse preso anche Marietta.

    Dato che la polizia non la trovava!

    A quel punto c’era veramente un clima da assediati. La gente sobbalzava ad ogni rumore. Io stesso iniziai a pensare che casualmente avessi scherzato su una cosa che in realtà potesse essere incredibilmente vera.

    La cosa andò avanti ancora per qualche ora.

    La polizia (che aveva trovato Marietta e compresa l’infondatezza della cosa nonché aperto il garage del tale Alvaro) se ne era andata.

    Marietta e il suo botolo gironzolavano per strada. La gente le chiese: “Mariè ma la pantera? e er cane?”

    “Ma quale pantera me sembrate tutti scemi… è pure venuta la polizia a famme prende un colpo”

    Ma alla fine la gente si divise in diverse fazioni: quelli che pensavano che la polizia non avesse capito niente e che la pantera ci fosse e quelli che pensavano che era tutta una cazzata (fra questi c’erano quelli che identificarono in mio zio l’autore dello scherzo).

    Io?

    Ah io lo avevo sempre detto che ci credevo poco…


    October 01

    desiderio e amore

    Il desiderio e l'amore.
    Sono così diversi. A volte scambiamo il desiderio per innamoramento, infatuazione.
    A volte l'amore quasi ci spegne il desiderio, comunque lo cambia.
    Non mi è mai stato chiaro.
    Ora sto leggendo un libro, ci trovo degli spunti interessanti.
    Li riprendo.

    zygmunt bauman – amore liquido


    Il desiderio è la brama di consumare. Di assorbire, divorare, ingerire e digerire. Il desiderio non necessita di altro stimolo che la presenza dell'alterità. Tale presenza è sempre e già un affronto e una umiliazione. Il desiderio è la voglia di vendicare l'affronto e sfuggire all'umiliazione. Una compulsione a colmare il divario con l'alterità, in quanto attrae e repelle, seduce con la promessa dell'inesplorato e irrita con al sua invasiva, pervicace diversità. Il desiderio è l'impulso a spogliare l'alterità della sua diversità e, così facendo, a delegittimarla. Dal processo di esplorazione, assaggio, familiarizzazione e addomesticamento, l'alterità uscirebbe con l'aculeo della tentazione estratto e spezzato. Se sopravvive alla cura è fatta. Il pericolo, tuttavia, è che nel corso di tale processo i suoi frammenti non digeriti saranno precipitati dal regno dei beni di consumo a quello dei rifiuti.
    I beni di consumo attraggono. I rifiuti respingono. Dopo il desiderio viene lo smaltimento die rifiuti. A
    A quanto pare, è l'eliminazione di ogni traccia di diversità dall'alterità e loo smaltimento del guscio essiccato che si coagulano nella gioia della soddisfazione, destinata a dissiparsi non appena terminato il lavoro.
    Nella sua essenza, il desiderio è un impulso di distruzione. Nonché, sebbene obliquamente, un impulso di autodistruzione: il desiderio è contaminato fin dalla nascita, dalla brama di morte. Questo è tuttavia il suo segreto strettamente custodito; custodito soprattutto da se stesso.
    Per contro, l'amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l'oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio, che è centripeto. Un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi verso l'esterno; a ingerire, assorbire e assimilare il soggetto nell'oggetto, non viceversa come nel caso del desiderio.
    L'amore consiste nell'aggiungere qualcosa la mondo, e ciascuna aggiunta è la traccia vivente dell'io amante; nell'amore il proprio io viene a poco a poco trapiantato nel mondo. L'io amante si espande attraverso il proprio donarsi all'oggetto amato.
    L'amore consiste nella sopravvivenza dell'io attraverso l'alterità dell'io.
    E dunque amore significa prepotente desiderio di proteggere, nutrire, riparare, e anche di accarezzare, coccolare e accudire, oppure difendere gelosamente, isolare e imprigionare.
    Amore significa essere al servizio, stare a disposizione, attendere ordini, ma potrebbe anche significare espropriazione e sequestro di responsabilità. Dominio attraverso la resa; sacrificio ripagato sotto forma di esaltazione.
    L'amore è un gemello siamese della brama di potere; nessuno dei due sopravvivrebbe alla separazione.
    Se il desiderio vuole consumare, l'amore vuole possedere.
    Se il soddisfacimento del desiderio coincide con la distruzione del suo oggetto, l'amore cresce insieme alle sue acquisizioni e si realizza nella loro durabilità.
    Se il desiderio è autodistruttivo, l'amore è autoperpetuante.
    Al pari del desiderio, l'amore è una minaccia per il proprio oggetto. Il desiderio distrugge il proprio oggetto, distruggendo nel processo se stesso; la rete protettiva che l'amore tesse amorevolmente attorno al proprio oggetto amato schiavizza l'oggetto stesso. L'amore cattura e pone il prigioniero sotto custodia; esegue un arresto per proteggere l'arrestato.
    Desiderio e amore agiscono con finalità contrapposte. L'amore è una rete gettata sull'eternità, il desiderio è uno stratagemma per risparmiarsi l'onere di tessere la rete.
    Fedele alla propria natura l'amore si sforza di perpetuare il desiderio.
    Il desiderio, per contro, sfugge alle manette dell'amore.
    ...
    Ogni volta che ti impegni sentimentalmente, per quanto alla leggera, ricorda che stai probabilmente chiudendo la porta ad altre opportunità romantiche (vale a dire: stai abdicando il diritto di rimetterti in caccia...). Sei in una situazione che ti obbliga a scegliere: desiderio e amore si esludono a vicenda.
    ...
    Ma... forse parlare di desiderio è eccessivo. Come per lo shopping: oggi chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio, ma semplicemente per togliersi una voglia. Ci vuole tempo (un tempo insostenibilmente lungo, per gli standard di una cultura che aborre la procrastinazione e postula invece il soddisfacimento immediato) per seminare, coltivare e nutrire il desiderio.
    Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare.
    ...
    Oggigiorno i centri commerciali vengono progettati pensando a desideri facili a nascere e rapidia estinguersi.
    L'unico desiderio che la visita a un centro commerciale deve instillare è quello del reiterare all'infinito l'eccitante momento del lasciarsi andare, del dare briglia sciolta alle proprie voglie senza un copione prestabilito.
    La brevità della loro aspettativa di vita è il pregio maggiore delle voglie, ciò che le rende preferibili ai desideri.
    Togliersi una voglia è soltanto un atto estemporaneo.

