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Roberto"l'incertezza della conoscenza non era diversa dalla sicurezza dell'ignoranza."
racconti, riflessioni, scherzi, ricordi, incazzature
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Il "guestbook" l'ho fatto diventare una gallery di video musicali. Però si possono sempre lasciare messaggi e/o commentare.
November 02 meglio che la suina…Venerdi scorso pensavo di essermi preso l’influenza. Quella che prima chiamavano “suina” e ora chiamano “A” o, tutti tecnici, H1N1. Quella per cui tutto il mondo sta producendo vaccini a vagonate e che sembra sia più leggera di una normale influenza. Quella per cui tutta la controinformazione del mondo ha accusato i governi di fare gli interessi dell’industria farmaceutica, o peggio, di volere diminuire la popolazione mondiale diffondendo proprio tramite il vaccino, un virus. Devo dire che la demenzialità dei complottisti a volte non ha limiti… Boh. A me sembra strano, che per un’influenza che non appare così pericolosa ci sia tutto questo allarme. Ma il fatto che l’allarme ci sia in Usa come in Europa, in Cina come in Russia, a Cuba come in Australia… ovvero paesi di differente collocazione nel mercato internazionale, mi fa pensare che qualcosa di pericoloso dietro debba esserci. Magari è un virus di cui temono le possibili mutazioni? (se la mutazione non è troppo distante dal ceppo originario, vaccinarsi può essere ancora utile, gli anticorpi prodotti ci mettono meno ad adattarsi che non a dover essere prodotti ex-novo come accade se non si è mai venuti in contatto col virus. Staremo a vedere. Intanto penso di esserci entrato in contatto, ma sembra che quelli della mia età abbiano probabilità di essere già sufficientemente immunizzati per via di altre epidemie avvenute in passato. Fatto sta che venerdi stavo male: mal di gola, sensazione di febbre incipiente, dolori ossei e muscolari. Ma alla fine me ne sono andato a scalare sia sabato che domenica. Certo non stavo al meglio, una sensazione di disagio l’avevo. Ma niente di che. Mi sono divertito a girare e montare un video della scalata di ieri a Sperlonga. Non è niente di che, ma era la prima volta che provavo a fare una cosa del genere. Oltretutto è girato con una digitale.
Certo, meglio stare a scalare che a letto con la suina… October 28 ma che film la vita
Non eri uno che chiacchierava molto, Daniele. Masticavi gomma americana e che sorridevi si vedeva dagli occhi. Io non ti ho mai visto perdere la calma. E questo, negli anni, era la cosa che più mi aveva sorpreso di te. Perchè a vederti e sentirti parlare, all’inizio... veniva da pensare ad uno che se c’era da litigare non si tirava indietro. Ma forse una volta era così e col tempo eri diventato saggio. Non so. E avevo finito per apprezzare quel tuo modo quieto di accettare gli scherzi e le battute, che erano la cosa di cui era fatto il nostro rapporto, in palestra, o ad arrampicare: prese in giro, risate. Quel modo tranquillo di quello che parlava poco e faceva i fatti. E toccava darti ragione, quando in un modo o nell’altro i passaggi, i blocchi, li risolvevi. Meglio e prima di chi aveva 20-30 anni meno di te. E
per fortuna che avevi iniziato solo da pochi anni, a scalare. Ma ti
tenevi. E come se ti tenevi. Ti facevamo i blocchi morfologici ...
lunghi... per fregarti. Ma niente. Trovavi sempre il modo. Ultimamente di meno. Pensavamo di essere diventati più forti noi, a giugno-luglio … quando riuscivamo a volte a chiudere i blocchi prima di te. E invece no. Ora l’ho capito. Eravamo sempre le solite pippe, noi. Eri te, che quell’infame malattia ti toglieva le forze, e nessuno, nemmeno te, lo immaginava. Ti ho sentito a fine settembre: a ottobre torno in palestra, hai detto. E invece: un susseguirsi di notizie, il non capire bene. In breve una diagnosi di quelle che ti lasciano senza parole. E da quel momento … non so… credo che tu ci abbia pensato un po’ e poi... ti ci vedo: un vaffanculo a fior di labbra, andargli incontro, a muso duro. Se così dev’essere, facciamola finita presto,
devi aver pensato, perchè in dieci giorni te ne sei andato. Troppo
presto persino per quella malattia: l'hai presa in contropiede. Hai
