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8月27日 per ridereDopo il triste post di ieri, per farlo passare in secondo piano, sono andato a ripescare nel forum in cui scrivo un post che feci tempo fa. Un racconto di una notte particolare: "la notte in cui il palazzo si allagò". E' tutto assolutamente vero. Solo i nomi sono stati modificati leggermente per ovvi motivi di privacy. :::::::::: Lo faccio perchè la memoria di certi avvenimenti non vada dispersa, come lacrime nella pioggia. LA NOTTE IN CUI IL PALAZZO SI ALLAGO' Da piccolo vivevo con la famiglia in una palazzina di 4 piani + terrazza. Nella terrazza c'era lo stenditoio, un locale fontane, dove andavano a lavare e un locale cassoni, dove ogni appartamente aveva un cassone ovviamente di eternit con la sua acqua. Ad evitare manomissioni fraudolente per appropriarsi dell'acqua altrui il locale cassoni era chiuso a chiave. La chiave l'aveva l'amministratore. Fatta questa doverosa premessa, passo a descrivere gli attori principali della notte in cui il palazzo si allagò in ordine di contiguità al nostro appartamento. Il vicino prossimo era tale Poccero. Autista dell'atac era un omone alto e grosso dalle maniere decise. Sotto c'era Cuccillo, che per la somiglianza all'attore Carlo Dapporto e per il modo di parlare, era soprannominato Agostino. La maggior parte di voi non lo ricorderà, ma Agostino era un campagnolo che parlava con una esse sputacchiante, tarchiato, con i baffi e abbastanza tignoso. Praticamente il ritratto di Cuccillo. Altra caratteristica di Cuccillo era andare a letto presto e venire a protestare spesso perchè io facevo casino con la chitarra elettrica. Tipica frase d'esordio, in pigiama, sulla porta di casa era: "che vi credi che ci stanno i bestie di sotto?" Poi c'erano altri baldi giovani, nel palazzo. Quella notte era presente anche il fratello di Mancoccia, invitato a cena. Verso le 22 circa sentiamo suonare alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti Agostino nel classico pigiama, con il volto solitamente stralunato. Penso che stavolta non stavo facendo mica casino e inizio però tanto per riflesso condizionato a scusarmi. Lui mi interrompe e mi dice: "C'è un fatto grave! Dormivo e mi piove sul letto" Come sarebbe? La sua camera da letto era sotto il nostro salotto. Apro la porta e vedo un fiotto d'acqua che esce più o meno dal buco dei fili del lampadario. Non l'avevamo vista né sentita, fino a quel momento perchè avevamo la moquette e quella assorbiva tutto. L'acqua in pratica entrava nei "tavelloni" dei soffitti e usciva dove trovava. In più veniva a cascatella per le scale. ALLARME GENERALE NEL PALAZZO. Escono fuori tutti e Poccero (l'omone) prende in mano la situazione. Si risale la catena degli allagati, appartamento per appartamento per individuare la perdita, e si scopre che l'acqua esce dal locale cassoni (chiuso). Com'è come non è. L'amministratore non si trova. Quindi nemmeno le chiavi. Poccero dice: l'apriamo noi. E inizia a menare calci alla porta, che era di ferro con una grata fittamente intrecciata. La porta sembrava non avere la minima intenzione di cedere. Indifferente agli sforzi e alle contumelie. L'acqua continuava a scendere. Nel frattempo il palazzo si era animato dei commenti delle donne, delle madri delle donne, dei ragazzini che non volevano andare a letto, di quelli che davano consigli di ogni genere. Uomo molto deciso doveva essere il fratello di Mancoccia. O forse aveva bevuto, non so. Fatto è che esce con piglio determinato, scivola malamente per le scale bagnate e si fa male. Si rompe una gamba o qualcosa del genere. Chiamano l'ambulanza per il fratello di Mancoccia che così giaceva fra il II e il III piano nell'acqua. Aspettando. Nel frattempo Poccero e i suoi accoliti, fra cui credo di ricordare mio padre, poco convinto, dai e dai aveva provocato un cedimento nella struttura della porta. Poccero prende la rincorsa: <<via tutti, ci penso io>> mena un calcio risolutore e il piede entra nella grata metalliza che però si richiude come una tagliola sulla caviglia del malcapitato. Dolore e bestemmie di Poccero che non riesce più a tirare fuori il piede. E' costretto a sedersi davanti alla porta, con il sedere nell'acqua, e il piede incastrato a mezza altezza. Bloccando peraltro in questo modo ogni tipo d'intervento sulla porta. A questo punto qualcuno, lungimirante, pensa di chiamare i pompieri. Nel frattempo, nella confusione generale, si deve sapere, che alcuni giorni addietro si era rotto il vetro del portone, non so bene come ma mi pare di ricordare che era stato il figlio (mio coetaneo) di Bertullà. Tale portone quindi era rimasto senza vetro per un pò. In tale periodo tutti passavano attraverso la porta senza aprirla, dato che non c'era vetro. Il vetro, ahimè era stato rimesso quel giorno. Col figlio di Bertullà, eravamo cresciuti a chi saltava più gradini dell'ultima (a scendere) rampa di scale. Non ricordo se eravamo arrivati a 10 (il massimo) ma certo eravamo vicini. Nell'eccitazione del momento, correndo giù non so per quale motivo, spiccò un salto di 7-8 gradini e con un successivo balzo passò attraverso la porta chiusa, purtroppo con il vetro appena rimesso. Qui si consumò la tragedia personale di Bertullà padre e figlio. Con il primo che, all'idea di dover pagare per la seconda volta in due giorni il vetro del portone, manifestava tutte le intenzioni di ammazzare il secondo e gli astanti che cercavano, pur distratti dai loro problemi privati, di toglierlelo dalle mani. Quando arrivarono i pompieri (prima dell'ambulanza) trovarono una situazione da guerra civile. Il cristallo in mille pezzi e l'acqua che usciva a torrente. Bertullà che inseguiva il figlio per i garage asserendo convinto che lo avrebbe tolto dal mondo e un paio di persone che inseguivano Bertullà cercando di calmarlo. Un uomo che si lamentava fra il II e il III piano accudito dai famigliari Decine di persone che dicevano la loro. Alla fine capirono che il problema era sopra. Liberarono Poccero con una tronchese e chiusero il rubinetto centrale dell'acqua. Nel frattempo arrivarono anche i carabinieri, invitati o attirati dal trambusto. E l'ambulanza. I carabinieri stavano minacciarono di arrestare Bertullà. Che lasciò perdere il figlio (ma poi gliele diede dopo). La confusione era al massimo. Indescrivibile. Nei giorni successivi mille piccole tragedie personali vennero raccontate, intrecciandosi al tessuto saliente dei fatti... grosso modo quelli di cui sopra. Un cane era scomparso. Riapparve una settimana dopo. Un furto sembra fosse stato consumato. Ma la vecchietta che lo lamentava non venne presa in considerazione in quanto nota ipocondriaca. Vari milioni di danni anche ai negozi sottostanti. Non so come è andata a finire, ero un tredicenne e di queste cose me ne fregai. Però me lo ricordo bene. Ancora rido, al pensiero di Poccero col piede incastrato e el figlio di Bertullà che passa attraverso il vetro. 评论 (15)
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