    Nel caso delle relazioni e delle relazioni sessuali in particolare, seguire le voglie anziché i desideri significa lasciare la porta ben aperta ad altre opportunità romantiche le quale potrebbero rivelarsi più soddisfacenti e appaganti.
    Nella sua interpretazione ortodossa, il desiderio va curato e coltivato, implica una cura prolungata, un difficile negoziato senza soluzioni scontate, qualche scelta difficile e alcuni compromessi dolorosi, ma, soprattuto, cosa peggiore di tutte, comporta il procrastinare del suo soddisfacimento, il sacrificio senza dubbio più aborrito nel nostro mondo fatto di velocità e accelerazione.
    Nella sua radicalizzata, condensata e soprattutto più compatta reincarnazione sotto forma di voglia, il desiderio ha perso gran parte dei suoi fastidiosi attributi e si è concentrato maggiormente sul proprio obiettivo.
    Quando è pilotata dalla voglia, la relazione fra due persone segue il modello dello shopping e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto.
    Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto (non richiede addestramento ulteriore) e può essere usata una sola volta e con ogni riserva. Innanzitutto e perlopiù la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi.
    Se ritenute scadenti e non di piena soddisfazione le merci possono essere sostituite. Ma anche se mantengono le promesse, nessuno si aspetta che le cose durino a lungo. Dopotutto, automobili, computer, cellulari in perfetto stato e funzionanti vengono gettati via quando escono versioni aggiornate e migliorate.


    Perchè mai le relazioni dovrebbero fare eccezioni alla regola?

     

    rene-magritte-gli-amanti

    September 30

    un paese di miserabili (2)

    Prima sono venuti a prendere gli zingari,

    e noi non abbiamo protestato perché non eravamo zingari;

    poi sono venuti a prendere gli ebrei,

    e noi non abbiamo protestato perché non eravamo ebrei;

    poi sono venuti a prendere i comunisti,

    e noi non abbiamo protestato perché non eravamo comunisti;

    poi sono venuti a prendere gli omosessuali,

    e noi non abbiamo protestato perché non eravamo omosessuali;

    infine sono venuti a prendere noi,

    e non c’era più nessuno capace di protestare.

    Martin Niemöller

    ....

    Milano, vigili a caccia degli immigrati
    il bus-galera imprigiona i clandestini

    Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un bus con grate sui vetri: è il “bus-galera” usato per gli ultrà, utilizzato per bloccare i presunti clandestini e poi identificarli. A effettuare le operazioni sono i vigili del nucleo Trasporto pubblico, istituito per garantire la sicurezza su tram e bus, ma che di fatto si è specializzato in questi mesi nella caccia ai clandestini in città.

    Al commissario questo lavoro piace: "Ragazzi, prendetemi anche quello nascosto nell’erba e mi avete fatto felice", dice ai suoi. Quello nascosto nell’erba è nordafricano, ha poco più di 20 anni. Si è liberato dalla presa di un vigile e si è imboscato dietro a un cespuglio. Da lì, è corso chissà dove. Al termine di un’intera mattinata di controlli, sarà l’unico straniero scappato al nucleo Trasporto pubblico dei vigili. La squadra, messa in piedi dal Comune nel 2000 per garantire la sicurezza su tram e bus, dallo scorso anno si è specializzata nel servizio "fermi e identificazioni". In pratica: chiudere in speciali autobus con grate ai finestrini, e poi identificare, gli stranieri trovati senza documenti durante i controlli dei biglietti sui mezzi pubblici.


    Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul "bus-galera". È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano "Stranamore", "perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù", ride un agente.

    Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la "tonnara" — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: "Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?". La risposta: "Sono clandestini, signora".

    Tre dei dieci fermati, risulterà a sera dopo le verifiche, non lo sono affatto. Per sette scatta invece la denuncia per clandestinità, e uno solo è arrestato: ha già in tasca il decreto di espulsione ma non si è mosso dall’Italia. Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia. Si ferma un’altra signora, borsetta stretta al petto: "Fate bene — dice agli agenti — questi qua in galera devono stare". Una donna chiede ingenuamente ai vigili dove sia diretto lo strano bus con le reti alle finestre. Fa anche per salire, ma il vigile la ferma: "Signora, aspetti il tram che è meglio".

    ...


    http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1734491

    Sempre più mi viene in mente il nazismo. Oltre che per il fatto in sé (e per molti altri di cui si arrivano notizie) anche per i toni, a metà fra dileggio e disprezzo, e l'indifferenza della gente.

    Un paese di miserabili.




    September 28

    un paese di miserabili

    E non intendo "miserevoli", cioè che desta compassione, ma proprio miserabili. Nell'accezione che è un insulto.
    Un paese di gente vile, spregevole, meschina.

    Dove per il profitto si è disposti a tutto, assolutamente tutto.



    Non so se avete seguito sui giornali la vicenda delle navi affondate piene di rifiuti tossici.

    Appena accennata, presa dalle confessioni di un pentito di n'drangheta (mi pare), è scivolata velocemente nelle pagine interne dei giornali, fino a scomparire. Nelle tv, se non sbaglio (me lo hanno detto perchè non la guardo) è passata qua e là la notizia di una nave affondata che avrebbe dovuto essere recuperata.

    Ovviamente non dicono praticamente niente altro. Magari si rischia di rovinare il turismo.

    La realtà è purtroppo un'altra.
    La realtà è che il Mar Mediterraneo è pesantemente avvelenato.

    Da questo blog prendo i dati che qui riassumo.

    Una stima di minima prevede circa 30 navi affondate, contenenti mediamente 3000 tonnellate di rifiuti tossici.
    Totale, 90.000 tonnellate di veleni che a poco a poco corrodendosi i contenitori si spargeranno ovunque distruggendo forme di vita, sconvolgendo il sistema biologico.