deciso tu. Non ti sei fatto togliere la dignità. Ti rispetto moltissimo, per questo: sei stato un grande. Mi piace pensarti così Daniele… “Danser”. Ciao Vai Danser, il passo duro l’hai fatto... October 25 nulla di nuovo"A chi mi chiede un commento rispondo: questa è la storia, continuamente ripetuta, del «calcio dell’asino»: il leone era morente, e allora l’asino si fece finalmente coraggio e lo scalciò. Nella Roma d’oggi, la parabola ha la variante descritta qui sopra: decine di asini fanno a gara a scalciare il leone, ora che possono farlo senza pericolo: Alemanno vuol essere il primo, il rettore Frati sgomita per scalciare, Piero Marrazzo non si vuol far superare in calci d’asino, e poi il presidente della Provincia Zingaretti, e giù anche quello della FGCI, e l’assessore capitolino Croppi, ed altri, ed altri. Nessuno può esimersi, tutti gli asini si producono in calci spaccaossa, perchè c’è Pacifici che guarda e prende nota degli asini più zelanti, di chi calcia più forte. Il fatto è che il leone scalciato, qui, non è un leone se non per inerme coraggio: Antonio Caracciolo, uno fra i massimi studiosi di Schmitt, a 58 anni, è ancora solo un ricercatore alla Sapienza. Facile perseguitarlo, togliergli il magro stipendio da precario, metterlo alla fame. Assistiamo così alla scena disgustosa: una serqua di asini strapagati, parassiti privilegiati ben accomodati al potere, con poltrone inamovibili e locupleti di emolumenti miliardari a spese del contribuente, sta spaccando le ossa a uno studioso povero e precario, che debolmente accampa il suo diritto di ricerca, povero ingenuo che crede di vivere in un regime di libertà. E’ esattamente il tipo di scene che, come ci hanno raccontato ad nauseam, avvenivano nella Germania degli anni ’30. Il che vuol dire che non abbiamo imparato mai nulla dalle continue visite ad Auschwitz. Ad ogni generazione, accade il calcio degli asini. Purchè ne sia data licenza dal potere, lo stesso tipo di persone ignobili perpetrano le stesse ignobili persecuzioni su deboli che non possono difendersi. Come già diceva Solgenitsin, in ogni momento storico c’è una quota di vili e di meschini, o di criminali assetati di sangue, su cui il Potere malvagio - qualunque sia - può contare per compiere atti ripugnanti: come delatori, aguzzini, kapò, linciatori, si offrono volontariamente. Non importa l’etichetta ideologica: ogni scusa è buona agli asini per scalciare, quando gli danno il permesso di farlo. Oggi, i nazisti di questa generazione sono Alemanno, Frati, Croppi, Zingaretti e Marrazzo, e il ripugnante nano morale della FGCI; e l’ebreo, oggi, è Antonio Caracciolo. Del resto, la frase del rettore Frati contro Caracciolo rivela più di quanto l’asino capisca: «Vada a Dachau». Sì, a Dachau, a Dachau! Sbattiamoli tutti a Dachau, quelli che non si adeguano al pensiero conforme! Di seguito la dignitosa autodifesa del Caracciolo: «Mi dicono che sono in prima pagina su Repubblica... Come un mostro?». Maurizio Blondet" ::::::::::::::::: Leggo su un altro sito un intervento del professor Caracciolo: "È incredibile la letteratura che si è accumulata su me dalla sera alla mattina. La vado visionando poco a poco ed è tanto lavoro. Sempre la stessa falsità e strumentalizzazione, che non è facile da smontare. Pensano di aver trovato un nuovo Williamson da crocifiggere, ma io non mi chiamo Williamson e mi sono solo appellato agli articoli 21 e 33 della costituzione. Non mi sono mai occupato di camere a gas e non intendo occuparmene. Se altri vogliono farlo, devono pure averne il diritto di poterlo fare. Non mi sembra una cosa dell’altro mondo. Ringrazio quanti hanno avuto espressioni di solidarietà nei miei confronti." ::::::::::::::::: Da parte mia, in vari luoghi in questi giorni, ho espresso solidarietà al Prof. Caracciolo. A prescindere da quali possano essere le sue idee. Che io possa condividerle o meno, non importa. Ma in realtà non le conosco nemmeno e quindi non posso pronunciarmi. Credo tuttavia che siano idee. E che le idee non debbano essere zittite per Legge. Credo nella libertà di opinione. Penso sia un diritto inalienabile, sacrosanto. Solo per aver espresso concetti del genere, qua e là, io stesso ho sentito i calci degli asini. Ed è penoso, l'ottundimento mentale che ho potuto toccare con mano. E' triste, constatare che per molti, consapevolmente o meno, la libertà di pensiero degli altri finisce laddove essi non sono d'accordo. Senza se e senza ma. Chiudono occhi e orecchie e applaudono la forca. E, ovviamente, li ho sentiti arrivare soprattutto da "sinistra". Sia perché a questa area appartengono i miei naturali interlocutori, ma anche perché sono quelli cresciuti culturalmente nell'orrore del nazismo e fascismo. Ma io stesso vengo da quell'area. Ad una sinistra, di valori perlomeno, penso genericamente di appartenere. Ma soprattuto, cerco di pensare con la mia testa. E per questo, cerco di tenerla aperta a tutto. E come fate, mi chiedo, a fidarvi di un articolo di giornale? Non vi siete accorti, in questi anni, di quanto sia facile manovrare l'opinione pubblica? E' bastato un articolo ben confezionato: alcune frasi estrapolate qua e là, qualche concetto ben concatenato artatamente, ovviamente nessuna intervista, nessun modo alla parte coinvolta di spiegare e dire la sua. Ed ecco il mostro sbattuto in prima pagina. Perchè? Io lo so il perchè. E' evidente. Ma non importa. Non è questo il punto. Il punto è la libertà di opinione. Non importa, non ha la minima importanza, quale sia l'idea e chi la esprima. Finché resta un'idea ha diritto di essere pensata ed espressa. Oppure non siamo in uno Stato di Diritto. October 19 Homo homini lupus
