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9月4日 Quando salendo creavi il mondo(Fosco Maraini – da "Aquilotti del Gran Sasso. Pietracamela 1925-1975" )
Restammo al rifugio quasi una settimana e salimmo
parecchie cime d'intorno; il Corno Grande, si capisce, poi l'Intermesoli, il
Cefalone, il Corno Piccolo. Tornammo due volte al Corno Piccolo. La seconda
volta ci sbizzarrimmo su e giu pei vari torrioni. Non so come, ci trovammo su
per la parete sud del Torrione Cichetti. Ad un certo punto pareva non fosse
possibile proseguire, m'ero incrodato lungo una lastra liscia, quasi verticale,
senza un appiglio. Guardando bene scoprii un buchetto curioso, anzi erano due
buchetti che si riunivano dietro, tra di loro. Infilai un cordino, che poggiava
sulla colonnetta di pietra separan¬te i due vuoti, e me ne feci una staffa. A
quei tempi le sigle esoteriche di oggi non erano ancora state inventate; forse
oggi si direbbe ANI, «artificial-naturale I», chi sa! Cosi la paretina venne
felicemente superata; Nico ed io ci trovammo seduti sulla vetta del Torrione in
uno dei pochi momenti di sole, durante quei giorni per lo più cupi e nebbiosi.
Sul Corno Grande e sulle cime vicine, sul Torrione Cambi,
sulla Vetta Centrale, avevamo ritrovato la pietra, i colori, la vegetazione
stessa delle Dolomiti. Era stata un'impressione inattesa e piacevolissima, come
tornare tra vecchi amici! Non so, forse esagero, ma il vero innamorato dei
monti ha gioie, talvolta, d'un'autentica sensualità geologica. Come l'amatore
di donne gioisce alla scoperta di certi paesaggi carnali {quei peluzzi biondi
sulla pelle bruciata dal sole, quell'attacco del collo, quella tal caviglia
...), cosi chi degusta i monti fino in fondo con l'anima, coi sensi, con tutto,
prova brividi d'intenso piacere geologico alla vista ed al contatto di certe
pietre, di certe rupi.
Dopotutto la roccia cos'è se non carne del mondo, carne
cosmica? Personalmente trovo sempre irresistibile il calcare, le sue luci, i
suoi colori, il suo tatto, la sorpresa continua del suo modellato capriccioso.
Tutto mi piace nel mondo del calcare; le piante che prediligono quel sostrato,
la terra rossa che si nasconde nelle buchette, il brillio d'una vena di
cristalli minuti. Le Dolomiti, si sa, sono la metropoli del calcare, ma monti
di quel sasso corrono dalle Grigne a Trieste ed oltre. E come non ricordare le
grandi rupi rosse di calcare intorno a Palermo, Monte Pellegrino, Capo Gallo,
Capo Zafferano, Pizzo Lungo, luoghi che pochi conoscono, monti scolpiti a
strane rughe, con spaccature dai bor¬di taglienti, dove ci si arrampica seguiti
dai profumi di spe¬zie quasi esotiche, dalle salvie, dagli elicrisi, dai rosmarini,
dai cavoli selvatici? Certe volte per liberare una cengia si strappano ciuffi
d'euforbie.
Il Corno Piccolo era invece del tutto diverso. Ecco una
roccia severa, maschia, che si presentava in blocchi smisurati come castelli, o
come antichi templi un po' misteriosi, con cupole e duomi arrotondati. La luce
radeva la pietra con felice eleganza mettendo in rilievo la sua granulazione
quasi preziosa. Era bello questo contrasto tra la superba semplicità delle
singole masse petrigne, e la finezza poi dei particolari. Toccavi, carezzavi
quella pietra, come avviene pel protogino del Monte Bianco, con un senso vago
di riverenza, quasi ti trovassi al cospetto d'un gigante. La dolomite è più
femmina, più capricciosa. Questa era una roccia elementare, possente. Non so,
mi pareva s'intonasse in modo perfetto cogli orizzonti sconfinati dell'
Abruzzo. Più tardi avrei imparato quante somiglianze vi possono essere tra
certi panorami abruzzesi e certi prospetti del Tibet. Campo Imperatore, per esempio, potrebbe benissimo essere Tibet; ricorda la pianura sconfinata di Phari Dzong, a 4200 metri, sulla via tra l'India e Lhasa. Certo le dimensioni. Lo so; ma fondamentalmente ci siamo. Oggi !'incanto è guasto, rotto; Campo Imperatore è percorso dalle macchine che corrono lungo nastri d'asfalto. Ci sono alberghi, rifugi, cantoniere, spacci. Ma in quegli anni lontani non era ancora arrivato il «progresso» e Campo Imperatore bisognava conquistarselo passo passo, con ore ed ore di cammino. Le vere dimensioni del paesaggio ti penetravano in corpo, in cuore, poco alla volta, come un filtro sottile che esercita la sua malia dopo molto tempo. Lasciato il Rifugio Garibaldi, che allora era l'unica base d'appoggio, Nico ed io volevamo fare una puntata al Prena ed al Camicia. Il cielo era basso, cupo; c'era poca speranza. Campo Imperatore era infinito; un oceano di pascoli lambiti dalla nebbia portata dal vento. Quando arrivammo verso Vado Di Corno cominciò a piovere. Ci rifugiammo sotto una roccia ed aspettammo. Passò molto tempo. Si fece tardi. Dovemmo rinunciare. Mentre tornavamo verso la sella di Monte Aquila, le nubi d'un tratto si aprirono. Per alcuni istanti apparve, incredibilmente alto nel cielo, il Corno Grande vagamente sfiorato dagli ultimi raggi di sole. Sono cose che non si dimenticano, parte d'una leggenda segreta del cuore.
da Cai-Tci Grazzini-Abate 37b) Via Maraini Fosco Maraini e Nico Arnaldi, 19 settembre 1933. Arrampicata bella e su ottima roccia. L'attacco è in corrispondenza della Forcella fra il Torrione Aquila e la Torre Cicchetti e può essere raggiunto per la via Chiaraviglio-Berthelet o percorrendo in senso inverso la cengia del pendolo dalla via ferrata Danesi. Guadagnare su parete (3 metri) un'esile cengetta, prendere a sinistra il filo dello spigolo (IV) uscendo poi a sinistra su una cengia (25 m) Proseguire superando una paretina e su placche appoggiate raggiungere la vetta.
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