    Forse, ad essere ottimisti, c'è da dire che non bisogna sottovalutare la quantità straordinariamente enorme di metri cubi di acqua in cui queste sostanze andranno a disciogliersi. Inoltre, c'è da considerare che per loro natura, i metalli pesanti tendono ad andare verso il basso e quindi a depositarsi sul fondo. Insomma il tono del blog mi sembra catastrofista senza la necessaria competenza scientifica.

    Una breve ricerca in rete è bastata per sapere che vengono stimati, ogni anno:
    85.000 tonnellate di metalli pesanti, 900.000 ton di fosforo, 200.000 di azoto, 47 di policiclici aromatici
    di veleni riversati in mare.
    Quindi il volume annuo di rifiuti che finiscono in mare per mille rivoli è pari a quello di cui si parla per le navi.

    Non lo so.
    Non credo esista qualcuno che abbia realmente chiaro l'impatto che potrà avere nell'immediato futuro questa cosa.

    Mi chiedo tuttavia, se non sia il caso di assumere come punto fermo di un eventuale programma politico ideale, anche il rimettere mano al Codice Penale relativamente a questo tipo di reati.
    Mi chiedo se non si tratti, inquinare a questi livelli, di un vero e proprio crimine contro l'umanità.
    Se non possa essere equiparato, con tutto ciò che ne consegue, al reato di strage. Per esecutori, mandanti, complici.






    September 21

    ho visto anche degli zingari felici

      

     

    Ieri mattina alla radio ho risentito questa canzone.
    La cantavo e suonavo, un sacco di anni fa.

    Ne ho riascoltate le parole, scoprendo di non averle dimenticate.
    Riaffluivano insieme a quelle cantate dalla radio, come un flusso da qualche parte del mio cervello.

    E insieme alle parole, come vagoni di un treno, venivano ricordi ed emozioni.

    E così mi è venuto in mente che siamo a settembre, e che c'era un clima grigio come questo, già un po' fresco, quando partimmo in cinque dentro una mini minor, per Bologna.

    Bologna, con radio alice e pier francesco lo russo, era stato uno dei cuori pulsanti del movimento del 77.
    Bologna città rossa.
    Un luogo simbolo dove, come a roma con Lama, si sanciva la rottura definitiva delle speranze, vaghe e rissose, ingenue e contraddittorie, nate pochi anni prima, ma allora sembravano tanti, nel 68 studentesco, nel 69 dell'autunno caldo, fra movimento e sinistra storica.

    Una sinistra che già iniziava a piegarsi nei meccanismi del potere, di gestione dello Stato,
    alla cui fine abbiamo assistito negli anni successivi, e che allora bollavamo di tradimento.

    Tradimento di non sapevamo cosa forse, di "ideali rivoluzionari" francamente irrealizzabili e, nella loro incarnazione storica, per fortuna anche lontani: qualche centinaia di km più ad est.

    Eppure….abbiamo perso tutti, no?
    Il movimento allora, consumato come una fiamma troppo luminosa e viva, fatta da vite bruciate nel nulla.
    E la sinistra storica, consumata più lentamente, dinosauro senza speranze. Vuoto carrozzone tenuto insieme da interessi che nulla hanno a che vedere con sogni, ideali o utopie

    Ma vabbè. Non avevamo il dono della preveggenza.
    Andavamo a Bologna, nella città rossa, a ubriacarci di luna, di vendetta e di guerra.
    E basta.

    Il viaggio lungo. L'arrivo al Palasport dove c'era una mensa – il Pci ci dava da mangiare -
    Polizia se ne vedeva poca.

    Non si capiva molto bene quanti eravamo. Non si capiva, forse, cosa stavamo facendo lì, quel settembre.
    Non mi ricordo niente dei discorsi degli interventi. Buttavo anche un occhio per rimorchiare qualche compagna.

    Non sapevamo dove andare a dormire. Ma trovammo posto a casa di gente a modena. Solo che la conosceva un amico e questo non si sapeva dov'era. Mica c'erano i telefonini allora.
    Alla fine ci beccammo: appuntamento alle 22 a modena, non so dove.
    Ma questo non arrivava, a portarci in quella casa.
    All'una ci sveglia una luce puntata in faccia e la canna di un M12. Controllo di polizia.
    - che fate qui? -
    - niente, che non si può stare qui?
    Ce l'avevamo scritto in faccia che eravamo quelli del convegno di bologna. Mi sa che oggi ci avrebbero arrestati, tanto per non sbagliarsi.
    Ma allora si limitarono a controllare i nomi.

    Alla fine questo arriva e ci porta in quella casa. A dormire per terra ovviamente. Eravamo una trentina.

    Il giorno dopo c'era il corteo. Temevamo scontri.
    Ma non ci furono, perchè nessuno dei gruppi venuti da ogni parte d'italia conosceva abbastanza bene bologna per decidere di cercare gli scontri con la polizia.

    Alla fine dalle parti della stazione ci staccammo dal corteo e in due ce ne tornammo a roma col treno.
    L'amico con la mini restava un altro giorno.

    Ebbi la sensazione di un nulla di fatto.
    La città di Bologna ci aveva accolto con diffidenza, ma ci aveva lasciato spazio.
    Ce l'eravamo raccontata fra noi, ma già le parole mostravano la ripetitività e l'impossibilità di trasformarsi in altro che non fosse riflusso nel personale o la scelta armata.
    Il movimento del 77 aveva celebrato la sua fine, il suo isolamento.

    Il volo era finito.
    Gli zingari tornavano a casa. Chi per piangere la fine di un sogno, chi per prendere le armi, chi per distruggersi con l’ero.