Un lupo. Quante volte mi sono sentito e/o descritto così. Un lupo che ha scelto di non essere lupo, e a volte ci riesce a malapena a controllarsi, ma che tuttavia conosce le leggi e le regole dei lupi e che ringhia e alza i denti non appena qualcuno potrebbe scambiare la non aggressività per debolezza. Forse troppo. E sono sempre stato così, ci sono nato, oppure ci sono diventato, ho imparato a essere lupo, ho rafforzato i muscoli le unghie e i denti per essere temibile e tenere gli altri lontani. La mia concezione delle amicizie come alleanze: amicizie che scompaiono nel passato quando cessa l’oggetto delle alleanze. Apparentemente anaffettive. E che pure io guardo con amarezza, a volte, ma soprattutto con disincanto. Non può essere altrimenti, mi dico. E’ così che va la vita. E chi dice di no, io penso che semplicemente si illuda: che siamo soli, che siamo lupi. Che ci alleiamo per predare, per tenerci il territorio, per difenderci… ma è perchè ci fa comodo e finché ci fa comodo. E non mi piace certo. Alla mia etica non piace che questa sia la lezione della vita: solo il più forte, il più adatto, sopravvive. O meglio: la sopravvivenza è la prova ultima di adattabilità. Non riesco ad accettarla come filosofia aggressiva su cui impostare la mia esistenza. Me ne sto in disparte a guardare le grandi e piccole ruote del mondo che tutte girano secondo questa legge. Cerco solo di evitare che l’ingranaggio mi stritoli. Ma forse esiste un altro modo e io non lo vedo?
L’impegno, da una parte, che crea “dipendenza”. Termine che viene sempre più visto in termini negativi. il sapere che niente è per sempre, d’altro canto, non invita certo a far crescere la fiducia. E quindi si resta a guardarsi da lontano. Attenti a non condere altro che il minimo indispensabile per far si che ci ritorni abbastanza. E pronti a ritirare ogni impegno in ogni momento. E questo vale in ogni tipo di relazioni. Meno avvertito in quelle di amicizia, più evidente in quelle amorose, il disimpegno è il segno del nostro tempo o del mio tempo. Del mio tempo di oggi, della mia età, della mia vita? Domande… October 12 un sognoNon sono umani. Ho imparato a riconoscerli. Sono alti, si assomigliano tutti fra loro. Hanno dei volti anonimi, ovali, capelli corti chiari un po’ stempiati. Quando arrivano in un posto si guardano attorno e scelgono chi prendere. Stavo scendendo le scale della metropolitana e c’era la gente che andava e veniva. Ho visto uno di loro avvicinarsi ad un ragazzo. Gli ha parlato per quache istante. Gli ha fatto delle domande. Quello rispondeva. Immagino che gli abbia chiesto cose banali, sui treni o sul tempo. Poi gli ha parlato in un certo modo, la sua voce ha preso quel tono, quella frequenza, mentre lo guardava negli occhi e lo ha preso. Poi se ne è andato. Per prendere un altro. Sono molti. Ogni giorno ne vedo qualcuno di più in giro. E sempre di più vedo persone che hanno preso. Sono assenti, gli sguardi fissi, se gli parli non ti capiscono.
Volevano prendere anche me qualche giorno fa. Ero in un supermercato. Ancora non mi ero accorto di nulla. Ho visto questo avvicinarmisi sorridente, mi sembrava di conoscerlo. Mi guardava fisso negli occhi mentre parlava, i suoi occhi sembravano pulsare di una luce blu. Poi la sua voce era come un ronzio che sentivo nel collo, sotto la nuca e lui era entrato nella mia testa con i suoi pensieri. E i suoi pensieri non potevano essere pensati dal mio cervello. Erano troppo per me. Erano un noi che non riesco nemmeno a concepire. Mi risucchiavano in un luogo in cui la mia identità non esisteva più. Ho avuto la netta disperata sensazione di essere preso in un vortice da cui non potevo tornare. Poi quel suono nella mia testa era come un’onda che risaliva la corrente del vortice. Io potevo seguirla se avessi vibrato con essa. La suoneria del mio cellulare. Mi tirava fuori. Ero fuori. Ero io. I suoi occhi pulsavano senza più darsi la pena di nascondersi. Rimasi a guardarlo fissamente. Se ne andò, era convinto di avermi preso.
Non lo sanno ancora che le note di quella musica annullano la frequenza con la quale entrano nella nostra mente. Ho provato a mandare mms ai miei amici che capivo erano già stati presi. Ascoltano il pezzo e funziona. Si risvegliano ma non ricordano nulla. E allora devo spiegargli, però mi guardano diffidenti. All’inizio non mi credono. E' snervante, faticoso. Devo portarli in giro, fargli vedere come operano, mentre prendono qualcuno. Poi mi credono, ma è difficile. Per ognuno che ne risveglio loro chissà quanti ne prendono.
