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May 02 Flok Stanotte mi sono svegliato per un sogno. Tornavo da un viaggio e il mio cane non era in auto. Era sceso da qualche parte. Era perso chissà dove. Mi svegliavo con un senso di perdita da farmi star male. Che si acuiva ancora di più quando diventavo abbastanza lucido da ricordare che il mio cane è morto, più di cinque anni fa. Nel novembre del 2002. Dopo essere stato con me per oltre 14 anni. Mio padre raccolse questo cane per strada, ad agosto, buttato fuori da una macchina. Abbandonato. Un cucciolo di qualche mese, magro da far paura. Impaurito e guardingo. Non riuscì a fare a meno di raccoglierlo e lo portò in una casa sul lago, dove avevo iniziato le vacanze. "beh per ora lo teniamo qui, c'è il giardino, starà bene. intanto gli troviamo un padrone" Era uguale al cane di un fumetto della mia infanzia. Flok, il cane di Gufo Triste, negli albi del Comandante Mark
Solo che era nero. Ma magro e dinoccolato come lui. Sempre pronto a rubare qualcosa da mangiare, a rovistare fra i rifiuti, a scappare a nascondersi se qualcuno gli si avvicinava.
A pochi mesi Flok aveva già visto il peggio della vita. Conosceva la fame, la crudeltà, i sassi e i calci. Aveva imparato l'arte del fingere: bastava sfiorarlo per strappargli guaiti lancinanti.
Flok si arrendeva subito. E appena poteva scappava.
Non credeva alle carezze. I bocconi di cibo li ingurgitava rapidamente. Guardingo. Incredulo. Furbo. Un mese passa presto. E un padrone per Flok non si era trovato. Io vivevo da solo in quel periodo, fuori Roma, e stavo fuori tutto il giorno. Decisi di portarlo a casa mia inizialmente. E me lo portavo dietro il giorno. E fu così che Flok restò con me. In pratica 24 ore al giorno, dal 1988 al 2002. Lo portavo in ufficio con me, occupava la sua cuccia vicino alla mia scrivania. Praticamente invisibile. Se uscivo la sera stava in macchina. Se andavo in vacanza veniva con me. In montagna, al mare, in barca, sulla neve. La mia vita iniziò a regolarsi su Flok. Se una cosa potevo farla con lui, la facevo. Altrimenti no. E lui su di me. Ovviamente. Lui preferiva stare con me. Sempre. Preferiva stare in macchina davanti ad una discoteca tutta la notte. Piuttosto che a casa. Quando mi sposai e lei venne ad abitare da me, ci furono difficoltà iniziali, per stabilire le regole nel branco. Alla fine la accettò. E divenimmo tre. Poi arrivò la bambina. Lui l'annusò un po'. Poi mosse la coda. E diventò il suo pelouche paziente. E lo sapevo in quegli anni in cui era ancora forte che prima o poi mi avrebbe lasciato. E glielo dicevo. Che farò senza di te? E così. La vita passa. E una malattia lo ha portato via. Ora è nel giardino della casa al lago, dove lo vidi per la prima volta. E una parte di me è con lui. Quattordici anni sono tanti. C'è un sacco di vita dentro quattordici anni. Un sacco di ricordi, di risate, di gioia, di amore. Ma io lo sapevo che sarebbe restato con me per sempre. E infatti ecco. Sono qui a distanza di 5 anni con le lacrime agli occhi pensando a lui. Certi amori non si dimenticano.
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