     

    Una delle cose che mi hanno insegnato quegli anni, una delle poche certezze che mi accompagna da allora, è che non modificherai la società dell'uomo senza cambiare prima l'uomo.
    L'utopia per cui bastasse modificare i meccanismi di produzione per cambiare quasi automaticamente l'uomo, si è rivelata abominevole, con la rieducazione forzata di massa, i gulag, le fosse comuni, l'annientamento delle libertà individuali.
    Ogni cambiamento, anche profondo, nella società, non apporterà altro, alla fine, che un cambio degli uomini al potere, se la rivoluzione, quella vera, non è già avvenuta negli uomini che la compiono.
    E la rivoluzione di cui c'è bisogno nell'umanità, non può essere un atto violento, un atto di sopraffazione, un atto di rottura.
    Nessuna società nuova basata sull'uguaglianza e il rispetto può nascere dal suo opposto.
    Il cambiamento o è dentro di noi e si allarga agli altri per consenso, o non sarà.
    Anche perché, peraltro, i mezzi di controllo del potere sono talmente radicali e potenti, da rendere l'idea di una rivoluzione armata assolutamente risibile.
    La logica rivoluzionaria ottocentesca, di marxiana memoria (e dei vari epigoni), oggi più che mai, è sbagliata nel merito e nella sostanza.
    Il fine non ha mai giustificato i mezzi. E la storia ce ne ha date decine di prove: si è solo, sempre, sostituito un potere con un altro uguale.
    E oggi il potere possiede mezzi di controllo talmente sofisticati e pervasivi da essere nella sua essenza sostanzialmente invincibile sul suo terreno.
    Io di questo sono convinto: il cambiamento della società può nascere solo come moto collettivo di cambiamento individuale. Cambiamento di valori, di stile di vita, di interessi, di scopi.
    La sopraffazione dell'uomo sull'uomo non si elimina per legge: ma per convinzione spontanea, per esigenza etica.
    La logica capitalista non si abbatte passando allo stato la proprietà dei mezzi di produzione, ma rifiutando di essere colui che è in quanto consuma.
    Il potere non si abbatte con le armi, ma ignorandolo. Con una risata.
    "Una risata vi seppellirà"
    In questa frase c'è molta più verità rivoluzionaria di quanto ci sia mai stato in "lo stato borghese si abbatte e non si cambia".
    Perchè contiene in nuce la sottrazione alla logica del potere.
    Rifiutando anche il suo stesso linguaggio.
    E sarà una mia fissa, ma se chiudi le orecchie a TV e Media oggi, con una gran RISATA, il potere è una tigre di carta.


    September 20

    altri giochi con tele e pennelli

    Chissà perché periodicamente ho bisogno di dipingere alberi. I boschi mi affascinano. Quelle file di fusti a chiudere l’orizzonte rappresentano benissimo la mia visione della vita: un percorso nell’intrico per arrivare dove non sai.

    CIMG2211-small

    Questa volta però sono partito dai colori. Il giallo, il rosso, il bianco.

    Non sapevo nemmeno cosa ci avrei fatto, mi andava solo di vederli stesi sulla tela. Poi gli alberi sono venuti dopo.

     

    Questo invece è un gioco di luce. Adoro i colori del tramonto. La foto fa schifo ma nonostante ne abbia fatte molte nessuna è venuta bene. Il giallo col flash spara che è una bellezza, e il resto sparisce.

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    e altro aggiunto il 3 ottobre

     

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    another 2 novembre 09

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    September 18

    indifferenza

    Ieri sera pensavo, in macchina, che ognuno di noi intrattiene un tot di relazioni.
    Mi pareva di leggere tempo fa da qualche parte, che mediamente, le persone con cui si intrattengono relazioni fisiche, più o meno sporadiche sono circa 150.
    Pensavo, in caso di morte, che di queste quelle che veramente sono addolorate al punto di portare con se per lungo tempo questo dolore quante saranno... 5-10-15?

    Poi c'è un gruppo sinceramente addolorato, ma questo sinceramente addolorato vuol dire che parteciperà emotivamente per qualche minuto, magari anche qualche mezzora nella situazione appropriata (il funerale ad esempio) e magari, nel tempo, quando si parlerà di te, ti ricorderà con affetto e dolore per la tua dipartita. quanti saranno questi? altri 20-30?

    Dopodiché, il resto, sarà dispiaciuto per qualche istante, al ricevimento della tragica notizia dell'evento che ha posto fine alla tua esistenza terrena, e quindi, tempo alcuni secondi, tornerà ad occuparsi di quello che stava facendo poc'anzi.

    Questa, più o meno, è la realtà delle cose. (non è che faccio riferimento a statistiche o quant'altro... sono mie ipotesi... posso sbagliare... ma insomma... più o meno... )

    Ci sono poi eventi che, per usare un linguaggio mutuato dall'informatica, stabiliscono relazioni uno a molti.
    Per cui, mentre quell'uno non sa nulla dei molti, molti sanno tutto dell'uno, al punto di considerarlo per loro una stretta relazione specifica.

    E questo è il caso di personaggi pubblici.

    Non è specifico dei nostri tempi questo tipo di evento, ma certo il numero di casi simili è enormemente amplificato dai media i quali ci portano in famiglia perfetti sconosciuti e ce li fanno passare per amici.

    Tutto ciò è molto innaturale, ovviamente. Ma tant'è.

    Poi ci sono casi in cui viene costruita la relazione addirittura post-mortem, tramite un processo di identificazione di gruppo.
    E' il caso di sconosciuti che qualcuno ha interesse a promuovere come vicini emotivamente.
    L'interesse può essere politico, o anche semplicemente, la commozione fa vendere (audience, share, eccetera).

    Quindi ci viene chiesta la commozione e la partecipazione emotiva sulla base di alcuni assiomi, che vanno a colmare il vuoto relazionale, esistente fra noi e la vittima, di cose buone e positive.

    E' un meccanismo che è addirittura in grado di sovrapporsi a relazioni d'inimicizia pregresse e farle dimenticare, sostituendole.
    Mi ricordo, in passato, il caso di emeriti figli di puttana, riconosciuti tali, che dopo morti hanno sfiorato la santità, dopo martellante campagna in questo senso.

    Non mi piace, questo processo di manipolazione delle coscienze.
    Sono estremamente vigile in questo, e so riconoscerlo, per cui non mi lascio trascinare da questi meccanismi.

    Sto facendo riferimento, ovviamente, ai militare italiani morti in afghanistan.