Ogni giorno che passa aumenta la gente che riconosco che è presa. In metropolitana ho azionato la suoneria, e vicino a me si sono risvegliati in parecchi. Ma era presente uno di loro. Ha capito che era accaduto qualcosa, ha iniziato a cercarmi. Mi sono confuso fra la gente, lo sguardo fisso. Ma sentivo il suo sguardo che voleva incrociare i miei occhi. Li tenevo bassi. Mi è passato vicino ma si è diretto verso una ragazza. L’ha presa in un istante, quella ha avuto come un mancamento.
Sono forti e non si nascondono più. Non so cosa vogliono, che intendono fare con noi. Vogliono controllarci questo è certo, ma perchè? Vogliono ridurci a esseri ciechi, senza pensieri propri, oscuri terminali. Devo fare qualcosa, organizzare una resistenza, smascherarli. Penso di mandare per radio le note che risvegliano. Ma se capiscono e cambiano qualcosa nel loro modo di agire non ho più la minima speranza di poter resistere. La scoperta di questo “antidoto” è stata assolutamente casuale. Devo essere cauto. Ma ormai hanno preso quasi tutti. Li vedo girare fra la gente come pastori. Si, ecco quello che sono: pastori. Si guardano attorno, controllano, si avvicinano a qualcuno e lo prendono. Inizio a capire. Hanno un progetto e vogliono che lavoriamo per loro. Ieri ho risvegliato un tipo mentre eravamo alla fermata dell’autobus. Eravamo soli e ho pensato che non avrei rischiato. Ho azionato la suoneria. Lui si è risvegliato terrorizzato. Ricordava qualcosa, ma vagamente. Aveva paura.. Bisogna scavare, diceva. Bisogna scavare sotto, sotto, sotto. Andare giù. “Loro”, li chiamava. Dove sono "loro"? Se ne è andato correndo. Ci sono scale che scendono sotto terra. Ascensori. Siamo diventati una civiltà di formiche controllata da “loro”. Viviamo per lavorare per “loro” che mettono nel nostro cervello i pensieri che vogliono. Che posso fare? Nulla. Quando li vedo tengo gli occhi fissi a terra. Mi muovo secondo i flussi di tutti gli altri. Cerco di non farmi notare. Ogni tanto risveglio qualcuno. Poi magari lo riprendono. Ma non sembrano preoccuparsene più di tanto. Sono libero ma è come se mi avessero preso. Perchè sono costretto ad essere come tutti gli altri che sono stati presi per non farmi riconoscere. Sono un prigioniero volontario. Fino al giorno in cui la mia suoneria non funzionerà più e mi prenderanno veramente. E forse sarà meglio. Forse è meglio non sapere, da schiavi, che esiste la libertà. ::::::: è un sogno che ho fatto stanotte. scusate se non è particolarmente originale. non voleva essere una metafora né didascalico. è veramente un sogno da cui mi sono svegliato angosciato. senza nemmeno un numerino da giocarmi al lotto, peraltro. un libro che leggo da soloOgni tanto mi è assolutamente necessaria la solitudine. Mi serve proprio la sensazione di sentirmi solo, di non avere nulla da dire a nessuno su ciò che farò, di poter decidere all’ultimo istante. La libertà di andare dove voglio è l’evocativo titolo di un libro di Reinhold Messner. Prendo in prestito solo questa frase, aldilà dei contenuti del libro, ma sono così tenacemente attaccato a questa sensazione, che quando ne faccio a meno per un po’ mi sento soffocare. L’andare senza sapere dove, con una meta che prima prende forma e poi cambia, poi torna, e cambia di nuovo. Il dialogo interiore che ha tutto lo spazio possibile a sua disposizione, nelle pause frequenti proprie del non avere obiettivi da raggiungere né tempi da rispettare. Sabato notte mi sveglio senza orologio e penso che voglio andare. Preparo le cose, vado in montagna, il tempo non sarà bello, le previsioni davano temporali in arrivo da nord. Non importa, vado lo stesso. Esco da casa poco dopo le 5, il cielo verso nord è illuminato da lampi, senza soluzione di continuità. E’ il temporale che è in anticipo. Speriamo che resti sulla costa tirrenica, io me ne vado sull’altro versante, con gli Appennini a far da baluardo. L’autostrada di notte, la musica in sottofondo di un cd, i pensieri che si accavallano. Quelli che fanno l’inventario delle cose che mi sono portato; se ho preso tutto, che condizioni troverò… beh vedremo… aspettiamo che arrivi la luce intanto. E quelli della mia vita privata, l’impossibilità di essere normale, qualunque cosa significhi essere normale. L’idiosincrasia per i legami che aumenta con l’età, un passato senza speranze davanti agli occhi. La sensazione di essere passato, di stare passando, nella mia vita come in un libro che leggo solo io, che mentre vado avanti strappo le pagine lette, e che ora... quanto manca alla fine? Lo vedo davanti a me, questo libro. Oltre la metà. Provo la sensazione che hai quando un romanzo che ti ha preso ormai hai capito come va a finire e vuoi leggere le ultime pagine velocemente. Mi mette malinconia questo pensiero. Ma cosa cambia? Il tempo non va né più veloce né più lento.
(*)Omar Khayyam Ma ora, di quel libro, sono su una pagina, e devo scrivere quelle righe di oggi. Lo vedo, quello spazio bianco che devo riempire. Mi racconto a me stesso i miei pensieri ma li dimentico presto e quando arriva la prima luce sono già sulla strada che da Fonte Cerreto porta a Campo imperatore. Il temporale non lancia più i suoi bagliori da un bel pezzo, forse è rimasto davvero di là. E infatti verso l’adriatico la luce metallica dell’alba rischiara un cielo con ampi spazi di sereno. Ma poi quando arrivo in vista del piazzale degli alberghi vedo nuvole nere gonfie. Di quelle che portano pioggia a breve e anche nebbia fitta, che ti ci perdi dentro. Allora decido che niente giro in vetta, magari passando per percorsi strani. Meglio starsene bassi e non rischiare. E’ un tempo da starsene a casa, ma se vai…meglio saperlo, che c’è la nebbia in cui ti perdi, e che non puoi seguire canali perchè grandine e pioggia torrenziale, a restare nei canali possono farti brutti scherzi; e non puoi seguire le creste perché ai fulmini piacciono le creste; e che se tagli sui prati ripidi, sull'erba bagnata si scivola; che la pioggia fa cadere i sassi.... E così in background penso… a che giro vado a fare, a cosa mi porto nello zaino. Poi vado. La stradina sale dolcemente, Campo Imperatore è immerso in una penombra accentuata dai miei occhiali da sole. Non fa freddo, non c’è vento, ora. E' attesa. Le nuvole nere sono a 500 metri da me, un 300 metri sopra. Non si muovono. Ho deciso: seguo la strada fino al passo, voglio vedere che c’è dall’altra parte. La vita in fondo non è un continuo cercare di vedere cosa c’è dall’altra parte? Anche quando lo sai, basta poco, un piccola cambio di prospettiva ed è tutto diverso. E dietro ogni curva del sentiero, oltre ogni cresta, quando pensi di essere arrivato e che finalmente vedrai, invece scopri che no, ancora no. C’è un’altra curva, c’è un altro dosso da salire. E poi, un punto di vista migliore, e poi un altro. E continui. Vado avanti, scendo, risalgo. Silenzio e solitudine. Gli alberi che guardo da sopra sono già rossi di un autunno che aspetta la neve, le foglie il vento che le porterà via. La montagna con le nuvole che le corrono attorno, cercando di risalirla e di coprirla, attende la neve. Il ghiaccio. Io salgo e cadono delle gocce. Anche se a sprazzi arriva qualche raggio di sole a illuminare la parete che si staglia ponderosa, davanti a me.
Sono poche e rade, continuo. Lascio il sentiero e salgo per canalini, terrazze erbose. Sempre a cercare quel punto di vista diverso, quel particolare che prima non c’era. Mi fanno compagnia solo i gracchi, lontani. E sopra, forse, un’aquila. La pioggia aumenta, metto la giacca e continuo. Il vento aumenta e pulisce la montagna. 1500 metri di parete davanti a me, che guardo nei particolari, immagino i sentieri percorsi, e laddove invece non sono mai andato penso con desiderio che mi piacerebbe andare. Riconosco i piccoli segni, quasi invisibili ad occhio nudo, che indicano punti noti. I tratti così insignificanti in questo sguardo che pure mi ricordo di averci passato ore e ore per attraversarli, in salita, in discesa, in traverso. La pioggia aumenta e io continuo. Sono su un terreno tranquillo. D’estate è un posto in cui portarci i bambini, una passeggiata insomma. Ma ora mi prendo dei riferimenti con la bussola. La conosco questa montagna. E all’improvviso il vento aumenta di intensità, le nuvole nere si gonfiano su se stesse e come una marea che monta ingoiano ogni cosa davanti a me, superano le crestine che le tenevano a bada, le discendono e risalgono ancora, come mani si aggrappano al crinale, lo superano e sono oltre, e io ci sono dentro. Non vedo ad un metro e piove forte. Me lo aspettavo e cambio direzione, salgo, arrivo in cresta e qui mi attende un vento che pare spostarmi, pioggia e grandine orizzontali, violente. Devo restare in cresta però, la cresta mi porta al sentiero più facilmente. Non è aria da fulmini. E’ solo vento e freddo. La grandine pizzica sulla pelle del viso, quando mi volto a cercare segni. Il vento vuole spostarmi. Il vento, la nebbia. la cresta... una cosa che scrissi qualche anno fa, ma non era così. Non c'era memoria in quelle sensazioni. E' diverso. Ho i guanti ma non li metto. Voglio sentire le mani intirizzite. Voglio non sentirle più. Gonfie e insensibili. Che mi ricordino l’inverno che sta arrivando. Amo il vento che mi soffia addosso, ma abbandono la cresta, arrivo al sentiero e il vento non lo sento più, lo lascio a soffiare in alto, anche lui come me, a fare, inutilmente, senza lasciar traccia altra oltre il rumore del momento. Non ho messo i sovrapantaloni impermeabili. Voglio sentire la pioggia addosso. Portami via. Penso vedendo un rigagnolo formarsi e scendere scavando la terra smossa. Entrami dentro, vento. Scavami. Svuotami. Pioggia. Odore di terra. Cammino, un passo dietro l'altro, arrivo alla macchina. Per la prima volta guardo l’ora: sono le 10,30 Avrei potuto stare ancora a letto a dormire. Chi avrebbe notato la differenza, se non io, nel mio libro che leggo solo io? October 06 pietà l'è morta Mi rendo conto di avere sviluppato, ormai da tempo, una tale acrimonia