    Dal punto di vista politico, il mio dissenso da operazioni tipo quella irakena o afghana è totale.
    La mia completa sfiducia e disistima nei confronti della nostra classe politica, anche.
    Inoltre diffido, a prescindere, di persone che hanno scelto di fare il soldato professionista.

    Quindi, nulla, assolutamente nulla mi lega a queste persone. In nulla mi identifico.

    Quindi, alieno come sono ai condizionamente dei media, sono indifferente, a quello che è accaduto.

    Il can can mediatico mi infastidisce e lo trovo nauseabondo.
    La retorica della commozione di gruppo mi da l'orticaria.
    I nazionalisti che tifano per i soldati come per l'italia allo stadio li metterei nella gabbia delle scimmie allo zoo (e le scimmie libere fuori).

    Molto onestamente, non sento più compassione per questi morti di quanta non possa averne per persone di altra nazionalità, fede, o motivazioni.

    Perché mi sono estranei, e non mi identifico in loro.


    La compartecipazione al dolore nasce dalla possibilità di individuare dei tratti comuni, fra te e le vittime.
    Io, oltre a quella di essere nati in Italia entrambi, non ne vedo altri.

    E questo non mi basta.

    Assisto al solito cliché: ora scaveranno nella vita di questi esseri umani, nelle loro storie, nel dolore delle loro famiglie, delle mogli, delle madri, dei figli.  E allora di fronte a queste cose, che ci accomunano a tutti, e dico a tutti, anche quelli di altra nazionalità, fede e credo politico, gli esseri umani, si tenderà alla identificazione e alla partecipazione emotiva, come se avessero colpito qualcuno a noi caro.

    Perchè se solo ogni vittima, di qualsiasi, nazionalità fede e credo politico, venisse presentata come uomo, nel suo universo di affetti e speranze, ci identificheremmo in ogni modo.

    Ma non è così. E' uno sporco gioco. Ben noto alla propaganda di ogni regime:

    "È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.

    Hermann Göring"

    E così battono la grancassa su alcuni concetti base, per farci identificare in loro e sentirci tutti feriti e colpiti. Immediata nasce quindi la difesa per risentimento e l'odio per il nemico.

    Ma anche quelli che sono saltati in aria con l'autobomba, per quanto io sia consapevole che probabilmente avrò molti più valori in comune con i militari italiani morti che con i talebani, sono uomini.

    E sono uomini che hanno scelto di compiere un atto di guerra in cui sapevano che avrebbero perso la vita contro quello che vedono come un esercito invasore nel proprio paese.
    E se entrassimo nelle loro vita, se qualcuno si prendesse la briga di portarci nelle loro storie umane, proveremmo pietà per loro, per chi li piange, compartecipazione e anche forse stima e ammirazione.

    Ma il punto è che stanno dall'altra parte.

    Loro non sono più essere umani. Sono alieni: mostri chitinosi eterodiretti.
    Loro nemmeno muoiono, quando saltano in aria, perchè poi dai pezzi si riformano interi.
    Loro non nascono figli, non hanno madri né padri.
    Loro vengono coltivati in baccelli e al momento opportuno estratti e data loro parvenza di vita inviati a uccidere.

    La solita disumanazione del nemico.

    E questa è la terribile forza della guerra: disumanare i "nemici" e schiacciarci tutti con gli "amici".
    In questo contesto, anche i civili che sono morti nell'esplosione, sono uomini. Eppure ci si accenna solo di sfuggita.
    I soliti danni collaterali delle missioni di pace.  A chi gliene frega dei milioni di irakeni uccisi per portare loro la democrazia?

    Ognuno si piange i suoi morti?
    Beh questi non sono i miei morti. Non semplicemente perchè sono italiani sono i miei morti.

    Non gioisco. Trovo stupido farlo.
    Ma non piango, non mi commuovo, sono indifferente.
    Non me ne frega niente.





    September 06

    tramonto

    tramonto

     

    Anche un paesaggio visto cento volte, davanti a cui passi distrattamente, riesce a volte a stupirti e lasciarti senza parole.

    (tramonto sulla Catena orientale del Gran Sasso)

    August 29

    finite le vacanze

    sono state vacanze mordi e fuggi… lunghe ma discontinue, con ritorni e rapide ripartenze, di lettura e di montagna, di lago e di sole.

    si di sole. dopo qualche anno in cui la mia pelle oltre la faccia le braccia e le gambe sotto al ginocchio aveva progressivamente assunto toni imbarazzanti di lucore traslucido più adatta a esseri ipogei che a una creatura vivente sotto il sole … mi sono abbronzato. Ho iniziato al lago a mettermi al sole. E poi, una volta che la pelle della mia schiena e anche quella della copertura protettiva di natura adiposa che tengo sopra i miei fantastici addominali avevano assunto un colorito tale da poterle mostrare in pubblico senza clamori d’insofferenza, ho continuato anche in montagna. E così alla fine mi sono abbastanza abbronzato. A parte il segno degli occhiali da sole.

    di lago. con mia figlia. è stato bello dividere dei giorni io e lei. diventa sempre più bella e un giorno non lontano questi giorni diverranno rari, perchè avrà tante di quelle cose da fare….

     

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    Sì. Decisamente sono stato contento di stare con lei.

     

    di letture. non molte in verità. ho letto un saggio sulla coscienza, sull’emergere della coscienza a livello neuronale  (G. Edelman – Secondo natura – Scienza del cervello e conoscenza umana) e poi, di taglio giornalistico sulla trasformazione dell’uomo, inteso come macchina vivente che tende sempre più a migliorarsi e che probabilmente riuscirà a modificarsi al punto di non essere più umano (Nayef Yehya - Homo cyborg – il corpo postumano fra realtà e fantascienza) quindi un paio di gialli passatempo… e poi del mio scrittore preferito Chuk Palhaniuk, Rabbia che mi ha un po’ deluso, devo dire. Riprende alcuni temi cari ma lo fa in modo poco incisivo, senza la consueta assurdità della normalità. Ho provato a leggere Foucault, (edit: specifico "Le Parole e le Cose" di M. Foucault )ma è incredibile come nonostante leggendo abbia la sensazione di capire tutto per filo e per segno dopo un paio di pagine mi sembra di non aver capito assolutamente nulla. Mi sfugge più che altro il senso. Ma siccome so che lo ha probabilmente dovrei impegnarmi di più. Poi ho letto un libro sulla vita del famoso logico Godel. Quello del teorema d’incompletezza. Che nonostante la sua impeccabile logica viveva in un mondo che definire folle è un eufemismo. Facile fare la considerazione: siamo sicuri che non sia il nostro senso della realtà ad essere folle?