nei confronti di buona parte di questo paese, che oltre a non provare
la minima pietà quando muiono i nostri soldati all'estero (ribadisco il
concetto), quando capitano certe tragedie annunciate tipo quelle di
Messina, non me ne frega un cazzo. Lo so. E' una generalizzazione e come in tutte le generalizzazioni esistono ottime possibilità di sbagliarsi. Ma mi sono stancato di empatizzare per queste vittime che sono nella grande maggioranza dei casi corresponsabili dei loro disastri. Quando avviene, il disastro, vediamo che qualcuno paga duramente. Ma quelle stesse persone, con buona anzi ottima probabilità, non sono le stesse che consapevolmente hanno compiuto catene di scelte, tali che le hanno portate in quella situazione? E' incolpevole quello che ha costruito sulle falde del vesuvio? che ha corrotto qualcuno per poterlo fare? che ha votato tizio e caio sapendo che glielo avrebbe permesso? Parlo del Vesuvio perchè è un'altra tragedia annunciata. Lo dico ora. Sperando ovviamente di non essere profeta di sventura. Ma oggettivamente, sono incolpevoli quelli che hanno colonizzato le falde di un vulcano che si sa essere attivo? E questo discorso sui dissesti idrogeologici... ogni santa volta che avvengono tragedie di questo tipo veniamo a sapere che avevano costruito dove la logica e l'esperienza negavano assolutamente si potesse costruire. Ma la "colpa" di chi è? L'impresa? chi ha lottizzato? chi ha dato le autorizzazioni? la colpa è di tutti. Ma anche e soprattutto di chi è andato ad abitarci. Che non eri in grado di far funzionare il cervello? Non avevi scelta? ABBIAMO SEMPRE, UNA SCELTA e se non preme a te la tua vita, e quella dei tuoi figli o delle persone che ami... a chi deve premere? Perchè se non sei ingrado di capire che stai foraggiando un sistema che ti porterà con buone probabilità a crepare, beh peggio per te, maledetto idiota. E questo vale per le discariche di diossina a cielo aperto, per i rifiuti insabbiati, per le case costruite sul fango, sulle rive dei fiumi, sotto prati dissestati, sulle rive di un mare avvelenato, distrutto dalla pesca a strascico e dai rifiuti tossici. E' incolpevole chi vota quella massa di delinquenti che abbiamo al governo (e all'opposizione in buona parte) sperando in condoni edilizi, condoni fiscali, indulti e quant'altro? Sono decenni che produciamo questa classe dirigente, più attenti che ci permettano di fare i nostri porci comodi piuttosto che amministrino con rigore le cose di tutti. Leggo su La Repubblica uno stralcio d'intervista: Ma non ha paura del fiume che l'altra sera ha investito anche la sua casa? "L'acqua non ci ha fatto mai paura, quello che mi spaventa è la collina che è appoggiata proprio sulla nostra palazzina, quella sì che potrebbe fare danno". E le sembra normale costruire in una posizione così terribile, tra il torrente e la collina che si appoggia alla sua casa? "Certo che è normale, io ho sanato tutto, prima pagavo una percentuale più bassa dell'Ici ma con le sanatorie ed i condoni ho regolarizzato tutto anche se adesso pago una quota di Ici un po' più alta" Quanta imbecillità senza speranza può esistere in un sistema che è così autoreferenziale da espungere da esso anche il buon senso più elementare? La casa è a posto perché legalmente è a posto. Punto. E' evidente, è lampante... che stiamo andando sempre di più verso disastri di tutti i tipi. E mi rode immensamente sapere che da questa idiozia non c'è difesa, a certi livelli. Ma perlomeno in quelle situazioni in cui dovresti guardarti i tuoi fottuti affari personalmente, allora no. Allora guardateli. Non lo fai? Allora vaffanculo. Questa italia di cialtroni, approfittatori, corruttori, conniventi, furbi del quartierino poi pronti a piangere e pietire quando le cose gli vanno male... mi spiace, ma non riesco a provare solidarietà umana, non riesco a provare pietà. Hanno gli amministratori che si meritano, i politici che si meritano, le città che si meritano. Mi viene da dire: che cazzo volete? Avete voluto la bicicletta? pedalate. Tutti incolpevoli di questo scempio in cui stiamo precipitando? Tutti diventano incolpevoli quando passano nel ruolo di vittime? Eh no. lLho scritto: "lo so è una generalizzazione e come in tutte le generalizzazioni esistono ottime possibilità di sbagliarsi" Ma forte, sempre più forte, è la tentazione di sparare nel mucchio, consapevole che su tre almeno due se lo meritano. Francamente mi sono rotto i coglioni di fare la cassandra e vedere che le cose "scritte sui muri" poi vanno come è logico che vadano. E' con sgomento che mi rendo conto di essere diventato immune ai processi empatici. Faccio un esempio banale: sto nel traffico e vedo sfrecciarmi accanto un testa di minchia con uno scooterone, che rischia di venire addosso a me o altri vicino a me. Poi qualche centinaio di metri più avanti lo vedo per terra. Passo e penso: vaffanculo. restaci. crepaci. non me ne frega un cazzo. Si è duro eh. difficile da confessare. Ci hanno insegnato che certe cose non si dicono. Si reprimono. Ma così è. Non vedo più l'uomo, le sue debolezze, il suo universo di affetti. Vedo un nemico. Metto in atto lo stesso processo che in guerra ti porta disumanizzare il nemico, rendendolo oggetto, qualcosa che non ti riguarda, la cui sorte non ti tange. Guardo questo meccanismo che avviene dentro di me e penso che vivo in una società di nemici. E' normale? Mi chiedo se sono solo io, indurito, che provo queste cose o se sono sentimenti comuni. E dove ci stanno portando. October 05 bufale e pantereUn post dell’amica Virginia, sulle Bufale e come nascono, mi ha fatto venire in mente un … chiamiamolo esperimento ….che feci anni fa, al lavoro. Più che altro fu uno scherzaccio di notevole cattivo gusto :-))) ma vestendolo della dignità scientifica di esperimento sociologico, la mia coscienza rimase integra, come non l’avessi mai usata. Come tutti sanno, in Italia, in modo ricorrente, appare una pantera. Se è la stessa che da anni imperversa nelle campagne pugliesi piuttosto che nel beneventano, nelle periferie romane, in quelle torinesi o nei boschi dell’umbria, fotografata, ripresa, raccontata, che ha lasciato segni di unghioni e impronte, che ha ammazzato pecore e quant’altro… non si sa. Probabilmente non lo si saprà mai, perchè comunque non è mai stata catturata, né viva, né morta. Correva l’anno non mi ricordo quale, e la pantera era nelle periferie romane. Se ne parlava parecchio. Senonché avevo che lavorava con me, uno zio noto per essere piuttosto chiacchierone e approssimativo (ed è un eufemismo) nelle sue argomentazioni. Una mattina che un elicottero della polizia girava insistentemente a bassa quota, sopra la zona dove sono i nostri uffici, ebbi l’idea di buttare là… per vedere l’effetto che fa… un paio di frasette. “dice che cercano la pantera…” “dice che l’hanno vista in zona … sembra che ha ammazzato il cane di marietta…” Ora in queste due frasi (ed è questo che ne fa esperimento scientifico e non già mero scherzo) ci sono due elementi fondamentali: il “dice” che lascia intendere che la voce arrivi da qualche parte e il “cane di marietta ammazzato” che introduce un elemento tragico che catalizza l’attenzione su di sé in modo da far passare in secondo piano l’indagare sulla provenienza del “dice”. Peraltro “il cane di marietta” un botolo fastidioso come la Marietta, una vecchia acida che si aggirava nei parcheggi protestando per un’infinità di cose, oltre a rendere giustamente truculenta la cosa, metteva chi ascoltava la cosa in uno stato di malcelata soddisfazione visto che quel cane era un vero rompicoglioni. “Ma come? dove…” disse mio zio. “Maa non so… lo stavano a dire… boh… sai come sono ste cose…” e me ne andai assumendo l’aria di quello che ci crede poco. Tempo un’ora, entra in ufficio un rappresentante e mi dice: ho saputo che avete la polizia in zona per via della pantera. E io: “ah si? non so niente…” E lui: “si, dice che ha ammazzato un cane e una pecora. L’hanno vista diverse persone e ci sono le impronte.” Io, sempre scettico: “ah ma chi lo ha detto?” “Eh… lo stavano a dire giù al bar. L’hanno vista. Ora la polizia sta interrogando la padrona del cane.” Dopo un po’ torna mio zio e dice che al ne stavano parlando anche da xxxxxx (esercizio commerciale a 3 km di distanza dove lui andava ad acquistarecose che occorrono per il nostro lavoro) e che quindi la cosa era confermata. Casualità volle che Marietta, interrogata sull’evento: “a Mariè, la pantera t’ha magnato er cane?” e non vedendo attorno il botolo, e prendendo la domanda per un’affermazione, iniziasse a piangere e a dar di strepiti, confermando la cosa, giacchè rincoglionita com’era non è che nessuno si prendesse la briga di mettere ordine nelle sue lamentazioni. Qualcuno non si sa perchè, un po’ per le voci, un pò magari vedendo un’ombra o chissà cosa… chiamò la polizia. Che arrivò con grande strepito di sirene. A quel punto ovviamente la cosa era evidentemente vera agli occhi di tutti. E tutti ripetevano alla polizia ciò di cui erano assolutamente certi: la pantera era stata vista da molti, aveva attaccato e ucciso il cane di una vecchia, e ora (e lì le versioni divergevano) era: a) chiusa nel garage di un certo Alvaro (ignoro come fosse nata tale versione, anche successivamente non riuscii a capirlo) b) scappata per i campi con il cane in bocca che guaiva pietosamente (qui uno giurava che era stata vista) c) ancora in zona perchè col cane non ci aveva mangiato niente (versione logica) La polizia perlustrò la zona con i mitra in mano e con voce stentorea diceva alla gente di chiudersi in casa e/o sul lavoro e non girare per strada. L'aria che tirava era da attacco aereo incombente. La gente bisbigliava e c'era chi si era armato di tutto quello che avrebbe potuto essere utile alla bisogna. Imperversavano discussioni su dove colpire