    Altro libro letto: "la strada per los angeles" di John Fante "il migliore scrittore che abbia mai letto" per Bukowsky, e per qualche mio amico, un genio. Avevo provato a leggere "Chiedi alla polvere" e non ero (mi capita raramente) riuscito a finirlo. Questa volta sono riuscito a leggerlo fino alla fine ma devo ammetterlo, è più forte di me, Arturo Bandini, il protagonista di entrambi i romanzi, mi ispira così tanta antipatia da farmi passare la voglia di leggerlo.

    Di fronte a questa pulsione passa in secondo piano la scrittura incisiva e anche la non banale capacità di emozionare (sia pure in senso negativo). Insomma: Fante scriverà anche bene, ma quell'anima tormentata di Arturo Bandini non lo sopporto proprio. 

    montagna. si abbastanza. non mi andava di viaggiare e nemmeno a dire la verità di scalare in montagna. non mi andava cioè di cercare quel confronto con la parete, quei momenti di concentrazione assoluta… come si dice in gergo, non mi andava di “ingaggiarmi”. Avevo voglia di cose tranquille, al punto che cercando di farle mi rendevo conto che niente era abbastanza tranquillo da non stressarmi.  Anche su vie che avevo fatto diverse volte da primo di cordata mi stressavo a farle nella sicurezza del secondo. L’ambiente mi sembrava ostile e inutilmente pericoloso. E così ho camminato molto. Me ne sono stato un bel po’ di giorni in campeggio libero, con amici e amiche, accendendo un fuoco la sera e andando a zonzo il giorno dopo. Ho preso la pioggia, ho sudato e sofferto la sete, mi hanno fatto male i piedi e sono stato talmente stanco da non aver voglia di lavarmi e di mangiare.

    Sono stato solo e in compagnia. Ho guardato le stelle di notte e il fuoco. Ho fatto il verso ai gufi ma non credo che mi abbiano preso per uno di loro.

    Ma ho visto piccole cose:

    cucù

    CIMG2151

    che valeva la pena di vedere e non sono solo le immagini spettacolari quelle che a volte ci si sofferma a guardare.

    Non metto immagini di rocce e di arrampicata, di placche ripidissime e di strapiombi a tetto.

    Ho guardato alberi perfetti, come questo. E i fiori che spuntano dalla sera alla mattina. I prati pieni di farfalle laddove l’uomo difficilmente passa. L'erba spessa che vale un appiglio su prati talmente ripidi da doverci arrampicare con le mani, o facendo tarzan da un ramo di ontano all’altro, come unico sostegno.

    Ma la sensazione di essere soli in un posto in cui la natura è padrona è quella che avevo bisogno di provare ancora. Più della tecnica di arrampicata su vie più o meno difficili.

    E poi camminare, riascoltare il battito del mio cuore nelle salite, o il dolore alle gambe nelle discese.

     

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    Ma anche il sentire sopra di se quegli 8-900 metri di parete verticale e il suo mondo selvaggio in cui la forza di gravità con più evidenza di altrove regna incontrastata, ove tutto ciò che non è saldamente ancorato ad altro precipita in basso a perdersi con fragori e polvere e odore nauseabondo di roccia frantumata.

    Il contrasto fra pace idilliaca, fiori, farfalle, trombagrilli, e ronzio di api… con la violenza immane dei temporali che si trasformano in fiumi di acqua fango e sassi che scavano e travolgono …

    essere in quell’equilibrio, in quella terra di nessuno che è la montagna e andarsene, prima che sia troppo tardi, quando capisci che è arrivato il tempo.

     

    E ora è arrivato il tempo di tornare al lavoro. Al traffico soprattutto.

    Settembre.



    August 25

    inquietudine

    la parola chiave della mia esistenza. quella che userei se fossi costretto a caratterizzarmi con una sola parola.

    quella sensazione di essere sempre fuori posto, di voler essere sempre altrove, di cercare la leggerezza quando forse sarebbe il tempo dell’impegno e la pesantezza quando ci sarebbe da vivere leggeri.

    l’impossibilità di sopportare l’idea di non poter far tutto e il non far nulla quando potrei farlo.

    la necessità di pormi obiettivi durissimi e lo stancarmene ad un passo dal raggiungerli.

    il mettermi sempre alla prova pur non avendo nulla da dimostrare a nessuno.

    la tendenza a primeggiare e il non sopportare i gregari.

    eclettico, multiforme, versatile, scontroso, affabile e polemico, trasparente e segreto, mutevole e in fondo inaffidabile, incapace di sopportare le costrizioni di un ruolo, qualsiasi.

    animato da spinte centrifughe fino a perdersi e in ogni direzione fino a ricercare un centro, un qualcosa verso cui tendere.

    un’aspirazione all’Assoluto e una razionalità che lo nega, relativizzandolo.

    l’amore. sapessi cos’è, l’amore.

    mica l’ho capito. mi sa che ne sono lontano. forse irrimediabilmente.

    August 19

    la luna

    Qualche giorno al lago con mia figlia e mi è tornata la voglia di pasticciare con i pennelli. Era da un paio di mesi che li guardavo e non sapevo che farne.

    Il lago era così bello, da casa, bianco del riflesso della luna, che ho provato a mettere la sensazione sulla tela.

     

    Come sempre, senza pretese.

     

    luna lago

     

    Torno in vacanza.