la pantera. Se era meglio scappare in alto oppure no. C'erano esimi conoscitori di pantere che discettavano sulle loro abitudini venatorie terrorizzando i più. C'è sempre chi la sa più lunga degli altri. Ovviamente Marietta che nel frattempo aveva ritrovato il botolo, che non si era mai mosso da casa, vedendo dalla finestra tutto quello strepito non aveva nessuna intenzione di uscire a dirimere la faccenda di cui peraltro era all’oscuro. Quindi poco dopo, non si sa come, iniziò a circolare la voce che la pantera avesse preso anche Marietta. Dato che la polizia non la trovava! A quel punto c’era veramente un clima da assediati. La gente sobbalzava ad ogni rumore. Io stesso iniziai a pensare che casualmente avessi scherzato su una cosa che in realtà potesse essere incredibilmente vera. La cosa andò avanti ancora per qualche ora. La polizia (che aveva trovato Marietta e compresa l’infondatezza della cosa nonché aperto il garage del tale Alvaro) se ne era andata. Marietta e il suo botolo gironzolavano per strada. La gente le chiese: “Mariè ma la pantera? e er cane?” “Ma quale pantera me sembrate tutti scemi… è pure venuta la polizia a famme prende un colpo” Ma alla fine la gente si divise in diverse fazioni: quelli che pensavano che la polizia non avesse capito niente e che la pantera ci fosse e quelli che pensavano che era tutta una cazzata (fra questi c’erano quelli che identificarono in mio zio l’autore dello scherzo). Io? Ah io lo avevo sempre detto che ci credevo poco… October 01 desiderio e amoreIl desiderio e l'amore. zygmunt bauman – amore liquido
Nel caso delle relazioni e delle relazioni sessuali in particolare, seguire le voglie anziché i desideri significa lasciare la porta ben aperta ad altre opportunità romantiche le quale potrebbero rivelarsi più soddisfacenti e appaganti.
September 30 un paese di miserabili (2)Prima sono venuti a prendere gli zingari, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo zingari; poi sono venuti a prendere gli ebrei, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo ebrei; poi sono venuti a prendere i comunisti, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo comunisti; poi sono venuti a prendere gli omosessuali, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo omosessuali; infine
sono venuti a prendere noi, e non c’era più nessuno capace di protestare. Martin Niemöller.... Milano, vigili a caccia degli immigrati il bus-galera imprigiona i clandestini Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un bus con grate sui vetri: è il “bus-galera” usato per gli ultrà, utilizzato per bloccare i presunti clandestini e poi identificarli. A effettuare le operazioni sono i vigili del nucleo Trasporto pubblico, istituito per garantire la sicurezza su tram e bus, ma che di fatto si è specializzato in questi mesi nella caccia ai clandestini in città. Al commissario questo lavoro piace: "Ragazzi, prendetemi anche quello nascosto nell’erba e mi avete fatto felice", dice ai suoi. Quello nascosto nell’erba è nordafricano, ha poco più di 20 anni. Si è liberato dalla presa di un vigile e si è imboscato dietro a un cespuglio. Da lì, è corso chissà dove. Al termine di un’intera mattinata di controlli, sarà l’unico straniero scappato al nucleo Trasporto pubblico dei vigili. La squadra, messa in piedi dal Comune nel 2000 per garantire la sicurezza su tram e bus, dallo scorso anno si è specializzata nel servizio "fermi e identificazioni". In pratica: chiudere in speciali autobus con grate ai finestrini, e poi identificare, gli stranieri trovati senza documenti durante i controlli dei biglietti sui mezzi pubblici. Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul "bus-galera". È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano "Stranamore", "perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù", ride un agente. Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la "tonnara" — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: "Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?". La risposta: "Sono clandestini, signora". Tre dei dieci fermati, risulterà a sera dopo le verifiche, non lo sono affatto. Per sette scatta invece la denuncia per clandestinità, e uno solo è arrestato: ha già in tasca il decreto di espulsione ma non si è mosso dall’Italia. Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia. Si ferma un’altra signora, borsetta stretta al petto: "Fate bene — dice agli agenti — questi qua in galera devono stare". Una donna chiede ingenuamente ai vigili dove sia diretto lo strano bus con le reti alle finestre. Fa anche per salire, ma il vigile la ferma: "Signora, aspetti il tram che è meglio". ... http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1734491 Sempre più mi viene in mente il nazismo. Oltre che per il fatto in sé (e per molti altri di cui si arrivano notizie) anche per i toni, a metà fra dileggio e disprezzo, e l'indifferenza della gente. Un paese di miserabili. |
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