    July 27

    proprietà emergenti

    segue da "guerra fredda"

    Vikipedia: Il comportamento emergente è la situazione nella quale un sistema esibisce proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le sue componenti. Esso scaturisce da interazioni non lineari tra le componenti stesse.

    Una proprietà emergente può comparire quando un numero di entità semplici (agenti) operano in un ambiente, dando origine a comportamenti più complessi in quanto collettività. La proprietà stessa non è predicibile e non ha precedenti, e rappresenta un nuovo livello di evoluzione del sistema.
    I comportamenti complessi non sono proprietà delle singole entità e non possono essere facilmente riconosciuti o dedotti dal comportamento di entità del livello più basso. La forma e il comportamento di uno stormo di uccelli o di un branco di pesci sono buoni esempi.

    Una delle ragioni per cui si verifica un comportamento emergente è che il numero di interazioni tra le componenti di un sistema aumenta combinatoriamente con il numero delle componenti, consentendo il potenziale emergere di nuovi e più impercettibili tipi di comportamento.


    Nella mia casa emergono le formiche.

    Questo lo sapevate già. Ve ne ho parlato nel post precedente. Ma voi ci ridete e mi date consigli balzani.

    Quella mi dice di metterci il limone, quell'altra il borotalco. E già avevo lavato il pavimento con l'aceto (sono stati giorni duri: mi sembrava di vivere in un'insalata). Uno mi ha consigliato di lasciare aperto il gas ed uscire.

    Ho pensato che scherzasse ma diceva sul serio. "Bisogna solo staccare la luce e ricordarsi quando si entra di aprire subito tutto."

    Era serio, lo giuro.

    Sto aspettando che qualcuno mi consigli di dare fuoco a casa o già che ci sono, al quartiere.

    Anni fa, un mio amico che aveva lo stesso problema aveva risolto con un prodotto svizzero. Mi pare si chiamasse "formix". Si va bene, il nome è banale, ma non è che agli svizzeri si possano chiedere sforzi di fantasia nel dare i nomi. Però l'efficenza era svizzera.
    Questa piccola scatolina rotonda assomigliava a quelle in metallo della caramelline per la gola, tipo tic e tac, mi pare. Girando il coperchio, come una cassaforte a combinazione, si perveniva all'allineamento di due buchi, tale che per una formica fosse possibile penetrare all'interno della scatolina. La dentro c'era... udite udite... cosa sono in grado di pensare gli svizzeri anche se non fanno la guerra da centinaia di anni, una sostanza che in pratica era il nutrimento della regina delle formiche, quella che depone le uova.
    Le formiche sono rigidamente organizzate un una gerarchia che prevede ruoli precisi.
    Non è che ognuna che trova arraffa e si frega le cose come succede nelle società umane.
    No. Le formiche pensano alla collettività.
    E così le brave operaie che trovavano questa leccornia, non è che si mettevano a pasteggiare sul posto. No.
    Prendevano e andavano dalla regina. La quale credo, nemmeno ringraziava, e si mangiava tutto quello che capitava.
    E moriva.
    E già. perchè gli svizzeri avevano crudelmente imbottito la sostanza di veleno adatto.
    E così la kapa formica moriva e non faceva più uova e il formicaio in breve si estingueva.

    Orribile. Solo una mente perversa può arrivare a simili livelli di perfida efficenza.

    Con il mio amico aveva funzionato. E anche per me, e per casa di mia madre, anni fa. Ma ora non si trova più.

    L'ho cercato, ma non l'ho trovato.
    Ho chiesto in un negozio se avesse il formix (ho specificato che era un veleno per le formiche) ma hanno cercato di darmi del volgare insetticida. Ho spiegato che il formix era diverso. Ma il commesso mi ha guardato strano, come se gli avessi confessato una pulsione sessuale che di solito uno si tiene per sé.

    Ho rinunciato e ho continuato con i metodi tradizionali.
    D'altro canto, ho immaginato che se un metodo così semplice e geniale non ha avuto successo deve essere perché le formiche hanno imparato a diffidare del formix e la fabbrica dev'essere fallita.

    E già. E qui torniamo al discorso iniziale sulle proprietà emergenti. Le formiche imparano e si adeguano.
    Il discorso è semplice: dopotutto è così che funziona la selezione naturale.

    Mettiamo che esista la formica che se ne va in giro da sola e quella che si mette in fila indiana.
    Il motivo non lo so, magari è programmata geneticamente nella specie una differenziazione di comportamenti proprio per migliorare la risposta della collettività agli stimoli.
    Ma insomma: io vedo le formiche in fila e non i singoli individui che se ne vanno a zonzo per la cucina.
    Se vedo la fila prendo il veleno e glielo spruzzo. Loro muoiono.
    Mentre se non vedo la fila non spruzzo il veleno e loro non muoiono.

    Ovviamente, dopo un po', in proporzione, tenderà ad aumentare il numero delle seconde e le prime tenderanno a scomparire, dato che le prime sopravvivono e le seconde muoiono.
    Lo stesso potrà dirsi di quelle che vanno girando in certi orari.
    O di quelle che sono particolarmente attente a certi tipi di vibrazioni che possono essere captate attraverso il pavimento ( i miei passi).

    Tutto questo per dirmi che se vi dico che le mie formiche si muovono in piccole unità separate come guerriglieri; che se accendo la luce fuoriorario le vedo scappare e scomparire; che se arrivo senza far rumore le vedo indaffarate mentre se cammino normalmente scompaiono; che se rientro a casa all'improvviso le trovo a banchettare sul tavolo e tempo 5 secondi è un fuggi fuggi...

    Insomma se vi dico che le mie formiche sono in modo inquietante intelligenti...
    ebbene: non prendetemi per matto. Non mi sto inventando nulla.

    E' colpa delle proprietà emergenti dei sistemi complessi.

    Capito?

    Altro che fette di limone e quant'altro. Quelle fra un po' mi cambiano la serratura della porta di casa.

    Ultimamente le trovo sempre più spesso in bagno. La cosa mi rende pieno di sospetto perché francamente non capisco cosa cerchino. Giuro che non sono di quelli che mangiano mentre sono seduti sul water. A volte leggo, ma mangiare no.
    Cosa cercano nel mio bagno? Nel lavandino, che vogliono?

    Temo stiano tramando qualche oscuro disegno.

    Venerdi sera, prima di andare via, ho spruzzato veleno ovunque. Poi ho chiuso casa.
    Ieri, tornato, non ne ho vista una. Però c'è da dire che in casa faceva talmente tanto caldo che se fossi stato una formica me ne sarei andato altrove anche senza veleno.

    Staremo a vedere.


    (continua --- lo so purtroppo )


    July 24

    Guerra fredda

    Abito in quella casa da un novembre.

    Passati i primi mesi, in primavera, una sera rientrando, scoprii un’ordinata fila di formiche che si stava occupando delle briciole sul pavimento della cucina.

    Osservai compiaciuto l’andirivieni, riflettendo se fosse il caso di oppormici o meno. Velocemente mi balenarono in mente pensieri relativi alle coltivazioni biologiche integrate in cui si lascia più o meno che la natura faccia il proprio corso. In sostanza, valutai per un po’ l’ipotesi che potesse anche essere comodo il fatto che le formiche mi ripulissero la cucina!

    Ma questo pensare avveniva in background, mentre facevo le solite cose che si fanno quando si entra in casa dopo essere stati un giorno intero fuori, tipo aprire le finestre, svuotarsi le tasche e altre varie occupazioni… e cessò di botto quando l’occhio mi andò su una fila secondaria che aveva scovato un barattolo di miele lasciato sul piano del lavello e lo aveva circondato.

    Con due passi arrivai sul posto. Presi il barattolo e dapprima mi sentii sollevato dal fatto che contrariamente al solito questa volta avevo chiuso il coperchio piuttosto bene, dopodiché osservai esterrefatto che nonostante ciò le maledette erano penetrate all’interno del barattolo e diverse formiche, peraltro stupidamente, erano affogate nel miele.

    Eh no!!! Il miele no. 

    Passai subito in modalità “la guerra è guerra” e misi il barattolo sotto l’acqua facendo affogare quelle che ancora gli giravano sopra. E spazzai anche quelle che circolavano sul lavello.

    Avete osato troppo!   Ora fuori di qui!!

    Spazzai e lavai in terra con la candeggina. Di formiche nemmeno l’ombra. Per tutta la sera cercai di sorprendere qualche ritardataria dell’invasione precedente o delle staffette di una nuova invasione, ma niente. Sembravano scomparse.

    Andai a letto soddisfatto. A me non la si fa.

    La sera dopo purtroppo la solita fila ordinata era intenta a spolpare un pezzettino di formaggio evidentemente cadutomi durante i festeggiamenti successivi alla battaglia della sera prima.

    AARGHH! uscii e andai a comprare del veleno.

    Rientrai i casa e a volo radente feci strage delle malcapitate. Dopodiché per buona misura, concentrai il getto dello spray verso quella che sembrava essere l’entrata, chiusi la porta della cucina e me ne andai in un’altra stanza.

    Anche quella sera, dopo aver spazzato i cadaveri (sed lex dura lex) trascorse tranquillamente: più nessuna traccia.

    La sera dopo una fila di formiche, entrando apparentemente dalla parte opposta della portafinestra, era salita sul tavolo della cucina e cercava di penetrare il contenitore in cui tengo i biscotti per la colazione.

    Altra irrorazione, questa volta con meno sicumera, e nuova strage. Ma le mie certezze cominciarono a vacillare.

    Mia madre, interpellata al telefono in qualità di esperta casalinga, mi disse subito che casa mia era sporca e che ero fortunato che solo le formiche ci fossero, che secondo lei pure qualche topo…

    non ricevendo solidarietà e comprensione nemmeno nello stretto ambito famigliare, deciso comunque a smentire queste illazioni, mi dedicai ad una pulizia profonda dell’appartamento. Soprattutto, evitai di far cadere briciole e nel caso pulivo subito.

    E in effetti per qualche giorno la cosa sembrò funzionare.

    Finché non ho scoperto che, entrando dalla scatola dell’interruttore che alza le serrande, passando per un brevissimo tratto da questo ai pensili, e quindi dietro di questi, erano riuscite a penetrare la dispensa: il santa santorum delle mie riserve di cibo!!! dove tengo miele, marmellata, biscotti, zucchero, datteri, frutta secca, barrette e quant’altro!

    Incredibile!!!

    Devo dire che mi prese una certa inquietudine e anche una vaga ammirazione per le risorse del nemico. Ciononostante fui inflessibile e bonificai la situazione.

    Dopodiché pensai ad un compromesso. Per quanto in fondo pensassi che in questo genere di guerre, fra razze incomunicanti, non possa esserci altro compromesso che quello del terrore, feci una sorta di offerta votiva: mezzo barattolo di marmellata aperta in cortile. Vicino al luogo da dove entravano. In modo che si concentrassero fuori e non venissero a rompermi le scatole dentro.

    Il dubbio però che a nutrirle le rafforzassi e che prima o poi ciò si sarebbe rivolto contro di me, ce lo avevo. Ma avevo bisogno di una tregua.

    Per un po’ mi dimenticai di loro. Vuoi per l’offerta, vuoi perché comunque avevano avuto le loro perdite, per qualche tempo non le vidi. Quasi me ne dimenticai.

    Grande fu la mia sorpresa quando mi resi conto che avevano cambiato semplicemente strategia: invece di entrare con le classiche file ordinate, penetravano in ordine sparso per casa. Se guardavo con attenzione erano ovunque: in cucina, in bagno, in salone!!!

    E non solo!!! Un giorno, rientrando a casa a metà mattinata perché avevo dimenticato il telefonino, le scoprii a far baldoria sul solito lavello su un cucchiaio sporco. La cosa più incredibile che sembravano intente a squagliarsi, come sorprese, e in termine di alcuni secondi erano scomparse.

    Ebbi la netta sensazione che il mio improvviso rientro avesse fatto scattare il piano di emergenza.

    Quelle maledette conoscevano i miei orari, mi sentivano anche e si comportavano di conseguenza.

    ( continua )